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Full text of "Memorie della Regia Accademia di scienze, lettere ed arti di Modena"

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Soc »9 87, 


Barbard College iLibrarv 


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THE GIFT OF THE 


SATURDAY CLUB 


OF 


BOSTON 


- MEMORIE — 


DELLA 


REGIA” ACCADEMIA 


DI 


SCIENZE, LETTERE ED ARTI 


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DI MODENA 


TOMO III. 


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MEMORIE 


DELLA 


REGIA ACCADEMIA 


DI 


SCIENZE, LETTERE ED ARTI 
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TOMO III, 


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CON TRE TAVOLE 


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MODENA 


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DALLA TIPOGRAFIA DEGLI EREDI SOLIANI 
1861 


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CONTINUAZIONE 


DELLE MEMORIE STORICHE 


Digitized by Google 


STATUTO 


DELLA 


REALE ACCADEMIA 


DI 


SCIENZE, LETTERE ED ARTI 
DI MODENA 
dall’ anno 1841 al 1860 


—T Ri 


L° Accademia Reale di Scienze, Lettere ed Arti, sotto 
l’ autorità del Ministro di Pubblica Istruzione, che ne è 
riconosciuto Presidente perpetuo; avuto riguardo al triplice 
scopo a cui rivolge 1 propr] stud], si divide in tre corrispon- 
denti Sezioni, delle quali ciascuna ha il proprio Direttore 
eletto per un triennio in generale adunanza, e che può 
essere indefinitamente confermato di triennio in triennio. 
Ciascun Direttore ha poi la facoltà di nominare fra gli 
Accademici il Segretario della sua Sezione, dal quale potrà 
anche farsi rappresentare in caso d’ impedimento. 


Questo Statuto ottenne la Sovrana approvazione che fu comunicata alla R. Accade- 
mia da S. E. il Sig. Ministro di Pubblica Istruzione con Dispaccio del 4 Marzo 1844, 
segnato N. 720, Sez. 4° e venne abrogato nell’ adunanza generale del 48 Marzo 41860 
nella quale fu approvato il nuovo Statuto che verrà inserito in questi Cenni storici 
a suo luogo secondo l’ ordine cronologico. 


IV 


II. 


Al Presidente, coadjuvato da un Vice-Presidente da lui 
trascelto di tre in tre anni fra gli Accademici, spetta man- 
.tenere in osservanza le discipline accademiche, interpretare, 
decidere e provvedere ne’ casi dubbj o non contemplati, ove 
l’ urgenza lo esigesse, previa però l’ opportuna discussione, 
come in appresso verrà indicato; ordinare e disporre, ove 
gli sembri conveniente, straordinarie radunanze, tanto gene- 
rali quanto particolari, di ciascuna Sezione; eleggere un 
Vice-Segretario Generale ed Amministratore, un Bibliotecario 
ed Archivista, ed un Tesoriere. In qualsivoglia radunanza, 
come in ogni speciale Delegazione, potrà il Presidente farsi 
rappresentare dal Vice-Presidente in tutta l’ ampiezza della 
sua autorità. Al Presidente inoltre, e ad esso solo, è attri- 
buita la facoltà di nominare, ad ogni biennio, un Socio 
corrispondente. 


III. 


Si elegge pure in generale adunanza il Segretario Generale 
dell’ Accademia, il cui ufficio è perpetuo, e singolarmente 
si riferisce alla compilazione e cura degli atti, all’opportuno 
caricamento o scaricamento dei registri, alla corrispondenza 
scientifica e letteraria o amministrativa, ed all’ ordinata 
esposizione, da leggersi all’ apertura dell’ anno accademico, 
dei lavori delle tre Sezioni nell’ anno precedente; come 
anche all’ incarico di comunicare all’ Accademia le nuove 
disposizioni e proposte che emanano dal Presidente, e d’in- 
vigilare con accuratezza all’ ordine ed alla conservazione di 
tutto ciò che è di ragione della medesima. 

Il Vice-Segretario Generale ed Amministratore coadjuva il 
Segretario Generale nelle sue incombenze, ed è principal» 
mente incaricato degli affari amministrativi dell’Accademia, 
con dipendenza dal Presidente o dal Vice-Presidente e dal 


Vv 


Segretario Generale: disimpegna inoltre le funzioni del Se- 
gretario Generale in caso di suo impedimento. 

Il Bibliotecario ed Archivista, in qualità di Coadjutore 
del Segretario Generale, custodisce e tiene in ordine i libri 
e le carte di ragione dell’ Accademia, e si presta alle richie- 
ste degli Accademici per l’uso di quelli a norma di quanto 
verrà prescritto dal Presidente o dal Vice-Presidente. 

Il Tesoriere è incaricato di raccogliere e di custodire 1l 
denaro dell’ Accademia, e dispensarlo secondo le disposi- 
zioni date dal Presidente o dal Vice-Presidente, a fronte di 
mandati sottoscritti da uno di essi e dal Segretario Generale. 


IV. 


Vi ha una Direzione Centrale dell’Accademia, composta del 
Presidente o del Vice-Presidente, del Segretario Generale o 
del Vice-Segretario Generale e dei tre Direttori delle Sezioni. 
Spetta ad essa la generale vigilanza sopra quanto concerne 
il regolare andamento delle operazioni accademiche, la discus- 
sione intorno ai provvedimenti da prendersi anche nei casi 
dubbj o non contemplati, l’esame e la formale proposta 
degli oggetti per le generali adunanze, tra i quali anche le 
elezioni di nuovi Socj. In qualsivoglia adunanza della Dire- 
zione Centrale potranno, per l’opportuna intelligenza delle 
discusse materie o dei presi provvedimenti, sempre interve- 
nire il Vice-Presidente ed il Vice-Segretario Generale, 
quand’anche si trovassero presenti il Presidente ed il Segre- 
tario Generale. Alla medesima è inoltre affidata la Censura 
delle produzioni dei Socj da leggersi in pubblica adunanza 
o da stamparsi; ma per tale ufficio le si aggiungono tre 
individui eletti di triennio in triennio dai voti dell’Accademia, 
e deputati rispettivamente per ciascuna Sezione. Nei casi 
straordinar) e specialmente per giudicare delle memorie da 
essere pubblicate negli atti dell’ Accademia, essa Direzione 
Centrale privatamente può associarsi in qualità di Censori 
tre altri individui, ma per questa sola contingenza. 


VI 


V. 


Il Corpo Accademico si compone di Socj o Membri Attuali, 
Corrispondenti ed Emeriti. 

I Soc] attuali debbono essere sudditi di S. A. R. e domi- 
ciliati negli Estensi Dominj. Il loro numero non potrà ecce- 
dere i trentasei individui, fra i quali però siano almeno 
trenta domiciliati in Modena. Di essi è obbligo l’ interve- 
nire alle private adunanze delle Sezioni e di leggervi qual- 
che loro scientifica o letteraria produzione una volta almeno 
ogni triennio. Gli altri Socj attuali poi dimoranti fuori di 


Modena dovranno almeno ogni triennio presentare all’ Acca- 
demia qualche lavoro. Mancando gli uni e gli altri a tale 


loro debito senza ragionevole motivo, giustificato presso la 
Direzione Centrale, il Socio attuale passerà nella Classe 
degli emeriti. 


VI. 


I Socj corrispondenti, dei quali il numero non è prefi- 
nito, possono appartenere così alle provincie degli Estensi 
Dominj come ad estero Stato. Sono proposti in adunanza 
generale dalla Direzione Centrale dell’ Accademia e vengono 
nominati a pluralità di voti. La qualità in essi richiesta 
consiste in un riconosciuto merito scientifico o letterario od 
artistico, o nella singolare circostanza di avere presentato 
all’ Accademia memorie ed opere, che abbiano ottenuto i 
suffragi della medesima. 


VII. 


I Socj èmeriti sono quelli, che cessano di appartenere 
alla Classe degli attuali pel titolo accennato nel numero V. 
Sono perciò esonerati da qualunque obbligo accademico, nè 
debbono più essere nominati a Cariche o ammessi a delibe- 


VII 


zioni, potendo unicamente intervenire alle private adunanze. 
Tuttavia mediante la lettura o presentazione di una memoria 
o dissertazione sarà il socio emerito ‘rimesso nella Classe 
degli attuali, salvo però le condizioni del citato numero V. 
Fanno eccezione alle disposizioni del presente numero quei 
Socj, i quali abbiano dato all’ Accademia dieci produzioni, 
dovendo essi per onorevole distinzione mantenersi nella Classe 
degli Attuali in qualità di Permanenti, quand’ anche il loro 
domicilio fosse passato in estero stato, e non intendersi 
computati nei trentasei del sovraccitato numero V. 


VII. 


Per le elezioni e le deliberazioni qualunque siano, che 
spettano alla sola Classe dei Socj attuali, si procede sempre 
a voti secreti, e la plurità relativa di questi decide, richie- 
dendosi però il numero legale dei votanti, compresi i Membri 
della Direzione Centrale, non minore di diciotto nella prima 
radunahnza; in cui, non venendo soddisfatto a questa condi- 
zionéè;-ne.sarà dato cenno nell’invito ai Soc] attuali per una se- 
conda radunanza, che susseguentemente si dovrà tenere per 
lo stesso oggetto, nella quale diventerà legale qualsivoglia 
altro numero, però non minore di sei. Il Presidente avrà sem- 
pre la facoltà di due voti, salvo il caso che questa prerogativa 
potesse indurre parità di risultato nello scrutinio. Qualunque 
carica accademica, oltre quella di Presidente già stabilita 
al numero I., nella quale è sempre implicita 1’ ascrizione 
alla Classe de’ Soc] attuali, e così qualunque speciale Dele- 
gazione dovrà sempre cadere fra i Membri attuali domiciliati 
in Modena, e per converso ogni Socio, finchè trovasi inve- 
stito di una carica accademica, s’ intenderà far parte della 
Classe degli attuali, benchè non venissero da lui adempiuti 
gli obblighi impostigli dal numero V. Nessun Accademico 
potrà sostenere nello stesso tempo due delle seguenti cariche; 
cioè quelle di Presidente, di Vice-Presidente, di Segretario 
Generale e di Direttore di Sezione. 


VIII 


IX. 


L’anno accademico s’ intende incominciato nel mese di 
Novembre e terminato col Luglio. Nel primo mese non ha 
luogo che l’annua generale adunanza per la relazione sopra 
i lavori dell’anno precedente, e pel resoconto dell’ ammini- 
strazione, come anche per qualunque deliberazione di massima 
o di provvedimento che possa occorrere. Le adunanze private 
di ciascuna Sezione, cui potranno intervenire i Socj tutti, si 
terranno ad invito del rispettivo Direttore, in guisa che una 
di esse abbia luogo almeno ogni venti giorni. 


X. 


Si potrà tenere ancora qualche adunanza pubblica, della 
quale l’ argomento, la disposizione e il giorno verranno 
fissati dal Presidente con annunzio ed invito da farsi due 
mesi prima ai Soc] attuali ed ai corrispondenti negli Estensi 
Dominj, affinchè vi concorrano con loro proprie produzioni. 
I componimenti da leggersi dovranno essere sottoposti col 
mezzo del Segretario Generale alla Direzione Centrale per 
l’ approvazione; e gli Autori saranno tenuti d’uniformarsi a 
quanto venga loro prescritto in proposito, sotto pena, ove 
trasgrediscano, di essere immediatamente cancellati dal Ruolo 
degli Accademici. 


ELENCO ALFABETICO 
DE’ SOCJ ATTUALI 


NOMINATI 


dall'anno 1847 al 1860 


— ——MA@©_——. 


Biagi Prof. D. Michele 
Boni Giuseppe 

Borghi Carlo 
Bruni Prof. Dott. Luigi 


Campori March. Giuseppe 

Camuri Prof. Ing. Antonio 

Celi Prof. Dott. Ettore 

Cugini S. E. Mons. Francesco Emilio 


Ferrari Moreni Conte Gio. Francesco 
Ferrari D. Teodoro 


(Gaddi Prof. Dott. Paolo 
Gandolfi Prof. Dott. Giovanni 
Giacobazzi Conte Luigi 


Malatesta Prof. Adeodato 
Marianini Prof. Ing. Pietro 


4 afelio ee a I SA e " 


XII 


Puglia Prof. Dott. Alessandro 


Razzaboni Prof. Ing. Cesare 
Ricci Prof. D. Domenico 


Spallanzani D. Luigi 


Vaccà Prof. Dott. Luigi 


CONTINUAZIONE DE’ CENNI STORICI 


INTORNO 
ALLA R. ACCADEMIA DI SCIENZE, LETTERE 
ED ARTI 


—T-- Hp e_____ 


Piano seguito alla continuazione dei Cenni Storici della R. Accademia 
dall’ epoca del 41843 nella quale furono tralasciati nella terza parte del primo 
volume di queste memorie; nè possiamo riprender quella che al solo anno 4858, 
e con un vuoto di presso a' quattordici anni, ne’ quali o non vi ebbero regolari 
adunanze delle Sezioni, o se pur vi ebbero non ne furono raccolti e conservati gli 
atti con quella precisione ed autenticità che sarebbe richiesta per poterli con 
sicurezza affidare alla storia. 


Relazioni dell'Anno Accademico 1857-1858 


Adunanza della Sezione di Lettere 
15 Aprile 41858. 


Cosi in privata adunanza la Sezione di Lettere, aprì la seduta il Segre- 
tario della Sezione medesima sig. Veratti prof. Bartolomeo, quale membro di 
apposita Commissione nominata tempo fa dalla R. Accademia all’ oggetto di pro- 
nunziar giudizio intorno ad un Saggio di note sopra il Convito di Dunte, 
offerto all’ Accademia stessa dal suo autore sig. Guerra dott. Pietro Archivista 
nel segreto Archivio estense. Riferiva pertanto il lodato sig. Segretario come la 
Commissione summentovata proponesse all’ intero Corpo Accademico di dirigere 
al sig. Guerra i ben dovuti encomii e ringraziamenti. 

Il medesimo sig. Segretario, come appartenente ad altra Commissione nominata 
dall’ Eccellenza del sig. Ministro dell'Interno, nella sua qualità di Presidente per- 
petuo della R. Accademia, per giudicare un lavoro inedito del sig. cavaliere Gio- 
vanni da Silveira Portoghese, sopra l’ Ortografia Italiana, lesse il rapporto della 
Commissione medesima, nel quale tutti gli Accademici presenti udirono con pia- 
cere encomiarsi un lavoro di molto pregio in se stesso, e di non poca utilità per 
gli studiosi di questo ramo interessantissimo della nostra letteratura, se l’ autore 
del medesimo venisse nel divisamento di pubblicarlo per le stampe. 


XIV 


Adunanza della Sezione di Scienze 
29 Aprile 1858. 


.Il Direttore della Sezione Cav. prof. Giuseppe Bianchi, premesse alcune parole 
di ringraziamento al Corpo Accademico che volle onorarlo di tale ufficio, trattiene 
l'altrui attenzione con orale discorso, mancatigli tempo e salute di farlo in iscritto, 
sopra le grandi macchie non ha guari apparse nel disco del sole. Presane l’ occa- 
sione e l'argomento da una simile verbale communicazione fatta alla R. Accademia 
di Torino dal suo Presidente il celebre Geometra ed Astronomo sig. Barone Plana, 
e riportata dai pubblici fogli, il nostro socio Direttore ha potuto estendere ed 
eziandio in alcuna parte modificare colle proprie quotidiane osservazioni del disco 
solare la breve relazione del suo illustre Collega Torinese, avvertendo primamente, 
che la visibile superficie del Sole non offerse macchie di sorta nè grandi, nè 
piccole, parecchi mesi di seguito nell’ anno 41856, ma che nel susseguente, avve- 
gnacchè nè molto ampie, nè molto frequenti, alcune tuttavia ne presentò, quasi 
disponendosi la Fotosfera del Sole, giusta la bella, e così ben fondata ipotesi 
dell’ Arago, a quelle squarciature amplissime, che recentemente ha offerte. Rispetto 
poi alla grande e triplice macchia veduta dal Barone Plana presso il lembo orien- 
tale del Sole, e da lui valutata in estensione superficiale più vasta dell’ Europa, 
il nostro A. conservandone e ponendone sott’ occhio tutti i disegni delle solari 
apparenze da lui delineati sopra il vero, fa riflettere la detta macchia non poter 
essere, se non quella, che spuntava nell’ emisfero a noi rivolto in sul cominciare 
dello scorso gennajo, e verso la metà dello stesso mese ne usciva. Ora questa 
macchia rapidamente formatasi quasi a mezzo del disco solare, e dilatatasi enorme- 
mente il 45 del precorso dicembre, avea presentato entro una comune penombra, 
che avvolgealo, tale un gruppo di nuclei oscuri da occuparne in complesso di 
superficie sei o sette volte quella di un massimo circolo terrestre, che sarebbe 
in diametro ed angolarmente alla distanza del sole da noi di circa due minuti. 
Come però una sì ampia voragine o squarciatura della fotosfera solare e dell'interno 
involucro aeriforme sino al solido ed opaco nucleo centrale erasi in breve tempo 
formata, accresciuta e variata di figura, così rapidamente pure scemò di grandagza, 
e dopo mezza rotazione del sole non riapparve al lembo orientale, se non qual 
punto appena percettibile, e questo pure dileguatosi in breve, e totalmente. Di tal 
guisa l’intero corso di una delle più grandi macchie dalla sua origine alla distru- 
zione, è stato dall’osservazione seguito. Però dalle misure esatte della posizione di 
quella sopra il disco solare mal saprebbe dedursi ne’ suoi elementi la precisa rota- 
zione, come proponevasi di ottenere il sig. Barone Plana, e ciò atteso il proba- 
bile ed assai forte movimento proprio della macchia stessa. Infine toccato di alcune 
altre questioni promosse fra gli Astronomi, e tuttora non risolute intorno alle 
macchie del sole, il nostro Accademico Direttore venuto a quella di una rispon- 
denza fra le apparizioni di tali macchie e le temperature terrestri, fa riflettere che 
lo straordinario e sì prolungato freddo, sperimentatosi lo scorso inverno ne’ tem- 
perati nostri climi ebbe per immediata e più verosimile cagione fra noi, e per 
tutta l’ ampia valle e pianura del Po, la totale ed affatto insolita deficienza delle 
nebbie sciroccali e basse durante l'autunno precedente, e dopo le nevicate inver- 
nali che seguirono. 


XV 


Il sig. prof. Bartolomeo Veratti lesse una sua Memoria intorno al Vaglio di 
Eratostene, nella quale tende a provare, contro l’ opinione di Samuele Horsley, 
che non avvi ragione di tenere per adulterata la descrizione, che del metodo 
di Eratostene ci tramandarono Nicomaco e Boezio. 

Il sig. prof. Paolo Gaddi Censore della Sezione di Scienze, lesse una sua nota 
avente per titolo Uso del microscopio diretto a svelare la presenza del cotone 
nei filati, tessuti e feltri. In essa stabilisce i caratteri microscopici distintivi delle 
materie vestiarie, confrontandoli con quelli spettanti al cotone; premettendo oppor- 
tunamente che le forme primitive delle materie suddette non restano alterate nei 
diversi processi della tintura, pettinatura, scardassatura ecc. 

Il sig. prof. Alessandro Puglia Vice-segretario generale dell’ Accademia, quale 
membro e relatore della Commissione incaricata di dar voto sud’ un nuovo 
Speculum presentato dall’ ecemo sig. dott. Bartolomeo Battilani, lesse la sua rela- 
zione nella quale asserisce essere quello strumento di forma affatto nuova, e non 
la semplice modificazione di altri già conosciuti nello stesso genere; e che inol- 
tre la Commissione incaricata, avendo assistito al maneggio pratico del medesimo, 
ha dovuto persuadersi esser desso preferibile agli altri già noti per la facilità, 
comodità e prontezza colla quale può esser applicato nei diversi casi. 


Adunanza della Sezione d’ Arti 
6 Maggio 41858. 


Fu aperta colla lettura d’ un rapporto del Socio attuale sig. prof. Cesare Raz- 
zaboni, membro d’una speciale Commissione incaricata ad esaminare un nuovo 
metodo per porre in retta linea gli assi degli alberi di qualsiasi grossezza; in 
esso rapporto notificava che la Commissione stessa non può esternar giudizio 
finchè l’ autore sig. Angelo Valli non presenti qualche modello a schiarimento 
del metodo da lui trovato. 

Il sig. prof. Alessandro Puglia lesse una Memoria del signor Giusto Giusti 
sul modo di collocare i gelsi tra i filari degli olmi nei piantamenti ordinari, e 
sulla maniera di propagare le viti. Intorno alla quale l’ Accademia ha trovato 
opportuno di aderire al divisamento dell'autore il quale si propone di assog- 
gettare il suo metodo al giudizio di competenti agronomi per rilevarne i risultati. 

Il sig. prof. Bartolomeo Veratti diede lettura d’ una Memoria del sig. prof. 
Andrea Cavazzoni Pederzini in risposta al seguente quesito: « Dovendo valu- 
tare i prodotti del suolo per istabilire quale sia la ricchezza dello Stato Estense 
in ciascun anno, si dovrà stare ai prezzi dell’ epoca d’ogni raccolto, ovvero al 
prezzo medio che i medesimi generi hanno avuto nell’anno? » L'Accademia ha 
ascoltato con interessamento la chiara ed ordinata esposizione delle ragioni per 
le quali l’ autore è stato condotto a conchiudere, che si debba attribuire a rendita 
del ‘suolo la quantità d’ogni prodotto moltiplicata pel prezzo che ha avuto nel 
tempo e nel luogo della produzione; assegnando poì a guadagno o a perdita 
‘de’ Commereianti la differenza che sì verifichi col prezzo medio annuo delle 
Sendo riferibilmente a tutti i UE. dello Stato. I 


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Von n MI 


XVI 
Adunanza della Sezione di Scienze 
20 Maggio 1858. 


Questa Sezione tenne privata Adunanza, la quale ebbe cominciamento da una 
Nota letta dal suo Autore sig. prof. Pietro Marianini, sopra la maniera di sta- 
bilire i principj del metodo infinitesimale. In essa l’ Autore riguardando gli infi- 
nitesimi, come quantità puramente ipotetiche, ha esposti i detti principj senza 
adottare definizioni ripugnanti, e in modo che chiaro apparisca qual conto debba 
farsi del detto metodo. - 

Il Direttore della Sezione sig. cav. Giuseppe prof. Bianchi lesse, a nome del 
Socio sig. prof. Antonio Araldi, una Nota sull’ operazione dell’ eliminazione di 
una vartabile, od incognita da due date equazioni di simultanea sussistenza, 
nella quale, dopo di aver richiamato quanto ne scrisse in una precedente sua 
Memoria sullo stesso argomento (ove, indicate le cause che conducono ad un’equa- 
zione finale di grado troppo elevato, esponeva un processo espresso da una for- 
mola generale, mediante il quale si giunge ad un’ equazione finale scevra di fat- 
tori alteranti, quando le equazioni date siano dello stesso grado rispetto alla 
quantità eliminata, che se fossero di gradi differenti, mostrava quali fattori vi si 
sarebbero introdotti, onde poterne poscia liberare la risultante ) a complemento 
del suo lavoro produceva una modificazione del processo proposto che conduce 
direttamente alla vera equazione finale completa, e libera da radici estranee 
alle equazioni date. 

Il Socio sig. prof. Paolo Gaddi lesse una sua Nota, intorno a quattro casi di 
Teratologia. In essa chiamava l’attenzione dei cultori delle Scienze naturali sul 
fatto da lui più volte osservato, esservi cioè certi periodi di tempo ne’ quali i 
mostri vengono con frequenza alla luce; trascorsi i quali periodi ne passano altri 
ben molti senza che si rinnovi l’ indicato disordine. Accenna poscia i punti prin- 
cipali sui quali dovrebbero cadere le osservazioni, a fine di svelare la causa di 
questo fenomeno interessante non solo dal lato fisico, ma altresì dal lato morale 
e più poi dal lato religioso. 

Il prelodato sig. cav. Direttore partecipò per ultimo due singolari fenomeni da 
lui osservati, cioè un magnifico A/one formatosi e conservatosi attorno al sole 
dalle ore 44 alle 42 nel mattino del giorno 49 corrente, e l’ occultamento fatto 
dalla luna, la sera dello stesso giorno, della stella di prima grandezza, denomi- 
nata /tegolo, e che brilla nel cuore del Leone. Osservato e descritto il primo 
d’essi fenomeni dalla sua campestre dimora in Campogalliano, egli recavasi ad 
osservare il secondo con ogni accuratezza in questa R. Specola. Come però gli 
riusci di eseguire le sue osservazioni in riguardo all’ immersione o apparente 
ingresso della stella nella luna; in riguardo all’ emersione, o all’ egresso, benchè 
la serenità dell’ atmosfera gli fosse non meno propizia, l’ istante della riappari- 
gione della stella gli falliva; e ciò a motivo che nella realtà esso antivenne di 40 
minuti per Modena, l’ annunzio dato dalle effemeridi di Berlino, e di ben 25 
minuti, parimenti per noi, quello delle effemeridi di Milano. Cogliendo poi occa- 
sione dalla comunicazione fatta, egli ha lamentato che le simili occultazioni delle 
Plejadi per la luna, avvenute già, e da rinnovarsi altre volte ancora nel corrente 
anno per la maggior parte sotto i nostri meridiani, ci furono, e ci saranno tolte 


XVII 


alla possibilità di osservarle, neppure coi migliori cannocchiali, dalle circostanze 
o del novilunio troppo vicino, o dal non essere allora la luna sopra il nostro 
orizzonte, perchè o ancora da nascere, o tramontata dianzi, o per altre contra- 
rietà somiglianti. E così pure non ci sarà conceduto di contemplare l’ occul- 
tazione lunare di Saturno, annunziata dalle effemeridi pel giorno 23 del venturo 
novembre alle ore 40 e mezzo della mattina, attesa l’invisibilità del pianeta di 
debolissimo lume nel pieno giorno. 


Adunanza della Sezione di Lettere 


26 Maggio 41858. 


Il Socio attuale e Tesoriere della R. Accademia sig. Carlo Borghi lesse una sua 
memoria sopra la patria di Carlo Goldoni, che forma parte di più ampio lavoro 
da lui intrapreso sulla vita del ristauratore del Teatro Italiano. In questa memoria 
il nostro socio, riconoscendo i diritti del Goldoni alla cittadinanza Veneta pei titoli 
di nascita e domicilio, comprova, colla scorta di autentici documenti come egli 
fu Modenese per l’ origine sua, per la cittadinanza conservata in Modena da’ suoi 
maggiori e da lui medesimo, avendo chiesta ed ottenuta, in qualità di suddito 
Estense, la licenza di assentarsi dallo Stato; per avere qui conservato il patrimo- 
nio dei suoi antenati, senza acquistare proprietà stabili nel Dominio Veneto; per 
essere stato qualificato come cittadino Modenese ne’ pubblici strumenti; e per 
. essersi dichiarato tale più volte egli medesimo. 

Il Socio attuale ed Archivisita della R. Accademia sig. conte Giovanni Fran- 
cesco Ferrari Moreni lesse una sua nota intorno alla vita e alle opere del 
dott. Antonio Moreali figlio del famoso dott. Giambattista Moreali. Ed accennate 
le poche notizie potute raccogliere intorno la sua vita, e gli ufficj che sostenne 
di medico di Collegio, di professore di storia naturale e prefetto del Museo della 
Università di Modena, diede contezza di alcuni opuscoli da lui pubblicati colle 
stampe, e di altri scritti inediti. Il nostro socio, trovandosi possessore dell’ elogio 
autografo recitato dal prof. Moreali in lode del cav. Antonio Vallisnieri seniore 
per l’ inaugurazione degli studi dell’ Università Modenese nel 25 novembre 1794, 
ha dato fine alla sua nota riportando l’ esordio di quell’elogio, e manifestando 
il voto che di tanti elogi d’ uomini illustri recitati come questo dal Moreali, 
nell’ annua ricorrenza del solenne riaprimento delle scuole Universitarie, sia 
continuata la pubblicazione che nel 41820 fu intrapresa sotto il titolo di asti 
letterarj della Città di Modena e Reggio. 


Le relazioni suddette sono state esattamente qui riprodotte dai numeri 16953 - 1698 - 1701 
del AMessaggere di Modena. 


XVIII 


Relazioni dell'Anno Accademico 1858-1859 


Adunanza della Sezione di Scienze 


40 Gennajo 4859. 


Fu aperta l’ adunanza dal Direttore della Sezione Cav. prof. Giuseppe Bianchi 
colla lettura d'una sua relazione intorno alla bella e grande Cometa del Donati. 
Esposto quanto di meglio potè raccogliere dai giornali ed atti accademici, non 
che quanto venne osservato in questa R. Specola circa la forma, splendore e 
cangiamenti di questo corpo celeste, per dedurne la verosimile costituzione fisica, 
il riferente vi aggiunse alcune proprie considerazioni toccanti specialmente l’ ana- 
logia dei caratteri, e le apparenze fisiche fra questa e la memorabil Cometa 
del 4811; a tale confronto porgendogli ampio soggetto ciò che di quest’ ultima 
ragionarono Guglielmo Herschel, Olbers, e con altri sommi il vivente Biot. Dalle 
forze, onde in vicinanza del perielio svolgesi la materia del nucleo cometico, ed 
hanno progressiva origine e formazione gl’ involucri del nucleo stesso e le lun- 
ghissime code, per avviso del relatore medesimo, potrebbe forse spiegarsi, e non 
inverosimilmente, l’ unico fenomeno sin qui osservato dello spezzamento della 
Cometa di Bicla in due, le quali proseguono a scostarsi 1’ una dall’ altra, e a 
percorrere ciascuna la propria orbita. Cita poi egli l’ osservazione fatta dal 
celebre Piazzì di un curioso e rapido movimento di sostanza luminosa che 
presentò la grande Cometa del 4844, il qual fenomeno, benchè non riprodotto 
nella Cometa del Donati, appoggerebbe tuttavia 1’ ingegnosa ipotesi dell’ Olbers, 
che nella costituzione appunto, e nei cangiamenti fisici delle Comete, abbia gran 
parte e cagione l’ elettricità, pensamento a cui fu pur condotto da quel feno- 
meno l’Astronomo di Palermo. Infine il riferente offrì un prospetto di dodici 
orbite paraboliche, e di otto elitiche ottenute per la Cometa recente da’ più 
abili calcolatori su la base delle migliori osservazioni, per le quali il ritorno più 
vicino della Cometa Donati, non può avvenire probabilmente se non se da qui 
a quindici o venti secoli. 

In pari tempo il nominato Direttore ha presentato agl’ intervenuti il disegno 
in litografia della sfarzosa Cometa, non che una collezione di mappe fotografiche 
della luna offerta in omaggio all’A. R. dell’ Augusto Sovrano dal nostro Socio 
Corrispondente al Collegio Romano P. Angelo Secchi. 

Il Socio prof. Geminiano Grimelli lesse in seguito una sua memoria sopra gli 
oggetti e mezzi indumentarii e vestiarii dell’ umana macchina vivente, il loro 
uso, ed abuso insano, rivolgendo specialmente simili considerazioni all’ abuso dei 
tessuti di lana, come fanella e maglie applicate sulla cute del petto con facile 
riscaldamento morboso dei visceri toracici fino anche alla loro infiammazione 
lenta e tisica. 

Egli si è quindi fatto a dimostrare il sistema vestiario dell’umana macchina 
vivente tanto più vantaggioso, quanto meglio acconcio a sostenere la salute nelle 
sue norme, e coi suoi contrassegni di testa fredda, petto fresco, ventre caldo, 


XIX 


braccia e gambe calde e riscaldate, madide e sudorose. Formola di salute atti- 
nentesi pure ai procedimenti respiratorii, sanguificativi di ossigenazione e calori- 
ficazione animale umana, che si avviano dal polmone lungo tutta la massa san- 
guigna, bensì con presso che pari intensità calorifica per ogni parte, ma con 
termico accumulamento maggiore al capo, al petto, al ventre, minore agli arti 
così toracici come addominali. 

Passate quindi in rassegna le diverse foggie di vestire riguardate nelle loro 
origini e specie, nei loro caratteri ed attributi in rapporto coi diversi luoghi, e 
colle varie stagioni, il nostro Socio si è fatto a dimostrare che nelle nostre 
regioni temperate sotto ai tessuti di lana la cute suole addivenire riscaldata, 
untuosa e fino all’ arsicio sordido, con manchevole traspiro sieroso, specialmente 
attorno al torace e sul petto, ove più fervendo, per applicate lane, il calore ani- 
male, ivi più la cute risulta untuosa, con escrementizio sucidume in contrappo- 
sizione al traspiro sieroso più sano. In pari tempo i tessuti di lana occasionano 
e promuovono sull’ organo cutaneo un eccitamento irritativo con eretismo va- 
scolare ed orgasmo nervoso tendente a diffondersi in via simpatica agli interni 
visceri con loro corrispondente funzione più o meno eccitata, o irritata fisiologi- 
camente, e patologicamente. Per il che nelle medesime nostre regioni temperate 
l’ uso d’infarcire il petto di lane coibenti il calore animale importa frequenti 
malanni flogistici ai visceri toracici, il che, disse il nostro Socio, d'avere in molti 
casi sperimentato e sopra individui da lui curati od anche sopra se medesimo. 
Sull’appoggio dei quali fatti e a fronte dei vantaggi che riportarono coloro tutti 
cui piacque adottare il nuovo sistema indumentario proposto dal Socio, se n° è 
egli dichiarato banditore, asseverandolo corrispondente alla sopra enunciata for- 
mola di salute. Trattandosi poi di infermi decombenti in letto per malanni flogi- 
stici al petto, inculca di graduare le coltri di lana dal petto ai piedi in ragione 
del morboso senso termico flogistico, e del suo alleviamento al petto stesso. 
Comunque però occorra di sollevare un individuo dalle abusate lane, avverte, 
che trattandosi di abitudini inveterate specialmente in individui deboli, giova dimi- 
nuirle gradatamente, e in pari tempo sopraccaricare le braccia con grosse mani- 
che dalle spalle alle mani, raddoppiandole cziandio dai gomiti alle mani stesse. 

Poscia il Socio e Segretario della Sezione prof. Giuseppe Generali lesse la 
prima parte di una memoria intorno ad un caso di Teratologia. Dimostrata 
I’ utilità di questo ramo di studio, viene alla descrizione della mostruosità che 
ha data luogo alla sua memoria e che presentasi in una giovane di 47 anni da 
lui curata in questa Clinica Chirurgica. Detta mostruosità consiste in un innesto 
sull’osso mascellare inferiore, d'altronde ben conformato, di un imperfetto altro osso 
mascellare sul quale sono impiantati cinque denti bene sviluppati, circondati da 
gingive, il tutto contenuto in una cavità orale accessoria, provvista di membrana 
mucosa, e di una cavità orale contornata da labbro: nella qual cavità orale acces- 
soria è segregato un umor salivale, e non vi ha comunicazione colla cavità orale 
naturale. Fan seguito alla descrizione della mostruosità alcune annotazioni sulla 
derivazione della parola mostro e sull’ opinione che i mostri si abbiano a consi- 
derare come scherzi di natura. Assegna a questa mostruosità il posto che deve 
avere nelle classazioni teratologiche. Dimostra come tale mostruosità sia rarissima 
a tale che, almeno per quanto è a sua cognizione, e sull’autorità del Geoffroy 
Saint Hilaire, non si conoscono esempii nella specie umana. 


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XX 


Passa in rivista le opinioni diverse sull’ origine delle mostruosità in genere e 
si attiene a quella delle cause accidentali, studiandosi poi di far comprendere il 
modo di formazione della mostruosità descritta. Terminò la lettura promettendo 
in altra tornata la seconda parte del suo lavoro riguardante le applicazioni tera- 
peutiche che se ne possono fare. 


Adunanza della Sezione di Lettere 


20 Gennajo 4859. 


Il Socio attuale e Tesoriere della R. Accademia sig. Carlo Borghi ha letto una 
sua memoria, che si connette con quella da lui precedentemente esposta nell’ adu- 
nanza del 26 maggio 4858 ad illustrazione della vita di Carlo Goldoni. In questa 
seconda memoria ha discorso intorno all’ educazione del riformatore del Teatro 
Italiano, prevalendosi di notizie che ha potuto raccogliere da documenti autentici. 
E come nella prima memoria gli venne fatto di confermare con nuovi ed auten- 
tici documenti il diritto di Modena di annoverare fra i suoi figli quel celebre 
uomo, così in questa ha potuto registrare particolarità e notizie di patrio decoro, 
indicando altresì con tutta certezza le case ove il poeta abitò quando fece sog- 
giorno in Modena o presso la sua Zia Virginia Goldoni Zavarisi, o nell’antica casa 
paterna ed avita; la quale ultima, ora distrutta, si trova compresa nel perimetro 
del nuovo Teatro Comunale di Modena. 

Il Socio attuale ed Archivista della R. Accademia sig. Conte Gio. Francesco 
Ferrari Moreni, facendo seguito a precedente suo rapporto, letto nella generale adu- 
nanza della R. Accademia del 47 dicembre 4858, ha dato ragguaglio di diversi 
Manoscritti esistenti nell’Archivio Accademico annunziando che si occupa indefessa- 
mente nel riordinare molte altre carte trovate nell'Archivio medesimo, delle quali si 
riserba di presentare in altra adunanza un Elenco generale. E non vuolsi ommettere 
che fra le cose menzionate v' ebbe un Elogio latino in lode del Marchese Luigi 
Rangoni, recitato in Modena nella Chiesa di S. Bartolomeo, per l’ inaugurazione 
degli Studii il 4 dicembre 41845 dal Padre Gaetano Baldelli, ora Canonico. Questa 
orazione applaudita assaissimo quando fu recitata, è venuta di recente per cura 
del nostro Socio ed Archivista, che l’ ottenne dal suo Autore, ad arricchire l’ Ar- 
chivio Accademico, ove si conservano molte altre memorie di quel nobilissimo 
Cavaliere che per tanti anni fu benemerito Presidente e Protettore amplissimo 
della R. Accademia. 

Da ultimo il Segretario della Sezione Cavaliere prof. Bartolomeo Veratti ha dato 
comunicazione di un lavoro del nostro Socio Corrispondente P. Bartolomeo Sorio 
D. O. di Verona ad illustrazione di tre laudi del B. Jacopone da Todi, che man- 
cano nella edizione citata dalla Crusca, e che per confronti da lui istituiti delle 
più antiche stampe con diversi pregevoli manoscritti sono state ridotte da lui a 
genuina lezione. Questo lavoro del nostro Socio Corrispondente sarà pubblicato 
quì in Modena negli Opuscoli Religiosi, Letterari e Morali, ne’ quali sono già 
stati inseriti altri simili Cantici emendati ed illustraci, e in avvenire sarà prose- 
guita la publicazione di quell’ antico poeta riducendone il testo a sana lezione, 
coll’ ajuto de' Codici e della Critica. 


a XXI 
Adunanza della Sezione d’ Arti 


. 29 Gennajo 1859. 


Il Direttore della Sezione sig. professore Cesare Costa trattenne gli Accademici 
col ragguagliarli intorno ad uno scavo fatto in Modena nel 4856 parte nell’ area 
della casa di proprietà Cornia, e parte nell’ area della nuova contrada Zucchina 
ove sbocca in quella denominata Gallucci. Descrisse la costituzione e giacitura 
planimetrica ed altimetrica degli oggetti che in esso scavo si rinvennero, cioè di 
un pavimento lastricato in marmo di Verona appartenente all’ antica Modena Ro- 
mana, di tre piedistalli con iscrizioni imperiali, e d’ altri monumenti ed avanzi 
antichi tanto di marmo che di mattoni; de’ quali oggetti e loro giacitura presentò 
altresì un apposito disegno geometrico di pianta cogli spaccati. Accennò poscia al 
modo onde gli venne fatto d’ investigare la presenza di tali oggetti d’ antichità, 
e come il felice riuscimento di detti scavi si debba alle provvide disposizioni 
emanate in proposito dall’ Eccelso Ministero dell’ Interno e dall’ Illustrissima Co- 
munità di Modena; al quale appoggio delle superiori Autorità dobbiamo, egli di- 
ceva, altresì gli altri più copiosi scavi che furono eseguiti nel 1844 e 45, i quali 
vennero pubblicati mercè le cure d’ una benemerita Società di cittadini, e ne 
compose erudita descrizione l’ Eccellenza del Generale e Maggiordomo Maggiore 
di S. A. R. Conte Luigi Forni. L’ illustre Direttore depositò agli atti dell’ Acca- 
demia il suddetto disegno e la succinta descrizione, nel desiderio che potessero 
servire di norma per la continuazione degli scavi fin qui regolarmente eseguiti; 
pe’ quali si potrebbe finalmente raggiungere lo scopo di formare una pianta di 
quest’ antica ed opulenta città che fu celebratissima Colonia Romana. Ed a fine 
di riuscire con maggior facilità nel bramato intento proponeva di invitare i signori 
Ingegneri esercenti perchè, qualora nel praticare scavi avessero a rinvenire qual- 
che avanzo di antichità, qualunque esso sia, tengano conto esatto della sua forma, 
qualità e giacitura, e insieme ne facciano rapporto a questa R. Accademia, la 
quale li accoglierebbe con favore, e conserverebbe ne’ proprj atti i praticati rilievi 
a lume e guida di chi in avvenire si vorrà occupare di lavori di questo genere. 

Poscia il prof. sig. Paolo Gaddi lesse una sua memoria sull’ arte della Lito- 
grafia in Modena. Premesso come l'invenzione di quest’ arte si debba al Bavarese 
Luigi Senefelder che la scoprì nei primi anni del corrente secolo, ma la palesò 
solo nel 4849; si fece a dimostrare coll’ appoggio dei fatti e di autentici docu- 
menti che il Modenese Giuseppe Gaddi, suo fratello, fu il primo in Italia che fino 
dal 4844 cominciasse ad istituire esperimenti dietro i quali giunse ad imposses- 
sarsi dell’ arte uuova e ad esercitarla. Espose come egli variasse i metodi litogra- 
fiei, usando ora l’ inchiostro direttamente sulla pietra, ora l’ applicazione indiretta 
di quello col mezzo del trasporto, quando l’ incisione, quando ancora la stampa 
con colori ad olio; e come giungesse ad ottenere siffatti risullamenti mercè in- 
cessanti e variate prove non solo per rinvenire gl’ ingredienti acconcii alle diverse 
preparazioni, ma per costruire eziandio i torchi ed altri istrumenti necessarii alla 
stampa litografica; che egli poi applicò agli scritti e disegni d'ogni genere, alla 
musica, alle mappe geografiche, alle carte da giuoco, e perfino a rendere più 
vaghi i lavori di trucciolo. Espose i favori e i privilegi a lui accordati dall’ Ec- 


XXII 


celso Governo, l’ onorificenza del diploma di Socio della patria R. Accademia nella 
Sezione d’ Arti, e come nel 1828 fosse invitato a Roma per assumervi la dire- 
zione di un istituto litografico presso l’ Ospizio Apostolico di S. Michele. Completò 
la storia della litografia in Modena indicando come nel 4840, ritirandosi dall’ eser- 
cizio di quest’ arte il Gaddi, gli subentrò il sig. Pio Gustavo Goldoni, la cui mercè 
e cooperazione del valente pittore sig. Carlo figlio di lui, si mantiene sempre in 
onore in questa Capitale l’ arte della Litografia. 


Adunanza della Sezione di Scienze 


40 Febbrajo 41859. 


Questa sezione tenne la consueta adunanza, la quale fu aperta colla lettura 
fatta dal Socio attuale prof. Pietro Doderlein di una sua Memoria sull’ origine e 
i progressi delle Scienze naturali, contemplandovi a preferenza quelle che si 
riferiscono al regno animale. In questa Memoria, addimostrati i vantaggi dell’eru- 


‘ dizione storica in ordine ad una Scienza così vasta quale è la Storia naturale, 


ed esposti i motivi che lo indussero al presente lavoro, divide il soggetto del suo 
discorso in cinque grandi periodi storici. Nel primo di questi riguardante le in- 
certe nozioni scientifiche de’ popoli più remoti, fa osservare, che lo studio della 
natura dovette esordire colla prima infanzia delle nazioni, ed essere coevo allo 
studio dell’ umana intelligenza. Fondandosi quindi su argomenti religiosi, geogra- 
fici e fisici dimostra che, a preferenza di altre opinioni, quella deve adottarsi che 
riporta il primo sviluppo dell’ umana società all’ Asia Centrale, e precisamente 
nelle regioni interposte fra l’ Eufrate e il Tigri, paese sopra ogn'’altro privile- 
giato dalla natura per mitezza di clima, e per copia de' prodotti naturali neces- 
sari all’ uomo. Viene quindi esponendo come le arti e le scienze fecero parte 
delle prime occupazioni delle genti, e come vennero perfezionandosi mano mano 
che progredirono nella vita sociale. Enumerati poscia i più antichi personaggi 
storici chè studiarono le leggi della Datura, discende a parlare dei singoli popoli 
dell’ antichità, e per primo degli Indi e dei Chinesi, de’ quali nota il carattere 
scientifico, lo stato industriale, le invenzioni, le scoperte, le opere pubbliche, le 
nozioni Cosmogeniche, Astronomiche e Naturali, rimettendo ad un’altra Seduta 
Accademica il proseguimento della sua lettura. 

Poscia il Socio prof. Geminiano Grimelli lesse una sua Memoria intitolata : Acqua 
di mare ridolla vinosa, potabile, salutare e resa inoltre aceto squisito e saluber- 
rimo, n Seroizio e vantaggio delle navi e dei vascelli, specialmente in circostanze 
di avarie delle acque potabili e di blocchi delle città marittime. Premette alcuni 
principi e schiarimenti sui metodi enologici già da lui pubblicati, per ottenere vini 
senza uva tanto fermentati, ossia procedenti da un mosto vinoso fermentescibile 
allestito sul tipo e in conformità di quello dell’ Uva, quanto non fermentati, ottenuti 
cioè col infondere nell’ acqua comune gli accennati materiali vinici. E in ordine a 
simili vini non fermentati richiama in ispecie quelli che si ottengono con un me- 
todo applicabile eziandio alle acque più impure e cariche di sali, ne’ quali i ma- 


XXIII 


teriali salini, per virtù di speciali sostanze tanniniche, restano parte disciolti, 
parte precipitati in sedimento a foggia di tartaro, o gruma. Applicate quindi tali 
mapiere di osservazioni e di sperienze all’ acqua marina è riuscito così a ridurla 
vinosa e salutare, e ciò con facile procedimento.- Che anzi con simile preparazione 
vinosa dell’ acqua del mare, ricavasi un sedimento salino, il quale addiviene ot- 
timo mezzo igienico a prevenire e curare specialmente le affezioni linfatiche e 
glandulari a preferenza altresì del tanto in oggi decantato olio di merluzzo, che 
pur deve ogni sua virtù agli stessi principii dell’ acqua del mare. Ridotta poi 
l’ acqua stessa in vinosa, potabile e salutare, il Socio nostro la rende eziandio 
aceto squisito e saluberrimo. Egli infatti avendo sottoposti ad esame i migliori 
nostri aceti detti dalsamici, ne ha riconosciuto i principii integranti, i quali asso- 
(ciati da lui in un composto anidro ne ha formato quasi un balsamo d’ aceto che 
infuso a decimi ne’ vini comuni li rende immediatamente aceti squisiti e saluber- 
rimi. Ridotta perciò l’ acqua di mare allo stato vinoso, infondendovi alcuni decimi 
di quel balsamo d’ aceto si rende anch’ essa subitamente aceto squisito e salu- 
berrimo a foggia appunto dei nostri aceti dalsamici, ed usata con olio d°’ ulivo 
e sale comune in condimento di erbaggi, o frutti mucilaginosi e glucosi, quali 
sono in ispecie le malve o zucche lessate, ne risulta un’ insalata gradevole, ali- 
mentare, e curativa di varie affezioni irritative, flogistiche specialmente croniche, 
gastroenteriche non che uropojetiche o urinarie. 

In conferma poi delle enunciate esperienze il nostro Socio ha promesso di 
trattenere gli Accademici nella futura adunanza della Sezione d’ Arti con un saggio 
pratico nel quale farà subire all’ acqua marina i suddescritti cambiamenti. 


Adunanza della Sezione di Lettere 


49 Febbrajo 1859. 


È aperta l’Adunanza dal Vice Segretario Generale prof. dottore Alessandro 
Puglia colla lettura d’ una parte dell’ Elogio del Cav. prof. Ab. Giovanni Battista 
Venturi da luì stesso recitato già nella Chiesa di S. Carlo per la solenne inau- 
gurazione degli studii nella R. Università. Richiamata da prima una Deliberazione 
della Direzione centrale, che stabilisce potersi comprendere nella stampa delle 
Memorie Accademiche gli Elogi letti nelle funzioni Universitarie per illustri uomini 
ascritti già all’ Accademia, qualora riletti nelle Adunanze della Sezione di Lettere 
ne sia dalla medesima collaudata la pubblicazione; e premesso 1’ avvertimento 
che il citato Elogio fu compilato in gran parte sopra la dotta biografia pubblicata 
anni sono in Reggio dal ch. Prof. Giovanni de’ Brignoli nelle notizie biografiche 
degli Scrittori degli Stati Estensi, passa il nostro accademico a dar lettura del 
suo componimento: e si porta in esso fino a quell’ epoca della -vita scientifica 
del Venturi, nella quale, dopo di avere occupato nel Seminario di Reggio le cat- 
tedre di Metafisica e di Geometria, tenne in Modena quella di Matematica elemen- 
tare e di Fisica generale e sperimentale, e coperse le cariche di Matematico 
Ducale e di Ingegnere dello Stato. Essendo scopo precipuo dell’ Elogio quello di 


XXIV 


presentare il personaggio encomiato sotto l’ aspetto di uomo straordinariamente 
sapiente, l'oratore si occupa in ispecial modo di far conoscere i pregi delle Opere 
importanti pubblicate dal Venturi nel tempo di sua dimora in Modena, che fu di 
Circa vent'anni; ed espone in proposito come questo raro ingegno in parecchi 
ramì di scienze e segnatamente nella Metafisica, nella Ideologia, nella Geometria, 
nella Dinamica, nell’ Ottica si facesse sin da’ primi esordii della sua carriera pro- 
motore di grandi ed utili avanzamenti, scopritore di nuovi trovati, ed emulatore 
de’ più insigni e famosi scienziati, de'quali notò pure e corresse non pochi errori. 

Il Socio attuale prof. dott. Pietro Doderlein prosegue le lettura della sua 
Memoria Storico-scientifica, e tratta degli antichi popoli stabiliti nell’ Eriene, e 
nelle regioni occidentali dell’ Asia, accennando come fra essi venisse in onore 
l’ Astronomia, l’ Agraria e la Coltura de’ fiori, onde seppero formare que’ famosi 
giardini pensili di Ninive e Babilonia che gli stessi loro Re non isdegnarono talvolta 
di coltivare. Fattosi quindi ad analizzare alcune idee Cosmogeniche che campeg- 
giano nel Zandevesta viene brevemente esponendo quale fosse lo stato delle arti e 
delle industrie sociali presso gli Antichi Caldei, Assiri e Persiani. Istituito poscia 
un confronto fra il carattere scientifico dei popoli orientali e degli occidentali, 
discende a parlare degli Egizii de’ quali accenna del pari le cognizioni Astrono- 
miche le idee Cosmogeniche ed Orografiche, enumera la vasta serie di industrie 
sociali e di arti da essi coltivate, e tratta delle loro cognizioni Alchimistiche e 
dell’ arte loro di imbalsamare i cadaveri e delle cagioni che gli indussero a tale 
costumanza. Indicati infine alcuni de’ principali monumenti nazionali degli Anti- 
chi Egizii, colla scorta delle indicazioni lasciateci dai migliori autori si prova di 
stabilirne l’ età, e l'epoca più verosimile di costruzione. 

Per ultimo il Socio attuale e Tesoriere signor Carlo Borghi legge una Memoria 
che fa seguito alle altre precedentemente da lui lette alla R. Accademia ad illu- 
strazione della vita di Carlo Goldoni. L’ obbietto speciale di questa Memoria è la 
Riforma Teatrale. Per essa si viene in cognizione che la Commedia intitolata la 
Vedova scaltra colla quale il Goldoni diede principio alla riforma del teatro 
Italiano fu per la prima volta recitata con applauso in Modena nella state dell’anno 
4748; e che essendo stata riprodotta con egual lode sopra le scene di Venezia, 
destò la gelosia e l’invidia di altri comici, che recitavano in quella illustre 
Capitale. 


Adunanza della Sezione d’ Arti 


98 Febbrajo 1859. 


. In coerenza della Memoria letta nella Adunanza 20 p. p. febbrajo della Sezione 
di Scienze di questa R. Accademia dal Socio prof. Grimelli intorno / Acqua di 
Mare ridotta vinosa, potabile, salutare, e resa inoltre Aceto squisito e salt- 
dberrimo, in servizio e vantaggio delle navi e dei vascelli specialmente in 
circostanze di avarie delle Acque potabili e di blocchi delle città marittime, 
e in conferma della promessa fatta di trattenere gli Accademici in una prossima 
Adunanza con un saggio sperimentale circa tale materia, il Socio stesso sì è fatto 
premuroso di offrire nella Adunanza di questa sera l’ accennato saggio pratico. 


XXV 


Egli quindi ha addimostrato in fatto che l’acqua di mare trattandola con un 
apposito speciale composto tanninico, questo si espande nella massa liquida dalla 
quale comincia ben presto a precipitare un copioso sedimento tanninico salso, 
restando così l acqua stessa dissalata ed acconcia a ricevere l'indole vinosa, 
potabile, salutare, siccome è stato eseguito nel corso della seduta accademica con 
varii saggi pei quali addivenne mirabile il riscontrare l' acqua di mare ridotta 
in breve da disgustosa e ributtante a vinosamente gustevole e potabile. 

Inoltre la stessa acqua fatta vinosa venne nella seduta medesima altresì resa 
Aceto squisito ed ottimo con infondervi un composto adatto, comprendente i 
principii integranti dei migliori nostri Aceti Ba/samici, e che l'illustre Socio 
ha dimostrato e dichiarato all’ Accademia quale Balsamo d’ Aceto. 

Anzi il Socio medesimo dopo di avere indicato all’ Accademia ogni principio 
scientifico e sperimentale in ordine a simile materia di pratica applicazione con 
economia e salubrità, ha nello stesso tempo dichiarato che andrà ben lieto, se, 
dietro il di lui avviamento, sarà riescito a promuovere in altri l’impegno di simili 
applicazioni pratiche in ogni possibile estensione. | 

Per ultimo ha dichiarato che se l’accennato metodo di ridurre l’acqua di mare 
da salsa e ributtante in potabile e salutare, non che in Aceto squisito e saluber- 
rimo, sia per ricevere l’ approvazione degli intelligenti, e l’ applicazione dei pra- 
tici, non che l’ incoraggiamento dei Governi provvidi, in tal caso il più gradito 
compenso gli sarà quello di ricevere il sedimento residuo alla riduzione dell’ acqua 
marina in vinosa, per avere così largo campo di applicarlo quale farmaco da lui 
pure riconosciuto utilissimo contro i malanni scrofolosi e strumosi. 

Di tal guisa ha dimostrato la più ardente brama di estendere vieppiù, special- 
mente fra gli infermi più disgraziati e bisognosi, le cure degli indicati malanni, 
alle quali è già inteso con osservazioni ed esperienze comparative circa i varii 
rimedi confacevoli alla loro guarigione, fra i quali ha specialmente rivolte le sue 
indagini al suddetto composto sedimentoso tannico salso, e al tanto rinomato 
Olio di Merluzzo, non che al farmaco morfistricnico con risultamenti vantaggiosi, 
Già in gran parte noti e pubblicati. 


Adunanza della Sezione di Scienze 


10 Marzo 4859. 


Il Socio prof. Paolo Gaddi legge una sua Memoria sopra un fatto avvenuto in una 
fanciulla da lui curata nel civico Ospedale, cioè della spontanea uscita di un pezzo 
di grossa spilla d’ acciajo dal lato interno del ginocchio sinistro. Rimosso da prima 
con varii argomenti il dubbio, che è primo ad affacciarsi alla mente, che la detta 
punta di spilla siasi insinuata nell’ organismo coll’ infigersi nella cute, e ritenuto 
piuttosto che debba essersi introdotta nello stomaco avvolta nel cibo; colla scorta 
delle migliori e più recenti nozioni di umana anatomia l'Autore si argomenta di 
tracciare la strada da essa percorsa fino a giungere nel luogo d’uscita. Correda poi 
questa sua memoria citando parecchi casi di cuori bovini, ne’ quali furono trovate 
infisse lunghe spille d’ acciajo, ed uno eziandio di cuore umano che si conserva 
nel patrio Museo. 

4 


XXVI 


Il Socio prof. Giuseppe Generali in continuazione della sua Memoria già letta 
nell’ Adunanza del 40 gennajo sopra un caso di feratologia consistente in una 
cavità orale accessoria in prossimità della naturale, si trattiene sul processo 
operatorio da lui applicato per l’ estirpazione dell’ indicata mostruosità. Premesse 
alcune ragioni sulla convenienza di procedere o no all’ operazione nel caso pre- 
sente, e considerato che in quanto al genere de’ mostri polignati non si trovano 
nelle storie dell’arte esempii di tentate ed eseguite operazioni, talchè conviene 
allora al chirurgo affidarsi alla analogia e al raziocinio, dichiara l’ Autore come 
appunto da questi mezzi fu condotto a giudicare non solo possibile l’ operazione, 
ma con ogni buon fondamento, di felice riuscita; e a questa di fatto si accinse 
il giorno 29 gennajo. L' operazione risultò alquanto complicata atteso che fatte 
le incisioni delle parti molli ed intrapresa la risezione della prominenza ossea 
coll’ uso della sega articolata di Jeffrey, non si potè con essa compiere il distacco 
della prominenza medesima per essersi incontrata la radice d’un dente non attac- 
cabile colle seghe ordinarie. Fu quindi necessario continuare ΰ operazione a colpi 
di scalpello e martello, ai quali cedè, frantumandosi irregolarmente, l’osso e si 
staccarono i denti. Levati i quali e i frammenti ossei, oltre ogni previdenza furono 
riscontrati altri sette denti sottoposti ai primi, che fu duopo svellere nello stesso 
modo. Ricomposto il lembo colle parti molli sovrabbondanti, ed arrestata l’ emor- 
ragia, che non fu molta, niun accidente successe da poi, sicchè l’inferma al 
decimo giorno poteva dirsi guarita, e il di 7 marzo si ricondusse alla propria 
casa scevra da ogni mostruosità, anche per fatto della cicatrice, la quale era 
lineare. 

Da ultimo il Direttore della Sezione Cav. prof. Giuseppe Bianchi ha data comu- 
nicazione di una Memoria del Socio attuale prof. Antonio Araldi sul calcolo appros- 
simativo degli integrali definiti. Premesso che la ricerca del valore numerico di 
un integrale /? dx f (x) definito fra dati limiti, espressa in termini geometrici 
equivale alla determinazione del valore dell’area della curva espressa dall’ equa- 
zione y — f (x), e limitata fra le ordinate corrispondenti aì valori a, è della x, 
l'Autore riduce il processo da esso proposto: 4° alla divisione dell’area mento- 
vata in un conveniente numero m di parti, mediante una serie di ordinate equi- 
distanti; 2° alla successiva sostituzione agli 7 archetti, nei quali venne pur anco 
diviso l’arco della curva, di quelli di altrettante parabole, prima del grado 8°, 
poi del 5° ecc., infine del grado 2 n +- 4, i quali abbiano cogli estremi comuni 
dei supposti archetti contatti corrispondentemente all’ordine 4, 2 ecc. nesimo. Trova 
quindi le formule, e determina l'ordine che regola il calcolo dell’ area per l’in- 
dicato modo sostituita a quella rappresentante il dato integrale definito, mostrando 
come per esso sì ottenga una serie di valori numerici, che sempre più oltre 
ogni limite si accostano al cercato, quanto maggiori si assumono i valori m, n. 
Applica infine il metodo esposto al calcolo di alcuni integrali definiti di valore 
conosciuto, nel che riesce palese, come quello guidi con qualche prontezza 
ai valori richiesti, e sia appropriato al calcolo delle tavole delle trascendenti 
espresso da integrali definiti, i cui valori non divengano, e non tendano. nel 
corso del calcolo a divenire infiniti, accennando la via a tentarsi, allorquando uno, 
od entrambi i limiti dati dell’ integrale eguaglino l’ infinito positivo, o negativo. 


XXVII 
Adunanza della Sezione di Lettere 


2A Marzo A859. 


Il Vice Segretario generale prof. Alessandro Puglia, aprendo l'adunanza, pro- 
segue e compie la lettura dell’ Elogio del Cav. Ab. Giambattista Venturi, inco- 
minciata già nell’ adunanza del 49 febbrajo p. p. Sono primamente materia al 
discorso le cose operate dal Venturi a Parigi nel 4796, quando fu ivi spedito dal 
regnante Sovrano Ercole III in qualità di Segretario di Legazione, ma in particolar 
modo si accennano gli studii colà da lui coltivati e le opere importantissime 
pubblicate con plauso universale in argomenti scientifici d’ ogni maniera, mas- 
sime d’ Ideologia, di Fisica sperimentale, di Ottica e d’ Idraulica, non che le 
scoperte ivi pur fatte ed illustrate di antichi Codici e manuscritti eminentemente 
preziosi in varii rami di fisiche e di matematiche discipline. Passa dipoi l’ oratore 
a far noto quanto operò il Venturi nella qualità d'uomo di Stato che ebbe inca- 
rico di assumere ripatriato da Parigi, risiedendo a Berna per circa dieci anni 
Incaricato d’ affari del Regno d’ Italia; e non lascia di menzionare le molte occu- 
pazioni scientifiche sostenute anche colà indefessamente nei pochi ozii concessi 
dalla Diplomazia. Ricorda infine con breve enumerazione storico-crìitica le opere 
principali pubblicate dal Venturi negli ultimi anni di vita che passò in Reggio 
sua patria ottenuto il riposo dalle funzioni politiche, e si studia di mostrare la 
valentia di quell’ uomo veramente enciclopedico e i titoli che gli danno diritto 
alle lodi e all’ ammirazione della posterità sui larghi avanzamenti arrecati a tante 
e tante parti dello scibile umano. 

Il Socio Conte Cav. Paolo Abbati Marescotti Vice Presidente della R. Accademia 
recita una sua poesia da lui intitolata alla sua Luigia. In essa l’ ispirazione poe- 
tica e l'appassionato eloquio non sono meno ammirabili che nei due rinomati 
Sonetti già da lui pubblicati sopra lo stesso argomento; tanto è vero che il poeta 
nelle grandi passioni è sempre grande. 

Da ultimo il Socio prof. Cav. Giuseppe Bianchi, richiamato fra ì molti scritti 
inediti del proprio fratello il fu prof. Giovanni, l’ elogio da lui tessuto al celebre 
Ab. Lazzaro Spallanzani, e recitato nella solenne riapertura e inaugurazione degli 
studii il dì 25 novembre dell’ anno 4827, ne ha fatto lettura all’ accademica Radu- 
nanza, come di lavoro che ben si accompagna col simile encomio al grande nostro 
Fisico Ab. Gio. Battista Venturi, tributato e riletto dal collega prof. Puglia; Jaonde 
può nascere desiderio ed esser bella cosa che l’ uno e l’ altro elogio inaugurale 
compajano insieme alla pubblica luce. Nell'attuale tornata è stata letta la sola 
parte che si riferisce ai meriti dello Spallanzani, considerato qual sommo Fisio- 
logista nell’ illustramento delle più astruse quistioni intorno l’ economia dell’ orga- 
nismo animale vivente, la- generazione e riproduzione, la circolazione del sangue, 
e la digestione degli alimenti; riserbandosi la lettura dell'altra parte dell’ elogio 
toccante i meriti del soggetto qual insigne Naturalista, alla prossima futura tor- 
nata accademica della Sezione di Lettere. 


XXVIII 
Adunanza della Sezione d’ Arti 


34 Marzo 41859. 


In questa adunanza il Socio prof. Grimelli ha trattenuto il Consesso accademico 
colla esposizione ed ostensione di un « Nuoco: Caffè in Pasta e in Pane a guisa 
di Cioccolatte squisito ed ottimo così per cibo come in bevanda tanto a freddo 
quanto a caldo e senza bisogno di zucchero. » 

Nel quale proposito ha preliminarmente accennato la dottrina, già altre volte 
da lui stesso esposta all’ Accademia medesima, e risguardante i cibi d’ ogni ori- 
gine e specie animale e vegetabile, costituenti e rappresentanti il vitto migliore, 
mercè l’ associazione di varie sostanze, quali le azotate albuminoidi plastiche orga- 
native, le carburo-idrogeniche combustibili respiratorie, le saline organigene eucra- 
siche, non che le innervative sensorie motrici, come gli alcaloidi, gli eterolei, gli 
aromi, gli alcooli, che stante la loro azione speciale sul sistema nervoso, valgono 
a promuovere, e a sostenere la nutrizione animale. Simili sostanze invero sussi- 
stono e riscontransi naturalmente e provvidamente associate nelle carni mange- 
reccie fornite di plastica fibrina, di adipe respiratorio, di sali eucrasici, non che 
di creatina, tirante di leggieri a creatinina innervativa, in sua azione sensoria 
motrice, riscontrandosi pure consimili sostanze nei frutti vegetabili inservienti al 
vitto migliore, avvegnachè muniti di materiali alhbuminoidi, di combustibili respi- 
ratorii, di salini eucrasici, ed eziandio, in buon dato, dei principî innervativi a 
forma di aromi, o di olii essenziali, come, nei cereali e legumi, non che a guisa 
alcaloidea di Teobromina e Caffeina, come nel Cioccolatte e nel Caffè. Dietro le 
quali maniere di osservazioni risguardanti la dieta meglio compita, e più salutare, 
il nostro Socio chiarissimo ha esposto speciali considerazioni circa i frutti più 
minuti di sostanze innervative sostenitrici della nutrizione, a fronte di ogni ten- 
denza denutritiva o dissolutiva, siccome quelli appunto del Cacao e del Caffè, 
avvertendo che, quanto è in uso vantaggioso preparare e ridurre il frutto del 
Cacao in un composto acconcio ed idoneo così per cibo come per bevanda, altret- 
tanto è finora rimasto fuor d'’ uso il preparare e ridurre il frutto del Caffè ad un 
simile composto da profittarne parimenti in via di cibo e di bevanda. Già il frutto 
del Cacao raccolto ed allestito, diseccato e torrefatto, quindi commisto a materiali 
aromatici zuccheripi, non che sottoposto a calore fondente, riducesi in una massa 
pastosa che, pel raffredìdamento, resta assodata nelle forme del noto Cioccolatte, 
ben nutrivo e sostenitore della nutrizione. Invece il frutto del Caffè, esso pure 
raccolto e diseccato, poi, tostato e macinato, anzichè ridurlo a pasta addolcita 
conservativa di ogni sua proprietà, suolsi piuttosto allestirlo in farina di leggeri 
svaporativa d’ ogni sua fragranza, facendone quindi sollecito infuso bollente e zuc- 
cherato nella ben nota maniera di bibita del Caffè, non tanto acconcia per mate- 
ria nutritiva quanto sostenitrice della nutrizione. 

Però il nostro Socio ha addimostrato nella Accademia che anche il frutto del 
Caffè prestasi ad essere preparato e ridotto in composto conforme a quello del 
Cioccolatte acconcio e idoneo così per cibo come per bevanda, risultando ognora 
fornito eminentemente di facoltà nutritiva, non che sostenitrice della nutrizione. Di 


i —————@<ss — 


XXIX 


tal guisa ottiensi, con ogni economia e salubrità il nuovo Caffè, siccome è invero 
stato offerto ai Socii Accademici, in pasta solida, compatta, secca, bruna, friabile, 
di sapore gradevole, fragrante di Caffè, specialmente soffregandola, o frantuman- 
dola, stemperandola o sciogliendola in acqua o latte. Conservantesi tanto meglio 
con simili proprietà, incorrotta ed inalterata, quanto più mantenuta fra le ordi- 
narie influenze atmosferiche difesa e sottratta così dall’ umido ammollitivo come 
da calore fondente. 

In tale stato compartecipante di Cioccolatte e di Caffè risulta il mezzo alimen- 
tare più sostanzioso e salutare, bene opportuno ed economico. Così è che nella 
modica quantità di una alle due oncie assunto come cibo riesce stomachico, nutri- 
trivo, non che sostenitore della nutrizione, risultando inoltre antidissolutivo, uti- 
lissimo contro le corruzioni gastriche, e le flatulenze fradicie, e il fiato puzzo- 
lente. Quindi assunto pretto o associato al pane comune, in via di companatico, 
e per tal guisa pasteggiato, con bibita di semplice acqua oltremodo confacevole 
a siffatto cibo, costituisce e rappresenta la base di ottimo pasto, sia per colazione, 
sia per desinare, sia per cena, con ogni vantaggio salutare ed economico. 

Lo stesso Caffè in pasta infuso poi da un quinto a un sesto nell’ acqua 
comune tepida, ovvero calda, o meglio bollente, somministra un’ ottima bibita 
caffeinica. In suo composto di materiali, per la massima parte, solubili nell’acqua 
in ragione della temperatura, comunica all’ acqua stessa le proprietà complesse 
di Cioccolatte e Caffè, ed ora piuttosto di Cioccolatte, or piuttosto di Caffè. Così 
è che ancor bollente ed emulsivo e torbido offre i caratteri piuttosto di Ciocco- 
latte, ed invece caldo, inchiarito, deposto, offre i caratteri di Caffè con un depo- 
sito sedimentoso esso pure gustevole, stomachico, nutritivo, salutare. 

Nuovo campo di osservazioni e di esperienze igieniche, dietetiche, sul quale 
l'Autore ha ottenuto immediatamente l’ approvazione e il plauso di tutti i Socî 
che hanno assaggiato il novello Caffè loro presentato, avendolo riscontrato squi- 
sito ed ottimo. Si aggiunge che l’ Autore stesso ha pure riconfermato, per mesi 
di seguito, su di se medesimo, in sua famiglia, non che fra varie persone, e 
presso diverse famiglie, il prefato Caffè utilissimo e vantaggiosissimo in via tanto 
di cibo quanto di bevanda. Avendolo in ogni modo, riscontrato un mezzo alimen- 
tare di un costo bensì decuplo circa dell’ ordinario pane nostrano, ma di una 
facoltà nutritiva più che decupla del pane stesso, con tutti i vantaggi inoltre per li 
quali si ottiene al tempo stesso un companatico sanissimo, ed una bibita salu- 
berrima. 

Per tutte le quali cose siffatto mezzo dietetico risulta in ogni caso utile e 
salutare, offrendosi eziandio acconcio e bene opportuno nelle condizioni e circo- 
stanze di carestie ed angustie di ogni specie alimentare, non che adatto e con- 
facevole alle provvisioni cibarie ossidionali e campali, ed altresì marittime e navi- 
gatorie. Laonde il nostro illustre Socio, ognora inteso al pubblico vantaggio, si è 
riserbato di tornare quanto prima ad intrattenere l’ Accademia circa questa stessa 
materia, addimostrando il metodo di preparazione in grande dell’ accennato nuovo 
Caffè ; con intendimento di applicarne ogni profitto in vantaggio di uno Stabilimento 
apposito ove accogliere ed assistere, curare e guarire i miseri infermi scrofolosi 
e strumosi, avendo egli continuo campo di riscontrare che tali malanni risultano 
tanto più facili a svolgersi e difficili a sanarsi, quanto più trattasi delle arie infette 
dei miseri casolari, non che di quelle ridondanti di ogni infezione nei comuni 
nostri Ospitali. 


XXX 
Adunanza della Sezione di Scienze 


AA Aprile 1859. 


Il Direttore della Sezione Cav. prof. Giuseppe Bianchi legge un saggio di 
Analisi Geometrica del Socio attuale prof. Antonio Araldi. Comincia questi dal 
lamentare, come le soluzioni analitiche di problemi Geometrici, ottenuti coi me- 
todi di Geometria a due a tre combinate riescono di frequente così singolari e 
complesse, che l’ animo dell’ Analista viene naturalmente tratto alla ricerca delle 
ragioni della loro complicazione, onde rintracciare altre vie che conducano a for- 
mule più semplici e regolari. Queste ragioni altro non sono che condizioni non 
considerate dal calcolo, perchè non memorate negli enumerati delle questioni di- 
scusse, ed alle quali quelle risultanze debbono altresì soddisfare. Desse possono 
sovente essere riconosciute col solo raziocinio, discutendo colla sola mente le 
proprietà, che oltre quelle dichiarate dai temi proposti devono venire adempiute 
dalle loro soluzioni, e possono servire a comporre le formule finali più semplice- 
mente, evitando le laboriose operazioni, cui incorre coll’ abbandonarsi all’ empi- 
rismo del calcolo. Seguendo questo metodo finora negletto, il ragionamento scor- 
rendo sempre per verità conosciute relative alla data questione, che non perde 
mai di vista, e senza introdurre nel calcolo alcuna incognita da determinare per 
mezzo dell’ eliminazione, giunge alle cercate risultanze. L’ Autore applica questo 
processo nel trattare parecchi problemi cardinali, rendendosi palese come possa 
condurre alla risoluzione di questioni di qualche importanza e complicazione. 

Il Socio prof. Geminiano Grimelli invitato a riferire all’ Accademia i risulta- 
menti delle sue osservazioni, ed esperienze, già intraprese, e condotte, fra noi, 
con ogni accuratezza, circa il malanno, che infesta in tutta l’ Europa, da alcuni 
anni, i bachi da seta, con tanto danno del prezioso prodotto serico; ha esposto 
in proposito le sue conclusioni circa le cagioni assegnabili, i sintomi manifesti, i 
rimedi utili del morbo in discorso. Egli ha quindi riferito, che tale malanno ben 
considerato e studiato in ogni possibile estensione nosologica, così sintetica come 
analitica, riscontrasi, ed offresi coi procedimenti e caratteri di una reale e vera 
peste, o pestilenza tutta propria degli animaletti bombicini, e della quale la Storia 
non ha giammai registrato alcun esempio consimile. 

Le cagioni di siffatto malanno pestilenziale le ha quindi indicate consistere 
in un influsso epizootico predisponente gli accennati animaletti ad infermare dietro 
il concorso delle comuni cagioni occasionali morbose, fra le quali la più grave sì 
ravvisa procedere dall’ infezione dell’ aria, sì facile a prodursi entro gli ambienti, 
ove allevansi i filugelli. 

Questo morbo intrinsecamente volto al discrasico dissolutivo, l' ha accennato 
prodursi e manifestarsi in due distinte forme, l’ una dell’atrofia petecchiosa, l’ altra 
dell’ ipertrofia adiposa, quali riscontransi talora fra i bachi da seta di un’ istessa 
partita, colla maggior disuguaglianza di sviluppo, restando però gli atrofici pre- 
stamente spenti fin dalle prime loro età ; mentre gli ipertrofici pervengono talora 
fin presso alle ultime età, rimanendo inerti, guasti, fracidi. 

In ordine poi ai varii mezzi preventivi di tale malattia, communicantesi suc- 


XXXI 


cessivamente di allevamento in allevamento, il nostro Socio ha avvertito che il 
seme di partite in incipiente e minima affezione risulta il peggiore con crescente 
propagazione della malattia; e che invece il seme di partite coll’infezione cresciuta 
. al massimo, suole riescire alla perfine idoneo ad allevamento immune dal morbo 
così rimasto pienamente esaurito. 

E fra i mezzi curativi ha richiamato i suffumigi disinfettanti solforosi prettì, 
non che solforosi empireumatici, da lui riconosciuti utilissimi sugli animaletti 
ammorbati tanto nelle età e forme di bruco, quanto nelle età e forme di farfalla. 
In ordine ai quali argomenti lo stesso nostro Socio ha richiamato i varii suoi 
articoli pubblicati fin dall’ anno p. p. nel Zacofilo Italiano diretto a Milano 
dall’ esimio Dott. Labus, non che nel Bullettino settimanale del Bacofilo stesso. 

Da ultimo il Socio prof. Cesare Razzaboni lesse una sua Memoria sugli ef- 
flussi dei liquidi dalle luci dei recipienti, nel caso che in questi affluisca un volume 
d’acqua diverso da quello che è erogato dalle luci. Tale quesito fu da lui diviso 
in tre problemi distinti a seconda che le luci sono fori, oppure laterali con 
altezza verticale comparabile col battente, ed infine scaricatori a fior d’ acqua. ‘In 
ciascun problema determina Ie formole tanto che le luci sieno libere, quanto che 
sieno soggette a rigurgito in altezza costante, o variabile. 

In seguito fa osservare, che quantunque le formole determinate faccian per la 
loro complicanza un grave contrasto colla semplicità, che a ragione è desiderata 
dai pratici, non si può prescindere, a meno di non mancare alla dovuta esattezza, 
di farne uso in tutti quei casi, in cui l’ acqua affluente produce un sensibile effetto 
sull’ efflusso. 

Chiude infine il suo lavoro notando, che quantunque le teorie, e le leggi che 
servono attualmente di base all’ idrodinamica, sieno assai semplici, tale semplicità 
si perde tostochè si traducono in termini finiti le equazioni differenziali del 
movimento delle masse fluide, e che quindi il campo di tale scienza resterà sempre 
assai ristretto finchè leggi più semplici, o nuovi processi dell’ analisi, o tutte e 
due queste cause riunite non le procurino l’ occasione di riuscire meno empirica, 
e più razionale. 


Adunanza della Sezione di Lettere 


48 Aprile 1859. 


Il Sig. Cav. prof. Giuseppe Bianchi prosegue e compie la lettura, già da lui 
cominciata nella precedente Adunanza della Sezione di Lettere, dell’ Elogio di 
Lazzaro Spallanzani composto dal defunto di lui fratello e nostro Socio prof. Gio- 
vanni Bianchi. 

Il Sig. prof. Geminiano Grimelli presenta e consegna un pacco suggellato di- 
retto dal Sig. Dott. Giuseppe Crema della Concordia con sua lettera, nella quale 
prega la R. Accademia a conservare in deposito il plico summenzionato che di- 
chiara contenere la descrizione d’ una nuova Macchina Pneumatica di sua inven- 
zione, all’ oggetto di assicurare così l’ identità e priorità della sua invenzione, 


XXXII 


Il Segretario della Sezione dà lettura di una Memoria del nostro Socio Monsig. 
Celestino Cavedoni, non presente a questa Adunanza, intorno alla quistione se 
Dante sapesse di Greco. 

Da ultimo il Socio ed Archivista della R. Accademia Sig. Conte Gio. Fran- 
cesco Ferrari Moreni legge una Notizia di due poesie pastorali, Ì’ una pressochè 
sconosciuta, di Francesco Torti, l’ altra del tutto inedita, dell’ Imolese Antonio 
Zampieri; e ragionando di questi valenti uomini, e de’ pregi de’ loro lavori, an- 
nunziò dè possedere molti sonetti inediti e autografi dello Zampieri predetto. 

Il medesimo nostro Socio presenta poi un suo Opuscolo stampato nel 4855 in 
soli 60 esemplari sopra la storia inedita degli Accademici Lincei di Roma dell’ Ab. 
Francesco Girolamo Cancellieri, che si conserva nella Vaticana. La quale Storia 
più ricca e compita delle altre composte precedentemente gioverebbe assai all’ il- 
lustrazione di varii punti di storia letteraria, concernenti anche la nostra Città, e 
fra gli altri quello sulla quistione insorta tra il Bianchi ed il Vandelli, se Ales- 
sandro Tassoni fosse o no compreso nell’ Accademia dc’ Lincei. La generosità del 
Governo Pontificio nell'avere acquistato per un migliaio di scudi quel MS. del 
Cancellieri, ha conservato alla Storia letteraria notizie importantissime, delle quali 
e delle altre con indefessa diligenza ed amore raccolte dall’ egregio Principe 
D. Baldassare Boncompagni sperasi di vedere pubblicati i risultamenti. 


Le relazioni suddette sono state esse pure esattamente qui riprodotte dai numeri 1798 - 1800 
- 1807 - AGLA - 1845 - 1819 - 1833 - 1824 - 1853 - ASSO - 1840 del Messaggere di Modena. 


STATUTO 


REGIA ACCADEMIA 
SCIENZE, LETTERE ED ARTI 
IN MODENA 


Proclamato nel Marzo 1860 


— REI za 


Le accodo di Scienze, Lettere ed Arti residente in 
Modena, atteso il triplice scopo cui rivolge i proprj.studi, 
si divide in tre corrispondenti Sezioni. Tale divisione per 
altro risguarda la materia, non già le persone, di guisa che 
ogni Socio appartiene indistintamente a tutte e tre le Sezioni. 

Ciascuna di esse ha il proprio Direttore al quale spetta 
esclusivamente la nomina del rispettivo Segretario trascelto 
fra i Socj attuali; ed ha inoltre il proprio Lava eletto 
in adunanza generale dei Soc]. 


II. 


Il Corpo Accademico formato da queste tre Sezioni, e 
dai Socj di cui si dirà in seguito, è regolato da una Dire- 
sione Centrale composta del Presidente che ne è il Capo, 

5 


XXXIV 


dei tre Direttori delle Sezioni, del Segretario Generale, e 
del Vice-Segretario. Spetta singolarmente alla Direzione l’esa- 
minare e predisporre gli oggetti per le generali Adunanze 
formandone le proposizioni per le massime da adottarsi. 
Ad essa è affidato inoltre il Giudizio delle produzioni da 
leggersi in caso di pubblica adunanza, ovvero da stamparsi 
con qualifica di speciale pertinenza dell’Accademia. Ma per 
tale ufficio si associa i tre Censori addetti a ciascuna Se- 
zione, siccome fu avvertito nel $. antecedente; ed anzi 
ne’casi straordinarj, e massimamente pel Giudizio sulle pro- 
duzioni da pubblicarsi, può chiamare a se tre altri Soc] a 
proprio beneplacito. 


III. 


É ufficio del Presidente il mantenere in osservanza le 
discipline accademiche, il provvedere all’ uopo, in unione 
colla Direzione Centrale, ne’ casi dubbj, o non previsti, o 
dove l’ urgenza lo esiga, e il convocare straordinarie adu- 
nanze così generali, come speciali di ciascuna Sezione. Ha 
poi il personale privilegio, all’ evenienza di particolari e 
straordinarie circostanze, di nominare uno o più Soc} ono- 
rarj o corrispondenti di riconosciuto merito scientifico, let- 
terario o artistico, senz’ uopo d°’ interrogarne il voto acca- 
demico. 


IV. 


I Direttori oltre al presiedere rispettivamente alla pro- 
pria Sezione, procurando dai Socj materia per le speciali 
adunanze, esercitano per turno le funzioni del Presidente 
ove questi sia impedito o assente. Il turno è determinato 
dal periodo non interrotto in cui il Presidente per qual- 
siasi causa non possa esercitare le proprie funzioni. 


V. 


Il Segretario Generale ha per ufficio la redazione degli atti 
delle Adunanze generali, e di quelle della Direzione Centrale, 
la regolare tenuta dei registri, la corrispondenza accademica, 
l’ ordinaria esposizione o relazione da leggersi all’ apertura 
dell’ anno Accademico dei lavori prodotti nell’ anno antece- 
dente nelle tre Sezioni, e la cura per l’esatta pubblicazione 
delle Memorie e degli Atti dell’ Accademia. 


VI. 


Il Vice-Segretario coadjuva il Segretario Generale, ed in 
caso di assenza o d’ impedimento ne fa le veci. 


VII. 


Dipendenti immediatamente dal Presidente e dalla Dire- 
zione Centrale sono il Bibliotecario, l’ Archivista, il Teso- 
riere, e \ Economo; ed essi tutti disimpegnano i proprj 
ufficj giusta appositi Regolamenti. 


VIII. 


I Socj si distinguono in Attuali, Soprannumerarj, Per- 
manenti, Corrispondenti, e Onorarj. 


IX. 


I Socj Attuali debbono appartenere per dimora alla Pro- 
vincia di Modena. ll loro numero non può eccedere i 4o 
individui, tra i quali 30 almeno dimoranti nella città. È 
loro dovere |’ intervenire alle Adunanze generali, e alle 
speciali delle varie Sezioni, e il leggervi, o il presentare 
all’ Accademia ‘un qualche lavoro proprio, ad ogni triennio, 


XXXVI 
restando esenti peraltro da tale presentazione il Segretario 
Generale, e que’ Socj che per due volte in un triennio 
avranno appartenuto a Commissioni le quali abbiano pro- 
dotti Rapporti per oggetti scientifici, letterarj o artistici. 
Mancando alle sovraindicate condizioni, cesseranno i Socj di 
appartenere alla classe degli Attuali, e passeranno a quella 
dei Soprannumerar]. 


X. 


Tali Soc} Soprannumerarj sono esonerati da qualunque 
obbligo accademico, non vengono più eletti a cariche, o 
ammessi a deliberazioni; possono per altro intervenire alle 
Adunanze speciali delle Sezioni, e presentando in seguito 
all’ Accademia qualche lavoro proprio, hanno diritto ad 
essere riammessi, alla prima vacanza, nella classe degli 


Attuali. 
XI. 


I Socj che ad epoche diverse ebbero presentate all’ Acca- 
demia Sei Memorie, hanno diritto di passare per titolo di 
benemerenza nella classe dei Socj Permanenti. Questi godono 
di tutti i privilegi dei Socj Attuali, senza il dovere di pre- 
sentare ulteriori Memorie, o produzioni di sorta. 


XII. 


Pei Soc] Corrispondenti richiedesi la qualità di estranei 
per domicilio alla Provincia di Modena, e di un distinto 
merito letterario o scientifico o artistico, nella circostanza 
di avere inviate all’ Accademia Memorie od Opere che. ab- 
biano ottenuto il favorevole suffragio della medesima, 


XXXVII 


XIII. 


I Socj Onorarj finalmente sono quelli la celebrità dei 
quali è tale, che l’ Accademia si onora di inscriverne i 
nomi nel proprio Albo. Questa classe di Socj non ha ob- 
bligo alcuno. 


XIV. 


Il numero di tutti i Socj sin qui discorsi è indeterminato, 
meno quello degli Attuali. ( V. il $. IX.) 


XV. 


Le nomine de’ $ocj, e le elezioni del Presidente e di qual- 
siasi altra carica Accademica, in fuor di quella de’Segretarj 
speciali delle Sezioni (V.il $.I.) spettano all’ intiero Corpo 
Accademico, il quale procede sempre a votazione segreta, 
e decide a maggioranza relativa di voti, richiedendosi indi- 
spensabile per la validità di ogni deliberazione il numero 
di 15, e per la sola elezione del Presidente quello di 20 
individui votanti. Ove dallo spoglio delle schede risultasse 
un numero pari di suffragi per due individui, si procederà 
ad una seconda votazione segreta, con voto di preponde- 
ranza al Presidente o al Direttore che ne fa le veci, se 
siavi numero pari di votanti. I due individui sui quali 
cadrà la seconda votazione non saranno ammessi a votare. 


XVI. 


Qualunque carica, o speciale delegazione Accademica deve 
sempre cadere fra i Soci attuali. La durata in ogni carica 
è di un triennio, scorso il quale peraltro può farsi pg 
alla rielezione. 


XXXVIII 


XVII. 


L’ Anno o Periodo Accademico incomincia col Novembre, 
e termina col Giugno successivo. Nel primo mese ha luogo 
l’annua generale Adunanza per la relazione del Segretario 
Generale sui lavori dell’ anno precedente, e pel reso-conto 
dell’ Amministrazione, come anche per qualunque delibera- 
zione -0 provvedimento di massima che potesse occorrere; 
perciò l’ Adunanza può essere prorogata pel numero occor- 
revole di tornate. Le Adunanze speciali di ciascuna Sezione 
si terranno, ad invito del rispettivo Direttore, in un giorno 
di ogni mese, ed avranno per oggetto la lettura di Memo- 
rie, Rapporti accademici ecc. spettanti alla Sezione mede- 
sima, o di mista materia. 


XVIII. 


Se avranno a tenersi Adunanze pubbliche, ne verrà fissato 
il giorno dal Presidente, ed annunziato due mesi innanzi, 
con invito ai Socj attuali di convenirvi con loro produzioni, 
sotto le osservanze prescritte al $. II. 


ELENCO GENERALE DEI SOCJ 
_ NELL ANNO 
1861 


peo — 22 


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PRESIDENTE 


MaLmusi Cav. CARLO 


SEGRETARIO GENERALE 
Spallanzani Dott. D. Luigi 
VICE-SEGRETARIO GENERALE 
Puglia Cav. Prof. Dott. Alessandro 
BIBLIOTECARIO 
Ferrari Can. Prof. D. Teodoro 

© ARCHIVISTA 
Ferrari Moreni Conte Gian-Francesco 
TESORIERE 
Borghi Sig.. Carlo 
ECONOMO 


Camuri Prof. Ing. Dott. Antonio 
6 


XLII 


CARICHE DELLE SEZIONI 


DIRETTORI 


Per le Scienze Puglia Cav. Prof. Dott. Ales- 
. sandro 

Per le Lettere Vaccà Cav. Prof. Dott. Luigi 
Per le Arti Costa Cav. Prof. Ing. Cesare 


CENSORI 


Per le Scienze Gaddi Cav. Prof. Dott. Paolo 
Per le Lettere Cavazzoni Pederzini Fortunato 
Per le Arti Campori Marchese Giuseppe 


SEGRETARI 
Per le Scienze Doderlein Prof. Dott. Pietro 


Per le Lettere Raisini Avv. Prof Guglielmo 
Per le Arti Celi Prof. Dott. Ettore 


XLHI | 


SOCI PERMANENTI 


Amici Prof. Cav. Gio. Battista 
. Araldi Prof. I Antonio 


Bianchi Prof. Giuseppe . 
Borghi Sig. Carlo 


Cavedoni Mons. Cav. Prof. D. Celestino 
. Costa Cav. Prof. Ing. Cesare 
Cugini S. E. Revma Francesco Emilio 


Gaddi Cav. Prof. Dott. Paolo 
Galvani Mons. Can. Conte D. Cesare 
Grimelli Cav. Prof. Dott. Geminiano 


Malmusi Cav. Avv. Carlo 
Marianini Prof. Cav. Stefano 


Parenti Prof. Marc’ Antonio 
Raffaelli Mons. Pietro 


Veratti Avv. Bartolomeo 


ALIVO 


—’ SOCI ATTUALI 


Abbati Marescotti Conte Paolo 
Antonielli Prof. Dott. Giuseppe 


Bernardi Prof. Ing. Dott. Antonio 
Bezzi Prof. Dott. Giovanni 

Bosellini Prof. Avv. Lodovico 
Bruni Prof. Dott. Luigi 


Campori March. Cav. Cesare 
Campori March. Giuseppe 

Camuri Prof. Ing. Dott. Antonio 
Carbonieri Avv. Senatore Francesco 
Carbonieri Cav. Avv. Luigi 
Casarini Prof. Dott. Giuseppe 
Corradi Prof. Dott. Alfonso 
Cavazzoni Pederzini Fortunato 

Celi Prof. Dott. Ettore 


Doderlein Prof. Dott. Pietro 


Ferrari Can. Prof. Dott. D. Teodoro 
Ferrari Moreni Conte Gian Francesco 


Gandolfi Prof. Dott. Giovanni 
Giacobazzi Conte Luigi 
Guaitoli D. Paolo 


Malatesta Prof. Cav. Adeodato 
Marianini Prof. Ing. Dott. Pietro 


Palmieri Commend. Avv. Vincenzo 
Puglia Cav. Prof. Alessandro 


Raffaelli Avv. Giovanni 

Raisini Prof. Avv. Guglielmo — 
Razzaboni Prof. Ing. Dott. Cesare 
Ricci Prof. D. Domenico 

Ruffini Prof. Ing. Dott. Ferdinando 


Sabbatini Cav. Mauro 
Sandonnini Avv. Giudice Claudio 
Savani Prof. Dott. Alessandro 
Spallanzani Dott. D. Luigi 
Storchi Prof. Ing. Dott. Felice 


Tarasconi Prof. Dott. D. Giovanni Battista 
Todde Avv. Prof. Giuseppe 


— Vacca Cav. Prof. Dott. Luigi 
Vecchi Cav. Dott. Giovanni 
Vella Cav. Prof. Dott. Luigi 


SOCI CORRISPONDENTI 


Arneth Vienna 
Auer Prof. Luigi Vienna 


Berti Dott. Antonio Venezia 

Bertoloni Commend. Antonio Bologna 
Betti Prof. Enrico Pisa | 
Bianconi Prof. Cav. Gio. Giuseppe Bologna 
Bompani Prof. Luigi Rio Janeiro 


Catullo Prof. Tommaso Padova 
Checucci P. Alessandro Roma 


Del-Rio Prof. | D. Prospero Reggio 
Dietrichstein Conte Maurizio Vienna 
Dini Prof. Olinto Castelnovo di Garfagnana 


Flauti Cav. Vincenzo Napoli 
Giorgini Cav. Gaetano Firenze 


Lombardini Ing. Elia Milano 


«Manno Barone Senat. Giuseppe Torino 
Maravigna Catania 

Meneghini Prof. Giuseppe Pisa 
Montanari Cav. Ignazio Osimo 


Panizza Prof. Senat. Bartolomeo Pavia 
Parmeggiani Prof. D. Giuseppe Reggio 
Piani Domenico Bologna 


Ricci March. Cav.' Amico Bologna 
Romani Cav. Felice Torino 
Russegger Giuseppe Vienna 


Sambuy March. Cav. Emilio Torino 

Sauli d'Igliano Conte Senat. Lodovico Torino 
| Selvatico March. Pietro. Venezia 
Sismonda Cav. Prof. Eugenio Torino 
Sismonda Cav. Angelo Torino 

Sorio P. Bartolomeo Verona 

South Sir James Londra 


Tavani Mons. Francesco Roma 
Tenerani Cav. Pietro Roma 


XLVIII * 


SOCI SOPRANUMERARI 


Amici Prof. Dott. Vincenzo 


Biagi Prof. D. Michele 
Boni Sig. Giuseppe 


Campilanzi Ing. Emilio 

Carpi Cons. Avv. Francesco 
Cavedoni Arcip. Mons. Pietro 
Chiesi Commend. Senat. Avv. Luigi 


De Meis Prof. Dott. Camillo 


Fabiani Can. Prof. Giuseppe 
Ferrari Dott. Giuseppe 
Forni Conte Giuseppe 

Forni Conte Luigi 


Galvani Conte Cav. Giovanni 
Gandini Conte Dott. Pietro 


Mayer Prof. D. Fedele 

Molza March. Giuseppe 

Montanari Cav. Prof. Senat. Antonio 
Muratori Cav. Cons. Avv. Pietro 


Pepoli March. Comm. Gioachino Napoleone 
Poletti Cav. Prof. Dott. Luigi 


Riccardi Prof. Antonio 
Riccardi Ing. Francesco 


*° Selmi Prof. Cav. Francesco 


Spaventa Prof. Bertrando 


Viani Cav. Prof. Prospero 
Vischi Prof. D. Luigi 


Zini Cav. Avv. Luigi 


SOCI ONORARII 


Babbage Carlo Cambridge 

Belli Cav. Prof. Giuseppe Pavia 
Becquerel Prof. Antonio Parigi 

Biot Cav. Prof. Gio. Battista Parigi 
Brewster David Edimburgo | 
Bufalini Sen. Cav. Prof. Maurizio Firenze 


Cantù Cav. Cesare Milano 
Carlini Commend. Francesco Milano 


[nd 
4 


Cavour S. E. Cav. Gran Cordone Conte (Ca- 
millo Torino 

Centofanti Cav. Senat. Silvestro Pisa 

Cibrario Cav. Senat. Luigi Torino 


D'Azeglio March. Senat. Massimo Torino 
De-Gasparis Cav. Prof. Senat. Annibale Napoli 
De Renzi Prof. Salvatore Napoli 


° Encke Gio. Francesco Berlino 


Farini Cav. Luigi Carlo Torino 
Ferrucci Prof. Michele Pisa 


Herschel Gio. Federico Guglielmo Londra 
Jacini Cav. Avv. Pietro Torino | 


Labus Dott. Pietro Milano 
Leverrier Prof. Senat. Urbano Parigi 
Liebig Cav. Barone Giusto Monaco 


Mamiani Della Rovere Conte Terenzio Torino 
Manzoni Cav. Senat. Alessandro Milano 
Matteucci Prof. Senat. Carlo Pisa 


Mittermayer Prof. Carlo Heidelberg 
Moris Commend. Senat. Giuseppe Torino 
: Mossotti Cav. Senat. Ottaviano Pisa 


Piria Commend. Prof. Raffaele Torino 
Plana Bar. Senat. Giovanni Torino 
Puccinotti Senat. Prof. Francesco Pisa 


Ridolfi March. Senat. Cosimo Firenze 
Regnault Prof. Enrico Vittore Parigi 


‘Santini Prof. Commend. Giovanni Padova 
Savi Prof. Cav. Paolo Pisa 
Sclopis Conte Senat. Federico Torino 
Secchi P. Angelo Roma 
Struve Consiglier Federico Pietroburgo 


Treviranus Ludolfo Bonna 


LI 


LIII 


Relazioni dell'Anno Accademico 1859-1860 


Adunanza della Sezione di Scienze 
24 Gennajo 1860. 


Il Socio Sen. Francesco Carbonieri lesse un suo scritto sulla assicurazione mutua 
forzosa contro ìî danni degli Incendj, comandata ed imposta ai possessori di terreni 
e case con Decreto 13 Gennajo 18441 da Francesco d’Este. Esposte le tristi origini 
di questo ducale pensiero ( che furono appunto nel momento in cui quì da tutte 
parti irrompevano le assicurazioni a premio fisso) e mostrato com’ esso sino 
dal suo primo sviluppo ebbe per le intrinseche sue imperfezioni a patire subite 
e moltiplici modificazioni, discorreva della ingiustizia che originariamente e radi- 
calmente lo viziava, quale è quella che dalla violenza indebita si partorisce: 
perchè, diceva il Disserente, niuno può essere astretto a stare in società contro 
sua voglia, e molto meno a largire il suo per gli accidentali infortunj d’ altrui. 
Oltrechè peccava d’ ingiustizia ancora per la non equa distribuzione del dividendo 
passivo, essendo chiamate le terre ad assicurare le case, specialmente quelle delle 
Città e dei Borghi. Era forse compatibile, diceva il Disserente, che le case assicu- 
rassero le case, che le terre con casa assicurassero le loro sorelle, ma che i ter- 
reni con casa o senza assicurassero quelle delle Città, e de’borghi fu esorbitanza 
incredibile a pensarvi. 

Intendeva poi a provare come oltre al vizio organico della violenza e dell’ingiu- 
stizia, cumulasse in se tutti gli altri peccati di che queste moderne assicurazioni 
vanno a gran dovizia fornite. E pretendeva addimostrare che qualunque assicura- 
zione la quale si estenda ad infortunj cui la mano dell’ uomo può a suo talento 
procacciare o nò, si tramuta ben presto in vilissima ed iniqua speculazione e 
corrompe ambe le parti, l’ assicuratore invogliandolo a più lento guadagno coll’au- 
mento de’ Socj, l’ assicurato, sforzandolo a sottrarsi o almeno a diminuire con 
un provvido incendio il danno ehe dalla inecitabile necessità di rifrabbricare gli 
proviene. E voleva provare questo assunto collo esempio delle civiltà antiche, 
specialmente della Romana, che non pensò mai ad altre assicurazioni che a quelle 
che pienamente erano sottratte alla volontà dell’ uomo come la Marittima, e 
collo esempio delle moderne sulla grandine, sulla tempesta di mare ecc. che o 
sono astrette a porre premj altissimi od a morirsi d’ inedia. Nè ostavano a que- 
sta sua opinione gli abbastanza onesti riuscimenti di quelle sulla vita, e l’uso anti- 
chissimo .de’ vitalizj, perchè in questi casi la moralità è difesa dalle invincibili 
repugnanze della umana natura allo assassinio, repugnanze che non si verificano 
nello incendiare la propria casa. È lieve peccato, è cosa da scherzo rubare con 
un provvido incendio o allo stato, o alle ricchissime ed avidissime Compagnie 
Assicuratrici una lieve somma, che sola però basterebbe a rovinare lo assicurato. 
E che lo effetto di queste immorali allettative fosse grande, e certo, si affidava 
mostrarlo colle cifre degli Incendj e degli Indennizzi, che cominciati il primo 
anno d' assicurazione con poco più di L. 46 mila crebbero regolarmente ogni 


LIV 


anno a proporzione che le popolazioni intendevano la iniqua lezione dell’ inte- 
resse sino a salire negl’ ultimi a L. 280 mila ed a L. 800 mila. 

E svolgeva altri argomenti di convenienza e tutti pratici, che avrebbero con- 
sigliato l’ abolizione di questa Assicurazione , ch’ Egli, assieme alle altre a prezzo 
fisso, non si peritava di chiamare fomentatrici di pubblica immoralità. E final- 
mente, ponendo per incontrastato che non la filantropia, o la carità Cristiana avea 
dato vita in pacsi grandemente ( per non dire eccessivamente ) industriali a que- 
sto genere d’ istituzioni, lamentava la bonarietà de’nostri Economisti che le presero 
a lodare come sovrane riparatrici d’ un danno, cui la mancata solerzia de’ pos- 
sidenti (appunto per la certezza dello indennizzo) la seduzione onnipotente dello 
esempio, lo allettamento delle indennità, ad arte larghe e agevolate negli anni 
primi d’ esercizio, ad incoraggiamento ad assicurarsi, hanno reso frequentissimo, 
e insopportabile, di raro anzi rarissimo ch’esso era prima, e di sopportabilissimo 
o ai mezzi finanziarj del percosso dallo incendio o alla pubblica carità, che lar- 
gamente al bisogno vero soccorreva. Le quali cose hanno nelle nostre plebi gene- 
rata la convinzione, che gli incendj invadono di pari passo colle assicurazioni i 
paesi, e perciò corrono affannosi ad assicurarsi, volenti o nolenti, con una vera pub- 
blica violenza in tempi che pure si dicono (ed è sperabile che siano ) di libertà. 


Adunanza della Sezione di Lettere 
A Febbrajo 1860. 


Il Socio Marchese Giuseppe Campori lesse una sua relazione della Gollezione 
di Manoscritti del Marchese Gherardo Rangone Terzi da esso depositata nella 
Imperiale biblioteca di Vienna, e di altre spoglie letterarie e artistiche italiane 
trasportate in quella città. Dopo aver esposto i meriti acquistatisi dal Rangoni 
come ministro, come letterato e come scienziato, promovendo le riforme civili e 
il pubblico insegnamento, e narrato come egli in causa dell’ invasione francese 
pigliasse stanza in Vienna dove morì; diede un ragguaglio sommario dei codici 
che componevano la detta collezione, deplorando l’ atto inconsulto del Rangoni 
che nella cessione della medesima anteponeva una città straniera al paese nativo. 
Entrò quindi ad enumerare i molti spogli di manoscritti e di preziose opere 
d’ arte perpetrati dal governo austriaco nella Lombardia e nelle provincie venete 
e principalmente in Venezia e concluse esprimendo il voto che il nuovo muta- 
mento delle condizioni politiche dell’ Italia avesse a segnare il termine delle rapine 
dei forestieri. Da 


Adunanza della Sezione d’ Arti 
40 Febbrajo 1860. 


Il Socio prof. Paolo Gaddi partecipa alla R. Accademia l’istituzione di un labo- 
ratorio di cera e la nomina di un Modellatore presso il Museo di Anatomia 
Umana di questa R. Università. Dimostra come l’ arte di lavorare la cera, facen- 
dola servire all’imitazione di oggetti naturali, segnatamente in servigio delle 
scienze fisiche, sia stata, fino da remoto tempo coltivata in Italia e principalmente 


LV 


in Firenze. Presenta alcuni saggi di Anatomia. fisiologica e patologica eseguiti 
dal Sig. Remigio Lei, già nominato Modellatore, ed espone la speranza, che questa 
provvida deliberazione del Governo serva all’ incremento del Patrio Museo, al 
decoro della nostra Università, ed all’ utile della scienza, poichè quest’ arte può 
essere con sommo vantaggio applicata non solo all’ imitazione dei preparati di 
Anatomia fisiologica e patologica, ma bensì alla microscopia, col riprodurre ingran- 
diti nelle proporzionate dimensioni, oggetti sottratti all’ ordinario potere visivo. 


Adunanza della Sezione di Scienze 
A Marzo 4860, 


Il Socio Mauro Sabbatini lesse la 1.° Parte della Prefazione d’ una sua opera 
inedita, che ha per titolo Repertorio universale delle Scienze Metafisiche, Morali, 
Economiche Politiche. In questo lavoro l’ autore prende le mosse dalle sublimi 
prerogative di cui il Creatore ha voluto fornire la sua creatura prediletta, e dopo 
d'aver accennato la nobile tendenza che ha l’uomo al sapere ed alla scienza, 
mostra quanto 8’ ingannano certi abbietti ingegni che negano all’ umano intel- 
letto la facoltà d’ innalzarsi alla scienza, come certi altri limitati ingegni che 
sostengono gli studi filosofici non servire a nessun pratico e reale vantaggio. 
Dopo ciò egli entra in un succinto esame dell’ origine e dello sviluppo generale 
delle scienze, e nota che al loro primo ordinamento si distinsero ben tosto le 
cognizioni che appartengono alle semplici percezioni, o alla memoria, da quelle 
che appartengono all’ intelligenza ed alla speculazione; il qual fatto comprova che 
la distinzione tra l’ empirismo e il razionalismo, o tra l’esperienza e la. teoria 
astratta è fondamentale. Poichè indubitatamente, egli dice, son due le sorgenti da 
cui hanno origine le cognizioni, così si credette che esistessero due scienze che 
a quelle corrispondessero profondamente distinte, cioè la scienza empirica e la 
razionale; quindi tutte le scienze furono divise in due rami e l’ una fu chiamata 
scienza naturale, o fisica, l’altra scienza razionale, o filosofia. L’ autore osserva che 
dal momento che le scienze furono suscettibili di distinzioni, si cercò quali fossero 
le basi fondamentali su cui poggia la verità delle nostre cognizioni, e nota che 
gli empirici per una parte dichiararono, che per l’ uomo nulla vi era di reale se 
non quanto accade, o quanto è supposto accadere sotto l’ esperienza sensibile, 
mentre che i razionalisti insistettero sulla necessità dei concetti assoluti ed incon- 
dizionati della ragione e sostennero che l’ empirismo mutila direttamente la scienza. 
In mezzo a questo dissidio in cui vi erano buone ragioni tanto da una parte 
che dall'altra, e il cui torto stava nello spingere all'estremo i due principii, e 
nell’abbracciare un sistema esclusivo, doveva sorgere, come sorse, lo scetticismo 
universale, e nacque così la lotta, tra il dogmatismo negativo e il dogmatismo 
positivo. L'autore rammenta che quando l’ umana ragione fu trascinata dallo 
scetticismo all’ abisso del dubbio assoluto, invocò un punto d’appoggio superiore 
alla ragione, onde dar base alla scienza, e credette trovarlo in una certa inspira- 
zione, od intuizione superiore che costituisce il misticismo; ma questo principio, 
ben lungi dall’ escludere la ragione, la supponeva e vi sì appoggiava. Dopo di aver 


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LVI 


accennato le vicissitudini delle antiche dottrine, passa l’autore a mostrare che 
la sapienza moderna ereditò i principii sui quali si fondava l'antica, e riprodusse 
quei sistemi sotto nuove forme e sviluppi. Ma sebbene, a primo aspetto possa 
sembrare che le dottrine scientifiche offrano ancora qualche confusione, e che la 
scienza oscilli tra il dogmatismo mistico e l’empirismo scettico, pure i progressi 
che innegabilmente si son fatti, mostrano non essere lontana l’ epoca che abbia 
a cessare del tutto questa oscillazione e con essa la guerra per dar luogo ad una 
saggia e temperata filosofia. In fatti noi vediamo che la filosofia, nell’ età moderna, 
si è spinta più lungi dello stesso scetticismo; si cerca oggi come i sistemi illusorii 
nascono e dove hanno origine i principii; si cerca di studiare con rigore l'intelletto, 
onde scoprire il valore e l’ estensione delle cognizioni umane; sì cerca di cono- 
scere ciò che l’ uomo ha diritto di credere e ciò che deve saper ignorare. Già noi 
sentiamo i benefici risultati di questa filosofia critica; già siamo convinti che gli 
errori ed i dissidii nelle dottrine provenivano dall'aver adottati principii esclusivi, 
quindi abbiamo abbracciato un sistema di conciliazione che solo può stabilire su basi 
più estese e più solide la filosofia, o quella scienza primordiale sulla quale pog- 
giano tutte le altre, quindi si sono organizzate sistematicamente le scienze civili, 
o quelle scienze che hanno per oggetto di determinare le leggi che governano 
l'andamento e lo sviluppo delle società. 

Compiuto questo sunto storico dell’andamento della filosofia, l’autore mostra che 
arrivate le scienze a quello stato di sistemazione in cui oggi le troviamo, incomincia 
per esse un nuovo periodo, e per lo spirito umano si apre una nuova carriera a 
percorrere, più facile e modesta, ma più vasta e più utile. Eredi delle passate età, 
noi dobbiamo render fruttifere quelle ricchezze, aumentarle colle nostre fatiche e 
tramandare un più ricco patrimonio alle future generazioni. Possessori delle lucu- 
brazioni di oltre venti secoli della sapienza umana, noi conserviamo un tesoro 
immenso; ma di tale tesoro non ne possiamo giustamente apprezzare il valore, e 
non ne possiamo trarre veruna utilità fino a tanto che non ne abbiamo compilato 
con ordine un esatto inventario, in cui vi siano indicate con severa esattezza le 
cognizioni dubbie e le certe, i valori variabili e i costanti, vale a dire le semplici 
ipotesi e le verità irrevocabili, gli acquisti condizionati ed i progressi indipendenti. 
I progressi delle scienze morali hanno evidentemente dimostrato, che oggi a prefe- 
renza di nuovi sistemi abbisognano di severe critiche, esatte analisi, profonde inda- 
gini, e rigorose discussioni sulle esistenti dottrine. Egli è perciò che un’ Enciclopedia 
storica delle scienze Morali, la quale non supponga stazionario il sapere, ma che 
comprenda tutte le cognizioni speculative, tutte le più importanti applicazioni 
delle dottrine astratte passate e presenti, e giunga fin dove giunse il pensiero degli 
scrittori di tutti i tempi e di tutte le nazioni, sopra tutti gli oggetti che abbrac- 
ciano le scienze morali, deve soddisfare al bisogno del nostro tempo e deve 
riescire del maggior interesse. « Ora pel solo desiderio ( egli dice ) di appagare 
« il bisogno presente, che il progresso ha risvegliato coll’opera del tempo, non 
« guardando le mie forze, ma penetrato dall’ amore che porto alle scienze, mi 
« sono accinto all’ardua impresa di redigere quest’ Enciclopedia, a cui do il titolo 
« men vago, ma più appropriato di Repertorio universale delle Scienze Metafi- 
« siche, Morali, Economiche e Politiche. » 


LVII 
Adunanza della Sezione di Lettere 
20 Marzo 4860. 


Il Socio prof. Antonio Bernardi fatto cenno dei giudizii controversi portati dai 
connazionali e dagli oltramontani sulla divina Commedia, si fa a riflettere che la 
lettura di Dante si rende chiara e concisa sol quando la mente del lettore è cor- 
redata delle cognizioni storiche, politiche, morali e filosofiche dei tempì descritti 
nel poema, e che la mancanza appunto di cotesta dottrina indusse non pochi 
comentatori a travisare non solo i sublimi concetti politici e morali del Poeta, 
ma a falsare eziandio. il significato delle frasi e delle parole. 

Di ciò ne porge una prova nel verso — 

Sì che il piè fermo sempre era il più basso. Cant. 1. Inf. 
e nell’ altro 
Poscia più che il dolor potè il digiuno. Cant. xxx. Inf. 

In conseguenza di queste annotazioni imprende a considerare il pronome alcuno 
cioè la parola alcuna usata molte volte da Dante, e segnatamente nei seguenti 
due versi, cioè 

Che alcuna gloria î rei apgrebber d’ elli. Cant. mi. Inf. 
Che alcuna via darebbe a chi su fosse. Cant. xn. Inf. 

E qui con diversi argomenti ricavati da non pochi passi del Poeta, e dalla 
natura speciale delle circostanze, dei fatti e della genuina espressione, vorrebbe 
ritenere per nessuna il significato del vocabolo alcuna, contro il parere di molti 
comentatori. 

Infine colla debita ritenutezza, fa osservare che l’ annotazione fatta dal chia- 
rissimo Professore Meis = Effemeridi della Pubblica Istruzione 15 Luglio 4860 — 
in ordine alla invocazione di Dante nel primo del Purgatorio, non consuona cogli 
alti concetti del Poeta, nè tampoco col parlare usuale, e per ciò doversi ritenere 
esatta e non falsata l’ invocazione tal quale ci vien data in tutte le edizioni della 
divina commedia. 

Poscia il Socio Marchese Cav. Cesare Campori tiene discorso = sui documenti 
inediti della storia modenese e su quelli specialmente dell’ archivio nazionale = 
Discorso stampato in seguito nel Giornale - L’ Unitario - (44 Agosto 4860) e 
ricordato dal ch. Bonaini nell’ opera - Gli archivi delle provincie dell’ Emilia - 
( Firenze 4861 ). | 

Accennati da prima gli ostacoli-opposti dal governo estense agli studi storici, 
e le agevolezze di presente concedute agli studiosi, vien dicendo degli scritti 
inediti che gli offrirono larga messe di notizie per la Storia di Modena alla quale 
da più anni egli intende, e di cui ha condotto verso il termine la parte che 
risguarda i tempi più antichi. E addentrandosi nell’ argomento, ricorda le crona- 
che più conosciute, e quelle che lo son meno, le private raccolte di documenti 
patrii e di autografi, gli archivii delle famiglie nostre, tre de’ quali potè egli visi- 
tare. Passando poi agli archivi pubblici, si ferma specialmente sul nazionale, 
che fu degli Estensi, vietato già agli studiosi, ai quali la liberalità del governo 
ebbe ora a dischiuderlo. E nota che se i documenti del governo degli ultimi due 
sovrani furon tratti a men felici contrade, tesori troppo più importanti in esso 
sì chiudono, dai quali sconosciuti fatti ritrar si possono: reca ad esempio gli 


LVIIJII 


atti dei Reggenti di Modena nel 4478 dai quali ei ricavò la notizia che mette in 
chiaro le cagioni che trassero il celebre pittore Pellegrino Munari a prendere 
temporaneo esiglio da Modena. 

Termina poi enumerando alcuni miglioramenti e sussidii richiesti al buon 
andamento dell’ Archivio, i quali ne gode l’ animo di vedere al presente o effet 
tuati o in corso di esecuzione; avendosi già la scuola di paleografia nella biblio- 
teca palatina, e dandosi opera ai repertorii e alla trascrizione dei documenti mercè 
lo zelo del benemerito Direttore dell’ Archivio Cav. Campi e dei prestanti impie- 
gati che gli fanno corona. 


Relazioni dell'Anno Accademico 1860-41 861 


Adunanza della Sezione di Scienze 
27 Dicembre 1860. 


Il Cav. prof. Alessandro Puglia Direttore della sezione, apre l’ adunanza ren- 
dendo grazie al Corpo Accademico dell’ onore impartitogli coll’ eleggerlo a quella 
carica; e rammentando la grave perdita fatta dall’ Accademia per l’ immatura 
morte del prof. Giuseppe Generali, segretario della sezione medesima, avvisa 
come non potrebbe l’ Accademia stessa prescindere nel primo suo radunarsi, dal 
proporre un tributo di lode alla di lui memoria, e dal manifestare la riconoscenza 
dovuta ai molti e zelanti servigi da esso prestati. Fattosi perciò interprete del 
desiderio comune, si propone di sciogliere in parte egli stesso un tanto obbligo, 
e vi si accinge facendo l’ enumerazione dei vari lavori presentati dal Generali 
all'Accademia, nel corso dei non pochi anni in cui vi appartenue. Espone dapprima 
un breve sunto degli argomenti in essi rispettivamente trattati, indi manifesta il 
giudizio che sul merito loro ebbero a pronunziare e l’ Accademia ed il pubblico, 
e che tornò sempre quanto onorifico al loro autore, altrettanto efficace a crescere 
al Corpo Accademico estimazione e decoro. 

Seguendo l’ ordine cronologico della presentazione, a cominciare dall’ anno 4844 
in cuì il Generali era già Accademico e Segretario della sezione di scienze, accenna 
e le memorie lette, e le consegnate agli Atti Accademici, e i rapporti redatti sopra 
argomenti sottoposti a giudizio di speciali commissioni di cui il Generali fece parte, 
ed aggiunge eziandio l’ annunzio di molte produzioni scientifiche rimaste per 
mala sorte incompiute, le quali erano certamente destinate ad essere presentate 
all’ Accademia. Dalla moltiplicità ed importanza di tali lavori, e dall’ intrinseco 
loro merito, trae argomento il ch. prof. Puglia per conchiudere quanto debbasi 
onorare la memoria del perduto collega, e quanto a lui oltremodo benemerito per 
le egregie sue opere debba l’ intero corpo Accademico professare indelebile gra- 
titudine. | . 

Successivamente il prof. Doderlein attuale segretario della sezione delle scienze, 
legge una Memoria geologica concernente la distribuzione de’ conchiferi fossili della 


LIX 
famiglia de’ tubicolati ne’ terreni terziarj d’ Italia. In questo scritto premessa l’ in- 
dicazione di alcuni quesiti che gli odierni naturalisti si propongono di sciogliere 
mercè lo studio della paleontologia, l’ autore espone, che allo scopo dì contribuire 
esso pure in quanto per lui si poteva, alla soluzione di cotali quesiti, studiossi 
di mettere insieme da parecchi anni a questa parte, una collezione di fossili mio- 
pliocenici dell’Italia, collezione che oggidi prese tanta estensione nel Museo di 
Storia Naturale di questa R. Università, da essere ritenuta la più completa e la 
più ricca che esista in Italia. Perlocchè animato dal pensiero che alle scienze 
naturali manchi tuttora un’ opera che tratti complessivamente della Fauna fossile 
di uno de’ più estesi terreni d’ Italia, invitato altresì dal Ministero della Pubblica 
Istruzione del Governo dittatoriale dell’ Emilia, e sovvenuto dalla diretta ed intel- 
ligente collaborazione di due de’ più distinti paleontologi Italiani, il cav. prof. 
Eugenio Sismonda, ed il cav. prof. Giuseppe Meneghini, egli si accinge a descri- 
vere per successive monografie le specie fossili che vi si trovano raccolte. 

In questa prima memoria concernente la famiglia de’ conchiferi tubicolati, enu- 
mera le specie fossili riferibili ai generi Aspergillum, Clavagella, Gastrochena, 
ne indica la frase diagnostica, la sinonimia, le differenze specifiche, il modo di 
giacitura, la distribuzione gcognostica e geografica. E siccome la massima parte 
di cotali specie si trovano nicchiate nel cavo de’ massi calcarei, e de’ banchi ma- 
dreporici sottomarini, che esse medesime con mirabile artificio perforarono durante 
la loro vita, egli ne trae argomento ad indagare la provenienza di cotali massi, 
ad indicarne il modo di dispersione, di distribuzione geologica, e le particolarità 
che ne accompagnano la giacitura, deducendo dal complesso di siffatte osserva- 
zioni i seguenti corollari geologici: 

4. Che i massi calcarei perforati dai molluschi litidomi, dovevano preesistere 
al deponimento de’ terreni mio-pliocenici d’ Italia, e costituire il fondo degli anti- 
chi mari terziarii, ne’ quali vivevano i suddetti molluschi terebranti. 

2. Che il periodo plioceno ebbe lunga durata nell’ Europa Meridionale ed in 
ispecie in Italia, dapoichè le marne azzurre e le sabbie ocracee che andarono 
deponendosi in questo frattempo, per la lenta loro sedimentazione, diedero agio 
a molte generazioni di cotali molluschi terebranti di svolgersi, e di abitare suc- 
cessivamente le cavità de’ trovanti calcarei, e de’ polipai disseminate sui fondi di 
quell’ antico mare. 

8. Che durante il periodo stesso, si avvicendarono sulla superficie di continenti 
emersi d’ Italia parecchie violenti alluvioni marine, le di cui acque asportando 
seco nel loro regresso al mare i massi calcarei isolati de’finitimi litorali, li disposero 
in istrati a vario livello entro la massa delle argille azzurre che contemporanea- 
mente vi si andavano deponendo; per guisa che anche in essi poterono prender 
stanza, ed aver lunga dimora i molluschi litifaghi dell’ epoca terziaria. 

Il cav. prof. Paolo Gaddi dà termine all’ adunanza leggendo una memoria d’ ar- 
gomento Chirurgico, a lui diretta dal valente operatore il ch. sig. dott. Giuseppe 
Tenderini di Carrara; nella quale viene esponendo il caso di una amputazione 
simultanea di amendue le gambe e del braccio destro eseguita dal Tenderini con 
esito di guarigione in 80 giorni, sopra un giovine carrettiere per lesioni gravis- 
sime riportate in quelle parti; e compiutane la lettura, passa all’ ostensione della 
tavola fotografata rappresentante il paziente nel suo stato d’ inoltrata convalescenza, 
di cui volle l’ autore corredata la sua memoria. 


LX 
Adunanza della Sezione di Lettere 


40 Gennajo 4861. 


L’avv. Francesco Carbonierì, Senatore del Regno, legge un suo scritto diretto 
al M. R. cav. prof. D. Prospero del Rio nel quale prendendo occasione da un 
elegante sonetto pubblicato da quest’ ultimo, discorre della chiusa e si propone di 
provare com’ essa sia non solo difficilissima ma quasi impossibile in ogni genere 
di sonetto, fatta eccezione pel filosofico e pell’ epigrammatico; perchè la chiusa 
importando quasi sempre la sospensione del racconto o della descrizione, per finire 
con una sentenza o un pensiero qualunque, derivato dalle antecedenze, è ben rado 
che, o non pecchi di superfluità, o non raffreddi il lettore, o non cada nel con- 
cettoso o nello strano; e conclude che la chiusa unica del sonetto confacente alla 
sua indole, è quella che sia costituita dall’ ultima parte o pensiero della cosa che 
si narra o si dipinge. 

Il cav. prof. Luigi Vaccà legge una sua nota sopra il verso di Dante, 

Incredibili a quei che fia presente. (93. 47. del Par.) 
nella quale con ragioni grammaticali e con esempi di prosatori e poeti del miglior 
secolo s' ingegna di dimostrare la convenienza di intendere il che del suddetto 
verso come terzo caso plurale cioè nel senso di a cui od a quali, e di riferire 
perciò allo Scaligero anzichè a suoi spettatori l' ultima parola presente, che in 
questo caso sarebbe addiettivo e non avverbio, a differenza di quanto avvisano 
quegli interpreti che riguardando il che qual caso retto, nè volendo riconoscere 
il queî per caso obliquo singolare del pronome quegli leggono il verso cosi: 
Incredibili a quei che fien presente. 

L’ autore della nota stando alla sua conghiettura è persuaso che la lezione del 
divisato verso giusta il concetto e la intenzione di Dante, e conforme alle regole 
della odierna ortografia, dovrebbe riformarsi come segue: 

Incredibili a quei ch’ e’ fia presente. 
Il prof. Guglielmo Raisinìi legge un suo componimento lirico intitolato : 
A fanciulla trilustre. 


Adunanza della Sezione d’ Arti 


24 Gennajo 4861. 


Questa adunanza fu importantissima per due dotte letture una del Socio conte 
Giovan-Francesco Ferrari Moreni, l’ altra del professore cavalier Cesare Costa. 

La prima, cui l’autore pose l’epigrafe cur somno inerti deseram patriae decus? 
fu destinata ad illustrare la memoria di Domenico Galli, eccellente intagliatore € 
musico, che fiori in Parma nella seconda metà del secolo decimosettimo e che 
gli storici sin qui dimenticarono. Il conte Ferrari prende l’occasione di parlarne 
descrivendo due preziosi strumenti musicali, un violino ed un violoncello, ornati 


LXI 


dal Galli di molto finissimi e molto ingegnosissimi intagli e da lui dedicati a 
Francesco II, decimo duca di Modena. Presentemente questi istrumenti sono con-. 
servati nella galleria nazionale palatina: la particolarizzata ed elegante descrizione 
che ne fa il conte Ferrari ce li fa apparire un vero miracolo dell’ arte. 

Prende poi a descrivere un manoscritto musicale autografo dello stesso Galli 
rinvenuto dal diligente Aggiunto della nostra Palatina signor Maestro Catelani nel 
rovistare quel ricco Archivio di Musica antica. Il manoscritto, tutto fregiato di 
eleganti vignette disegnate a penna, contiene dodici sonate da eseguirsi a solo 
sul Violoncello, precedute da una dedica al Duca suddetto, in data di Parma 8 
settembre 4694. Questo manoscritto dovea accompagnare gli strumenti musicali, 
o almeno il violoncello, perchè nella dedica l’autore accenna frequentemente delle 
figure intagliate su questo istrumento ed apparisce allora come con esse avesse 
voluto alludere alle vicende politiche di quei tempi che più da vicino toccavano 
la Casa del suo Mecenate. | 

Termina la sua lettura il Conte Ferrari esprimendo la compiacenza provata nel 
richiamar la memoria di una parmense artistica celebrità lasciata nell’ obblio dagli 
storici suoi concittadini; nè sa intender come: non potendo supporsi che il Galli 
non lasciasse anche in Parma qualche distinto lavoro che lo raccomandasse alla 
posterità. Fa in pari tempo riflettere che il diligente storico cav. Tiraboschi fece 
ben menzione nel Tomo VI, parte II.* della sua ZBiblioteca Modenese dell’ inge- 
gnosissimo scultore e intagliatore in legno Domenico Francesco Ceccati contem- 
poraneo ed emulo del Galli: chiude con la Metastasiana sentenza, che 

« L’ esser grato è dover ma già sì poco 
« Questo dover s’ adempie 
« Ch’ oggi è gloria il compirlo. » 

Il Socio cav. prof. Cesare Costa dà una succinta notizia di varii modi di costrut- 
tura dci pozzi nella provincia modenese. Questi modi sono tre, svariati come 
vogliono le diverse condizioni geologiche del suolo. Il primo modo che descrive 
è adattato alla collina nella quale si trovano ciottoli sino a grande profondità: il 
secondo al basso piano dove, sotto strati alternanti di creta e di sabbia, si trova, 
alla profondità di sette o otto metri, uno strato permeabile abbastanza ricco di 
acque: il terzo modo in fine è proprio solo di quella porzione ben limitata della 
nostra provincia, che comprende l’ area occupata dalla città di Modena e i suoi 
dintorni per un raggio di un chilometro circa, come pure la striscia di terreno 
che è fra la strada postale per Bologna sino al ponte Sant’ Ambrogio e la strada 
di Spilamberto per sei chilometri circa da Modena, e il territorio finalmente della 
villa di Saliceto Panaro. È in questo spazio che si praticano e si praticarono sino 
da tempi antichissimi i pozzi detti alla Modenese o trivellati ad acque salienti 
perenni, nei quali le acque raccolte in uno strato permeabile alla profondità dai 
48 ai 22 metri, salgono sino alla superficie del suolo e talora la sopravanzano. 

Di quest'ultimo modo di costruzione di pozzi parla più particolarmente il prof. 
Costa descrivendo le minute ed industriose pratiche che da tempo antichissimo 
si usano dai nostri costruttori, incominciando dal primo scavamento del pozzo sino 
al momento in cui, trovato il crefone soprapposto allo strato acquifero, conviene 
adoperar la trivella per far scaturire le acque. Fra queste pratiche nota come 
Ingegnosissima quella di impedire il franare della terra e il trapelare delle acque 
avventizie lungo le pareti del pozzo che si scava, per mezzo di una camicia 0 


LXII 


fodera fatta di mattoni disposti in tanti anelli, o zone e inclinati per modo da 
formare altrettanti tronchi di cono col vertice rivolto alla bocca del pozzo: con 
questo mezzo la terra smossa è trattenuta e le acque avventizie sono spinte a 
scorrere fra la Camicia di mattoni e la parete terrea. 

Le particolarità descritte sono illustrate con diligenti disegni. 

Due ricerche importantissime in ordine ai pozzi modenesi furono intraprese 
anni sono dal prof. Costa e di esse dà un breve ragguaglio nella presente lettura. 
È nota la profondità alla quale si trova lo strato permeabile acquifero, da cui 
provengono la acque che alimentano i nostri pozzi. Ma ciò che premeva determi- 
nare era la potenza o grossezza di questo strato e la provenienza delle acque che 
vi sono raccolte. Gli ordinari modi di costruzione dei pozzi non riescivano guari 
vantaggiosi in tali indagini. Perciò il prof. Costa, dovendo dirigere la formazione 
di un pozzo nel nuovo palazzo del Ministero lungo le mura, ne diresse il perfo- 
ramento per modo da poter stabilire con sicurezza, che ivi la grossezza dello strato 
permeabile acquifero è di metri 8. 76 e riposa sopra un cretone durissimo che la 
trivella non rompe e lo stesso scalpello scheggia debolmente. 

Lo strato permeabile acquifero vi è formato di sabbia e di ghiaia, minuta nella 
parte superiore, grossa nella parte inferiore dello strato stesso, dove trovasi mesco- 
lata ancora a gran ciottoli. In questo strato permeabile trovasi pure alla profondità 
di metri 4. 92, un banco impermeabile di creta, ma assai sottile, nè tanto esteso 
da interrompere la comunicazione tra la parte superiore e 1’ inferiore dello strato 
in cul è immerso. Questo fatto desta nella mente del nostro dotto Architetto un 
dubbio in ordine alla vera natura del cretone sul quale riposa, come si è detto, 
lo strato permeabile. Dubita il Costa se tal cretone sia veramente formato dalle 
argille terziarie oltre le quali non è sperabile trovare altri strati acquiferi, op- 
pure se da un deposito accidentale di argille palustri formanti un nuovo banco 
al di sotto del quale seguiti ancora per un certo tratto lo strato ricco di acque. 
L’ Autore è dolente di aver dovuto sospendere i lavori diretti a schiarire il suo 
dubbio. i 

Finalmente dallo studio accurato istituito sopra le ghiaie dello strato acquifero 
dei pozzi modenesi dall’ autore e dai chiarissimi professori di questa Università 
Alessandro Savani e Pietro Doderlein, apparve tanta somiglianza con le arene del 
fiume Secchia, da potersi dedurre che le acque dei pozzi di Modena provengono 
da questo fiume e più particolarmente dalle così dette lupe che sono fra il Pescale e 
Castellerano, contribuendovi forse ancora quelle della Veggia del Canale di Sassuolo. 

L’ adunanza dopo queste due letture fu dichiarata sciolta. 


Adunanza della Sezione di Scienze 
380 Gennajo 4861. 


Questa adunanza ebbe forma di Generale ed in assenza del presidente dell’Ac- 
cademia cav. Carlo Malmusi, il seggio presidenziale viene occupato dal prof. cav. 
Alessandro Puglia direttore della sezione di scienze; il quale invita i Soci presenti 
a fargli consegna dei temi da essi proposti a soggetto di memorie da premiarsi 
dall'Accademia stessa. Di questi se ne raccolgono 9 che chiusi in un involto sigil- 
lato, vengono rimessi al segretario generale Spallanzani dott. D. Luigi per quanto 
è d'ordine. © 


LXII 
Successivamente il. prof. cav. Paolo Gaddi legge una memoria d’ argomento 


rara, nella quale l’ esimio Autore rende conto di una operazione di disarticola- 
zione dell’ omero sinistro e di risecazione della corrispondente apofisi acromiale, 
praticata con esito felice, sopra di un giovine di 22 anni, in seguito a profonde 
lesioni occasionate dall’ esplosione di un’ arma da fuoco, il di cui proiettile attra- 
versava l’ articolazione omero-scapolare. In essa memoria il dott. Tenderini espone 
dapprima essere l’ operazione della disarticolazione dell’ omero seguita da prospero 
successo, una conquista della moderna chirurgia, dovuta in ispecialità al barone 
di Larrey, medico in capo dell’ armata di Napoleone I. Dà successivamente con- 
tezza del metodo da esso seguito nel caso predetto, nel quale sì attenne precipua- 
mente ai dettami di quel grande Chirurgo; e porgendo schiarimenti sull’ atto 
operativo, scende a ragionare dei mezzi curativi impiegati, della causa del tolto 
parallelismo delle spalle, e del progresso della ferita giunta a completa guarigione 
nel breve corso di due mesi. — Chiude I’ autore la dotta ed utile sua memoria 
accennando al fenomeno consueto offerto dagli amputati, di provare cioè ricorrenti 
sensazioni dolorose nel moncone, da essi riferite all’ arto mancante, aggiungendo 
come il giovane che forni argomento alla sua memoria, oltre il dolore accusato 
alla mano che più non gli apparteneva, credeva di aver questa e tutto Î’ arto 
mancante, rivolto dietro il dorso e sottratto così alla sua vista. 

Questa memoria che è corredata di tavole fotografiche fu con molto interesse 
accolta dagli accademici, che le tributarono giustissima lode, lode che l’ autore 
meritò anche per l’ altra letta nell’ adunanza del 27 dicembre 4860. 


Adunanza della Sezione di Lettere 
13 Febbrajo 41861. 


Il professore Bernardi ha data lettura di un suo lavoro intitolato = /! vecchio 
montanaro: fatti e racconti narrati sul luogo. = 

Lo scritto è in forma di dialogo tra padre vecchio e figlio imberbe; è diviso in 
quattro capitoletti, ed ha per iscopo speciale di richiamare l’ attenzione dei Magi- 
strati e del pubblico sull’ importanza di conservare, aggrandire i boschi, e d’ in- 
frenare il guasto, il rovinio delle montane lavine. 

Nel primo capitolo si discorre il modo di coltivare la terra in montagna, e quali 
avvertenze e precauzioni si debbano usare per conservare lo strato vegetale in 
quelle pendenze; si dichiara la nobiltà e la conseguente utilità del mestiere del 


contadino. Si combattono alcuni pregiudizi popolari relativi allo sbassamento delle 


montagne, allo scorrimento delle terre, alle strane conseguenze che se ne vorreb- 
bero dedurre, e si accenna al bando delle capre. 

Nel secondo, si dichiara la somma utilità dei boschi per infrenare le piene su- 
bitane e l’ innalzamento del letto nei fiumi. Richiamato quindi il bando delle capre 
si fa riflettere che da solo non basta alla conservazioue delle boscaglie, opinando 
che l’ attuale coltivazione e 1’ amministrazione boschiva delle nostre alpi reclamano 
imperiosamente pronti e salutari provedimenti. Poi si porta in campo e si cerca di 
modificare la sentenza di coloro che argomentano essere la coltivazione montana più 
pregiudicevole ai fiumi dello stesso disboscamento, e di qui si passa al flagello 


PE —— 


LXIV 


delle frane che si ritengono la cagione precipua delle straboechevoli piene nei 
fiumi, e si accennano alcuni mezzi per diminuirle e per renderle meno dannose. 
Con esempi di fatto si mostra che l’ operosità illuminata e la solerzia degli 
uomini potrebbero andare incontro a molti malanni lavinosi. 

Il capitolo terzo è una specie di episodio per avvisare i Superiori Ecclesiastici 
sulla miserabile e faticosa condizione dei Cappellani in montagna. 

L’ ultimo finalmente accenna alla probabile origine e denominazione del paese 
di Frassinoro; alla fondazione, all’ingrandimento ed alla possanza dell’antica e ce- 
leberrima sua Abazia, la cui ricchezza e magnificenza si appalesa anche al presente 
nelle colonne. di marmo orientale, greco ed egizio che adornano il campanile di 
Frassinoro, e così pure in molti e svariati capitelli qua e là sparsi. 

Rammentata la soppressione degli Abati e dell’ Abazia si pon fine al dialogo 
col mostrare l’ origine del paese denominato Piandelagotti che abbraccia in sua 
parrocchia l° alpe di S. Pellegrino (4). 


Adunanza della Sezione d’ Arti 


20 Marzo 4864. 


Dichiarata aperta l’ adunanza dal Direttore deila Sezione prof. cav. Cesare Costa 
il socio Giuseppe march. Campori legge una sua memoria intorno alle relazioni 
di Benvenuto Cellini col Cardinale Ippolito d’ Este nell’anno 4540, giovandosi 
delle notizie raccolte da un libro di spese particolari del medesimo che si conserva 
nell’ Archivio palatino. Con ]° aiuto delle quali fu condotto a riconoscere l’ esattezza 
delle cose narrate dal Cellini nelle sue memorie rispetto alle opere immaginate, 
modellate o compiute in quell’anno: a indicare la quantità delle somme pagategli 
e degli oggetti somministratigli per bisogno dell’ arte sua: a determinare le date 
precise o approssimative così del principio dei lavori come dei viaggi da esso 
intrapresi in quell’ anno da Roma a Ferrara e da Ferrara in Francia. Aggiunse 
contezza di opere non accennate dal Cellini perchè non condotte a fine o perchè 
non parvero a lui di tanta importanza che meritassero passare alla memoria dei 
posteri, esponendo per fine alcuni curiosi particolari relativi al Cellini stesso. 
Soggiunse poscia un ragguaglio intorno a’ due più noti e più insigni allievi del 
medesimo, Paolo Romano ed Ascanio da Tagliacozzo, aiutandosi anche per questo 
di un libro delle spese di Francia del Cardinale Ippolito negli anni 4548 e 4549, 
quando essi, lasciati dal Maestro, tre anni innanzi, a custodire il suo Petit-Nesle, 
continuavano i lavori rimasti incompiuti e operavano per proprio conto. In fatti 
dalla qualità e dalla quantità degli argenti lavorati da essi in quel tempo pel Car- 
dinale di Ferrara, dalla nota splendidezza e dal fino gusto del medesimo non solito 
a valersi di artisti mediocri, dal considerare come quelli fossero impiegati in con- 


(1) Il celebre Cardinale Moroni, che presiedette il Concilio di Trento, fu Abate di Frassinoro 
e per quanto si crede Il’ ultimo. 


LXV 


correnza dell’ Othmar, del Marcel e degli altri più celebrati orafi di Parigi, si trae 
un giudizio della loro abilità e si confermano le lodi tribuite loro dal maestro. 
L’ autore dà termine al suo ragionamento rammaricandosi che delle opere da lui 
accennate più non esista che la Saliera allogata dal Cardinale al Cellini e da questo 
venduta al Re Francesco I la quale ora si conserva nel Museo d’Ambras in Vienna. 

Un disegno a penna rappresentante la risurrezione di Lazzaro, eseguito nella 
sua prima gioventù dal prof. cav. Adeodato Malatesta, è successivamente illustrato 
in una lettura del Socio Archivista conte Gio. Francesco Ferrari Moreni, che ne 
fece acquisto recentemente. Prezioso è questo lavoro del Malatesta, perchè unico 
di tal genere da lui eseguito e perchè in esso, come avverte il nostro Socio, 
apperisce il germe di quel genio potentissimo che si spiegò poi nelle tante opere 
illustri del nostro chiarissimo Pittore. 

Compiuta questa lettura si dichiara sciolta l’ adunanza. 


Adunanza della Sezione di Scienze 
3 Aprile 1861. 


Il prof. Bosellini diede lettura ad un cenno necrologico sul defunto socio corri- 
spondente sig. Laferrière, che per espresso desiderio degli altri accademici venne 
pubblicato nella Gazzetta di Modena (4). 

Successivamente il prof. Bernardi.trattenne Ì’ adunanza leggendo una sua me- 
moria sulle dighe, sui ripari, e sulle arginature dei fiumi. — L’ egregio 
professore divise questo. suo scritto in tre capitoli. Nel primo tessè un cenno 
storico sulla scienza idraulica ricordando esser dessa nata cresciuta e perfezionatasi 
in Italia, ed in ispecie nella Venezia e nella Lombardia. — La sovrabbondanza 
d'ogni maniera di acque in codesta grande vallata, il bisogno d’infrenarle, d’inal- 
vearle, e di dar corso regolare alle stagnanti, indussero gli antichi ingegneri 
Veneti e Lombardi allo studio severo di queste dottrine: d’ onde la costruzione 
delle famose dighe di Venezia, l’ incanalamento di molti fiumi e torrenti per sal- 
vare dall’ interrimento le lagune di cui si faceva difesa l’Adriatica Regina. — Col 
rinascimento delle lettere e delle scienze l’ operosità Italiana, sollecitata dalla emu- 
lazione, si ridestò anche negli altri Stati della Penisola. — Riconosciuti ed apprez- 
zati i vantaggi dei canali artificiali per la navigazione, per l’ irrigazione, e per 
l’ attivazione degii Opifici a motore idraulico, si diede opera alla costruzione dei 
sostegni, delle conche, e di mille altri congegni per il transito delle navi; ond'è 
che per ogni dove sorsero facili comunicazioni, e l’ Italia potè per la prima mirare 
le barche scendere dalla china de’ monti ed attraversare. le foreste. 

Nel secondo capitolo |’ egregio Accademico richiamò le teorie lasciateci in retaggio 
dai nostri grandi Maestri in architettura idraulica per l’ infrenamento delle acque 
correnti, mostrandoci ad un tempo quali avvertenze si debbano usare nella 
costruzione de’ ripari, qual forma e quale direzione assegnar loro per la migliore 
riescita. 


(1) Vedi numero 613. 


LXVI 


Ed applicando queste idee alle condizioni idrografiche delle Provincie Modenesi, 
si fa ad osservare nel terzo capitolo, che l’arginatura e le opere di difesa de’nostri 
fiumi Secchia, Panaro e degli altri torrentelli che scendono dall’appennino, discor- 
dano grandemente dalle fondamentali dottrine e teorie idrauliche, con sommo 
danno del pubblico e privato interesse, e chiude il dotto suo scritto facendo voti 
perchè sia adottato anche fra noi un più assennato sistema di ripari lungo i il corso 
de’ maggiori nostri fiumi. 


Adunanza della Sezione di Lettere 
47 Aprile AB61. 


Il prof. cav. Luigi Vaccà dopo avere accennato il conforto e il sollievo che in 
mezzo alle cure molteplici e alle continue occupazioni della vita sociale si ha di 
quando in quando dalla lettura dei Classici prende a tema particolare della sua 
lettura accademica l’ ode oraziana — Mercuri, nam te docilis magistro —, ne 
ricorda le principali bellezze, istituisce un breve confronto tra il volgarizzamento 
che di essa ode fece il March. Gargallo e l’ imitazione e quasi traduzione, che 
già ne aveva fatto il Conte Giovanni Fantoni, e termina leggendo un proprio vol- 
garizzamento dell’ ode medesima. 

Poscia il prof. Guglielmo Raisini legge due poesie liriche l’ una intitolata 
I Amor Platonico, l’ altra Dopo il Ballo. 


Adunanza della Sezione di Scienze 
42 Giugno 4864. | 


Premesso un cenno sulla compianta morte dell’ Illustre nostro socio Onorario 
Camillo Conte Benso di Cavour il prof. avv. Lodovico Bosellini prese le mosse da 
un cenno dato dal sig. avv. Luigi Carbonieri nostro accademico in un suo applau 
dito libro sulle regioni în Ztalia della esistenza di una scuola scientifica mode- 
nese, venne con acconcio discorso dimostrando |’ esistenza di una scuola modenese 
la quale nei diversi rami dell’ umano sapere si distinse sin dal secolo XVI, spie- 
gando il carattere proprio di questi abitanti, vale a dire la riflessione e il criterio. 
Mostrò così l'indole temperata ortodossa ad un tempo e lontana dalla presunzione 
della scuola teologica; mostrò la scuola storica giuridica, tanto allargatasi in questo 
secolo, essere nata allora in Modena per opera del Sigonio e del Panciroli; mostrò 
la temperanza della scuola giurisprudenziale pratica; la filosofia spastojarsi dai 
ceppi Aristotelici senza però lasciarsi strascinare da intemperanti speculazioni e 
sistemi; la medica e quella delle scienze naturali portare in fronte I' osservazione 
e l esperimento, studiar la natura e la scienza dalle sue. origini; la politica fon- 
darsi sul tranquillo e storico esame de'fatti; la letteraria risplendere per acuta € 
giudiziosa critica. 

Scorse riassumersi e personificarsi in certo modo la scuola modenese in quel 
prodigio di scienza e dottrina che fu Lodovico Antonio Muratori e dopo di lui 
diramarsi in molti preclari ingegni quelle doti che in lui solo tanto risplendevano, € 


LXVII 


rifiorirne la scuola modenese ne’diversì suoi rami; e dando uno sguardo alle belle 
arti, scorse anche in queste predominare la correzione, il gusto purgato e lo studio 
della natura e de’migliori maestri. 

Dichiarò la scuola modenese abbracciare non solamente gli abitanti della città e 
della provincia modenese ma anche quelli della città e provincia di Reggio da cuì sì 
numerosa e splendida schiera di studiosi e di insegnanti, di dotti d’ogni maniera, 
di patrizj e di cittadini venne ad arricchire Modena di dottrina e di onorevoli fa- 
miglie; anzi abbracciare tutti que’ dotti uomini i quali da ogni parte d’ Italia o 
fuori qui recarono preziosi insegnamenti, o belle opere di pubblico vantaggio, o 
qui trasferirono i domestici lari. 

Carattere generale della scuola modenese riconobbe pertanto esser quello di 
cercare la verità per quei mezzi che l’ indole del cercato vero addita. Ortodossa 
nel domma, storico-critica in tutte le scienze logiche e morali, osservatrice ed 
esperimentatrice e in una parola Galileana nelle scienze tutte che la natura fisica 
ne’ diversi oggetti e nei diversi aspetti soggettivi contemplano; critica e indagatrice 
nella letteratura e nella storia. Osservò egli che grandemente prosperarono qui 
le scienze matematiche perchè nè si arrestarono ad una teoria astratta ed ipotetica, 
infeconda di applicazione, nè si gettarono in un basso empirismo avido solo di 
lucri materiali e di danaro. Non tacque le glorie della Università, delle scuole 
militari e di tutta guisa di buoni studi che qui fiorirono. 

Il disserente rivolgendosi infine all’avvenire, vide in esso il compito della scuola 
nostra e il suo futuro splendore, vide com’ ella coltivando le sue tradizioni e gli 
orrevoli esempi possa della città nostra fare l’ Atene d'’ Italia. 

Poscia il prof. Cav. Alessandro Puglia lesse una breve dissertazione del nostro Socio 
prof. D. Luigi Vischi sopra una critica che il sig. Vera nei nn. 44, 42, 43, della 
Effemeride della Pub. Istr. ha fatto al Criticismo assoluto ed alla Filosofia del 
Buon Senso. Quivi il Vera intendeva dimostrare che l’ uno e l’ altra contengono 
implicita la negazione della Scienza, la quale, a parer suo, è il sistema dell’ Hegel, 
o l’Idealismo assoluto. E per ciò, che riguarda la Filosofia del Buon Senso, 
quella negazione ei la trova nella dottrina dell’ apprendere ma non compren- 
dere l’ Assoluto e nella conseguente distinzione della verità naturale e sopra- 
naturale, distinzione superficiale ed erronea, che travisa le condizioni del problema 
della Scienza, la cui vera posizione è questa — o noi possiamo tutto conoscere, o 
noi non possiamo nulla conoscere. — Imperocchè, continua il Vera, certo la 
mente non può porre quei confini, essendo anzi sua naturale aspirazione il ten- 
dere a sorpassarli; e poi, siccome una regola elementare di logica vuole che si 
possegga una distinta nozione de’ termini che si dividono, allorchè distinguiamo 
la verità in paturale e sovranaturale, il sovranaturale cade entro i confini della 
mente umana e la distinzione svanisce. Si dirà che del sovranaturale si ha una 
idea negativa e quasi un sentimento oscuro; ma come non temere che ciò, che 
si presenta sotto tal forma, non sia una illusione e che la parte nota non disar- 
monizzi con la parte ignota, che è il fondamento del tutto? Infine si vorrebbe 
vedere tracciata esattamente questa linea di demarcazione e risapere se si debbano 
prendere per sovranaturali i veri rivelati, i quali del resto non sono più incom- 
prensibili di molte verità naturali. Contro i quali discorsi il Vischi faceva osservare 
che il principio della Filosofia del Buon Senso, che qui si impugna, siccome quello 
che conterrebbe la negazione della Scienza, è però fondato sopra due verità evi- 


LXVIII 


denti, quali sono l’ esistenza del finito, somministrataci dalla coscienza e dalla 
percezione esteriore, e la realtà dell’ Infinito, a cui ci eleviamo mediante il prin- 
cipio di causalità. Difatti, se vi ha due menti l’ una infinita e l’altra finita, di 
necessità vi ha due ordini di veri, i proporzionati alla mente finita, o intelligibili 
ed i trascendenti la medesima, e proporzionati alla infinita, o sovrintelligibile, e 
così l’ Assoluto si può intendere, ma non comprendere. Di che, quando si neghi 
questa distinzione, bisogna o negare l’Infinito, o dire che l' Infinito è 1° uomo. 
Nè contro cotesta evidente dottrina valgono le opposizioni del Vera; poichè dap- 
prima l’ umana mente aspira sì a sempre più conoscere senza posa, ma resta a 
provare che ciò avvenga perchè è naturalmente fatta per comprendere l’ Infinito, 
piuttostochè perchè indefinita è la sua potenza, cioè tale che non ha netta coscienza 
del preciso limite a se posto dal Creatore. La seconda difficoltà procede da una 
regola logica male applicata; conciossiachè basta considerare il fine della distin- 
zione, il quale si è di farci conoscere meglio le parti studiandole ad una, ad una, 
per avvedersi che dei termini che si distinguono, tanto chiara nozione si richiede 
quanto basti a non permetter lo scambio dell’ uno coll’ altro, ma non si che non 
ci lasci più nulla a conoscere intorno a’ termini stessi. Onde poi del sovranaturale 
abbiamo un concetto assai indistinto e veramente negativo, senza chè perciò si 
possa ragionevolmente temere che esso sia una illusione: imperocchè sono due 
cose diverse il quid sit e l’an sit e, nel caso nostro, benchè abbiamo dell’ oscu- 
rità intorno alla prima questione, non ne abbiamo riguardo alla seconda, e perciò, 
se ci teniamo contenti a rispondere a questa, non abbiamo a temere d'’ illu- 
sione. Che se poi la parte a noi nota è certamente vera sarà temibile non ar- 
monizzi con l’ ignota? La quale non si sa perchè sia detta dal Sig. Vera quella, 
ove riseggono i principi supremi di tutte cose; conciossiacchè ciò è proprio dello 
Infinito, il quale non è pienamente sconosciuto, quantunque non sia da noi com- 
preso, onde avviene appunto che tutti asseverano l’ Infinito principio e cagion di 
tutte cose, ma non ne veggono chiaro il come. Per ultimo il determinare concre- 
tamente se costì o costà sieno i limiti dei due ordini di verità non è necessario 
per la presente discussione, ma, riguardo alla distinzione in astratto, conviene avver- 
tire che non sono già da assumere come identiche le due distinzioni dell’intelligibile 
e del sovrintelligibile, ‘del naturale e del sovranaturale, poichè la prima si fonda 
sulla capacità finita della mente umana, e l’altra sul mezzo, onde la mente medesima 
conosce; di che ci sono de'veri naturali sovrintelligibili e de’sovranaturali intelligibili. 
Nella aspettazione dunque di quelle considerazioni intrinseche, le quali il Sig. Vera 
attingerà dalla Scienza, si può chiedere francamente se, con le estrinseche sopra 
esaminate, egli sia riuscito ad atterrare il principio della Filosofia del Buon Senso, 
o non anzi a proporre un principio il quale sarebbe distruttivo o dell’ Infinito, 
oggetto della Scienza, o del Finito soggetto della medesima: si può chiedere se sia 
riuscito a spianare la via, come egli voleva, all’ Idealismo assoluto, il quale nella 
sua affermazione importa non l'identità astratta, che esclude la negazione, secondo 
l'antico principio di contradizione, ma l’ identità concreta, cioè l identità, che 
rinchiude ed unifica i contrari, o, per usare la frase di Schelling, che è l’ sden- 
tità dell’ identità e della non-identità! Quanto a noi ne pare che cotesti singolari 
termini, a’ quali si giunge per aver lasciato il metodo naturale (procedendo da 
quello che conosciamo meglio a quello che non conosciamo così bene ) debba 
essere presso tutti una efficacissima commendazione del medesimo. 


LXIX 


Adunanza Generale 
90 Giugno 4864 


La seduta fu aperta con un /lagionamento del Presidente dell’ Accademia cav. 
Carlo Malmusi il quale dato annunzio come in quel di per virtù dello Statuto 
avesse felice compimento l’anno Accademico 4864, si fece a noverare i pregi 
precipui delle produzioni onde parecchi Soci tennero viva la sacra fiamma de’buoni 
studi fra noi durante l’ anno anzidetto, rendendo poi ad essi tributo di giusta 
lode e di meritata riconoscenza a nome de’ colleghi tutti. 

Diseorse sui Giudizi pronunziati per le premiazioni accademiche del 4860, e 
sui programmi proposti pel 4864, coordinati, questi, colle grandi innovazioni poli- 
tiche ed anaministrative che si vanno oggidi svolgendo in Italia. — Richiamò al 
pensiero doversi riguardare siccome argomento di soddisfazione, e di prosperi 
augurîi per l’ Accademia la scambievole e non mai interrotta comunicazione colla 
quale e preclarissimi Autori, ed illustri Istituti scientifici e letterari ne inviarono 
cortesemente opere d’ogni maniera, ed atti accademici, d'onde avviene che questo 
nostro istituto ancora si trova ora nella benavventurata circostanza di diffondere 
per varie regioni d’ Europa i già pubblicati volumi de’ propri atti, ed anche delle 
individuali produzioni dei Socii. — Poscia parlò dei laboriosi riordinamenti che 
in questo istesso anno si ebbero compiuti così della Biblioteca nostra, come 
dell’ Archivio ad opera paziente di accuratissimi accademici, e lasciò conoscere 
essere omai condotto a termine per cura e dispendio della nobilissima famiglia 
del donatore quello ancora del copiscuo Medagliere già largito all’ Accademia dal 
fu benemerito Presidente di essa marchese cav. Luigi Rangoni. — Soggiunse 
poscia come la storia segnerà fra le più belle pagine dell’Accademia l’accorgimento 
onde sepp’ essa procacciare anche recentemente all’ albo de’ suoi socii i nomi di 
molti fra i più celebrati uomini di che si onora oggidì la repubblica delle scienze 
e delle lettere; e conchiuse volgendo un mesto pensiero alla memoria di quel 
grand’ uomo che fu il conte Camillo Benso di Cavour, cui da poc’ oltre a 
un anno avemmo il vanto di noverare fra i Menibri Onorari della Modenese 
Accademia. Ond’ è che richiamate agli uditori le cortesissime e generose parole 
colle quali quel sommo ebbe a mostrarsi estremamente grato per siffatta ascri- 
zione, e toccate di volo le singolari qualità di lui, e le incredibili prove di affetto 
e di cordoglio che sorsero da tutte parti di Europa a lamentarne la perdita, disse 
noi pure avere a spargere un modesto fiore sulla bara dell’ immortale coaccade- 
mico, collocando nell’ Aula delle nostre adunanze la effigie di lui, e sott'essa una 
epigrafe che duri negli avvenire la ricordanza della gloria nostra per averlo avuto 
socio, e del dolore interminabile per averlo immaturamente perduto. 

I signori Accademici concordemente acclamarono la proposta del sig. Presidente, 
ed espressero il voto unanime che il Ragionamento abbia a pubblicarsi per la 
stampa, ad illustrazione di quanto ha saputo operare l’ Accademia Modenese 
nel 4864. (4) 


(1) Inserito nella Rivista Italiana del 38 Novembre, N. 632. 


LXX 


In appresso il socio march. Cesare Campori, ragionò di Guido vescovo di Modena 
al tempo di Berengario II, e di Otone I, e detta alcuna cosa intorno al secolo X, 
espose i rivolgimenti politici nei quali quel vescovo ebbe a mescolarsi. E notò da 
prima l’ ambizione la cupidigia di lui e la mancanza di fede che lo rese tradi- 
tore dei principi cui servito avea in carichi luminosi. Ce lo mostrò il Campori 
cercare, appena eletto vescovo, d’ impodestarsi della ricca abazia Nonantolana, e 
perchè in questo non secondato dai re Ugo e Lotario, voltarsi a Berengario che 
il fece arcicancelliere del regno, e finalmente, dopo qualche minaccia di defezione 
per parte di Guido, l’ agognata abadia, e molte terre gli concedette. Ma vedute il 
vescovo pericolare le fortune di Berengario, ad Otone tedesco volgevasi, stato egli 
tra coloro che all’ Italia la sciagura procacciarono della denominazione straniera. 
Conservato il grado, e la badia, della quale dilapidava i possessi, seguitò egli a 
Roma l’ imperatore, e prestò l’ opera sua alla deposizione di uno e forse di due 
Papi, ritornando di là scomunicato. Ma non sapendo durare a lungo nella fede 
promessa ad Otone, fu egli imprigionato: pare nondimeno che il tedesco, innanzi 
ch’ ei morisse con lui fosse riconciliato. Le quali opere di questo infelice prelato 
saranno, disse il Campori, dalle anime pie deplorate; officio essendo del vescovo 
non già le burrascose cure della politica, ma il farsi esemplare al gregge d’ ogni 
cristiana virtù. 

La seduta sì terminò colla lettura di una canzone intitolata Salpatore Viganò, 
composta dal socio sig. cav. Giovanni Vecchi. 


Le relazioni suddette sono state esattamente qui riprodotte dai numeri 526 - 569 - 552 - $37 
- 588 - 606 - 615 - 690 della Gazzetta di Modena. | 


MEMORIE 


DELLA SEZIONE DI SCIENZE 


— I ni Cale: ' 
cite == AI" ) 


SUL MODO 


DI OTTENERE 


COLL’ELIMINAZIONE L’EQUAZIONE FINALE 
PRIVA DI FATTORI ALTERANTI 


MEMORIA 
DEL SIGNOR PROFESSORE ANTONIO ARALDI 


LETTÀ ALLA R. ACCADEMIA 
nell’ adunanza del 20 Maggio 1858 


e _—__m______- 


Che I’ operazione dell’ Eliminazione occupi fra le anali- 
tiche ricerche un posto della maggiore importanza è cosa 
per se palese, perchè la risoluzione di tutte le quistioni 
che esigono la considerazione di più variabili od incognite, 
sempre conduce l’ Analista a ricorrere all’ operazione mede- 
sima; ed è altresì notissimo quanto d’ ordinario si incorra 
in calcoli di soverchio complicati, e laboriosi nel dedurre 
da più Equazioni esprimenti i vincoli, che legano assieme 
più variabili, od incognite, un’ Equazione con una sola va- 
riabile da risolvere, e quanto questi risultamenti siano incerti, 
perchè d’ ordinario affetti da radici estranee alle equazioni 
date, qualunque sia il metodo che si adotti fra i diversi 
che si insegnano nei Corsi di Matematica, di modo che 
per lo più si consiglia di ricercare con due differenti fra i 
processi conosciuti due risultanti, delle quali la cercata sarà 
un fattore comune, e quindi di determinarla mediante la 
ricerca del massimo comun divisore fra esse, il che richiede 
un triplice lavoro. 


4 Sur MopopriorteEnNERE coLr ELIMINAZIONE Ecc. 

In una mia Memoria presentata dal chiarissimo Sig. Pro- 
fessore Cav. Stefano Marianini nel Settembre del 1840 alla 
Riunione dei Dotti a Torine, e poscia inserita nel fascicolo di 
Ottobre del medesimo anno del Giornale letterario scientifico 
Modonese, dimostrava che, quando due Equazioni a dee in 
cognite sono dello stesso grada rispetto all’ incognita che si 
vuole eliminare, la risultante ottenuta col mezzo di una for- 
mola generale da me esposta riusciva sempre libera da fat- 
tori estranei alla quistione trattata, per lo che la causa, 
che ne può introdurre sta nella differenza dei gradi delle 
Equazioni date rispetto alla incognita. eliminata. Venendo 
poscia a considerare questo caso, che, cioè, le due date 
Equazioni fossero di grado diverso per riguardo all’ inco- 
gnita da eliminare additava quali erano i fattori alteranti 
che verrebbero introdotti nella risultante ottenuta secondo 


il mentovato metodo da me proposto, onde per dedurne la 


vera non si avrebbe che a divider quella pel fattore alte- 
rante previamente conosciuto. Mi lusingava di aver reso 
qualche servigio alla Scienza, coll) avere: indieata la cagione 
che produceva l’inconveniente lamentato dai Matematici 
di giagnere: coll’ eliminazione ad Equazioni di grado troppo 
elevato, e. col mostrare come poscia si possa nel modo più 
semplice ripararvi, ma non fui appieno soddisfatto del mio 
tavoro, poichè non aveva peranca trovato il medo di im- 
pedire che avvenga quell’ inconveniente;. al che: riuscii poco 
dopo: pubblicata detta memoria, modificande il processo da 


. prinra proposto di maniera che: in ogni caso sempre si giunga 


con sensibile risparmio di calcoli alla vera equazione: finale 
completa, e libera da radici, estranee. E siccome questo 
complemento del mio lavoro non è stato reso: di pubblica 
ragione, ma soltanto: comunicato da me nel Maggio: dell’an- 
no: 1841 all’ Accademia delle Scienze di. Parigi, ho pensato 
di toglierlo dall’obbiio, in cui lo aveva lasciato. con farne 
breve argomento. di lettura a questa Sezione di Scienze 
della nostra Accademia, per secondare il gentile invito del 


Memorra DEL sic. Pror. Anton Anatpr 5 
Segretario generale di essa con sua Circolare di concorrere, 
ove le mie forze il permettano, ai lavori delia medesima nelle 
Adunanze mensili. | 

Per ‘ciò mi è d’uopo raccogliere nei più concisi termini 
quanto della citata memoria sia necessario all’intelligenza 
del nuove processo, che alla medesima si appoggia. 

Se dunque abbiansi due equazioni fra le x, y 
Ei} (2) Ag'tAy'+A, 4A 20 

(2) Byr'+B.y+B.y"%.. ere B 220, entrambe 
di grado 72 rispetto alla y, e nelle quali i coefficienti 
AsiAsino BB sono funzioni quali si vogliano di x, 
sottratta la (a) moltiplicata per fe 
1° B. 
x By+B, 


m° ° Byrt4-Bytt,.. ceteBr 
dalla (2) corrispondentemente moltiplicata per le 
I° 4, 


m° Ay*'+A,y"7%4..... +Aa, si ottengano 
le 2 equazioni 
[a] a.y”''+dy+0y"+...4-A,y+k,=0 , 
ay'+bf + Any 20, 
Ant" +Bu ACE. lin ZO , 
| ove posto per abbreviazione 4,8, sr AB,=4,B, » si ha 
a=4,B,,b=A4,B,,c=A4,;B,,d=. 
a=b,,b=zA4,B+c, sc=4,Br+d,, d=. 
ast, by=c,, cr, Bard, 9 de. 
a=d,,b=<d, scg=d,,..... 


e _ 0 e e 00 © (di e °. 


dalle quali equazioni eliminando le rz-1 potenze y""*, y"?. ...y 


6 Sur Mopo pi OTTENERE coLL’ELIMINAZIONE Ecc. 
della y si ottiene la risultante scevra da fattori alteranti 
espressa dalla formola 
[3] S(A,b, 4,5, )C3d, csevvr0 Amorkm) =O s Ove col segno 
S(ab—4,b,)c:d,--..hmkm sì indica la somma di tatti i 
termini differenti in numero 3. 4....r7 che si avrebbero col per- 
mutare in giro nell’espressione (4,5,—4,b,) C3d,.....lmkn tre 
apici nei posti dai medesimi occupati di maniera che il 1° 
a destra rimova il 2°, questi il 3° il quale passi ad occu- 
pare il posto del 1°, onde quando un apice entra fra le 
parentesi dovrà scriversi sotto due lettere, e quel che ne 
esce ed occupava due posti diverrà semplice. Dimostrai 
che questa risultante riesce di grado 72° quando le 4, 8 
sono funzioni della x dei gradi indicati dai corrispondenti 
apici, siccome deve verificarsi della vera risultante. 

Che se le due date equazioni avessero le forme 


[4] (2) CIC + e AC 0 3 
(2) DI" + DT cere + Dan =0 
ove'gli apici indicano i gradi dei coefficienti C, D, potranno 
queste esser rappresentate dalle [1], posto 
A,=0,3 A,=Cs3 9 0000009 BED BD 3 BD € 1A 
vera risultante [3] riuscirà del grado m2°+mr+rns. 
Ma se le date equazioni siano di gradi differenti rispetto 
alla y, come le 
[5] (0) Cott Cu ytrntCrpa=0; 
(2) DY+D,.1Y" +... + Dn =0; 
ove n<m, qualunque sia il modo, col quale si applica la 
precedente regola per trovare la risultante [3], riuscirà sem- 
pre questa affetta da un fattore della x, che uguagliato allo 
zero somministra dei valori di x estranei alle Equazioni 
date, e che perciò dicesi a/terante, il che non toglie il 
pregio della formola [3], perchè quando m=n guida alla 
risultante priva di quei fattori, che sarebbero in essa intro- 
dotti dagli altri metodi di eliminazione conosciuti. 
Un modo di applicare la regola data consiste nel ridurre 


Memoria DEL sic. Pror. Antonio Aratpi 7. 
le date equazioni allo stesso grado, moltiplicando la seconda 
(3) per y**, onde questa si cambi nella 

D,y"4+D._Y'4.. et Don *=0 mancante degli ul- 
timi 72-— termini, quindi posto 

At, A=ligsno Ala BD. B=Di 

B=D.,x,B..=B.,.,=....=B,=0, e la [3] sommini- 
strerà una risultante del grado m°*+-mr+7ms, affetta però dal 
fattore Cr del grado (r+m) (m—n) che non appartiene 
alla vera risultante, la quale si può ottenere dividendo la 
trovata pel noto fattore C777, e riuscirà del grado m°*+mr+ms 
—(m_n) (r+m)=mn+nr+ms 

Il secondo modo di usare del nostro metodo si ha la- 
sciando le [3] quali sono e, col porre 

AAC An=Crimo Be=B=Ba=0 , 

B.,-.=D,, Ba,:=D,41 300» +9 Ba= Da rappresentarle dalle 
[0] (2) AV+Ay+AyY + nti monto tr 0 

__ (0) BaNt-Baons:)" te + Ba =0 
onde si giunge alla risultante [3] affetta dal fattore alterante 
A-*=C,*-* da cui si dovrà liberare mediante la divisione. 

Questo processo è preferibile, perchè più ovvio, e guida 
ad un’equazione di grado meno elevato. 

Colle seguenti ricerche mostrerò come si possa modificare 
quest’ ultimo metodo, onde ottenere direttamente, e sempre 
la vera Equazione finale al grado dovuto. 

Per essere nulle le B,, B., .-.18._., 1e prime m—n Equa- 
zioni [2] si saranno ottenute moltiplicando la [6] (2) suc- 
cessivamente per le quantità 
(1) A Ay+LAg4AYFAytAsgo sh YA ST ent ni 
mentre le altre 7 equazioni si ottengono sottraendo la (a) 
moltiplicata per le 
k ma 


Bat Brnonsi 


Bf Ban" +Ba-: 


8 Sur Mono pi orTENERE coLL'ELIMINAZIONE Ecc. 
dalla (5) corrispondentemente moltiplicata per 


ANTIPASTO + itAnoao 


AYVT+AYNO bt Anasi 


AYIPA NT +ntr Aaa 

e l'equazione [3], che si otterrà dall’eliminazione delle po- 
tenze della y da queste m equazioni, dovendo avere il fat- 
tore 4,°-* estraneo alle date [6], avrà la forma 4 È (x)=0, 
chiamata F(x)=o la vera risultante. 

Supponiamo ora nei soli moltiplicatori (4) unititate le 
A: Aug «00 Amon in altrettante 4,, le nuove Equazioni [2] 
sussisteranno colle (a), (9) malgrado questo cambiamento, e 
la risultante ottenuta da esse col solito processo dovrà 
contenere per fattore la vera risultante F(x), e potrà inten- 
dersi ricavata dalla 4,°-*F(x)=0, cambiando nei soli termini 
introdotti dai precedenti moltiplicatori (4) le 4, 4,, 1 Ax: 
in tante 4,. Questa modificazione non potrà alterare il fat- 
tore A4,,°-* nè aumentare il grado della F(x), perchè la 4, si 
è supposta di grado più basso delle 4,, A,, ..... da essa sosti- 
tuite. Non potendo d°altronde scemarvi il grado della F(z) 
fattore anche della nuova risultante ottenuta dopo il cam- 
biamento della A,,4,, si fa chiaro non mutarsi per la fatta 
ipotesi la risultante 4,°-* F(x)=0; per lo che rendesi ma- 
| nifesto, che i molti termini, che sicuramente saranno stati 
introdotti in essa risultante dalle A,, A,, ..... appartenenti al 
moltiplicatori (4) sono scomparsi, perchè elisi da altrettanti 
eguali e di segni contrarj e che quindi la risultante medesima 
rimarrà inalterata comunque si cambino nelle (4) le 4,, 4.,-- 
Ad impedire pertanto la comparsa di tutti quei termini gio- 
verà porre in esse (4) tutte le A,, A,,..0+ An1i==0 ed IN 
allora le (4) mutandosi nelle 
(2) Asp dAYr AV 30 p dry. 
i coefficienti delle prime 72:—r equazioni [a] avranno tutti 
il comun fattore 4,, e perchè la risultante [3] è composta 
di termini, ciascuno dei quali è il prodotto di m coefficienti 


. Memoria peL sic. Pror. AnToNIO ARALDI 9 
delle [2] dei quali 72-—r appartengono alle prime m:—n equa- 
zioni [2], per impedire nella [3] la comparsa del fattore A4,°-”, 
basterà togliere da queste m:—n equazioni il comun fatto- 
re 4,; il che si ottiene col sostituire nelle (2) altrettante 
unità in luogo delle 4.. 

Dalle esposte riflessioni emerge la regola seguente per 
ottenere priva di fattori estranei la risultante dell’ elimina- 
zione della y dalle due equazioni [6] di gradi differenti 
rispetto ad essa incognita y da eliminare. 

Si formino m—n Equazioni moltiplicando successivamente 
la (3) per le quantità 

AO e y°*. e siano rappresentate dalle prime 
m-n equazioni [2], poscia si trovino altre n equazioni col 
sottrarre la (a) moltiplicata per le 


MR 


B_._,yY-t-Bmas: 


BV +Bna:)" tese Br 
dalla (2) corrispondentemente moltiplicata per le 
ANTPIPAÀYTOTO deetAnaon 
ANTIPASTI ent A pn tAninri 
ANTA: NO ntA mr 
e così completato il numero 72 delle Equazioni [2] si eli. 
mineranno al solito da esse le potenze y"-', y"-*,...., y della 
y e si giugnerà alla vera risultante [3], ove i valori dei 
coefficienti a,, d, ,..... delle prime m—n equazione [a] saranno 


A, —=0, b,=0, C,=0 0 © o» o ° . h,==B_; k=B, 

a,=0, b.=0} C(=0. uu h,=B., k,=0 

Az 204 b,=0, © e © o. C) o °. o . hx=0, k,=0 
A moti 9 | RE — Miett ) Cora =Bonrs soli 20; A — 01° 
Am =Bm-n? b VER)» ARI rilialre I, 9 Km ==0. 


Quanto ai coefficienti delle ultime n Equazioni, gioverà 
Tom. III. 2 


10 Sur Mopoprortenere coLL’ELIMINAZIONE Ecc. 
talvolta determinarli con ordine inverso a quello insegnato, 
cioè partendo dagli ultimi coefficienti delle equazioni infe- 
riori [2] espressi dalle 
knzAn Bas hazAnoBno = BucAnsBas 
kh, s him:=An Bum be AnsBirtfa 
kns=fn3  Pna=feir  GuasAnsBortfo: 


osservando che nelle 4, B, deve togliersi la sovrapposta 

lineetta, e scriverli semplicemente 4, B,, quando g rappre- 

senti una delle m2—-n—-1, m_n—3, ....... 1, O, avendosi 
Bre Basa a = B=B=20. 

Per applicare ad esempj le esposte regole sceglierò pel 
caso che le due equazioni siano dello stesso grado rispetto 
all’incognita y da eliminare, quelle 
(a) 2y°—6y"—xy+6=o0 
(2) ay°--3xy°—2x*y+3x'=0 trattate dal Garnier, e dal Lot- 
teri (Introduz. al Calc. pag. 197) si ha 

A=x, A=—-6, Ax, A;=6 
B,=2, B.=—_3x, B.=—2x*, B:=+3°, quindi 
a=A,B=4,B—AB=—-32+12, b=A4,B,=—22°+2x, 
c=A4,B,=3x'—19, 
a,=b,=—2x°+3x,b,=A4,B+c=192°—3£2°+3x'—19=3x4+9x°—12 
c=4,B:=—18x°+18x, 
ac =3x4—12, b;=c,=—18£°+18x cc=4,Br=2—3x44+-192*, 
e la risultante [3] a,b,c-+-a:b,c.+4,b;c,=0, sarà 


[ (3x°+12) (3x4+9x°—12)—(—2x°4+2x)° | (-3x4+12x°)+ 
[B- 19)(-2r°+2x)-{-3x*+12)(—18x°#+1 82) (-18x°+18x)+ 


[(-22-+22) (-182°+182)—(3x4+92°102)(3at1 3) (324—19)=0, 


che sviluppata, e divisa pel moltiplicatore —3 comune a 
tutti 1 termini, dà l’ equazione 


Memoria DEL sic. Pror. ANTONIO AraLpI 11 
9gx'*—58x'°—-219x°+2016x°—376424+-2592x*—576=0 
vera risultante completa trovata dal Lotteri, e discordante 
da quella del Garnier. 

Applicando in tre diversi modi all’eliminazione della y 
il metodo di Bezout il Lotteri dimostra che sempre la 
risultante riuscirebbe moltiplicata per un dei fattori 
A4,5B,, 4,B,, 4,B,, quindi del grado 16°, o 19°, o 14° in 
luogo del 12°. 

Pel caso che le due date equazioni siano di gradi diffe- 
rentì rispetto all’incognita da eliminare assumo l’esempio 
dato dal Francoeur, ( Algèbre supérieure p. 64 ) scambian- 
dovi la x nella y, delle 
(a) 2Y°-3y+1=0 
(2) (x—-1)y-+y—2=0, ove 

A=x, A,=0, A=-3, Ax, 

B.=0, B,=x—1, B,.=1, B;=—2, onde 


a,=X=—I, b,=1, c=—2 

a=4,B,=x, b=4,B+4,B,, =x—3, c=A4,B==(x-1) 
a=A4,B==—2x, br=c=—(x—1), = 4,B;=5, e la risultante 
(ab, —ab.)c+(asb,—a,b3)c.+(a.b,—a;b,)c=0 diverrà 


[ (a-1)(a-3)—x | D+- [ —2rx+-(x—1)° | —{(x—-1)+ 


È (Hz—1)}{—a2(-3))]-a=o, che sviluppata diviene 


x°-—Bx*+20x—16=0 equazione finale senza radici estranee, 
cui giunse anche il Francoeur affetta però dal fattore (x—1)?. 
Per un secondo esempio dell’ ultimo caso le equazioni 
date siano 
(2) y—-xr"+(x—06)y+x*—4=o (Francoeur p. 62) 
(5) y—-xy—4=0, ove 
A=i, A=—xA=x—6, A;=x°—4 
B,=0, B=1 B,=—x, B,==-4, e trovansi 


12 Sur MonvopiorteENErRE coLL’ ELIMINAZIONE Ecc. 
a=, b,=—2, co4 
 a==x, b=A4,B+A,B=x-—x+2, 
c=A,B,=4x—x°+4 
a=—4, b=4x x +4, cc= 4,B=x'"-8x-+-24, e la risultante 
a,b,c:+a,b,c,+-a,b,c=0 diviene 


| (2-2)(x°—-Bx+-24)+(2°-4)(4x—-x'+4)4(x°-8x+8)-4=o0, 


che sviluppata dà 

—2xt44-2x°+-16x*—24x=0, e divisa per —2 si ha la vera 
risultante completa 

x'-a°—8Bx°+12x=0, mentre quella indicata dal Francoeur, 
cioè la x°+3x=0, è mancante del fattore x°—4x-+-4, ossia 
delle due radici eguali x=2. I quattro valori della x tro- 
vansi essere 

x=0,-=3, 2, 2, e corrispondentemente 

yY=2, I, 144/ 5, I-y/ 5. 

Dagli esposti esempj si rileva, che il metodo di cercare 
il massimo comun divisore fra le date equazioni usato dal 
Francoeur, guida talvolta ad un’ equazione finale di grado 
troppo alto, perchè affetta da fattori alteranti, tal altra di 
grado troppo basso, perchè mancante di alcun fattore che 
gli appartiene. 


SOPRA 
LA SIMULTANEA PRODUZIONE 


DI MOSTRI NELLA SPECIE UMANA 


MEMORIA 
DEL SIGNOR PROF. PAOLO GADDI 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza del 20 Maggio 1858 


—— rr Dbqim——_—_— 


Povailono nella natura fenomeni, i quali elaborandosi nel 
segreto passano spesso inosservati. Fra questi fenomeni ve 
ne sono parecchj, che quantunque a prima vista possano giu- 
dicarsi di poco o niun conto, tuttavolta a dovere meditati, 
e con filosofico intendimento studiati, si palesano alla per- 
fine di rilevantissimo interesse scientifico e sociale. Alla 
serie di simili fenomeni, ove io male non mi apponga, ap- 
partengono le anomalie e le mostruosità che a quando a 
quando accadono nella specie umana, e che costituiscono 
il vasto campo della Teratologia. 

Gli studj teratologici formano uno dei migliori vanti 
dell’ odierno progresso nelle scienze anatomiche, poichè tu- 
rono valido mezzo a sgombrare le tenebre delle superstizioni, 
nelle quali la formazione delle mostruosità era ravvolta, del 
pari che gl’ innumerevoli pregiudizj sparsi, e fatalmente 
radicati nei popoli. La mercè di quei benemeriti stud), 
la genesi di molte anomalie è stata meglio intesa, e la 
scienza ha potuto stabilire in molti incontri il principio, che 


14 SOPRA LA SIMULTANEA PRODUZIONE DI MOSTRI ECC. 


ogniqualvolta la natura scostandosi dalle leggi sue ordinarie 
abbandoni le forme consuete nelle sue produzioni, anche in 
ciò facendo, ella segue leggi costanti e di un ordine tutto 
affatto nuovo. Di tal guisa, qualsiasi anomalia o mostruosità 
entrò nel dominio della scienza, e con quella face alla mano, 
l’ anatomista ha potuto tutte assoggettarle a metodiche clas- 
sificazioni. In conseguenza di che qualunque anomalia o 
mostruosità oggi si produca, trova già pronto il suo posto, 
ed ha preparata la sua nomenclatura. 

Un fatto speciale in ordine teratologico mi è più volte 
accaduto di osservare, ed è di questo ch’ io qui brevemente 
intendo dar conto a voi, Onorevoli Colleghi, onde chiamare 
su quello la vostra attenzione affinchè dirigendo la vostra 
solerzia e gli acuti vostri ingegni allo studio delle cause 
che per avventura lo possono produrre, vi rendiate bene- 
| meriti della scienza e del sociale umano consorzio. 

Sotto l’ influenza di cause fino ad ora non abbastanza 
studiate, e quindi tuttavia incognite, mi sono avveduto che 
la produzione simultanea delle mostruosità si opera ad epo- 
che indeterminate con notevole frequenza. Ed invero scor- 
rono anni molti prima che se ne presenti una, poscia d'un 
tratto qua e là quasi contemporaneamente se ne sviluppano 
in numero ragguardevole. Cinque anni or sono, Modena sì 
trovò in una di queste epoche, nè mancai di farne oppor- 
tuna e pubblica annotazione nella Gazzetta Medica di Mi- 
lano. Ora Modena di nuovo vede riprodursi la comparsa si- 
multanea di parecchie mostruosità. 

Nel breve corso di poco più che tre mesi dell’ andante 
anno, il Patrio Museo di Anatomia alla mia direzione affi- 
dato, ha raccolto quattro mostri tutti di sesso femmineo € 
tutti approssimativamente giunti al settimo mese della vita 
uterina. Due sono venuti in luce in Modena, il terzo nella 
Villa di Collegara poco lungi da Modena, il quarto in Reg- 
giolo, paese posto sul confine Mantovano. Classificati giusta 
gl’ insegnamenti dell’ esimio teratologo Francese, Isidoro 


Memoria per sic. Pror. PaoLo Gappi 15 


Geoffroy Saint-Hilaire, ho verificato, dietro i più esatti 
riscontri, ch’.essi appartengono tutti all’ ordine primo degli 
Autositarj, alla tribù terza ed alle famiglie prima, it 
e terza. 

Dei due nati in Modena, il primo è un mostro ani 
falico, il quale manca della volta craniana, ed i cui residui 
laterali sono come spinti all’ infuori, gettati cioè a destra 
ed a sinistra, persistendo però distintamente il grande foro 
occipitale. Un atrofico ed informe encefalo stassi a nudo 
verticalmente posto sulla base del cranio, e come non me- 
rita il nome di encefalo che per rimembranza, così può 
dirsi altro non essere, che una molle massa rossastra molto 
vascolarizzata, e di una polpa nervea quasi esclusivamente 
composta della sostanza grigio-cinerina , assai lontana nel 
suo anatomico componimento dalla normale sostanza cere- 
brale. Brevissimo o quasi nullo è in questo mostro il collo, 
e gli occhj protrudenti in fuori dalle orbite, sono incom- 
pletamente coperti dalle palpebre tumefatte. 

Il secondo è un mostro Anencefalico, nel quale manca 
del tutto 1° encefalo ed il midollo spinale, onde i nervi che 
da quelle parti centrali avrebbero attinte le loro radici, si 
annettono soltanto a lievi striscie di sostanza granellosa, 
sola’ materia che surroghi il deficiente asse cerebro-spinale. 
La volta craniana non esiste punto, ed il canale rachidiano 
onninamente aperto posteriormente, completa in tutta l’ esten- 
sione la spina bifida. Presenta questo mostro l’ innesto im- 
mediato della base del cranio sulle spalle, e la deforme 
faccia si presenta spinta ed infossata nella superiore parte 
della cavità toracica. Per le quali mostruose disposizioni 
di organi, gli occhi sono vieppiù sporgenti, e le rigonfiate 
palpebre tondeggianti sembrano quasi attaccate all’ orlo an- 
teriore della base del cranio. 

Il terzo venuto in luce a Collegara, e ch’ io debbo alla 
gentilezza dell’ Eccellentissimo Signor Dottore Pini, è un mo- 
stro Exencefalico anch’ esso avente la spina completamente 


16 SOPRA LA SIMULTANEA PRODUZIONE DI MOSTRI ECC. 


bifida. Manca questo eziandio della volta del cranio, onde 
sulla base craniana poggia una rudimentaria ed imperfetta 
massa encefalica, molle, rossastra, sanguinolenta, e di so- 
stanza cerebrale anormale. Lungo la spina bifida, scorgesi 
il midollo spinale bifido anch’ esso, quasi atrofico, e dalle 
cui parti laterali traggono deboli radici i nervi rachidiani. 
In questo mostro ancora, i globi oculari assai sporgono 
dalle occhiaje, e la faccia giace innestata sul petto. Ed 
a proposito della Villa di Collegara, non debbo trascurare 
il farvi riflettere, o Signori, che in questa villa di prefe- 
renza alle altre tutte, con maggiore frequenza sì ebbero 
mostruosità. 

Il quarto, inviatomi gentilmente in dono dall’ Eccellen- 
tissimo Signor Dottore Geremia Brunetti da Reggiolo, è un 
altro mostro Anencefalico. Io non mi farò a descriverne i 
principali caratteri, poichè egli non è che una ripetizione 
del secondo mostro nato in Modena. 

Sono questi i quattro mostri che in brevissimo lasso di 
tempo ed a mia cognizione sono venuti in luce fra nol. 
Edotto dalla esperienza, oso dire che forse scorreranno pa- 
recchi annì prima che simile avvenimento si rinnovi. In 
ogni modo però credo di non errare, dichiarando che que 
sto fenomeno meriterebbe gravi studj per parte dei cultori, 
non solo delle scienze naturali, ma benanche per parte dei 
cultori delle scienze metafisiche e morali. 

Forse osservazioni esatte ed attente sulla posizione sociale 
dei genitori, sullo stato loro sanitario, sulla tempra, sui feno- 
meni più rilevanti cosmico-tellurici, sulle circostanze che 
accompagnarono l’ atto fecondante, su quelle che si asso- 
ciarono alla gravidanza, in ispeciale modo sui primord), sulle 
scosse ed impressioni svariatissime apportate al sistema ner- 
veo specialmente della madre, somministrerebbero lumi coi 
quali rischiarare la causa incognita di un fatto di tanta 
importanza. E quei lumi avvantaggierebbero non solo le 
scienze fisiche, ma le scienze religiose e sociali eziandio. 


"ru — —- PE] 


6.’ 


SOPRA 
— UNA MANIERA DI STABILIRE I PRINCIPJ 


DEL METODO DEGL'INFINITESIMI 


DISSERTAZIONE 
DEL SIG. PROF. PIETRO DOMENICO MARIANINI 
LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza del 20 Maggio 1858 


cOn 


6. 1. I principali metodi coi quali si è trattato il calcolo 
differenziale ponno ridursi a cinque; e sono: il metodo 
degl’infinitesimi, il metodo delle flussioni, quello delle ul- 
time ragioni, quello dei limiti, e quello delle derivate. Per 
altro i due metodi dei limiti e degl’infinitesimi, usati pro- 
miscuamente, bastano da soli a condurre a tutti i risultati 
ottenuti dai geometri coi cinque metodi suindicati. Potrebbe 
bastare a tutto anche il solo metodo dei limiti; ma in molti 
casi converrebbe ricorrere a dei postulati. Non è però che 
in tali casi, appigliandosi invece al metodo degl’ infinitesimi, 
si arrivi con maggior rigore ai risultati; mentre è agevole 
il vedere che questo metodo suppone appunto quei mede- 
simi postulati. Esso però giova moltissime volte ad ottenere 
con minori difficoltà e più speditamente le soluzioni dei 
problemi; ed è da ciò che deriva la sua grande importanza. 
Pertanto è cosa interessante lo stabilire convenientemente, 
per quanto sì può, i suoi principj; e lo scopo che io qui 
mì propongo è quello d’indicare una maniera di stabilirli, 
che stimo opportuna. E quantunque tale maniera possa de- 
sumersi dalle Riflessioni sulla metafisica del calcolo infini- 

Tom. III. 


18 SUL METODO DEGL’ INFINITESIMI 
tesimale del Carnot e dalle cognizioni che si hanno attual- 
mente sul metodo dei limiti, pure spero che non riuscirà 
priva d'interesse, giacchè mi pare che il principiante, ini- 
ziato con essa al metodo infinitesimale, comprenderà age- 
volmente il giusto conto in cui questo metodo deve essere 
tenuto, il che potrebbe non avvenirgli qualora, essendo già 
iniziato nel metodo dei limiti, leggesse le dette Riflessioni 
del Carnot. 

$. 2. Diversi sono i giudizii dei geometri sul metodo in 
discorso. Alcuni non dubitano di dichiararlo ripugnante o 
falso ne’ suoi principj, e quindi da rigettarsi. Altri lo so- 
stengono veramente rigoroso, e chi in un modo, chi nel- 
I’ altro, ritiene di stabilirne i fondamenti in modo inconcusso. 
Altri finalmente riguardano il detto metodo come atto a 
condurci speditamente a dei risultati, ma senza offrire una 
dimostrazione pienamente rigorosa dei medesimi. Quelli che 
portarono il primo giudizio non avevano torto, in quanto 
che avevan di mira quelle maniere di stabilire i princip) 
del metodo infinitesimale, nelle quali si pretende o la esi- 
stenza effettiva di quantità le quali abbiano e non abbiano 
nello stesso tempo la proprietà di essere minori di qualsi- 
voglia quantità diversa dallo zero, ovvero la eguaglianza 
assoluta di due quantità diseguali. Quelli che giudicarono 
al secondo modo, direi che vi furono indotti dal vedere 1 
mirabili risultati ottenuti con quel metado, attribuendo pol 
a rigore del metodo ciò che in parte dipendeva dalla accor- 
tezza di chi lo adoperò. Il terzo giudizio è quello che mi 
sembra meglio ponderato. Ma ella è pur cosa desiderabile 
che sieno stabiliti i principj del metodo in discorso in modo 
che non vi sieno buone ragioni per portare contro di esso 
il primo degli accennati giudizj. Un punto cardinale a questo 
riguardo sta nella definizione di quantità infinitesima; ond’ è 
che prima di accingermi ad indicare il modo con cui io 
credo conveniente d’iniziare i giovani al metodo infinitesi- 
- male (ciò che forma lo scopo del presente mio discorso), 


Dissertazione DEL sic. Pror. Pietro MarranINnI 19 
non sarà inopportuno rammentare quelle tra le principali 


maniere con cui si è pensato di definire l’infinitesimo, le 
quali io stimerei sconvenienti, facendo alcune osservazioni 
sulle medesime. | 

S7 3. Tra quelli che hanno trattato il calcolo differenzial 
col metodo degl’ infinitesimi, alcuni asserirono l’esistenza di 
quantità diverse dallo zero ed aventi una grandezza minore 
di qualunque grandezza assegnabile. Chiamarono queste 
quantità infinitesime; ed ammisero che possano darsi due 
quantità infinitesime aventi tra loro un rapporto geometrico 
dato qualsivoglia; che una, per esempio, sia la metà del- 
l’altra. Qui vi è contraddizione manifesta; poichè, essendo 
la seconda, per definizione, minore d’ogni quantità assegna- 
bile, sarà minore anche della prima, cioè della sua metà. 

S. 4. Altri dissero dover intendersi per infinitesimo. una 
quantità, la quale rispetto alle quantità ordinarie sia pic- 
cola a guisa di un granello di polvere rispetto ad un vasto 
monte, ovvero come una goccia d’acqua rispetto a tutta 
l’acqua del mare; ma a questi si è giustamente obiettato 
essere allora contrario al rigore matematico l’ammettere che 
una quantità infinitesima possa trascurarsi rispetto ad una 
non infinitesima, ciò che costituisce un principio fondamen- 
tale del metodo in discorso. Si potrebbe rispondere che 
accade una compensazione di errori; ma, se nel calcolo in- 
finitesimale convenientemente condotto accade questa com- 
pensazione di errori, essa vi accade indipendentemente dallo 
aver supposto l’infinitesimo di quella straordinaria picco- 
lezza, e sarebbe perciò più conveniente riguardare l’ infini- 
tesimo come quantità arbitraria. 

S. 5. Altri stabiliscono che gl’ infinitesimi sieno assolu- 
tamente eguali a zero, ammettendo però che abbiano tra 
loro de’ rapporti determinati. É lecito pertanto, dicono essi, 
il trascurare gl’infinitesimi rispetto alle quantità finite; e 
contro questo nulla si può obiettare. Ma essi ammettono poi 
che gl’infinitesimi abbiano tra loro dei rapporti determinati, 


20 SuL METODO DEGL’ INFINITESIMI 


che uno, per esempio, sia doppio di un altro, uno triplo, ecc. 
Questi infinitesimi pertanto sono suscettibili di confronto di 
grandezza, proprietà esclusiva delle quantità diverse dallo 
zero. Dunque gl’ infinitesimi secondo questi princip) sono e 
non sono eguali a zero. 

L’Eulero però crede di convincere che possano esservi 
degli zeri aventi tra loro de’ rapporti determinati col se- 
guente discorso: «.... sumamus exemplum.... quadrati xx, 
cujus incrementum 2x0+-00, quod capit, dum ipsa quanti- 
tas x incremento o augetur, vidimus ad hoc rationem tenere, 
ut 2x+0 ad 1; unde perspicuum est, quo minus sumatur 
incrementum ©, eo prorsus istam rationem accedere ad ra- 
tionem ut 2x ad 1; neque tamen ante prorsus in hanc ra- 
tionem abit, quam incrementum illud @ plane evanescat. 
Hinc intelligimus, si quantitatis variabilis x incrementum © 
in nihilum abeat, tum etiam quadrati ejus xx incrementum 
inde oriundum quidem evanescere, verumtamen ad id ra- 
tionem tenere ut 2x ad 1 » (1). Maè agevole il riconoscere 
la niuna forza di questo discorso: imperocchè il rapporto 
di 2x0+0* ad o è bensì uguale a quello di 2x+@ ad t ogni 
volta che la @ abbia un valore diverso da zero; ed è per- 
ciò vero che, quando @ diminuisce indefinitamente, allora 
il rapporto di 2x0+0*° ad © converge verso 2x; ma dedu- 
cendo da ciò che questo rapporto è assolutamente 2x quando 
© è zero, si viene ad ammettere che il limite del rapporto 
di due quantità sia uguale al rapporto dei due limiti delle 
quantità stesse anche nel caso in cui questi due limiti sieno 
zero entrambi; il che non può dimostrarsi. 

Ma taluno potrebbe dire: la equazione 

IXO+-0° 
———=z2+0 
sussiste qualunque sia ©, onde, posto in essa @=0, avremo 
necessariamente che il suo primo membro, cioè il rapporto 
delle due quantità axo+-0*, 0, diverrà 2x. Rispondo che la 


(1) Institutiones calc. diff. Ticini 1787. Prefazione pag. 3.° 


DissertAZzIONE DEL sIG. Pror. Pietro MARIANINI SI 


precedente equazione è dimostrata vera per ogni valore di @ 
diverso da zero, ma non pet o=o, il che anziè ciò che si 
avrebbe voluto dimostrare; dunque non è lecito porre in 
essa o=0. Ed, in generale, per dimostrare che una equazione 
sussiste per o=0, non basta dimostrare ch’ essa sussiste per 
qualunque valore di © diverso da zero ed ammettere quindi 
ch’ essa sussista anche per o=0, giacchè, in tal guisa, si 
viene ad ammettere appunto ciò che si vuol dimostrare. 
Ma qui alcuno potrebbe soggiungere : la legge di conti- 


cea 2X10+0 — 
nuità richiede che il valore del rapporto —_ corrispon- 


dente ad @=o0, o, ciò che è lo stesso, il rapporto delle 
quantità 2x0+0*, @ quando @ è zero, sia il limite verso cui 
converge il rapporto stesso al diminuire indefinitamente 
di @; sia cioè 2x. Rispondo che la legge di continuità ha 


bensì luogo nel rapporto sana per qualsivoglia valore di @ 


diverso dallo zero, come può agevolmente dimostrarsi; ma, 
pel caso nostro, converrebbe dimostrare ch’ essa ha luogo 
anche per o=o0. 

È bensì vero che qualora abbiasi una quantità Q, il cui 
valore dipenda da quello della. @ in guisa che riesca 
prin 
da zero; e la quale quantità Q var] con continuità ogni qual 
volta @ varj con continuità, ed anche se la © nel suo va- 
riare assuma il valore zero; è bensì vero, dico, che in tal 
caso per o=0 avremo necessariamente Q=2x. Ma ciò non ha 
relazione colla questione precedente, nella quale sì considera 


per qualsivoglia valore della © finito e diverso 


2X04+-0° . 
semplicemente il rapporto -——_ ; il quale per se stesso, 


DI 


quando ®© è zero, non è determinato. (2) 


(2) Le riflessioni qui fatte sono in conformità di quanto scrive il Bertrand nel 
suo trattato d’ algebra elementare, ove parla delle espressioni che si presentano 


29 Sur METODO DEGL’ INFINITESIMI 


Si potrebbe tuttavia stabilire la convenzione di chiamare 
rapporto dei valori corrispondenti ad o=o delle quantità 
20x-—0°, © (ed, in generale, delle f(x+0)—f(x), 0) il limite 


200° 3 
verso cui converge il rapporto 3 (ed, in generale, il 


rapporto {E+9P1 0) ) al diminuire indefinitamente di ©; 


e ritenere gl’ infinitesimi eguali a zero. Così essi, quantunque 
eguali a zero, pure, a motivo della stabilita convenzione, si 
riguarderebbero come aventi tra loro dei rapporti determi- 
nati. Parmi però che la esposizione del metodo infinitesi- 
male relativa a tale incominciamento, non possa arrivare 
alla semplicità e nitidezza che può ottenersi per altra via. 

S. 6. Il Poinsot ed il Cauchy stimarono meglio di defi- 
nire altrimenti le quantità infinitesime. « Per questi geometri 
(dice il Moigno nella sua Opera Legons de calcul différen- 
tiel et. de calcul intégral, Paris 1840, Introduction pag. xxv) 
un infinitamente piccolo non è che una quantità variabile 
o indeterminata, che può decrescere indefinitamente senza 
arrestarsi ad un valore apprezzabile; una quantità, che, presa 
isolatamente, può essere concepita più piccola che ogni 
quantità data ». Attenendosi a tale definizione, il metodo 
degl’ infinitesimi potrebbe portarsi a tutto il rigore del me- 
todo dei limiti; ma, come dice poco dopo il Moigno mede- 
simo, perderebbe il pregio suo proprio, quello cioè della 
speditezza ; e si può dire inoltre che esso non conserverebbe 
che il nome di metodo degl’infinitesimi, ma in sostanza 
sarebbe trasformato nel metodo dei limiti (3). 


sotto forma indeterminata. Vedi la prima edizione italiana di questo trattato, 
Firenze 1856 n.i 287, 288, 289. Vedi anche la osservazione 1.° al n.° 43, e la osser- 
vazione unica al n.° 194. 

(3) Il Moigno per altro, per quanto a me pare, nella sua sesta lezione del Calcolo 
differenziale, attenendosi alla definizione riportata, e dopo di aver bene stabilita in 
conformità di essa la classificazione degl’ infinitesimi in ordini, e dimostrati alcuni 


DISSERTAZIONE DEL SIG. Pror. Pietro MARIANINI 23 


S. 7. Ma il Cauchy nel suo Cours d° Analyse 1. Partie 
pag. 26, si esprime come segue: « On dit qu’une quantité 
variable devient infiniment petite, lorsque sa valeur nume- 
rique décroit indéfiniment de manière à converger vers la 
limite zéro ». Con questo però non viene espresso chiara- 
mente che cosa s’abbia ad intendere per infinitesimo ; poi- 
chè se quando si dice che il valor numerico di una quantità 
decresce indefinitamente in guisa da convergere verso zero, 
s'intende di esprimere ch’esso valor numerico vada dimi- 
nuendo e termini col diventar zero, allora la definizione del 
Cauchy importerebbe che per infinitamente piccolo debba 
ritenersi soltanto lo zero. Ma se tale fosse stato il divisa- 
mento del Cauchy, lo avrebbe espresso chiaramente. Se poi 
colle parole il valor numerico d’ una quantità decresce inde- 
finitamente in guisa da convergere verso zero intendesi dire 
che il valor numerico di quella quantità va sempre decre- 
scendo senza mai arrivare allo zero ed in modo che, comunque 
piccola venga assegnata una quantità positiva, arrivi tosto 
o tardi il detto valor numerico ad essere più piccolo di questa, 
allora la definizione del Cauchy non è che una convenzione 
per esprimere con altre parole l’ indefinito diminuire nume- 
rico di una quantità che non arriva però mai ad annallarsi; 
ma essa definizione non stabilisce che cosa s’abbia ad inten- 
dere per infinitamente piccolo, giacchè una quantità, il cui va- 
lore numerico diminuisce indefinitamente senza mai diventar 
zero, va sempre cambiando di valore, e quindi ciò che diventa 
questa quantità non è niente di fisso e determinato. 

Ma se si ha riguardo a tutto ciò che il Cauchy espone 
sugl’ infinitesimi nella sua opera testè citata, pare veramente 
che il Moigno abbia bene interpretato l’intendimento del 
Cauchy medesimo, dicendo che per questo geometra un 


teoremi, il tutto desunto da ciò che sugl’ infinitesimi espone il Cauchy nel suo Cours 
d’ Analyse, viene poi sotto il n.° 32 a dedurre erroneamente delle conseguenze, le 
quali, attenendosi alla definizione stessa, sono false. 


ad ‘Sur metoDo DEGcL’ ÎINFINITESIMI 


infinitesimo altro non è che una quantità, il cui valor nu- 
merico può decrescere indefinitamente (4). 

6. 8. Premesse tali - osservazioni, io vengo a prendere di 
mira lo scopo che mi sono prefisso. Opinerei primieramente 
che, nell’insegnamento del calcolo differenziale non si co- 
minciasse a parlare ai principianti d’infinitesimi se prima 
non fossero un poco iniziati nel calcolo stesso col metodo 
dei limiti; e vorrei che almeno avessero già appreso con 
questo metodo quanto concerne la ricerca delle derivate e dei 
differenziali delle funzioni esplicite ; e ciò, essendosi stabilito 
di chiamare differenziale primo di una funzione qualsivoglia 
f(x) il prodotto f'(x).0 della sua derivata f'(x) per o aumento 
indeterminato da darsi alla x nel formare la f(x+0)—f(2) 
differenza di essa funzione f(x); onde avrassi drx=o e 
df(x)=f (x)dx. 

Ritenuto che il principiante sia abbastanza iniziato nel 
metodo dei limiti, io lo incamminerei a quello degl’infini. 
tesimi colle seguenti considerazioni. 

S$. 9. Se assumeremo due quantità qualsivogliano dipen- 
denti da dx (cioè da @), e tali che il loro rapporto con- 
verga verso l’ unità al diminuire indefinitamente di dx (5), 
e scriveremo una equazione i cui membri sieno queste due 
quantità ; questa equazione potrà essere, anzi in generale 
sarà, falsa; ma avrà la proprietà che il rapporto de’ suoi 


- 


(4) Una quantità la cui grandezza assoluta può diminuire indefinitamente, io la 
chiamerei piuttosto svanevole; e chiamerei evanescente una quantità la cui grandezza 
diminuisce indefinitamente. | | 

(5) Ogni qual volta dirò che una quantità reale P diminuisce indefinitamente, 
intenderò di esprimere che il valor numerico di questa quantità va sempre dimi- 
nuendo ed in modo che, comunque piccola venga assegnata una quantità positiva %, 
arrivi tosto o tardi un valore di P il quale sia numericamente minore di 4. Una 
quantità reale P si dirà poi convergere verso un’ altra p allora quando, conser- 
vando la p un valore fisso, vada la successivamente acquistando de’ valori tra 
loro diversi od anche uguali, in maniera che, comunque piccola venga assegnata una 
quantità 4, arrivi tosto o tardi un valore di P tale che esso, ed ogni altro succes- 
sivo, abbia da p differenza numericamente minore di È. 


DisserTAZzIONE DEL 816. Pror. Pietro MarranInI 25 


membri convergerà verso l’unità al diminuire indefinitamente 

del dx. Una equazione di tal fatta sarebbe la seguente 
A+Bdx=4A, 

ove 4 e Brappresentino quantità indipendenti da dx e non 

eguali a zero. Un'altra sarebbe la f(x+dx)—f(x)=dxf'(2), 


cioè la 

A f(2)=d f(2), 
almeno per que’ valori della x pei quali f(x) è determinata, 
finita e diversa. da zero. Una terza sarebbe quella che ot- 
tiensi uguagliando alla sua corda quell’arco di una curva 
piana riferita a due assi, i termini del quale corrispondono 
alle ascisse x, x+dx (6). 


(6) Tali equazioni vennero chiamate dal Carnot equazioni imperfette. Vedi il 
paragrafo xxxI delle sue riflessioni sulla metafisica del calcolo infinitesimale. 

Dal teorema che il limite del rapporto di due quantità è uguale al rapporto 
dei limiti delle quantità stesse, quando questi due limiti sieno finiti e diversi dallo zero 
ne deriva immediatamente che le prime due equazioni indicate ad esempio hanno 
entrambe la proprietà che il rapporto dei loro membri converge verso r al diminuire 
indefinitamente di dx. Quanto alla terza, indicherò qui un modo con cui si può 
dimostrare che anch’ essa possiede quella proprietà. 

Ritenuto che si consideri un tratto di curva il quale non possa essere incontrato 
che in un punto da qualsivoglia paralella all’ asse delle y, noi avremo che al dimi- 
nuire indefinitamente di dx diminuirà indefinitamente anche l’ arco i cui termini 
corrispondono alle ascisse x, x-+dx; onde basterà dimostrare che il rapporto di 
detto arco alla sua corda converge verso 1 allorchè un termine di quest’ arco si 
accosta all’ altro in guisa che l’arco stesso diminuisca indefinitamente. Sia pertanto 
rappresentato in IMnm quest’ arco; sia condotta la sua corda 42m, e supponiamo 


che il punto m si muova sulla curva in modo che l’arco Mnm 
XK diminuisca indefinitamente. Si conduca 477 tangente in M del 
Ù 2 \_ detto arco, indi mt perpendicolare ad 277. Almeno da un 
pr certo momento in avanti avremo che l’arco Mnm rivolgerà daper- 
tutto la concavità verso la corda, e sarà tutto compreso nel trian- 
golo Mtm; onde sarà 
Mt-+-tm> Mnm> Mm, 
e quindi 
Mt-+tm_ Mnm 
Mm ? Mm 


> I. 


Mt tm. 


Ora, chiamato a l’ angolo 72m, avremo in Fo oosatsena, © perciò 


Mnm 
C08A «| sena> Mim > 1. 


T. II 4 


26 Sur meTODO DEGL’ INFINITESIMI 


$. ro. Abbiansi diverse equazioni di tal fatta. Se noi le 
riguarderemo come esatte, ed usandole come tali ne dedur- 
remo altre equazioni, queste nuove equazioni, in molti casi, 
avranno esse pure la proprietà che il rapporto de’ loro mem- 
bri convergerà verso 1 al diminuire indefinitamente di dx. 

Abbiansi per primo esempio due equazioni p=9, r=s le qua- 
li sieno false, ma tali che in ciascuna il rapporto dei membri 
converga verso 1 al diminuire indefinitamente di dx. Si mol- 
tiplichino membro per membro, e si avrà pr=gs, nella 
quale pure il rapporto dei membri convergerà verso 1 al 
diminuire indefinitamente del dx. Ed infatti, al diminuire 

r 


indefinitamente del dx, abbiamo lim. È: =, lim. 7 =, e per 


conseguenza lim lim.( = lim Ze lim I=r. 
qs rs r s 

Corollario. Consideriamo il caso particolare di r eguale a 4. 
Abbiansi cioè le due equazioni p=9; g=s le quali sieno 
false, ma abbiano la suddetta proprietà. La stessa proprietà 
sarà posseduta anco dalla equazione pg=gs, e perciò anco 
dalla p=s. I 

Per secondo esempio, torniamo alle due equazioni p=g, 
r=s, e sommiamole membro a membro ; otterremo la 
p+r==q+s; nella quale pure il rapporto dei membri conver- 
‘gerà verso 1 al diminuire indefinitamente di dx, almeno 


q 


nel caso in cui = al diminuire indefinitamente di dx con- 


verga verso un limite finito diverso da —.r. 
Ed infatti avremo 


Ci 
p+rr_qg_S_S, 
3 Le 


Ma, quando l’ arco Jfnm diminuisce indefinitamente nel modo indicato, allora 4 
converge verso zero a motivo della definizione di tangente ad una curva; dunque 


Mnm 
c08a + gena converge verso 1; dunque converge verso I anche Man 


DissertAZIONE DEL sIG. Pror. Pietro MARraNINI 27 
Ora, al diminuire indefinitamente di dx, il limite del nu- 


meratore di quest’ultima frazione è lim. E 5 quello del 
denominatore è pure lim. 141; e poichè questo limite è 


finito e diverso da zero (giacchè per ipotesi lim. Z è finito 


e diverso da —1), così potremo applicare al nostro caso il 
teorema relativo al limite di una frazione, ed avremo 


| P.1 lim dl 
im 2tT lim.d 8 Ss, 
+s i 
1 du: lim. d+1 


Dunque ecc. 
Ma quando abbiasi limi =-1, allora può darsi che non 


.- q:_ PYT 
sla lim Così per esempio nel caso di p=1,g=1—dx, 


r=dx—t, s=(dx—1)°, noi abbiamo 


limZ=i ; lim.i=1 ; 
q $ 


dx 
mei TA= 4 
1-dx+(dx—1) 

Conchiudiamo pertanto 1. Che se avremo delle equazioni, 
in ciascuna delle quali il rapporto dei membri converga 
verso l’unità al diminuire indefinitamente di dx, si potranno 
queste combinare tra loro in guisa che le equazioni da esse 
dedotte abbiano quella medesima proprietà. 2.° Che peraltro 
non può ammettersi che, comunque si adoprino delle equa- 
zioni false, ma aventi quella proprietà, riguardandole come 
esatte, le nuove equazioni risultanti abbiano necessariamente 
la medesima proprietà. Questa seconda proposizione sì può 
anche rendere manifesta facendo osservare che qualunque 


limf= li 


28 SuL METODO DEGL’ INFINITESIMI 
equazione p=9, la quale sia falsa ma abbia quella proprietà, 
la perde necessariamente se si trasportano tutti i suoi ter- 
mini in un membro, giacchè, così facendo, avrassi o=9—p; 


"e o) 
e non potrà mai essere al "a 


Osservazione. Il Carnot al $. xxx delle sue Riflessioni 
sulla metafisica del'calcolo infinitesimale enuncia il seguente 
teorema : I 

« Se in una equazione qualunque imperfetta sì mette in 
luogo di una quantità un’altra che ne differisca infinitamente 
poco, o ’1 cui rapporto alla prima abbia l’unità per limite, 
o ultimo valore, l’ equazione trasformata risultante non sarà 
una equazione falsa, cioè diverrà esatta, o “almeno resterà 
tra la classe di quelle che io chiamo imperfetto. » 

Questo teorema non può ammettersi, perchè in certi casi 
non si verifica. Io mostrerò uno di questi casi. 

Il Carnot ( Vedi il S. xxx: delle sue Riflessioni ecc. ) 
chiama equazione imperfetta « ogni equazione di cui i mem- 
bri sono quantità ineguali, ma infinitamente poco differenti 
I’ una dall’altra, o ciò, che è lo stesso (7) ogni equazione, 
i cui membri sebbene ineguali han per ultima ragione una 
ragion d’eguaglianza ». Or bene, rappresentiamo con P, Q due 
quantità dipendenti da dx, e tali che non sia P+0=4%, 
ma abbiasi però, al diminuire indefinitamente di dx, 

[1] im EE; 
per cui la equazione 
P+Q=dx 
sarà di quelle che il Carnot chiama imperfette. Rappresen- 
tiamo altresì con R una quantità tale che riesca 


[9]. lim.Z=r. 


(7) Vedi la convenzione da lui stabilita al $. xxix. 


Dissertazione DEL SIG. Pror. Prerro MariaNnINI 29 


Posto tutto questo, se sostituiremo R a P nella precedente 
equazione imperfetta, otterremo la equazione 
[3]... R+0Q=dx, 

la quale, secondo il riportato teorema, dai essere in 
ogni caso o esatta, od almeno imperfetta. Ma se supponiamo 
P=1+dx, Q=—1-dx*, R=1+-dx* (i quali valori di P,0, R 
soddisfanno le [1], [2]), noi abbiamo che la equazione [3] 
diviene dx°—da*=dx, cioè nè esatta nè imperfetta. 

Pertanto il riportato teorema enunciato dal Carnot non 
può essere stato dimostrato. Ed ecco infatti il discorso del 
Carnot medesimo per comprovare la sua asserzione: 

« Di fatti poichè per ipotesi non si fa che sostituire invece 
di una quantità un’altra, il cui valore estremo è lo stesso, 
ed il cui rapporto alla prima ha l’unità per limite, è chiaro 
che questa sostituzione niente alterò i valori estremi dei 
membri della proposta, nè l’ultima loro ragione. Ora quest’ ul- 
tima ragione era l’unità prima della sostituzione; dunque 
sarà la stessa anche dopo; dunque l’ equazione conserverà 
il carattere di quelle, che ho chiamate imperfette, se pur 
ella non diviene rigorosamente esatta: ciò, che si dovea 
provare ». 

Ora l’enunciato teorema, quanto alla sua sostanza, consiste 
in ciò che quella tal sostituzione non altera l’ ultima ragione 
(che noi diremmo il limite della ragione) dei membri della 
equazione. Ed il Carnot in sostanza, per prova di questo, 
dice soltanto esser chiaro che quella sostituzione, quale fu 
espressa nell’ enunciato, non altera i valori estremi dei mem- 
bri della proposta, nè l’ultima loro ragione. E il dire che 
una cosa è chiara non equivale ad una dimostrazione (8). 

6. 11. Ritorniamo al nostro assunto. Se assumeremo parec- 
chie equazioni false, ma in ciascuna delle quali il rapporto 
geometrico di un membro all’ altro converga verso l’unità 


(8) Avverto che io mi appoggiai alla traduzione delle Riflessioni ecc. del Carnot 
stampata in Pavia nel 1803 con aggiunte del Magistrini. 


30 Sur meToDo pecL’ InFINITESIMI 


al diminuire indefinitamente di dx, noi potremo (come 
abbiam veduto nel paragrafo precedente) combinarle tra loro 
in guisa da ottenere altre equazioni, ciascuna delle quali abbia 
pure la proprietà che il rapporto de’ suoi membri converga 
verso 1 al diminuire indefinitamente di dx. Ciò posto, se così 
facendo arriveremo ad una equazione non contenente il dz, 
o che lo contenga solo in modo che il rapporto geometrico 
de’ suoi membri non cambj allorchè il dx, senza divenir 
zero, cambia di valore, noi avremo che questa tale equa- 
zione sarà assolutamente esatta. 

Ed infatti, allorchè dx diminuisce indefinitamente, il rap- 
porto del primo membro di tale equazione col secondo, non 
cambiando di valore per ipotesi, o si conserverà sempre 
diverso dall’ unità, e la differenza sarà costante rispetto a 
dx, ovvero si conserverà sempre uguale all’unità. Ma non 
può il detto rapporto conservarsi diverso dall’ unità con dif- 
ferenza costante rispetto a dx, giacchè questo rapporto deve 
convergere verso l’unità; dunque si conserverà sempre ugua- 
le all’ unità. Dunque tale equazione sarà esatta ( Vedi 1 
66. xxxm e xxxiv delle Riflessioni del Carnot). 

6. 12. Di qui deriva spontaneamente un metodo che può 
servire in certe indagini, il quale però non è che quello 
dei limiti messo sotto un altro aspetto. Questo metodo con- 
siste nell’ appoggiarsi a delle equazioni false, per ciascuna 
delle quali però sia rigorosamente dimostrato che il rapporto 
geometrico dei membri converga verso l’unità al diminuire 
indefinitamente di dx; nell’ operare poi su queste equazioni 
come se esse fossero esatte, ma limitandosi a quelle ope- 
razioni, che secondo teoremi precedentemente dimostrati, 0 
secondo ragionamenti appropriati ai casi speciali, dieno 
necessariamente origine a nuove equazioni aventi ciascuna 
la proprietà che il rapporto dei membri converga verso 
l’unità al diminuire indefinitamente di dx; e tutto ciò 
avendo sempre in mira di giungere ad una equazione non 
contenente il dx, o i di cui membri sieno i prodotti di una 


Dissertazione DEL SIG. Pror. Pietro MarianInI 31 
medesima potenza di dx per due quantità indipendenti da 
dx. Giunti a tale equazione, si potrà legittimamente con- 
chiudere per la sua esattezza. 

Applicherò questo metodo alla dimostrazione della notis- 
sima formola 

ds*=dx ‘+e. 

Assumo perciò le equazioni ds=As, As= corda dell'arco As, 
le quali sono false, ma pei motivi indicati al $. 9 posseg- 
gono la suddetta proprietà nella generalità dei valori della x. 
Dalle quali ricavo la 

ds= corda dell’ arco As, 
la quale pure possederà la detta proprietà (Vedi il corol- 
lario al $. 10). Quadrando avremo 

[1] d*=dx+Ay*; 

e questa pure avrà la solita proprietà ($. ro esempio 1°). 
Ora assumo la equazione 

Ay=dy 
falsa, ma avente la stessa proprietà ($. 9g e $. 10 esempio 1°); 
e la sommo membro a membro colla identica dr°=dx?; ed 
ottengo 
[2]... «do’+Ay=dx +dy°, 
la quale del pari avrà quella proprietà ($. 10 | esempio 2°) 
giacchè lim. Dr lim, y'°=y" quantità diversa da —1. Ora 
dalle [1], [2] ricavo 

d$*=dx*+-d 
la quale pure possederà la solita proprietà ($. 10 corollario). 
In questa equazione il rapporto dei membri non cambia al 
diminuire indefinitamente di dr; dunque essa sarà assolu- 
tamente vera (9). 


(9) Si osservi che questa dimostrazione suppone che si considerino soltanto valori 
della x per ciascuno dei quali le derivate prime rispetto alla x delle s, y abbiano 
valori unici e finiti, e la derivata della y sia inoltre diversa da zero. Quella di s 


non può mai esser zero, perchè è sempre Pu maggiore numericamente di 1. Che se 


39 Sur metoDo DEGL’ INFINITESIMI 


S. 13. Ora fingiamo d’esserci proposta un’indagine e di 
procedere in essa non letteralmente col metodo testè indicato, 
ma bensì come sono per dire. Supponiamo di appoggiarci a 
delle equazioni false, ma per ciascuna delle quali l’accorgi- 
mento nostro ci dica che il rapporto dei membri converge 
verso l’unità al diminuire indefinitamente del 4x. Supponiamo 
pol di operare su tali equazioni come se esse fossero esatte; 
ma limitandoci soltanto ad operazioni, le quali, secondo il 
nostro accorgimento, dieno origine ad altre equazioni in 
ciascuna delle.quali abbia pure luogo che il rapporto dei 
membri converga verso 1 al diminuire indefinitamente di 
dx. E supponiamo di far tutto questo avendo sempre in mira 
di giungere ad una equazione o priva del dx, o dalla quale 
lo si possa fare scomparire con una divisione per una po- 
tenza di dx. Supponiamo di giungere ad una tale equazione, 
e di conchiudere ch’ essa è esatta. Questo modo di proce- 
dere costituisce in sostanza il metodo degl’ infinitesimi. 

La sostanziale differenza che passa tra il metodo del pa- 
 ragrafo precedente e quello quivi indicato (il quale come 
dissi è il metodo degl’infinitesimi) sta manifestamente in 
ciò che in quello si vuole dimostrare a tutto rigore che le 
equazioni alle quali appoggiansi i calcoli godono ciascuna 
della proprietà che il rapporto dei membri converge verso 
l’unità al diminuire indefinitamente di dx, e che anche le 
equazioni da queste dedotte godono della stessa proprietà; 
laddove in quest’ altro metodo tutto ciò viene affidato alla 
avvedutezza del calcolatore senza pretenderne una rigorosa 
dimostrazione. 


invece si procede col metodo dei limiti preso nel suo proprio aspetto, la dimostrazione 
si estende a tutti quei valori di 7, a ciascuno dei quali corrisponde un punto non 
singolare della curva; oltre di che essa riesce più semplice: ond’è che, volendo 
attenersi al maggior rigore, sarà più conveniente appigliarsi al metodo dei limiti preso 
sotto Ì’ aspetto suo proprio. 


Dissertazione DEL s1c. Pror. Pretro MarianINI 33° 

Onde poi rendere più spedito e commodo il linguaggio 
relativo a questo metodo, niente osta che si stabilisca la” 
convenzione di dire che una equazione è vera per dx infi- 
nitesimo onde esprimere che in essa il rapporto dei membri 
converge verso l’unità al diminuire indefinitamente di dx. Ma, 
adottando semplicemente questa convenzione, nulla signi- 
ficherebbero da se sole le parole una quantità è infinitesima; 
d’onde verrebbe un che di stentato nel i oa Pertanto, 
affine di renderlo anche più commodo, è conveniente di 
stabilire, se non un significato reale per quelle parole (chè 
non saprei quale), almeno una ipotesi convenzionale, per 
la quale esse possano usarsi come se lo avessero. Facciamo 
dunque la ipotesi che una quantità, senza che divenga zero, 
possa essere ridotta a tal grado di piccolezza, che, sostituita 
in luogo di dx nelle equazioni aventi la più volte espressa pro- 
prietà, le renda esatte; e stabiliamo di chiamare infinitesima 
ogni quantità ridotta a tal grado di piccolezza. 

La ipotesi fatta è evidentemente assurda, onde gl’ infini- 
tesimi non saranno quantità reali, ma (come gl’immaginarj) 
puramente ipotetiche, in quanto che si suppongono tali da 
soddisfare a delle condizioni impossibili. Ma adottando tale 
ipotesi noi verremo a render comodo il linguaggio relativo 
al metodo di cui si tratta. Potremo infatti assumere delle 
equazioni false, ma tali che il nostro accorgimento ci av- 
verta che godono quella tal proprietà; e ciò, avvertendo 
prima di tutto che riteniamo il dx infinitesimo, ed esibendo 
poi quelle equazioni come esatte. Potremo poscia istituire 
calcoli su di esse, adoprandole come vere; e ciò, avendo 
bensì riguardo che anche le nuove equazioni, tolta l'ipotesi 
del dx infinitesimo, godano di quella proprietà, ma senza 
discorrere di questo. E così, se saremo stati abbastanza av- 
veduti, i risultati finali indipendenti dal dx saranno esatti. 

6. 14. Passiamo ad applicare questo metodo, e col lin- 
guaggio convenuto, alla ricerca della I ds=dx+dy° 
già instituita, con altro metodo al $. 1 

Tom. III. 9 


34 Sur meToDo DEGL’ INFINITESIMI 
Riteniamo dx infinitesimo; ed avremo 
ds=As, As= corda dell’ arco As; 

onde ds= corda dell’ arco As, 
e quindi | | 
ds= (corda dell'arco As)=dx+Ay?. 
Abbiamo poi Ay=4dy, e sostituendo nella precedente, ot- 
terremo finalmente ds*=4dr’+dy. | 

S. 15. É poi manifesto che, non solo si potranno usare 
equazioni nelle quali, tolta la ipotesi del dx infinitesimo, 
abbia luogo la solita proprietà, ma anche equazioni prive 
di quella proprietà ed equivalenti però ad equazioni che 
la posseggano; ed avendo sempre riguardo che anche le 
equazioni dedotte, od abbiano quella proprietà, od equival- 
gano ad equazioni aventi la proprietà medesima. Così per 
esempio nella precedente ricerca si potrà procedere come 
segue: Ritenuto dx infinitesimo, avremo, come sopra, 


ds°=dx*+Ay*, 
ossia 


d*-dx-—Ay*=0; 
ma Ay=dy; e quindi si dedurrà la equazione 


ds--dx°=—dy’=0 , 
che è esatta. 

S. 16. Attenendosi «alle cose stabilite al $. 13, si può 
dimostrare che, se si moltiplica una quantità finita diversa 
da zero per una infinitesima, il prodotto sarà infinitesimo. 

Sia infatti rappresentato con i un infinitesimo e con 4 
una quantità finita diversa da zero. Sia 


[i] 9(da)=(d2) 


una qualsivoglia equazione falsa, ma avente la proprietà che 
1] rapporto de’ suoi membri converga verso l’unità al di- 


DissertAzIOnEe DeL sic. Pror. Pierro MarianINI 35 


minuire indefinitamente di dx. Questa proprietà sarà posse- 
duta ancora dalla equazione 


$ (adx)="p(ada), 


giacchè al diminuire indefinitamente di dx, diminuisce in- 
definitamente anco adr. Pertanto se in quest’ultima equa- 
zione pongo i in luogo di dx, avrò una equazione esatta 
($. 13). La equazione 


$ (2i)\=/(ai) 


è dunque esatta. Ma questa medesima equazione si ottiene 
ponendo «i in luogo di dx nella [1]. Dunque ai è una 
quantità che, posta in luogo di dx nella [1], cioè in una 
qualsivoglia equazione falsa ma avente quella tal proprietà, 
la rende esatta. Ma «i non è zero, perchè non è zero 2 nè i, 
dunque ai è un infinitesimo ($. 13). 

6. 17. In maniera affatto analoga si può dimostrare che 
qualunque potenza d’ esponente intiero e positivo di una 
quantità infinitesima dee ritenersi essa pure un infinitesimo. 
Indi si può avvertire che, ritenuto i infinitesimo e detto 
per convenzione infinitesimo del primo ordine, ed indicate 
con 4, bd, c,..... delle quantità finite diverse da zero, i pro- 
dotti «i, di*, ci',..... si chiamano infinitesimi del primo, se- 
condo, terzo, ecc. ordine rispettivamente. 

6. 18. Le equazioni 


a+bdx+cdr’+gdr +... +kdx"=a, 
adr'+bdx"*t'+cdx*4+-...+-kdx*"=adx", 
nelle quali a, d, c, g,....% rappresentano quantità finite 
diverse da zero, ed m, n due numeri intieri e positivi, han- 


no ciascuna la proprietà di cui si è tante volte parlato. 
Dunque, ritenuto dx infinitesimo del primo ordine, esse 


36 Sur meropo DEGL’ INFINITESIMI 
sono vere. Di qui il principio che gl’infinitesimi sono tras- 
curabili rispetto alle quantità finite, e che gl’ infinitesimi 
d’ ordine superiore sono trascurabili rispetto a quelli d'ordine 
più basso. I 

6. 19. Dal fin qui detto si comprende abbastanza quale 
sia la maniera che io stimerei conveniente di adottare nello 
stabilire i principj del metodo infinitesimale; e credo su- 
perfluo di parlare dei casi in cui abbiansi a considerare 
simultaneamente due o più quantità analoghe al dx. 

Io ritengo di aver esposto al $. 13 il vero spirito del 
metodo infinitesimale; e parmi che il. principiante, iniziato 
a questo metodo nel modo che proposi, comprenderà tosto 
che esso metodo accortamente usato potrà condurre spedi- 
tamente ad importanti risultati, quantunque per se solo non 
costituisca una piena e rigorosa dimostrazione dei medesimi; 
ed è questo il giusto conto che di tal metodo deve farsi 
nelle matematiche. 


LA SORGENTE . 


SALSO-JODICA DELLA SALVAROLA 
PRESSO SASSUOLO 


MEMORIA 
DEL SIG. PROF. DOTT. PIETRO DODERLEIN 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza del 19 Maggio 1853 


e | seni 


PARTE I° 
STORICO -DESCRITTIVA 


N ell’ amena valle ove il fiume Secchia si scioglie dalle 
strette de’ monti Modenesi, frammezzo alle ridenti colline che 
fiancheggiano da ponente Montegibbio, circa mille passi a 
meriggio di Sassuolo, scaturiscono tre sorgenti salso-jodiche, 
conosciute da tempo immemorabile sotto il nome di sorgenti 
della Salvarola. Queste acque usate sovente a farmaco salu- 
tare dagli abitanti delle ville circonvicine, vantate quali 
efficacissime nel gozzo, nelle ostruzioni ghiandalari, nelle 
coliche, sulle dissenterie, richiamarono a° nostri giorni l’ at- 
tenzione de’ scienziati e de’ filantropi, nella lusinga di po- 
terne estendere l’ uso a vantaggio della sofferente umanità. 
Ed invero mentre da riputato Ingegnere dirigevansi sopra 
luogo opportune escavazioni per determinare 1’ abbondanza 
e la provenienza delle acque suddette, si faceva invito ai 
più valenti chimici dell’ Italia superiore, affinchè volessero 
intraprenderne 1’ analisi quantitativa; e conosciuta per tal 


38 La Sorcente SaLso-Jopica DELLA SaLvaroLa . 
guisa la composizione e l’ efficacia loro, potessero queste 
più ragionevolmente essere prescritte nelle relative infer- 
mità. — Eccitato io pure a compilare una nota geognostica 
sul terreno circostante alla sorgente medesima, soddisfo al 
gentile invito, annettendovi un breve cenno storico-descrit- 
tivo della fonte, nella fiducia che tale argomento possa 
interessare il patrio amore de’ Modenesi, ed ‘essere svolto 
da più dotta e da più felice penna. 

« L’acqua della Salvarola è fredda, di una temperatura 
media di 11° a 12°; limpida ne’ tempi placidi, lievemente 
bianchiccia e torbida nelle stagioni piovose, di sapore in- 
tensamente salso ed un pò lisciviale; ha un odore acutis- 
simo di nafta; segna allo areometro circa 3 gradi; offre 
una gravità specifica di 1,014 e giusta antecedenti analisi 
qualitative contiene in I0o parti circa 2 di sali e di mine- 
ralizzatori, e tra questi, gas idrogeno carburato, cloruro di 
sodio, di calcio, di magnesio, solfato di soda, di magnesia, 
bicarbonato di magnesia e di soda, joduro di sodio in note- 
vole quantità, bromuro di sodio, traccie di nafta o petrolio, 
materia organica ec. (1). A tal che, è dessa un’acqua mi- 


(1) All’ analisi quantitativa di quest’ acqua dànno presentemente opera i chiarit- 
simi professori sigg. Francesco Ragazzini di Padova, Alessandro Savani di Modena, 
Giovanni Giorgini di Reggio, le quali analisi non sì tosto ultimate verranno rese di 
pubblico diritto mercè le stampe. 

A completare le nozioni risguardanti l’ acqua minerale della Salvarola, credo 
opportuno di riferire qui i risultamenti della sua analisi quantitativa, quali vennero 
ottenuti dai prelodati chiarissimi Professori, e sono esposti nelle stesse memorie au- 
tografe che essi trasmisero al Sig. Ragioniere Gaetano Moreali dopo la pubblicazione 
del presente scritto, delle quali presento altresì un succinto estratto: 

« Il Sig. Prof. Ragazzini dietro varii esami praticati negli anni 1845-46 ottenne 
la convinzione che l’ acqua suddetta è inalterabile ne’ suoi caratteri chimici © fisici; 
che la quantità offerta in ogni stagione è costantemente all’ incirca 80 litri all’ ora; 
ch’ essa non presenta limpidezza allorchè scaturisce per sostanza limaciosa che tiene 
in sospensione, della quale si spoglia col solo riposo. » + Caratteri tutti che con- 
cordano pienamente con quanto esposi nel corso della presente memoria. — 

« Il Sig. Prof. Ragazzini soggiunge ancora, che l’ acqua suddetta ha sapore #2- 
lino leggiermente lisciviale; che la sua temperatura in tutte le stagioni si mantiene 
fra gli 11, ra gradi Reaumuriani. — Segna 3 gradi Baumè; ha una densità eguale 


Memoria pet sic. Pror. Pietro DopERLEIN 39 


nerale salso-jodica di sommo pregio, doviziosa di sali alca- 
lini, ottima sì per bagni che per uso interno ed applicabile 
con tutta franchezza e buon risultato ad usi terapeutici. 
Le fonti della Salvarola escono gorgogliando in direzione 
pressochè verticale da un terreno argilloso frammisto a sva- 
riatissime rocce erratiche, e si appalesano su breve ripiano 
di suolo fiancheggiato da ripidi burroni, che le acque pio- 
vane scavarono nel terreno molle circostante. La sorgente 


a 1,o20r1. Non arrossa la tintura di torneasole, anzi restituisce il proprio colore alla 
predetta tintura arrossata dall’ Acido Acetico. Analizzata presenta in 100 grammi i 
seguenti mineralizzatori. i 


Cloruro sodico |... ..0.06 60000 grammi 1, 546 


Joduro sodico... L03066 00. « o, 157 
Bromuro sodico... .0.0. 6% 06000 « 0, 022 
Bicarbonato 8odico. >... ...°... ++ « o, O4I 
« calcicoi ice @& e a E e ea « o, 053 
« magnesico. . . -w da A (| o, 025 
« di protossido di rà. OR E a 0, 008 
Solfato calcico +... +00... 000 +» “ 0, 019 
Acido gilicico . . . . . 0... « O, OII 
Acqua, traccie di materia organica di petiolioi e perdita «98,218 


grammi 100, 000 

Il Gas che svolgesi insieme coll’ acqua venne riconosciuto essere Proto carburo 
d’ Idrogene con traccie di bicarburo e di petrolio, il quale perennemente sortendo, 
potrebbe agevolmente raccogliersi in un gazzometro ed essere utilizzato economica- 
mente in molteplici guise, e principalmente nell’ illuminazione notturna di uno 
stabilimento balneare annessovi, e nel riscaldamento della minerale per uso di bagni. 

Dietro l’ analisi eseguita dal Sig. Prof. Giorgini, quest’ acqua, (da esso ritrovata 
della gravità specifica di 1,1016 ), si mostrò composta de’ principii seguenti: 


Acido carbonico libero e combinato in RIBSOIRRORE . grammi o, 019 
Acido silicico . . . . la de a « O, 009 
Cloruro sodico... LL... 600 (( 1, 999 
Joduro sodico... 0.0.0... 0 a o, 151 
Bromuro sodico. . . . . . Ùìi ei € o, 022 
Solfato di soda. . . .°.0....060.06. « o, 025 
Carbonato di soda. é d & do « o, 039 
Carbonato di magnesia, di Sila e di torta Ù de e e « O, IOI 
Materia organica. 0. 40.0.0000 0006 « 0, 002 


Acqua e petrolio . o... L00000 00 «98,101 


grammi 100, 000 
Avverte però il sullodato Sig. Prof. Giorgini che in altri esperimenti analitici 
egli ottenne per alcuni principi componenti risultati proporzionali un po’ diversi. 


40 La SorcentEe Satso-JopicA DELLA SALVAROLA 


è di ragione della R. Ducale Camera, goduta per privilegio 
dal sig. ragioniere Gaetano Moreali, erede di un grazioso 
livello perpetuo con cui la munificenza di Francesco III 
duca di Modena investì nell’ anno 1766 il dott. Giambattista 
Moreali medico degli ospitali civili e militare della capitale, 
quale scopritore ed illustratore di molte acque salutifere 
del territorio Modenese. Due di queste sorgenti stanno dis- 
poste in una direzione pressochè paralella al meridiano, la 
terza è alquanto discosta a mattina, e forma colle prece- 
denti un triangolo scaleno di pochi metri di superficie (a). 

Queste sorgenti per rigida che sia l’ invernata mai gelano 
intorno al punto di uscita; allorchè il tempo volge al cat- 
tivo gorgogliano con maggior forza, e tramandano un limo 
biancastro (3), dipendentemente da una minore pressione 
dell’ aria atmosferica sui gas che si sprigionano da sotterra. 
E diffatto cotale gorgoglio, come nelle vicine salse, viene 
prodotto dallo svolgersi di certa quantità di gas proto-car- 
buro d’ idrogene, misto ad acido carbonico, e ad altri gas 
carboniosi, dappoichè appressandovi un lume, il gas s’ accende 
e brucia con fiamma azzurro-rossastra. 

L’ acqua della Salvarola non è gran fatto soggetta a va- 
riare nella sua quantità e saturazione, per quanto piovosa 
od asciutta corra la stagione. Dai computi fatti dal sig. in- 
gegnere Pietro Leveque la polla settentrionale che è la più 
copiosa tramanda circa 80 litri d’acqua all’ ora, ed un getto 
pressochè continuo di gas idrogene carbonato, il quale, ac- 
ceso che sia, forma una fiamma perenne di un mezzo metro 
circa d’ altezza. Le altre due sorgenti somministrano quan- 
tità proporzionatamente minori, ed il loro gorgogliare è più 


(2) Vedi nella tavola I. il piano annesso e le lettere 8", 8?, S?. 

(3) Il limo cenerognolo eruttato dalle attigue salse di Montegibbio che sembra 
analogo al presente, giusta l’ analisi fattane dal dottissimo prof. Brignoli di Brunnoff, 
è un silicato d’ allumina, di calce, e di magnesia, con traccie di ferro e di petrolio. 
— BricmoLi, Relazione accademica dell’ ultima eruzione della Salsa di Sassuolo. 
Reggio, 1000, p. 16. 


Memoria peL sic. Pror. Pierro DoDpERLEIN 4i 
lento ed intermittente. — Ma stante la natura molle e ‘per- 
meabile del suolo, evvi molta -probabilità che altre vene 
d’ acqua vadano perdute in quelle vicinanze, ( meritre svol. 
gesi un manifesto odore di petrolio ne’ sottoposti burroni ), 
e che tutte insieme possano unirsi sotterra e provenire da 
un’ unica polla centrale. 

Il maggior pregio dell’ acqua suddetta è riposto nella sua 
inalterabilità, e nella costante proporzione de’ suoi joduri. 
Il ch. sig. prof. Ragazzini che ebbe ad esaminarne parecchi 
saggi attinti in differenti epoche dell’ anno, asserisce di 
averli trovati costantemente eguali (4). Tale proprietà per- 
mette a’ medici d’ adoprarla con fiducia, e senza tema dei 
funesti effetti che potrebbero risultare da una variabile sa- 
turazione, a differenza di molte altre acque salso-jodiche 
della penisola, e di quelle rinomatissime di Sales in Pie- 
monte che in certe stagioni contengono jodio libero o com- 
binato a sostanze organiche, e sogliono perciò recare tristis- 
simi effetti all’ animale economia. 

Comunque non sieno peranco note le analisi fatte dai 
predetti valentissimi chimici non pertanto possiamo fin d° ora 
asserire, che per la natura de’ suoi principj mineralizzatori, 
l’ acqua della Salvarola riesce consimile alle celebri termali 
Leopoldine e del Tettuccio di Monte Catini in Toscana, 
alla così detta fonte delle donzelle della Poretta nel Bolo- 
gnese, alle minerali di Sales in Piemonte, di Zandobbio, di 
Castrocaro nel Forlivese, ed alla salso-jodica di S$. Pellegrino 
nel Bergamasco; e che esse differiscono dalle acque mine- 
rali del Mediterraneo per la presenza di certa quantità di 
joduro di sodio, e di qualche diversità di proporzione fra 
i sali ed i princip] mineralizzatori che contengono. 

Non è questa la prima volta che le acque minerali della 
Salvarola fissarono l’ attenzione degli scienziati; parecchi 
scrittori Modenesi ed esteri le conobbero ed encomiarono 


(4) Vedi l’ analisi. 
T. III. 6 


42 La SorcentE Sarso-JopicA DELLA SaLvaroLa 
per lo passato. — Infine dallo scorso secolo, e segnatamente 
nell’ anno 1660 sotto il dominio di Alfonso IV d° Este Duca 
di Modena, scrisse di loro Antonio Frassoni celeberrimo 
medico e professore di que’ tempi. Egli le analizzò coi po- 
chi mezzi di che disponeva la chimica dei suoi tempi, ed 
avendole trovate contenere sale, bitume, solfo e nitro le 
prescrisse vantaggiosamente per bagno nelle malattie cutanee, 
nella struma, nelle sciatiche, come si ha dal suo trattato 
De thermarum Montis Gibii natura, usu, atque praestantia, 
Tractatus ad communem Patriae et praesertim pauperum 
utilitatem, Mutinae, 1660, ex typis Andreae Cusani. 

Successivamente cadute in obblio vennero nel 1760 ri- 
chiamate a novella vita dal dott. Domenico Vandelli, che 
fu poi professore di Botanica nell’ Università di Coimbra in 
Portogallo, il quale nel suo Opuscolo dell’ Analisi di alcune 
acque medicinali del Modenese edito in Padova pel Lampato, 
le enumerò fra le più attive ed importanti dello Stato. 

Più tardi nel 1764 il dott. Giambattista Moreali di Sas- 
suolo diede alla luce per le stampe degli Eredi Soliani un 
trattatello speciale su codeste acque, intitolandolo l’ Acqua 
della'Salvarola rediviva ec. In esso annoverando parecchi 
casi di erpeti, di risipole, di affezioni podagrose sanate colle 
acque medesime, le encomiò non solo ad uso esterno, ma 
ben anche quale specifico interno efficacissimo nella dissen- 
teria e nei dolori colici. 
. Venuto alla luce il trattatello del Moreali il dott. Giu- 
seppe Ramazzini, dottissimo priore che fu del Collegio Me- 
dico Modenese, ne inserì un erudito estratto nel Giornale 
di Medicina di Venezia del 9 agosto 1764; ove convalidando 
con proprie esperienze l’ efficacia della Salvarola nelle dis- 
senterie e nelle lente flogosi intestinali, eccitò i Medici 
contemporanei ad esperimentarla anco nella tisi incipiente, 
e nelle malattie de’ reni e della vescica, quale rimedio pre- 
stantissimo per siffatte infermità. 

L’ ultimo a scrivere sull’ acqua suddetta si fu nel 1770 


Memozia peL sic. Pror. Pretro DopERLEIN 43 
il dott. Antonio Moreali figlio .del prelodato dott. Giambat- 
tista, e professore temporario d’ istituzioni patologiche nel 
patrio Archiginnasio. Pubblicò egli una memoria sulle qua- 
lità medicinali dell’ acqua della Salvarola, Modena 1770 per 
gli Eredi Soliani, nella quale rammentati i lavori del Padre, 
ed accennati gli scrittori Modenesi che dissertarono sopra 
l'argomento medesimo, vi aggiunse un metodo pratico di cura 
per adoprarla con maggior profitto nelle singole infermità. 

Altre notizie intorno la fonte suddetta si trovano indiret- 
tamente tracciate in parecchie opere di estraneo argomento, 
comunicatemi dal zelantissimo sig. Luigi Cavoli di Sassuolo, 
e fra le altre nelle seguenti: 

Il Cronista Antonio Vivi nella descrizione che fa di Sas- 
suolo parlando delle acque della Salvarola scrive: « In que- 
sto luogo pur anche detto della Salvarola in mezzo alla 
strada, evvi una fonte che di continuo bolle, quale acqua 
è esperimentata ottima per la gotta; anche in detto luogo 
vi è una cava d°’ acqua fangosa che viene posta in opra 
per fare empiastri sopra li nervi ritirati. » 

Nel libro intitolato la Varietà del Mondo del dott. Giu- 
seppe Rosaccio stampato in Venezia presso Gio. Battista 
Giotti, 1620. Nel trattato del teatro del cielo e della terra, 
si legge alla pag. 18: « e di questo mi dò amiratione po- 
sciachè ho veduto sopra Sassuolo.nel Modenese in un luogo 
che si chiama Monte Zibio molte pozze d’acqua sopra le 
quali è un olio. molto salutifero alle infermità frigide, ed 
abbrucia facilmente. » 

Queste acque non erano punto ignote al celebre Vallis- 
nieri come egli medesimo lo attesta in una lettera diretta 
a Giacinto Cestoni e pubblicata nel tomo terzo della Gal- 
leria della Minerva; ed a quanto ne dice il Frassoni, ignote 
non furono nè manco al Bellonio ed al Cesio, eruditi scrit- 
tori di cose naturali dei secoli XVI e XVII. 

Finalmente, per ciò che riguarda a tempi più recenti, in 
un libro giuridico stampato nel 1808 dal conte Federico 


44 La Sorcente SaLso-Jopica DELLA SALVAROLA 
d’ Espagnac, evvi il seguente periodo: « Au milieu de son 
domaine de Sassuolo, la salsa cet ancien volcan nous fournit 
I’ buile de Petrole, le sel purgatif de Modéne, des eaux et 
des boues thermales. Les premiéres, excellent par la cure des 
maladies de la peau qui affligent les armées, les secondes 
par celle des anciennes bléssures. Une partie de la division 
Victor, dont la pluparts des soldats etoient affectés de la 
premiére de ces incommodités, a été radicalment guérie pen- 
dant son sejour a Sassuolo. » 

Nè a soli scritti si riducono le solerti cure degli antichi 
verso le fonti saline della Salvarola; ben altre prove si 
hanno del loro interesse e dell’ uso che ne fecero ne’ sin- 
golari lavori e manufatti che gli scavi recenti fecero sco- 
prire. E per vero innanzi al 12 settembre dello scorso anno 
le sorgenti della Salvarola abbandonate alla ventura rista- 
gnavano in un breve laghetto ingombro di sterpaglie e di 
sassi che da se medesime eransi scavate, ove quantunque 
esposte all’ intemperie, e ad ogni arbitrio de’ viandanti, ac- 
correvano pertanto ad attingerle, in ispecie durante la pri- 
mavera, gli abitanti di Sassuolo e delle ville circonvicine. 

In quel giorno l’ attuale loro possessore sig. Gaetano Mo- 
reali coadjuvato dai valenti consigli del sig. ingegnere Pie- 
tro Leveque di Modena, e dalle zelanti cure del sig. Luigi 
Cavoli di Sassuolo, fece por mano alle prime escavazioni, ad 
oggetto di isolare la sorgente e di liberarla dagli ostacoli 
che ne intralciassero o sviassero il corso. Nè andò guari che 
presso la fonte maggiore si trovò una vasca rettangolare di 
mattoni (V), della capacità di circa un metro e mezzo cubo, 
apparentemente destinata a serbare e chiarificare la mine- 
rale (5). Questo manufatto era altre volte contenuto in una 
specie di casotto di massicciate ora completamente distrutto, 
1 materiali del quale, secondo che riferirono i villici dei 
dintorni, servirono alla fabbricazione di un forno. 


(5) Tav. I. lett. V. 


Memorra pet s16. Pror. Pietro DopERLEIN 45 

La rozzezza di cotale costruzione, e la forma abhastanza 
comune de’ mattoni adoprativi, indicavano troppo evidente- 
mente che essa non apparteneva ad un’ epoca remota, nè 
probabilmente oltrepassava i tempi del Moreali. L° acqua 
destinata ad alimentarla scaturiva in un punto alquanto più 
orientale alla vasca medesima, (M) che come vedremo fra 
breve non era il vero suo punto di origine. 

Ed invero le prime apparenze che risultarono dall’ esame 
topografico del luogo, avevano fatto congetturare al chia- 
rissimo Ingegnere che le varie sorgenti minerali fossero state 
anticamente allacciate in una vena comune, e tradotte in 
qualche recipiente sconosciuto. Per assicurarsene e per chia- 
rire altresì quanto i villici provetti de’ dintorni asserivano, 
che queste sorgenti altre volte scaturissero copiose in diffe- 
renti punti dell’ isolotto, fece egli aprire un solco trasver- 
sale, che dal punto di uscita della sorgente maggiore diri- 
gevasi verso le sorgenti minori (a-b). Ma non appena gli 
opera} sl furono internati di 70 centimetri nel suolo, che 
v° incontrarono una specie di stecconata verticale formata 
di palafitte e di legni trasversali, intorno alla quale era 
stato ad arte calcato un grosso strato d’ argilla plastica. 
Cotale lavoro impedendo qualsiasi riflusso e comunicazione 
fra le sorgenti, induceva altresì nella credenza che queste 
dovessero sorgere in rami separati e verticali nelle singole 
località ove si manifestavano, come effettivamente lo indi- 
cava la natura loro, e la disposizione geognostica del ter- 
reno da cui scaturivano. 

Perlochè rivolti gli scavi ad isolare la sorgente maggiore 
nel suo più basso punto di uscita, si giunse in breve a 
scuoprire ad oriente di essa un enorme pozzo verticale di 
forma quadrata, di 19 metri di profondità, formato da 160 
grossi panconi di legno di quercia, mirabilmente contesti 
fra loro a coda di rondine, e terminato da un solidissimo 
selciato di legno (P). Codesto serbatojo offriva nelle sue. 
pareti parecchi fori rotondi il più superficiale de’ quali posto 


46 La SorcenTE Satso-JopicA DELLA SALvaROLA 
a 3 metri circa di profondità, connettevasi con un condotto 
di legno sotterraneo, scoperto ne’ successivi scavi, (o-a) il 
quale riuscendo ad un punto discosto di 5 metri N. O. dal 
pozzo principale, andava ad attingervi la sorgente nella sua 
vera e primaria scaturigine (0). 

E diffatti, come asserivami il chiarissimo Ingegnere alla 
cui gentilezza debbo i presenti dettagli, a mano a mano che 
si andò progredendo negli scavi attigui al pozzo quadrato 
la sorgente accostavasi maggiormente alla vasca de’ mat- 
toni, (N) finchè alla profondità di 3 metri circa si fissò 
definitivamente nel punto indicato d° onde emerse in’ mag- 
gior copia e con un’ emissione di gas pressochè continua (0). 
Il pozzo suddetto (P) doveva giungere ne’ suoi primordii 
fino alla superficie del suolo, ma il tempo e l’incuria vi 
avevano guasta la parte superficiale. Cinque a sei rozze stan- 
ghe ne coprivano la bocca, e sopra questa eravi un metro 1fa 
di terra che interamente lo celava. Il legno poi dei panconi 
non era punto infracidito, ed anzi offeriva una tinta neras- 
tra ed una durezza quasi lapidea, solita ad: aversi dai le- 
gnami che a riparo dalle influenze atmosferiche soggiorna- 
rono lungamente sotterra. 

Durante il suddetto scavo altri se ne praticarono intorno la 
polla meridionale; ed ivi pure scoprivasi un pozzo o serba- 
tojo verticale rotondo, (P') della profondità di metri 8, cen- 
timetri 87, circoscritto internamente da 5 grandi tine di 
legno, regolarmente incastrate le une nelle altre. 

Amendue i pozzi erano ostruiti da una finissima melma 
argillosa di tinta cenerognola, quella stessa che sogliono 
trar seco e depositare le salse di quei dintorni, cui a volta 
a volta interponevansi sassi, mattoni, legnami ed assoni 
caduti dall’ alto. Gli scavi che si protrassero intorno al 
pozzo quadrato per lo spazio di circa 60 metri cubi fecero 
altresì conoscere che la roccia argillosa circostante era 
stata in parte smossa, quella porzione in ispecie che gui- 
dava al punto di scaturigine della sorgente; ed anzi il 


Memoria peL sic. Pror. Pierro DopERLEIN 47 
ch. Ingegnere ritiene che gli antichi forassero in quel punto 
una galleria sotterranea che prolungavasi per tutto il tratto 
corrispondente all’ acquedotto, e collocatovi questo ne ostru- 
issero i vani con argilla plastica. Tutta la porzione setten- 
trionale della roccia, all’ incontro giacevasi in istato perfet- 
tamente naturale. 

Ma la circostanza che ina interesse agli scavi sud- 
detti e porge qualche dato almeno intorno l’ epoca in cui 
furono in attività i pozzi della Salvarola, si fu la scoperta 
fattavi di parecchie lancie, di mattoni antichi, e di una 
moneta Romana (6). — Le lancie avevano forma e grandezza 
diversa; tre di. queste conformate a modo di cuspidi e di 
lame ambitaglienti, attingevano la lunghezza di 30, 40, 50 
centimetri; una quarta più lunga e puntuta partivasi presso 
la base in due branche laterali leggiermente ricurve all’ in- 
basso. Tutte erano di ferro e consunte alquanto dalla rug- 
gine; e se mal non m° appongo, appartenevano ad una epoca 
prossima al Medio Evo. — Le due lancie maggiori si rin- 
vennero nel pozzo quadrato alla profondità di 15 metri; la 
terza un metro più superficialmente; la quarta giacevasi 
nel pozzo rotondo alla profondità di 5 metri, 7 centimetri. 
Qualora si dovesse avventurare qualche supposizione in pro- 
posito, potrebbesi credere, che allorquando i a pozzi attin- 
gevano l’ anzidetta profondità, o per meglio dire quando la 
melma depositata dalla sorgente aveva di già riempiuto i 
pozzi per lo spessore di 2 a 3 metri dall’ epoca di loro 
costruzione, avvenisse in que’ contorni una battaglia fra 
genti armate di lancia; ma ci mancano i dati per com- 
putare in quanta serie d° anni codeste sorgenti avrebbero 
potuto depositare tanta belletta, e per chiarire se per lo 
innanzi que’ pozzi fossero stati soggetti ad espurgo. 

I mattoni avevano tutti dimensioni notevoli, e forme ge- 
neralmente quadrate; nel pozzo rotondo però alcuni se ne 


(6) Vedi tavola II. 


48 La Sorcente SaLso-Jopica DELLA SALvAROLA 
rinvennero conformati a segmento di cerchio, coi quali erasi 
costrutto il davanzale d° altri pozzi. Tali caratteri, ed in 
particolare 1’ omogeneità e 1’ elaborazione della loro pasta, 
ne indusse dapprima a ritenerli di costruzione romana; ma 
il prelodato ingegnere sig. Leveque avendo osservato dei 
mattoni esattamente consimili nelle fondamenta di una delle 
torri maggiori sulle quali erasì poi edificato il castello o 
Palazzo di Sassuolo, si mostrò d°’ avviso che quelli pure 
appartenessero a bassi tempi; dappoichè la loro esistenza 
negli antichi monumenti di Sassuolo null’ altro poteva at- 
testare tranne che a’ tempi della loro fabbricazione non 
erasi colà totalmente perduta l’ arte delle buone costru- 
zioni in cotto. 

La moneta romana portava l° effigie ed il nome dell’ Im 
peratore Antonino Pio, ma questo fatto è troppo isolato e 
forse accidentale per autorizzare a trarne opportune conse- 
guenze, e vale soltanto a convalidare l’ opinione emmessa, 
essere cotali lavori e 1° uso delle acque minerali della Sal- 
varola di un’ epoca bastantemente inoltrata nell’ antichità. 
Forse ulteriori scavi ed indagini ne porranno in grado di 
accedere a più preciso giudizio, mentre è indubitato che 
ben altre importantissime costruzioni sotterranee esistono 
presso la suddetta sorgente, a scoprire le quali ferve in 
questi giorni l’ opra del chiarissimo, ingegnere. 

Sono questi i pochi cenni storico-descrittivi che mi venne 
fatto di raccogliere intorno la fonte salino-jodica della Sal- 
varola. Ora si spetta a’ dotti scrittori Modenesi approfondare 
siffatto argomento, e colle storie alla mano fissare l’ epoca 
delle singole costruzioni, e degli avvenimenti occorsi in 
que’ contorni; mentre terrommi dell’ opra .mia soddisfatto, 
ove abbia potuto fissare momentaneamente l’ attenzione de- 
gli scienziati e del pubblico sovra un argomento di patrio 
interesse ed utilità, ed ottenere da loro benigna indulgenza 
anche per la parte geognostica della presente memoria che, 
per non tediare maggiormente, riserbo a prossima pubbli 
cazione. 


DELL'ACQUA MINERALE 


DELLA SALVAROLA — 
PRESSO SASSUOLO 


PARTE II 
GEOGNOSTICA 


Come venni accennando nella precedente tornata Accade- 
mica, la seconda parte della presente memoria sull’ Acqua 
minerale della Salvarola verte sulla costituzione geogno- 
stica de’ terreni che circondano la fonte. Il terreno di fatto 
da cui scaturiscono le sorgenti salso-jodiche della Salva- 
rola è un terreno argilloso metamorfico, quello stesso che 
accompagna generalmente nell’Apennino i depositi di gesso, 
di sal-gemma, ed i massi di offiolite; e sovra esso trovasi 
adagiato, per lo spessore di un metro e mezzo circa, un 
terreno d° irruzione ,. composto di argille, e di svariatissime 
rocce erratiche, già rigettate da antiche salse. La roccia 
fondamentale è conosciuta nella scienza sotto il nome di 
argille scagliose, nome appostole dal dottissimo prof. Bian- 
coni di Bologna, per la proprietà che hanno queste di 
modellarsi in iscaglie lucenti, allorchè vengono disseccate 
dal sole (7). 

Nella serie geognostica il terreno delle argille scagliose 
spetta al periodo terziario mioceno, e precisamente al suo 
piano medio e superiore, sebbene altre rocce mineralogica- 
mente consimili si riscontrino ne’ terreni anteriori e sotto- 
stanti ad esso. Dal prof. Pilla le argille scagliose venivano 


(7) Bianconi, Terreni ardenti. Bologna, 1840, p. 75. 


Tom. III. 7 


50 Der’ Acqua MiNERALE DELLA SALVAROLA 
ascritte alla parte più recente del suo terreno Étrurio o 
cretaceo (8); ma i fossili acchiusi nelle rocce contemporanee 
ed alternanti della formazione (9), ne fissano sì evidente- 
mente l’ età, da escludere qualsiasi dubbio in proposito. 

Per apprezzare convenientemente la natura di questa roc- 
cia, ed i fenomeni geologici che vi hanno sede, fa d° nopo 
volgere momentaneamente lo sguardo all’ intera serie di ter- 
reni che costituiscono la pendice settentrionale dell’ Apen- 
nino modenese. 

Ogniqualvolta un viaggiatore dipartendosi dal vertice delle 
vicine montagne, imprenda a scendere verso la pianura 
percorrendo una delle molte valli trasversali che vi sono 
aperte, ad esempio le valli del Dragone e della Secchia, 
che da S. Pellegrino guidano a Sassuolo ,' egli incontrerà 
successivamente nel suo passaggio tre distinti terreni. 1° Il 
terreno del vero macigno il quale, insieme alle marne scis- 
tose e calcari che gli sono subordinate, appartiene al pe- 
‘ riodo terziario Eoceno. 2° Il terreno della molasse formato 
da varie sorta di conglomerati, frammisti a calcari fucitici 
e marnosi e ad argille scagliose, appartenente al periodo 
terziario Mioceno. 3° Il terreno delle marne bleu e delle 
sabbie fossilifere gialle, noto generalmente sotto il nome di 
terreno subapennino, spettante al periodo terziario Plioceno. 

Il primo di questi terreni compone il crine dell’ Apen- 
nino e le. eminenze più centrali della catena, e si prolunga 
sino presso al paralello di Barigazzo , di Frassinoro e della 
Pietra di Bismantova, occultando sotto di se altre forma- 
zioni più antiche, che emergono nelle province transpen- 
nine, ed in alcuni limitatissimi punti del fianco settentrio- 
nale della catena. I 

Il secondo siede in istratificazioni discordanti sul macigno 


(8) Pilla, Trattato di Geologia, t. II, p. 272. 
(9) Con questa voce indicasi in Geognosia una serie di rocce formate sotto 
l’ influenza di cause identiche od affini. 


Memoria peL sic. Pror. Pierro DopERLEIN SI 
e domina per tutta quanta la montagna media Estense, 
dal paralello suddetto infino a Marano, alla Torre tagliata, 
a Montezibio, a Castellarano., a Pecorile, a Grassano ; sud- 
diviso in tre successivi piani geognostici, simmamente ricchi 
di fossili in alcune località del Modenese, e tanto più re- 
centi in genere, quanto più prossimi alla pianura. 

Il terzo riposa sugli strati smossi dalle formazioni prece- 
denti, ed occupa l’ estremo lembo della catena Apenninica, 
costituendovi gli ameni colli di Spezzano, di Fiorano, di 
Albinea, delle Quattro Gastella, di S. Polo. E ad essi ten- 
gono dietro in ordine di età e di sovrapposizione i ferreni 
alluviali, distinti in Diluviani ed in Recenti, che diparten- 
dosi dall’ estremo labbro della pianura modenese, formano 
il suolo sopra cui siede Modena. 

Se tutte le rocce e le masse pietrose terrestri giacessero 
in natura nella stessa posizione ed orizzontalità nelle quali 
vennero deposte originariamente, tornerebbe agevol cosa al 
geologo distinguerle fra loro, e riferirle partitamente ai sin- 
goli periodi cui spettano; è innegabile però che innumere- 
voli cataclismi e sovvertimenti di suolo si avvicendarono 
sulla superficie della terra dalle prime epoche di sua crea- 
zione, e che a questi vennero altresì partecipando in più 
o meno vaste proporzioni le montagne del vicino Apennino. 
— Sui quali complicatissimi effetti spazia 1’ occhio inve- 
stigatore del filosofo-naturalista , il quale mentre cerca per 
una parte di determinare le molteplici cause che loro die- 
dero origine, tenta dall’.altra di diradare la fitta. nebbia che 
avvolge il mistero della natura inorganica, e cogli sparsi 
elementi ricostruire la storia fisica della terra. 

Il mezzo più agevole cui possieda il geologo per distin- 
guere i terreni fra loro, e per chiarire i molteplici disloca- 
menti che questi subirono nelle antiche epoche della natura, 
oltre lo studio stratigrafico de’ loro piani di sovrapposizione, 
e la determinazione degli esseri organici fossili ivi acchiusi, 
consiste in un attento esame comparativo della direzione 


5à Derr’ Acqua MinerALE DELLA SaLvaroLa 
assunta dalle valli e dalle squarciature intersecanti un di- 
stretto montuoso. 

Ed invero chi percorra le montagne centrali dell’ Apen- 
nino Estense ove predominano i terreni Eocenici e Cretacei, 
scorgerà manifestamente che tanto gli strati di questi, quanto 
le principali valli che vi sono aperte, corrono nella dire- 
zione E. 18° S. - O. 18° N. (valle del Serchio in Garfa- 
gnana); e che queste linee più generali vengono intersecate 
da altre valli e fenditure trasversali dirette dal S. al N., 
entro le quali si incanalarono i primi rami d’ acqua che 
scendono dall’ Apennino. Da questo fatto geologico si può 
inferire che le rocce dell’ alto Apennino subirono due princi- 
pali spostamenti, per l’azione de’quali gli strati loro vennero 
raddrizzati in due differenti direzioni, l’ una paralella, 1° al- 
tra alquanto obbliqua al grand’ asse della catena Apennina. 
— Confrontate cotali inflessioni colla serie dei sollevamenti 
avvenuti nel restante dell’ Europa, si osserva che essi cor- 
rispondono esattamente ai sistemi di sollevamento de’ Pirenei 
e della Corsica, sorti l’ uno prima, l’altra dopo il deponi- 
mento de’ terreni Eocenici, e che coincidono altresì colla 
prima emersione de’ Serpentini in Toscana, in Liguria e nel 
restante dell’ Apennino. 

Passando successivamente alla parte media della monta- 
gna Estense formata di molassi mioceniche e di argille 
scagliose, si troverà che queste vennero profondamente dis- 
locate nella direzione S, 26° O. - N. 26° E., con immer- 
sione di 4o° circa al N. O.; in guisa che dai profondi av- 
vallamenti che ne risultarono, restando deviati a mezzo il 
corso i principali fiumi Secchia, Dolo, Scoltenna, Panaro, 
dovettero questi ripiegarsi: verso mattina in una direzione 
assai più obbliqua all’ asse della catena. Codesto movimento 
che sì estese per vasti tratti dell’ Europa continentale, cor- 
risponde al così detto sollevamento delle Alpi occidentali, 
sorto immediatamente dopo la deposizione de’ terreni mio- 
cenici, e' collegasi, secondo le dotte investigazioni de’ recenti 


Memoria ner sic. Pror. Pierro DoDERLEIN 53 


naturalisti, al secondo trabocco delle Serpentine, e all’ inje- 
zione de’ filoni quarzo-metalliferi dell’ Etruria (10). 

Discendendo infine ai terreni .pliocenici subapennini, an- 
che questi si trovano attraversati da altri sistemi di fratture 
più recenti, che si estesero anche a° terreni anteriori, e sor 
prattutto dal sistema delle Alpi principali, e del Capo Tenaro, 
1 cui complicati effetti intrecciandosi fra loro, porsero il 
mezzo ai fiumi di raddrizzare il proprio corso e di volgerlo 
direttamente alla pianura. — E da questa svariata serie di 
rialzi e di avvallamenti, operati dalle antiche azioni pluto- 
niche nel vicino Apennino, Modena ottenne quel benefico 
sistema d° irrigazione al quale è commessa la fertilità e il 
benessere di questa piccola, ma pur felice e ricca parte 
dell’ Italia. | 

Tracciata così di volo la costituzione geognostica delle 
vicine montagne, volgiamo ora la mente al terreno mioceno 
ed alle argille scagliose, d’onde scaturiscono le sorgenti 
della Salvarola, e cerchiamo d°’ indagare, se fia possibile, 
qual parte si ebbero queste negli accennati travolgimenti, 
e se per avventura occultino tuttora in seno il germe delle 
sofferte alterazioni. 

Tanto nell’Apennino modenese quanto nel restante dell’ Ita- 
lia, il terreno mioceno componesi di conglomerati grossolani, 
di molassi-macigni, di molassi-scistosi, di calcari fucitici, non 
meno che di argille fossilifere e scagliose. Cotali roccie dis- 
poste ed alternate fra loro a strati e banchi di notevole 
potenza, formano nel loro insieme una zona di parecchie 
miglia di larghezza, diretta dal S. E. al N. O., che, fa- 
sciando a mezzo la catena Apenninica, si estende dal Pie- 


‘monte all’ estrema Calabria, restando da un lato appoggiata 


al macigni Eocenici dell’ alto Apennino, e limitata dall’ altro 
dalle marne e dalle sabbie plioceniche che ne rivestono inter- 
polatamente il piede. Alle rocce argillose stansi generalmente 


(10) Scarabelli, Carta geologica del Bolognese, pag. 9. 


54 Der’ Acqua MineraLe DELLA SaLvaroLa 
subordinati i calcari, le molassi, ed incompleti straterelli 
di lignite; ai calcari, banchi ed ammassi di gesso. 

Principalissima roccia adunque di questa formazione sono 
le argille scagliose, quelle argille appunto che col nudo ed 
uniforme loro aspetto rendono sì melanconica la prospettiva 
della media montagna Estense, sì cedevole e ruinoso il 
suolo. — Considerata questa roccia sotto aspetto litologico, 
componesi di una sorta di argille friabili, di tinta bruna o 
piombata, di aspetto ceroide, di struttura eminentemente 
scagliosa , lucenti alla superficie, ed in genere sì untose al 
tatto da sospettarle composte di notevole quantità di sali 
magnesiaci. Secondo l’ analisi fattane in Bologna dal sig. 
dott. Muratori, in 100° parti di detta roccia si contengono 
allumina 6, silice 21: 50, ossido di ferro to, carbonato 
calce 42: 50, acqua igrometrica 15 (11). — Il chiarissimo 
prof. Savani, che anni sono ne analizzò varj saggi metalli. 
feri, tratti da Gombola e da Monte Galbone, ottenne prin- 
cipj e proporzioni diverse; laddove 1’ esimio naturalista sig. 
Scarabelli di Imola assicura in una sua recente memoria, 
che quelle dell’ Imolese offrono in 100 parti 42 di calce, e 
contengono parecchi minerali che accenneremo di poi (12); 
d’ onde si può dedurre che questa roccia ha composizione 
e caratteri diversi a seconda delle singole località, e dei 
piani stratigrafici cui appartiene. 

Le argille scagliose del Modenese facilmente s° impastano 
coll’ acqua, ed immersevi aumentano di volume, e sebbene 
poco o nulla usate nelle arti, può dirsi che egualmente 
bene potrebbero servire al gualchiere qual terra da purgo; 
ed alla fabbricazione delle stoviglie, avendone osservato pa- 
recchi saggi egregiamente modellati in Imagini sacre presso 
il degnissimo sig. Arciprete di Sassuolo D. Leopoldo Grassi, 
solerte amatore degli studj naturali; nè inutili le crederei 


(11) Bianconi, Terreni ardenti, pag. 76. 
(19) Scarabelli, Sur Za formation miocène du Bolognois, 1851, p. 17. 


Memoria DeL sic. Pror. Pretro DoDERLEIN 50 
altresì al tecnologo, il quale coll’ associarle convenientemente 
ad altre terre ed argille dello Stato, volesse tentare con esse 
la fabbricazione de’ mattoni, e dei supporti refrattarj. — 
In questa roccia rare volte avviene di ravvisare indiz] di 
stratificazione, nè ‘Îmai s’ incontrano fossili od avanzi organici; 
sebbene abbondantissimi sieno questi nelle altre rocce con- 
temporanee della formazione. 

A convincerci delle numerose alterazioni chimico-pluto-. 
niche che queste argille subirono nelle antiche epoche della 
natura, basti l’ accennare che esse trovansi quasi per ogni 
dove compenetrate da infiltramenti metallici di ferro, di 
manganese, di rame, di zinco. Cotali infiltramenti contrasse- 
gnati da singolarissime zone rossigne, brune, verdi, bianchic- 
cie, che si designano in forma di vortici, di ondulazioni, o di 
svariatissime inflessioni angolari sul fondo generalmente bruno 
delle argille inalterate, appalesano effettivamente all’ analisi 
di contenere ossidi di ferro, di manganese, di rame, non 
meno che carbonati e solfati di queste medesime basi. — 
In alcune località il manganese potè compenetrare concen- 
tricamente i massi erratici di calcare fucitico, e convertirli 
parte in onici margacee, in pietre frammentarie, e ruinifor- 
mi, e parte in marcesina od ossido terroso di manganese e 
di ferro. — Altrove il rame metallico si accumulò nelle 
zone di tinta verde, modellandovisi in iscaglie od in lamine 
irregolari, rivestite da sottil crosta di rame carbonato. Che 
anzi nelle argille scagliose di Monte Modino, di Gombola, 
di Monte Galbone evvi tanta copia di siffatto materiale me- 
tallico, che i villici de’ dintorni: ne trassero, anni sono, par- 
tito nel getto delle campane delle loro parrocchie. Cotali 
infiltramenti però non vengono giammai accompagnati da 
regolari filoni, o depositi metalliferi, e sembrano piuttosto 
essere un effetto di sublimazioni, anzichè di regolari inje- 
zioni metalliche. | 

Le argille scagliose, all’ infuori degl’ infiltramenti metal- 
lici, vennero altresì attraversato da potentissime esalazioni 


56 Der’ Acqua MineraLE DELLA SALVAROLA 


di vapori sulfurei. Il calcare fucitico che vi è contenuto 
trovasi sovente convertito in gesso, nè è raro di riscontrare 
nuclei e cristalli isolati di zolfo nella massa di alcune ar- 
gille del Reggiano, non meno che nelle fenditure de’ calcari, 
e de’ gessi che vi sono acclusi. Ingannati forse dall’ aspetto 
realmente plutonico della formazione, alcuni geologi credet- 
tero di ravvisare in codesti gessi, roccie eruttive alla foggia 
de’ serpentini, e de’ porfidi; ma le superstiti traccie della 
loro originaria stratificazione, la continuità, il paralellismo, 
e la perfetta rassomiglianza loro co’ calcari fucitici, ne’ punti 
ove questi sono meno alterati, tolgono qualsiasi dubbio in 
proposito. 

Tale per appunto si è l’ origine de’ Gessi di Vignola, di 
Gesso, di Jano, di Vezzano che in forma di ristretta zona 
si prolungano, in ispecialità nel territorio Reggiano, para- 
lellamente alla catena Apenninica, sporgendo in erti e nudi 
cumuli successivi, dimezzo alle argille .scagliose, ed anche 
alle marne blù subapennine, ne’ siti ove queste ultime ri- 
vestono tuttora il piede delle precedenti formazioni. 

Convien però credere che le emanazioni solforose non si 
estendessero con eguale intensità a tutta quanta la zona ar- 
gillosa, dappoichè il predetto calcare a fucoidi per alcuni 
tratti della collina modenese giacesi perfettamente inalterato; 
in altri punti invece è convertito in una roccia cavernosa 
o scoriforme, intersecata da vene di spato cristallino; ed 
altrove ancora trovasi compenetrato da irregolari filoni quar- 
zo-ferruginei. 

Alle argille scagliose inoltre stanno evidentemente collegati 
i massi o diche di serpentino, ed anzi può dirsi non esservi 
località dell Apennino modenese ove questa roccia di tra- 
bocco non si vegga associata a conglomerati offiolitici e ad 
argille scagliose. Emersero queste singolari roccie plutoniche 
a varia potenza ed elevazione in più di una località dell’Apen- 
nino Estense, e segnatamente a Varana, a Sassomorello, a 
Moncerrato, a Gombola, a Renno, a Romanoro, a Lago ec. 


Memorrà peL sIG. Pror. Pietro DopERLEIN 57 


e più estesamente ancora ai Cinghi di Vetta presso Boccas- 
suolo, ove di recente erasi tentata l’ escavazione del rame. 

Per una particolarità eminentemente caratteristica della 
formazione, le argille scagliose in parecchie località dell’Apen- 
nino, ed in ispecie ne’ loro strati più attigui alla pianura, 
si trovano intensamente impregnate di petrolio e di muriato 
di soda; il che le rende talmente sterili e spoglie di vege- 
tazione, da farle ravvisare a molte miglia di distanza. Evi- 
dentemente questo sale che provenne da antiche infiltrazioni 
di acque salse, potè immedesimarsi cogli strati più molli e 
pervii delle argille, in guisa che, non sì tosto vengono que- 
sti ritemprati dalle acque piovane, lo svelano disseccandosi 
con superficiali efflorescenze saline. 

L’ ultimo fenomeno geologico che riscontrasi in questo 
terreno, è costituito dall’ incessante gorgogliare delle salse, 
e dallo scaturire delle sorgenti minerali salate e bituminose. 
— Io non istarò certamente a descrivere questo fenomeno 
troppo bene conosciuto ed illustrato da sommi Naturalisti 
Modenesi, ed Esteri; nè a discuterne la verisimile origine, — 
Dirò soltanto che nel breve giro di a a 3 miglia ad Oriente 
del punto ove scaturiscono le polle della Salvarola, si con- 
tano da 15 a 20 bollidori di maggiore o minore entità; e 
che lungo la stessa linea altri ancora se ne riscontrano a 


distanze maggiori, quali sono quelli di Nirano, della Maina, 


di Puglianello nel Modenese; di Canossa, di Casola, di Quer- 
zola nel Reggiano; i quali ultimi certamente di poco infe- 
riori in energia alle celebri Salse di Macalubba in Sicilia. 
— Dirò pure che tutte queste Salse sono disposte paralel- 
tamente alla catena Apenninica, e segnano, internamente 
poste, 1 estremo limite settentrionale della formazione ges- 
sifera e miocena; quantunque sovente perforanti i terreni 
pliocenici a loro addossati. Che quantunque assai bene. dis- 
tinte all’ esterno, si trovano esse In una costante relazione 
sotterranea colle sorgenti salso-jodiche della Salvarola, e 
coi celebri pozzi di petrolio di Montegibbio, dappoichè 
Tom. III. 8 


—-- — + — —————————++— — — ——Tr —- 1 ui n 


58 DeLL’ Acqua MinERALE DELLA SALVAROLA 


contengono come le prime cloruri, bromuri, e joduri alcalini, 
in guisa da potersi ritenere che provengano tutte da un iden- 
tico focolare o laboratorio sotterraneo della natura. — Dirò 
infine che le Salse del Modenese come quelle di ogni altra 
parte dell’ Italia, vanno a tratto a tratto soggette a violen- 
tissimi parossismi ed eruzioni, cagionate da soverchio accu- 
mulamento di vapori infiammabili nelle parti più ime della 
formazione; ed esempio ce ne porsero anche a’ dì nostri la 
famosa eruzione della salsa di Sassuolo, avvenuta li 9g giu- 
gno 1835, ed egregiamente descritta e comentata dallo eru- 
ditissimo prof. Brignoli; non meno che quelle occorse negli 
anni 1999, 1628, 1689, 1784, 1790 e già registrate negli 
annali della scienza (13); per la cui azione gran parte delle 
colline attigue a Montegibbio vennero ricoperte da un ter- 
reno eruttivo sommamente caratteristico e: complicato. 

Ecco in qual ‘modo avvenne che 1’ isolotto da cui sgor- 
gano le acque della Salvarola « trovasi oggidì rivestito da un 
notevole strato di terreno eruttivo »; e come questo altresì 
ripetasi in molti altri colli argillosi della montagna Estense, 
tanto attigui quanto lontani dalle attuali Salse. Dappoichè 
basta confrontare siffatti terreni con quelli che trovansi 
adagiati sui fianchi di Montegibbio, e del vulcanetto di 
Querzola, per assicurarsi che i Vulcani Fangosi arsero altre 
volte assai più numerosi e potenti nell’Apennino Modenese, 
che non sono a’ nostri giorni. 

E chiaro che l’avvicendarsi di cotante catastrofi e rea- 
zioni nel terreno delle argille scagliose doveva renderne 
oltremodo complessa la composizione, ed ingenerarvi una 
numerosa serie di minerali interessanti a conoscersi per lo 
studio de’ fenomeni naturali. -Ed invero oltre 1 suaccennati 
infiltramenti metallici e solforosi, nelle argille scagliose si 
trovano: più o meno frequentemente la bdarite solfata ra- 
diata, l’ aragonite mammellonare, il gesso prismatico a ferro 


(13) Brignoli, Relazione dell’ ultima eruzione della Salsa di Sassuolo. 


Memoria DEL sIc. Pror. Pietro DopERLEIN 59 

di lancia, la marcesina; soda muriata, solfata e carbonata; 
cristalli ed arnioni di pirite di rame e di ferro; blocchi di 
argille indurite fasciate da rilegature d’ aragonite, i quali, 
subìta l’ azione diluente delle acque atmosferiche, che ne 
esportarono la parte più molle, si convertirono in quelle 
. strane masse a favo vespaio, cui gli antichi naturalisti die- 
dero il nome di Ludus Helmontii o di pietre geometriche. — 
Nelle argille stesse 8° incontrano pure a volta a volta grossi 
tronchi di legno di quercia, di castagno, di faggio convertiti in 
xiloidi silicee, ed ingemmati da esilissimi cristallini di quarzo; 
e presso Castel-vecchio pezzetti d’ ambra staccati da antichi 
alberi resinosi, che gettati sulle bragie ardenti tramandano 
un soave odore empireumatico; ed inoltre massi isolati di 
calcare, di macigno, appartenenti a formazioni e terreni an- 
| teriori, sovente spatificati, o convertiti in gabbri varicolori; 
arenarie e molassi silicee fuse nella loro superficie esterna, 
e simulanti popponi, mammelle, o stillicidj di acque conge- 
late, ed infine massi e diche più o meno vaste di serpentino 
e di granitone, ricinti da analoghi conglomerati offiolitici, 
che giganteggiano fra le squallide: e nude frane formate 
dalle argille scagliose , e si connettono sotterra a masse of- 
fiolitiche forse più vaste e più potenti. 

Da questi pochi cenni torna agevole inferire che le argille 
scagliose di origine evidentemente nettunica o pelasgica , 
sono roccie metamorfiche, alterate cioè da azioni pluto- 
niche, e collegate geologicamente ai gessi, ai filoni metal- 
lici, ed alle serpentine, dal cui successivo trabocco de- 
rivarono i numerosi dislocamenti e le modificazioni che 
presentano oggidì; e che le salse e le sorgenti saline e 
bituminose, i soli fenomeni che attualmente persistono in 
questo terreno, sono le ultime manifestazioni di attività, o 
per così dire, l’ ultimo rappresentante delle ingenti forze 
plutoniche che imperversarono un tempo sulla massa degli 
Apennini. 

AI cospetto di effetti sì potenti e complicati, evidentemente 


60 Der’ Acqua MingenALE DELLA SALVAROLA 
prodotti da cause sotterranee ignote, sorge spontaneo il 
desiderio di conoscere ove risieda il focolare di tante reazioni, 
Da quali condizioni geologiche è desso costituito? E dap- 
poichè perdette di sua attività, sarebbe esso mai per ri- 
prendere l’ energia che appalesò nelle antiche epoche della 
natura? — A siffatte inchieste mì è d’ uopo rispondere ac-. 
cennando alla meschinità delle umane cognizioni, ed all’im- 
possibiltà di poter forse mai sorprender natura nell'atto di 
cotali processi. — Al geologo sagace si compete registrare 
i fatti quali li riscontra sul globo, discuterli se questi non 
oltrepassano la sfera delle sue cognizioni, nè pretendere mai 
di figgere lo sguardo in que’ misteri de’ quali il Sommo 
Creatore riserbò a se solo la conoscenza e la conservazione. — 
Miglior partito sarà forse quello di coordinare siffatte no- 
zioni a vantaggio della società, il che noi pure tenteremo 
di fare nelle seguenti linee. 

Uno de’ più interessanti criterj tecnologici che possono 
trarsi dall’ esame geologico di questo terreno si è, che nelle 
profondità delle colline argillose di Montegibbio e della Sal. 
varola dee esistere un ‘potente ammasso di sal-gemma. — 
Ed invero codeste argille siccome unitamente a’ gessi ac- 
compagnano ovunque i depositi salini, 6 riescono il più co- 
stante contrassegno della loro esistenza sotterranea, può dirsi 
con vetisimiglianza: che ciò debba aver luogo anche nei 
terreni del Modenese. — Varj fatti sembrano avvalorare 
questa supposizione. Lo prova per primo la perfetta somi- 
glianza che queste argille offrono colle roccie circostanti alle 
celebri saliné di Wieliska, di Bex, di Cardona; ce lo atte- 
stano le numerose sorgenti salate che scaturiscono lungo il 
piede dell’ Apennino, alcune delle quali notevolmente sature 
e mineralizzate di cloruro di sodio; ce lo indica l’ identità 
di composizione delle nostre sorgenti con quelle della To- 
scana, del Piacentino, del Piemonte già utilizzate nell’ estrà- 
zione del sale; le quali, come asserisce il dottissimo prof. 
Savi, traggono effettivamente origine dai sotterranei banchi 


Memoria pEL sic. Pror. Pierro DoDpERLEIN 6r 

di sal-gemma (14); ce lo manifestano infine i gessi disposti 
nella direzione stessa delle Salse, delle sorgenti bituminose 
e saline, roccia che contrassegna d°’ ordinario l’ estremo li- 
mite delle formazioni saline sotterranee; talchè 1’ illustre 
naturalista svizzero sig. Studer dalla sola ispezione di gessi 
consimili a quelli di Bex, potè preconizzare l’ esistenza 
d’ importantissimi ammassi di sal-gemma in paesi ove non 
avevasi il minimo sentore della loro esistenza; ed impegnati 
gli speculatori a perforare cotal roccia, addimostrare col fatto 
la giustezza delle sue teoriche previsioni. 

La notevole estensione cui attinge la linea delle Salse 
Estensi indurrebbe forse taluno a credere che questo depo- 
sito salino debba essere o parziale, e suddiviso in frammenti 
di poca entità, oppure si estenda per una lunghezza ecces- 
siva e pari a quella presentata dalla linea delle Salse. Tut- 
tochè manchino molti dati per giudicare convenientemente 
in proposito, non pertanto, vista la maggiore affluenza delle 
Salse nelle due località di Montegibbio e di Querzola nel 
Reggiano, inclinerei piuttosto a credere, ch’esso sia disposto 
in due principali ammassi sottoposti alle suddette località, 
connessi forse fra loro per massi più brevi e più limitati. 

Ma forse più che della loro esistenza sotterranea, a molti 
interesserà conoscere a quale probabile profondità cotali 
ammassi si trovino depositati e giacenti. E qui invocheremo 
altre importantissime cognizioni geologiche. — È noto ed 
ormai sancito a teorema geologico, che le sorgive in genere 
a misura che direttamente provengono da maggiori profondità 
terrestri, offrono nel loro scaturire sovraterra una tempera- 
tura vieppiù elevata e corrispondente al punto stratigrafico 
d’ onde si dipartirono. Cotale aumento di temperatura per 


le acque sorgive procede in ragione media di 1 grado di 


calore, per ogni 29 a 30 metri di profondità al di sotto 


(14) V. Savi, Delle rocce offiolitiche della Toscana, p. 110; e Savi e Mene- 
ghinì, Considerazioni sulla geologia della Toscana, p. 506. 


62 Detr’ Acqua MineraLE DELLA SALVAROLA 


della zona a temperatura costante; talchè il famoso pozzo 
forato del macellatojo di Grenelle a Parigi, che raggiunge 
la profondità assoluta di 548 metri, pari a quella di 517 
metri sotto il livello del mare, somministra un’ acqua pota- 
bile di 27° del centigrado, ed il pozzo di Neuzatzwerk 
nella Prussia Renana, avente 680 metri di profondità asso- 
luta (il più profondo che si conosca), dà un’ acqua di 32° 
di temperatura. | 

Riflettendo ora che le sorgenti salate della Salvarola, 
non meno che le acque delle attigue Salse, e de’ pozzi bi- 
tuminosi, che traggono evidentemente origine da siffatti de- 
positi, non sono punto termali, e tutto al più segnano una 
temperie di 12°, diffalcata l’ altezza di Modena sul livello 
del mare di 41 metri, e quella delle colline della Salvarola 
sul piano Modenese, sommanti in totalità a 100 metri circa, 
si può verisimilmente ritenere che i primi depositi salini, . 
debbano esistere alla profondità di 150 metri circa sotto il 
livello del mare, e quindi da 250 a 300 metri di profondità 
assoluta sotto il punto ove sgorgano attualmente le sorgenti 
minerali. 

Nè credo cotale profondità così enorme da incutere terrore 
ad una società di azionisti che aspirasse ad intraprenderne 
l’ escavazione, stante i moltiplici lavori che nelle varie parti 
del globo si eseguirono oltre a cotale profondità; stante l’omo- 
geneità e la facile perforazione della roccia argillosa, non 
meno che l’ utile che ne trarrebbero il Governo, gli azionisti, 
e la pubblica società. — Oh se le società private d’ indu- 
stria anzichè sperdere i loro capitali in vane ricerche. di 
metalli sul versante settentrionale dell’ Apennino, che non 
è punto il luogo de’ regolari filoni metalliferi, e, se pur 
talvolta li presenta, questi non ponno essere che appendici 
o lontane diramazioni della vera catena .metallifera delle 
Maremme toscane; se, dico, in luogo di correr dietro a 
sognate ricchezze metalliche sotterranee, i capitalisti vol- 
gessero le loro speculazioni allo scavo dei depositi che 


Memoria nec sic. Pror. Pietro DopEeRrLEIN 63 


indubitatamente esistono ne’ vicini monti, ed utilizzassero 
per tal guisa in fabbriche di vetri, di finissime porcellane, di 
mattoni refrattarj le arenarie silicee, i caolini, le argille che 
| sì copiose vengono retribuite dagli Apennini, qual fonte di 
onesto guadagno, e di prosperità non ne verrebbe al sobrio 
abitatore delle MOnCgno s quale a all’ industria, al 
commercio? 

Esaurita per tal guisa la parte geognostica e tecnologica 
della presente memoria, vediamo se tanto materiale ne resti 
da avventurare qualche verisimile ipotesi sulla origine e 
sulla mineralizzazione delle sorgenti, che a sì ardua prova 
posero quest’ oggi la sofferenza del lettore. 

Giusta la teoria sì sagacemente concepita dal sommo Val. 
lisnieri, sembra adunque che le acque dolci piovane inca- 
nalate negli strati pervi dell’ alto Apennino, discendendo per 
legge di gravità lungo i piani e le roccie impermeabili con 
quelli alternanti, si pongano a contatto delle masse sotter- 
ranee di sal-gemma; che quivi, sia formando temporarj de- 
positi, o semplicemente attraversando le masse saline, sciol- 
gano e si carichino dei cloruri, solfati, e bromuri alcalini e 
terrosi che quelle sogliono contenere, finchè sospinte da 
quell’ avanzo di forza d’impulsione che acquistarono nel 
discendere laggiù, e coadjuvate dalla incessante concorrenza 
d’ altre acque correnti, si volgano novellamente verso la 
superficie terrestre, e vi ricompariscano associate alle argille 
scagliose, ed ai fluidi aeriformi che poterono incontrare per 
via. — Quanto alla provenienza dei joduri, e del petrolio 
non contenuti nel sal gemma, potrebbesi credere che le 
acque salso-Jodiche li traggano da qualche banco di fucoidi 
o di piante marine bituminizzate che d’ ordinario si conso- 
ciano alle formazioni saline, e che effettivamente si riscon- 
trano nei calcari marnosi miocenici dell’ Apennino; noto 
essendo che i fucoidi marini contengono amendue questi 
principj. — Durante la lenta dissoluzione delle masse saline, 
sembra che il gas idrogeno carburato racchiuso in forma di 


64 Der’ Acqua MineraLE DELLA SALVAROLA 
moffetta e di grisou fra i banchi bituminosi o salini di que- 
sto terreno, od interposto secondo le dotte osservazioni del 
prof. Bianconi fra le lamine cristalline di quella varietà di 
sal-gemma che dicesi crepitante (15), venga posto in libertà, 
e si associi del pari alla sorgente minerale. 

Evvi anche probabilità che ne’ primordj della formazione, 
questo gas coll’ accumularsi in gran copia nelle cavità sot- 
terranee attigue al sal-gemma, mercè una prima eruzione 
simile a quella delle Salse, abbia potuto schiuderè una di- 
retta e più facile via alla sorgente medesima, e stabilita que- 
sta, proceda seco lei a svolgersi da secoli nello stesso modo 
e nella stessa proporzione. — Comunque questa non sia che 
una semplice supposizione, a niuno essendo dato di cono- 
scere gl’ intimi processi della natura inorganica, non è men 
vero che tutti i principj minerali contenuti nelle acque della 
Salvarola esistono realmente nella suddetta formazione salina, 
nè richiedono veruno sforzo d’ immaginazione per ispiegarne 
la derivazione. 

Tale sembrami possa essere la più verisimile ipotesi sulla 
mineralizzazione delle acque salso-jodiche della Salvarola. 
Se abbia colto nel segno, e se questo sia il vero senso dei 
misteri della natura, lo deciderà 1’ illuminato giudizio del 
lettore, e le ulteriori scoperte. 


(15) Bianconi, Terreni ardenti, p. 107. 


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Modena . 


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RRO TROVATE NELL'ANTICO POZZO QUADRATO DELLA SALVAROLA. 
Memoria del Professore Sig” Pietro Doderlein. 


Scienze Lettere ed Arti di Modena Tomo III. Sezione di Scienze pag. 64. 


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SUL CALCOLO APPROSSIMATIVO 
DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


MEMORIA 
DEL SIG. PROFESSORE ANTONIO ARALDI 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell'adunanza del 10 Marzo 1859 


— Ben 


La ricerca del valore di un Integrale definito 


f fa I 


geometricamente espressa corrisponde alla determinazione 
del valore dell’ area della curva rappresentata dall’ equa- 
zione y=f(x), limitata dalle ordinate y.,, y, corrispondenti 
alle ascisse x=4, x=b. Quando la funzione differenziale non 
si sappia integrare in un numero finito di termini algebraici 
o trascendentali, dei quali si posseggano le tavole, uopo è 
ricorrere ai metodi di approssimazione , ed il primo, e più 
ovvio, che si offre alla mente, consiste nel supporre diviso 
il tratto 5—a dell’ asse delle x frapposto alle ordinate y, y, 


° . . . be ° 
in un numero 73 di parti eguali cadauna a 7 conveniente 


al grado di esattezza, che si richiede, e pei punti di divi- 

sione I, 2,... 72—I condotte le applicate y,, Y.3-+.3Ym-: dalle 

quali l’ area supposta verrà divisa in 72 parti, e poscia nel 

sostituire a questa la somma degli rm rettangoli ad esse in- 
Tom. III. 9 


2 Ped vane 


66 Sur Caccoto APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


—£, e peraltezze l’ordinatay, 


scritti, aventi basi eguali a l 


che noteremo anche y,, e le y,, Y.3-0:3Ym-: Onde si avrà un 
primo valore approssimato dell’ area stessa nella 


bea b-a n m 
[1] _°(y, +y, +7,0+)m) = — 3y, = Z.y.Ax, po 


sto e = Ax, il quale sarà tanto più prossimo al vero 


quanto più grande si assuma il numero 72, più piccola la Ax; 
l’ errore che si commette usando la formola [1] eguaglia la 
somma dei triangoli mistilinei compresi fra gli archetti, nei 
quali viene diviso 1’ arco della curva terminato alle ordinate 
Ya Yss dalle ordinate y,, y.3-.3.Y=Ys e le parallele all’ asse 
delle x condotte dai primi estremi di essi archetti fino alle 
ordinate dei secondi estremi, riuscendo questo errore minore 
della quantità (y;—y.) Ax, quando la y sia crescente al cre- 
scere di x, e può all’ indefinito crescere della 72 divenire mi- 
nore di qualsivoglia quantità data, di modo che l’Integrale 


5 i ; - 
J daf (2) =/ y.dx sarà il limite di ZoVa Ax per j° indefinito 


scemare di Ax. Questo concetto veniva appunto adombrato 
dal Leibnitz quando disse rappresentarsi da /4dxf(x) la somma 
dei detti rettangoletti corrispondenti ad 72 infinita, ossia a 
Ax infinitesima, denotata da dx, e ciò per indicare che si 
passava al limite, come egli stesso ne avvertiva nel Gior- 
nale di Trevoux dell’anno 1701 (1). Se non che ad evitare 


(1) Con queste poche parole si viene a sgombrare dai principj del calcolo 
Differenziale, ed Integrale quelle nebbie nelle quali si vollero involti fino a rite- 
nere che fossero soggetti ad errori, che però, come intese dimostrare il Carnot, 
esattamente si compensavano: avvegrracchè se vi hanno compensamenti di errori, 
dessi sono soltanto di parole, come nell’ Adunanza del Maggio 1827 dimostrai 
avanti questa Sezione medesima in una mia memoria su questo argomento. Erravasi, 
diceva io, la prima volta quando asserivasi che l’area richiesta era eguale alla 
somma /dxf (x) degli infiniti elementi, nei quali intendevasi divisa, mentre non 


Memoria peL sic. Pror. ANTONIO AraLpi 67 


calcoli troppo laboriosi converrà scegliere per m un numero 
di grandezza limitata, e l’indicato errore non sarà più tras- 
curabile; quindi l° utilità delle seguenti ricerche dirette a 
sempre più accostarsi al vero valore dell’ errore a 
e però a quello dell’ area richiesta. 

2.° Tirate le 72 corde di detti archetti, si comincia 
dal sostituire alla somma dei triangoli mistilinei mentovati 
quella dei triangoli rettilinei ad essi inscritti espressa da 


(3: FO PA Li) i mena (2 
mm 3 2 2 m72 


che aggiunto al valore approssimato [1] dell’ area, ne darà 
un secondo valore 


[9] (7, t- 2Y, +-2Y, At + 2Y n Y) sensibilmente più 


vicino al vero, avvegnacchè l’ errore viene ora ridotto alla 
somma delle aree degli 72 segmenti racchiusi fra gli archetti 
e le loro corde. | 

Per diminuire questo errore immaginiamo sostituiti a que- 
sti archetti degli archi di parabole di 3° grado che abbiano 


ne è che il limite: erravasi la seconda quando nel calcolare il valore di /4xf(x) 
intendevasi di trovare il valore di quella somma quando non si trova che il limite, 
con che si compensa precisamente il primo equivoco. Per ciò nella citata lettera il 
Leibnitz avverte, come il suo metodo non sia altro che un mezzo di tradorre in 
termini analitici quello dei limiti usato da Archimede nelle ricerche geometriche. 
Per determinare il valore della circonferenza di un circolo non sostituivagli già egli 
il contorno di un poligono inscritto di infiniti tali, ma dopo aver dimostrato che 
dessa è limite dei contorni dei poligoni inscritti, il numero de’ cui lati aumenta oltre 
ogni misura, determina il valore approssimato di questo limite. Così nel calcolo 
integrale, avvegnacchè si enunciò con poco rigore essere l’arco della curva y=f(2) 
eguale alla somma /dx |//1+y/2 degli infiniti latercoli dx j/1+y'2 di un poligono 
inscritto a quell’ arco, pure nel calcolare quell’ arco non si determina che il limite 
della somma di quei latercoli, il cui numero si supponga crescere indefinitamente, 
giugnendo al vero valore dell’arco, de sorte qu'on ne diffère du stile d° Archimède 
que dans les espressions, qui sont plus directes dans notre méthode, et plus conformes 
à l’art d’inventer. Così chiude Leibnitz la citata memoria. 


68 Sur CaLcoLo APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


con essi nei loro estremi contatti di 1° ordine, ed ai men- 
tovati segmenti sostituiremo quelli parabolici sottesi dalle 
medesime corde. Supponiamo calcolato il valore della somma 
di questi segmenti nell’ ipotesi che gli archi parabolici siano 
frapposti alla data curva, ed alle corde rispettive, il che è 
sempre lecito perchè se quella condizione talvolta non fosse 
vera il calcolo darebbe pei corrispondenti segmenti dei va- 
lori negativi, e guiderebbe sempre a risultamenti esatti. 
Aggiugnendo detta somma al precedente valore [2] si otter- 
rebbe un valore anche più vicino al vero dell’ area cercata, 
riducendosi l’ errore alla somma delle aree delle lunule com- 
prese fra gli archetti della curva supposta ed i parabolici 
corrispondenti. Intendiamo ora al primo sistema di archi 
parabolici di 2° grado sostituiti successivamente altri sistemi 
di 5°, 7°, ec. gradi, i quali abbiano rispettivamente cogli 
estremi degli 72 archetti della curva supposta contatti di 
2°, 3°, ..., ordine, e calcolando il valore della somma delle 
aree delle lunule comprese fra le parabole del 1° sistema e 
quelle del secondo, poi quello delle aree delle lunule com- 
prese dalle parabole del 2°, e 3° sistema, e così di seguito, 
ed aggiungendo sempre il trovato valore, che talvolta potrà 
riuscire negativo, all’ ultimo valore precedentemente calco- 
lato dell’ area, si otterrà di sempre più avvicinarsi al vero 
valore della medesima. 

3.° Cominciando dal considerare l’area della supposta 
curva terminata da due successive delle 72-+-1 ‘ordinate 
Yor Yi ++-:»Ym> per agevolare il calcolo supporremo trasfor- 
mate le coordinate in modo che l’ origine loro cada sull’ asse 


delle x ad egual distanza > =a da quelle due ordinate, 


che dovranno venire denotate dalla y—a, Ya. 

Rappresentata dalla . 
Y=Ax®"+' + Be" +Cx°*7'4+ Dx" ........ l’ ordinata di quelle 
parabole che passano per gli estremi delle ordinate ya; Ya, 
osservando che 1’ area della medesima terminata alle ordinate 


Memoria DEL sIc. Pror. ANTONIO Aratpi 69 

Ba?**? Da! Fas? 
ao E i) 

Sn4-I  2n—-i1 2n_-3 


Ya, Ya espressa da IT da=2 


la quale non contiene traccia dei termini della precedente 
espressione di Y affetti da potenze dispari di x, nelle se- 
guenti ricerche terremo conto soltanto dei termini delle Y 
contenenti potenze pari di x, limitandoci ad indicare colla 
funzione H(x) la somma dei termini che vi si volessero 
dotati di potenze impari di x, quindi anche il primo termine 
della supposta Equazione, onde la sua derivata H'(x)=XK(%) 
sarà una funzione contenente sole potenze pari di x. 
4.° Ciò premesso, sia 


Y=Bx+C, l’ equazione della retta che congiunge le som- 
mità delle ordinate y—a, Ya, onde yo=Yy== Ba +C, 
Yva=zYa=Ba+C, ed Ya=—yY-a=2 Ba, Ya-+y-a=2C che por- 


remo —F, quindi C=F =VatY-a B=ya—-y_a ed 
2. 200 aa 


J. ° Ydx=2Ca=aF=a( ya “ya ) 9 


. de . 
ove ponendo per a il suo valore s e successivamente per 
97 


le Yy-a, Ya le Yo3YVi3 Yr3 Ya}-00:3 Ymo19 Yn SÌ avranno i va- 
lori delle aree degli m trapezii sostituiti agli 72 elementi nei 
quali è stata divisa l’ area della curva, e la loro somma da- 
«. rà la formola [2]. 

Sia in secondo luogo espressa dalla 


Y=4+C+H(£) la parabola che ha contatti di 1° ordine 
colla curva negli estremi delle ordinate ya, ya, onde l’area 
del segmento chiuso dalla parabola stessa, e dalla corda. 


suddetta verrà rappresentata dalla f (1) dx. Poniamo 


Y- Y=Z=a 2°+c+H(), e perchè rel Ya =Ya Ya 3 


70 Sur Catcoco APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 
Y _g=y' as 'a =y'a,Y ‘=Bcostante,siavrà Y, aY, a=0=4,0°#-C, 
+4 (a), Vag=r -a=0=40°+c —H (a), onde H (a)=o,c=—a0*,, 
e dalla Y—Y '=24,x+K (x) si hanno le y'a—B=2aa+K (a), 


Y-a=-B=-20a,4+K (a), onde y'a—-y-=440, e però 


f ! 
a —Yay_a c=— a, =— a —Y—a) 4 ed essendo 


4a | 
SJ ( Hi} ) da= A + Cx+L(x), ove L((x) di grado pari, 


sì avrà il valore del segmento parabolico = f. ° (Y_Y)de 
(20 a (Ley el ly ary ela) (Y'a-=y' a 
e ‘+ ca)=2( 3.4 4 * a’( 3 ) 


= posto F=y/'a —y-a. Questo valore aggiunto al prece- 


dente a(ya+y-a) darà un 2° valore più prossimo al vero, 
dell'elemento dell’area della curva, ossia di f. i ydx. 
Rappresentisi in terzo luogo dalla 
Y=-4,4+-C,2°+E+-H(x) la parabola che negli estremi del- 
l’ archetto considerato della curva proposta ha contatti di 
secondo ordine, onde le Y, Fr: y' eguagliano le y, yy" 
CONNepongentemento ai valori a —a di % e POS50 
Z=Y: i E =I+a +e,+h(x), DCsche Y ser a==0, Y Lul —g=0, 


Va—Ya =0,; Vr =0, Y =24 , Costante si avranno le 
equazioni 


Kite =a,044-c,a°+-e,+-h,(a)=0, Ygsik —g=4,0%+ca*+e,—h,(a)=0 
r — Y a =4a,a°+92 c.a+k,(a)=0,Y _=Y -a=--4a,0°—2c,0+k,(a) 


V'a—L"a=120,0°+2c,+-h;(0) YV''—aY"_a=124,0*+2c,—k;(a); 


Memoria peL sIG. Pror. AntoNIO ARALDI ZI 
dalle quali si deducono le segRERD h(a)=0, k.(a)=0; 
o=2,04+-c,a*+e,j o=24,0°+c, sV'aty'—a—4a,=244,0 *+4c, , 


e fatto F=y'ad4y' a Vent e) da esse si ricavano le 


—2F Fa 


— RO, és Di? eyz 


Pertanto l’area della lunula chiusa dagli archetti delle parabo- 
le dalle ordinate Y, Y, espressa dalla 


SL(1Y)d=o DI cd 1 


F 


trovasi = Î& 2 (13341 = 


3 che aggiunto all’ ultimo va- 


lore approssimato di fer “ ydx ne darà un 3° valore 
—aG 


a a 
{> eg —a)- a Î 3 ma) 1.3 al ty — e) 


anche più vicino al vero. 
5. Ora passando a trattare l’ argomento con maggiore 
pera esprimansi dalle 


Y=A, 074-090! PE ee +. _.(£), 


Y=A,x"+C,20*+ E,2°*4-+ .....00. “H,(x) le ordinate 
delle due parabole che negli estremi dell’ archetto contem- 
plato della data curva hanno rispettivamente contatti degli 
ordini (n—1) esimo, ed ennesimo, e postone la differenza 


4=Y-Y=a,x"+-c,x +e A+ e ATLA+S Aha), 
essendo a,=A4,, c=C.,—A.-:3 ecc. corrispondentemente ai 
valori a,—a di x verrà soddisfatta non solo 1’ Equazione 


» LL) Rao I 
Z=Y-—Y=-o0, ma ben anche le sue Equazioni derivate fino 
all’ ordine (n—1) esimo, onde entrambe le a,—a sono radici 


mà Sur Catcoto apPpROSSIMATIVO DEGLI ÎNTEGRALI DEFINITI 
n° dell’Equazione Z=o, il cui primo cuni avrà la forma 
I=-1-Y=Me_e)=M(-nea+ 1) gaeta De 
(NE riga Vara -*+-(—1)"a*=o che confron- 
tata col supposto valore di Z dà 


sth, ente, EI ra 


s.=M(—1)"a* ove rimane a determinarsi la costante M. 
L’ ennesima derivata della Y_Y=M(x*—a*)" trovasi essere 


L=Y®_Y®_Mn(n—1).....1 2*a"+L(x*—a*), essendo L una 
funzione intera razionale di x°—a*, che pertanto si annulla 
da x=ta, onde 


» (n n na (» ) 
Za =Mn(n=1)....1 aa”; Z_=(— 1) Ma(n-1)....1 2"a", quindi 


n (» n (n L) (O) n (n n 
Zi sl I)" TAM Mn(n- 1)...1 2"a*, e posto Za4+(—1)" Zg=F 9 
sl otterrà 


= È e però 
an(n—1)...12"0", 
F —nF n(n—1)F 
a=z'T——_— CET-—T————ra e 2 


“ an(n—-1)...19°0, 7 an(n_1)...1.2"a**; nia, ì 


= fenaFat. e — (ife _. e l’ area della lu- 
an(n—1)...1 2" 


= Qn(n—1)...1 2° 


nula compresa fra gli archi delle due parabole dalle ordi- 


nate Y, Y verrà espressa dalla 


f. * Zdx= f. È (auto nit. ter, L+-s,+-h,(x) )d= 
a «= (% 


fo, vo i 
QNt+-I 2N-1 DI 3 3 


ARI dI at) i r a 
2 (22 co + dl —_ + 5a) = 


Memoria peL sic. Pror. ANTONIO ArALDI 73 


aR_NI dii 
=-—-—_-\2n+t  2n—-1 2 
n(n—1)..1.2 


23 
ento) 


ossia scrivendo i termini posti fra le parentesi in ordine 
Inverso 


f. - Zda =(-1)° Pen ( I 3 + met) ) e, 7 23) +10 
7 


n(n—1)...1.2” 


= f  M (x°-a°)Ydx. 


6.° Nella TÀ i M(x2°—a)dx, poniamo x°—a'=a**, onde da 
audu 


di gl oa "+ du 
 Vi+u tà J pied / 14" 


Ora nella nota forma di riduzione 
fi eda ETA (mn) m_n)a x N°, ove X=a+-bx*, 
m+-np  (m4+np)e 
fatto x=% m=2n+2, n=2, a=1, b=1, p=} si deduce 
u"du U"/14+u an u*—' du 
Varese SS Vr nella quale po- 
nendo successivamente per la r le n—1, r—2,..., I si avranno 


"du u>-*> du 


1 valori delle Veli Veweri che ordinatamente so- 


stituiti negli integrali precedenti verranno a far dipendere 


li a f udu ia i è ot 
=: da fr=c ] essere = a ,e stot- 
ENO Vizza che si sa VI+L? > 


ati ono un" 
terrà = 


an+i  (2r+1)(22—1) 
Tom. II . 10 


74 SurCatcoto aPPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


an(an—2)u'*-* n _ (1 nt nc se si 
(2r7+-1)(22—1)(an—3) (2r-+-1)(2n—1)...3 


ra lira den 


n+-1)(22—-1). I 


M(2°—a)dr= M a+ Tei aa — iL ua 
anti  (2r7+1)(22—1) 


(1)tor(an—2).....2 ; "sa 
Tae) hi) r) s Ove rimesso per z* il suo valore 


A . IX PEA I 
pori: che riesce =o per ata, ed sa per V I-+-u* s1 consegue 


f* Zi f* DI, xa) dr=a Mass: (1° 2n(2n—2)....2 
cs Lù (2r-+-1)(22n—1)...! 
ni (1 Va F 
 (ar+-1)(22—-1)...1 
M= F 
anin—1)...1.2°0*T a.ar(2rn—-3).....9.0° 
Confrontando questo risultamento col precedente si trae 


; perchè 


an(on—2)(an—4)..2___ n n(n—1)_n(n-1)(n-9) (1) 
(art 1)(ant1). ETA TT 3 "ape 
9 


da cui si enuncia il teorema; che il prodotto dei primi » 
numeri pari diviso pel prodotto dei primi 2+4-1 numeri di- 
spari eguaglia la somma delle n+1 frazioni, i cui numeratori 
sono 1 coefficienti degli n+1 termini dello sviluppo di 
(a--5)", ed i denominatori ordinatamente i detti r+-1 numeri 
dispari. 

7. Passiamo ora a determinare la legge, colla quale si 


succedono le quantità F F F....F. 


Dei Rueoî i; o | 


Dalle VSvEz. Y_ Y=:Z,.. Y_j=Z, YZ, 
assieme sommate si ha 


Memoria DeL sic. Pror. Antonio AraLDI 75 


Na dl dd LI (.) » n (n) n (n n(n 
Y=Z+Z+-...+Z+Z, ed essendo F=Za +(—1)° <= 


n (a) » (n) w—1 (n) a (n) » (n) 
i Ya+(—1)!( Yoga Y_a) e perchè ya =Ya, y®_a=Ya sarà 
9 


1) B==1(A) m—=I(n) \ n—a (n) Nt (n 

F=y0a4+(—1)"y" a (ZH: \" Za) — (Z a+(—1)" Za ) 
n=3 (n) n—3 (n \- 

_ ( Za+(—1) Za) ecc. 

Nella Z=M(x°—a)° posto x°—a*=z, quindi 2'=2x, 2", 
z'"=0, e Z=M z", le cui derivate si trovano essere 
Z'=nMz-z, 

Z "n(n—1 \M 2*2"4+-nM sz, 

Z"=n(n— | \n—-2)M 2°z"4-3n(n—1 )M sz'5" 

VA =n(n—1 \n—-o)(n—3)M s'2'4+6n(n—1 nta) M Sa" 
+3n(n—1)M z"-*2"* ec. ec. generalmente espresse dalla 

Z0=M (n I)(r—-a)....(ur+1)z2"+r(r1)n(n—1)...... 
(nr4+-a)z"+!2's5" 2 


+ LIMA 1).. (n—r+) 3) greta gira 


+ r(r_1 REI). Dia ec.} 


a. 4. 6 


la quale si riduce sempre ad un solo termine da ax—cta, 
o z=0, cioè a quel termine nel quale l'esponente della z 
è =o, perchè tutti i termini precedenti sono moltiplicati 
per quell’esponente, e vengono da esso annullati, e tutti i 
susseguenti hanno per fattore la z elevata ad una potenza 
positiva, e rendonsi nulli da z=0, quindi quando r=n—1, 


- » 
r—n+-1=0, la Z° riducesi al secondo termine, al terzo se 
r="n-—a2, e via; onde, posto per z le n—1, r—2,...., e per 
r la n, 


76 Sur Catcoto APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


Sa) (n—1)(n—2)...1.9t*2*; 
2 


Z0=Mn(n-1)(n—2)(n—3) (2—9)(n—3). RA PO ego cagi 


2. 4 
Peste sica det Me) (32)... ata; 


fil Nd Rei 


e per le costanti 2, /M, M,..., ponendo i loro valori (n.° 5) 


M=F M=F 
 a(n_1)(2—92)... 1.017", a(r—2)(n_3)...1 aa 
NS) n—3 
M= F 


a(n—3)(1—4... 1.90" sì ha 


Ze=Fn(n-1\x®;Z0= Fa(n—1)(n—2)(n-3)e*. 
2 2. 4 ° 
DI At! DI At? 


7 F. Fnn— 1)(2—2)(2t_3) (n_-4)(n—d)e 
2. 4. 6 
9 a 

Quindi ROVari, sia n pari o dispari, 


Za +-1)Z®_g=n(n-1)F, Za +(—1)°Z0_ =n(n-1){n-9){n-3)F 
xa a. 4 a” i 


ZU4H—1) Z0 = n(n_1)(n_9)(n—8)(n_4)n—5)F, 
2. 4. 6. a' 


poste nell’ espressione di F, dà 


ec. che 


F= =ya+(—1)"y®_a— n(n- n(n—1)F- —n(n—-1 (n_a)(n—3)F _ 
2.0 2. 4. a° 


__n(m=1)(n—-a)(2—3)(n4){n—-5) F 


ec. da cui successi- 
a. 4. 6. a' | 


Memoria DeL sic. Pror. ANTONIO ARALDI 77 
vamente ponendovi n=o0, 1, 2,..., si hanno le 


Do) 
F —Ya +Y-a 9 


F=ay'a-y a 
F=y'aty'a12 9 
RANE E 
=Y. ay —am va 9 
3 a 
F=y''a+y'"-a— iL Li A 
5 È 7 
ky alfa du _- E 
SF 45F 15F 
v! o! I I 
frate TATA 
F105F_ 105f 
F=y"ay"' 2a = e n° sari = 9 
ec. ec. 


essendo espressi dalle 
I o(2X da= TÀ ù Zdr=aF=a0(ya-+y-a)=P 9 


il valore del trapezio terminato dalle ordinate ya, y--a, dalla 
corda che ne congiunge le estremità, e dall’ asse delle x. 


2°  2da=—aî F =— a° (V'ay-a)=P, quello del seg- 
— 3° 38 
mento parabolico racchiuso dalla corda suddetta, dall’ ar- 
chetto della parabola dall’ ordinata r. 
3°f ° 2da=@F _ lr'aty'a—al'ay'ia 
da 3.5 3. 5 n 
il valore della prima lunula compresa fra le parabole dalle 


ordinate Y ; yY 5 


78 Sur Catcoto APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


a 3 3 
o fera, 4 
4. °/ 2 Lda= Fo _ 


3.9.7 
—a° 'ay''-at3a'y'aty' _a)3ayay a) _p_ 
3. 9. 7 
quello della 2.° lunula frapposta alle parabole delle ordi- 
nate 4 , Y 3 
9. 9/2, Zdx = a*F ne) 
3.57.90 
_ l'a ty a) 6a (y''any"_a) +1 0a (ya ty" a) -15a"(r'a-y'—a) 
i 3. 9. 7. 9 
4 
= P, 


quello della 3.* lunula chiusa dalle parabole delle ordina- I 


s 4‘ 
te Y, Y, e così di seguito. 
8.° Pertanto si avranno nelle 


o ven dD—_a 
I. Sol ra L2Y,t. e te 2Y mr Ym) 


la somma degli 72 trapezii inscritti all’area della nostra 
curva limitata dalle ordinate y,, Yn- 


a° x" p=— (CS vari | 


quella dei corrispondenti 72 segmenti parabolici di terzo 
grado, 


3, 3° P= en) | (V'ty' Ar int tt) — 
3. 9 
b— ] ' b— N ri " "I » r 
Li ( 2) 0° vI(T) (tari) + 25 P 
siae > sc 


la somma delle aree delle prime lunule; 


FI 


Ile ee 


Memoria DEL si. Pror. AnTONIO AraLDI 79 


o ui b-a\t. in __L"" b-a\t, n dI) 7, 
4. z:Pp=—(—° ny +3(—*) 'tay't+ay' 
3. 5. 7 


" n b— T ' f bh 4 WELL n » - 
ay ty -3( —°) yy =( 2) (yy )+ 32 P 
aa A = 


n 
3. 5. 7 ° 


quella delle seconde lunule; 


5 o Dia p_ b—-a 2 0) lu ly lo ) 
+. (3%) ( So TI, +2Y. "db... L2V tV )— 
3. 5. 7.9 
ba 4 ri ri b-a i ri TE tu 
— 6 prry (Y mV +15(—) (y ot-2Y st 4y =) 
3. 5. 7.9 


i (Yo ad (3) Vo°+2Y:"+2y,"+tay ty”, ) 
In a) o om () I 2 E: Si 


3. 5. 7.9 


+ = — quella delle 3.° lunule; e via. Ed i va- 
lori sempre più approssimati dell’area della curva supposta, 
€ quindi del corrispondente integrale definito, verranno 
dati dalle 


() ) z ) LI s o z a 83 
2° P,25(P+-P),r(P+P+-P),Z5(P+P+P+-P), ecc. 
9-° Applichiamo questo processo alla determinazione del 
valore dell’ integrale definito 


x>P 35-P 
7° 


" d 
f mn che sappiamo essere = 4 = 0,785398163397, 
avendosi l’indefinito . = Arc. (Tang. =x), quindi. 
" dx — i\__ | r 
ci Arc. (Tang. =1) = Mii Posto y= serene IL 


ottiene 


«= —— <— nce, 


80 Sur Catcoto APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


sl e 2X I 6r°-—-2 rei _ 24x—242' 
di (14-20)? Fa (14-29)? ? r (14-28) > 


e fatto m=4, quindi °_° = {, si trova 


“ Y4 Y=y(1)=0,941 176470588, yi=y(})=0,8, violi): 
uu > Y=yY (1) =0,5 ed Vot2Y,+2y,-+9Y3+y, = 
6,262352941176470, xp = 0,702794117647. 

2 y,=0, y'=Y(1)=—-0,5, yy =_95, 
xp = + 0,002604166666. 
30° y=—2, yv'=y"() = 1,394773051088, y'=y'()= 
=_ 0256, y"5=y" (3) = 0,360448 y"=yY'(1)=0,05, 
y caused art + y «=— 4,000650102177898, 
Di P=- 0,000000084649. | 
4° y'=0, y"=0; y uv" =0; 2 P=— 0,000000036278 
che poste nelle espressioni delle vip, x(P+P), ec. danno 
34 {P=0,7827941 17647, 1.° valore approssimato 
coll’ errore =—-0,002604045750 
Zi(P+P)=0,785398284313, 9.° approssimazione 
coll’ errore =+-0,000000 120916 
2{(P+-P+-P=0,785398199664, 3.° approssimazione, 
coll’ errore =+-0,000000036267 


2i(B4-P+-P+-P=0,785308165386 4.° approssimazione, 
che differisce dal vero valore 0,785398163397 in meno di 
II E 

° Per un secondo esempio cerchiamo il valore del 
felini iperbolico del numero 2, che si sa essere 
da 


I pal 


=0,693147180559..., ed è espresso da 


Memorra per sic. Pror. ANTONIO ARALDI 8I 


I NN i ereni GUEPTTI —6 2 
Avendosi y=—, SSOAei Vani ia no" saeÀ i; 


b--a ; 
=} si hanno le 
m 


O Yay(1)=1,y:=y()}=t=0,8,y.=y()=t=0,6y=y(1)=4= 
0,571428, y=y(2)=}= 0,5 onde y+-2y.+2y,+2Y:+y 
n 5,576190476190; xt P=0,697023809523 


2° indi yy (=—1Ly ==] FL =_ 0,95; 


20 
4 cer 
x P=T] 


3° poi y"=y"(1)=3, y"=y"(})=1,024, y".=y"()}=0,599, 
y'=Y"(1)=0:37317784256559,y" =y (2)=0,25,y"+2y",+-2y", 
+2y:+y"= 6,229540870316383 da cui 
Zi Pe 6,229540870316384+ 24 Pa 
7680 ( 


0,00081113813415 — 0,00078125 = 0,00002988813415, 
ed essendo 


sz," = 
y''y''.,=— 9,625, e però 


—5,625 +33% P 
430080 7 
—--0,0000002697667 


=— 0,00390625, 


= == 0) 3379, 


3 Pa =--0,00001307896705+-0,00001280920035 


X4P=0,697023809524, 1.° valore coll’errore =+0,003876628964 
x4(P+-P)=0,693117559524, 2.° =—-0,000029621036 
X4(P+-P-+-P)=0,693147447658, 3° —=+0,000000267098 


34(P+-P4+-P+P)=o 3693147177891, 4. =-0,000000002669 
Tom. III. II 


8a Sul CALCOLO APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


con errore molto maggiore di quello che è risultato nell’ e- 
sempio precedente colla quarta approssimazione, onde ne 
consegue. che nel calcolo dei logaritmi l’approssimazione 
riuscendo più lenta, ma più ordinata, converrà protrarla più 


oltre. Infatti ricercando il valore di 24 P, trovasi 

3.° yt =24, y°=15,72864, y:=6,3209876543209 , 
yi; =2,92449974582019, y'7 =0,75, ed 
yi +2 +2y1 +2y3 +y7 =49;72412340014109, e 


x P et) + 6P — 3P =0,0000016057775 
9 97 


— 0,0000001798444 — 0,0000014232440 = 0,0000016057775 
— 0,0000016030884, =+ 0,0000000026891 che aggiunto 


all’ ultimo valore darà il 5. valore approssimato 


lo) ni ° 3 
x(P+P+P4+-P+-P)=0,693147180579 con un errore in ec- 
cesso sul vero valore 0,69314718055g di soli 20 bilionesimi 


=--0,000000000020. 


11.° Nell’ esporre ed applicare l’ esposto ‘metodo sì è 
ritenuto tacitamente, che i limiti dell’ integrale definito 


f. de f(x) siano finiti, e che la f(x) si mantenga essa pure 


finita fra essi limiti. Che se avvenga che uno, ad entrambi 
i limiti siano infiniti converrà tentare di trasformare il dato 
integrale definito coi metodi noti in altro fra limiti finiti. 
Così nel casi semplicissimi, che siano chiesti i valori degli 


° . 0. o land Va dx @ . 
inte rali definiti di f — —_—m spezzato il rimo 
5 o da 3 2200) | ef P P 


Memoria per sic. Pror. ANTONIO ARALDI 83 


J i nei due f ci +" Si nella seconda parte 


di esso si porrà = i: onde IA — ed ai valori 


1, co di x corrispondendo li 1, o di y si avrà 


| STE ! dx 
=—f_È =f =/ perlocchè 
1 Ida 1 I4-y° o I+-y° o I+2° 


Jf,. gf =2 J. 2: s già calcolato (n.° 9). Così avendosi 


o I+-2? 1+2? 

° dx ° dx ; dx 
= + nella prima parte 
SÈ 1+-2? Lù +2 142° P P o IX 
ponendo x=—y, quindi dx SR e a valori —c0, 

142° 1+4+-y° 


o di x corrispondendo que’ co, o di y, sarà 


= = +y? =fC =f°_È, 9 quindi 


SE de __o dx =i ' dx 
I+a TSI + TU 0 14 


= 3,141159,265358.... (n.° 9); valore della semicirconferenza 
del circolo che ha per raggio l’unità. 

12.° Quanto alla scelta del numero 72 delle parti nelle 
quali convenga dividere l’area espressa dal dato integrale 
definito, a rendere men brigoso il calcolo numerico, converrà 
assumere per la 7 il più piccolo numero intero possibile, e 
quando altro non si opponga, porre anche m=1; non aven- 
dosi in questa ipotesi per ogni calcolo di approssimazione 
che a trovare i valori numerici di due y=f(x), o di due 
sue derivate; se non che talvolta si cadrebbe, come nei 
due esempi arrecati, nell’inconveniente di dovere accrescere 
di soverchio il numero n dei calcoli di approssimazione per 


84 Sur Catcoto APPROSSIMATIVO DEGLI ÎNTEGRALI DEFINITI 
raggiungere quel grado di esattezza che si richiede nel va- 
lore dell’integrale. E però da riflettere che quando si voglia 


calcolare le tavole di una data trascendente / dx f(x) cioè 


determinare i valori corrispondenti alla serie dei numeri 
naturali 1,2, 3,....,p—I;,p...... scelti rispetto ai primi di essi 
numeri valori convenienti per la 2, questi si potranno suc- 
cessivamente diminuire fino a potere d’ ordinario ben presto 
porre z2=1. Così nel calcolo delle tavole logaritmiche de- 
terminato il logaritmo del numero 2, si potranno calcolare 
ordinatamente 1 logaritmi dei numeri susseguenti mediante 


la formola log. p= ?_dx =/ 4 i da 
dx XL x: X 


pr X 


= log. (p—1)+Alog.(p—1) rimanendo a calcolarsi i valori 


5 s nel che, quando p 


delle differenze A log. (p_1)=f" 
pit 


non sia tanto piccolo, si potrà fare m=1, essendo queste 
differenze molto piccole in confronto dei rispettivi logaritmi. 
Le medesime avvertenze valgono pure per il calcolo delle 
tavole di qualsivoglia trascendente espressa da un integrale 


definito f dx f(x), quando però i valori di f(x), e delle 


prime sue derivate nel corso del calcolo, non divengano, 0 
non tendano a divenire infinite. 

13.° A maggiore intelligenza dell’ esposto processo termi- 
neremo colle seguenti riflessioni dirette a chiarire alcune 
difficoltà, che per avventura potrebbero insorgere sul mede- 
simo. E prima potrà sembrare strano che, mentre si è inteso 
di sostituire alle aree corrispondenti agli archetti della curva 
y=f(x) (*) quelle spettanti a parabole aventi negli estremi 


(*) Così denominiamo la curva rappresentata dall’ Equazione y=f(). 


Memoria per sIc. Pror. ANTONIO ARALDI 85 


di que’ archetti contatti di un supposto ordine nesimo, e 
trovati i valori delle aree medesime, non si sia curato di 
determinare completamente le parabole stesse, nelle cui 
Equazioni si sono negletti tutti i termini affetti da potenze 
impari della x, di modo che, senza alterare gli ultimi risul- 
tamenti, si potranno intendere posti al luogo di quei termini 
altri da essi differenti, ed anzi aggiungere alle Equazioni 
quanti altri termini si vogliano moltiplicati da potenze di- 
spari della x positive o negative, ed altresì dei termini 1rra- 


zionali delle forme Mx=+:, Mx*, o trascendentali, come della 


a & AaAmd-I ac DR 
forma N Sen. ax, avendosi Mx>ridx=o, Mux3da=0 
— (} — a 


Sl N dx Sen. ax=o0, 
—G 


per lo che non influirebbero nei valori di quelle aree. À 
questa objezione si risponde che dalle or recate osservazioni 
emerge che i valori determinati delle aree suddette appar- 
tengono non solo alle parabole mentovate ma sono anche 
comuni ad infinite altre curve paraboliche, iperboliche, al- 
gebraiche di diversi generi, oppur trascendentali, le quali 
per lo più non toccano, e non possano nemmeno negli 
estremi degli archetti della curva y=f(x), senza che da ciò 
vengano in modo alcuno lese le verità dimostrate. 

14.° Resterebbe inoltre da conoscere, se, invece di impie- 
gare le parabole adottate, non possa talvolta riuscire utile la 
ricerca di altre curve di genere differente, e di natura più 
omogenea a quella della curva y=f(x), nella speranza di 
giungere ad altri metodi, che guidino ad un’ approssimazione 
più rapida, ed a calcoli men laboriosi. Al qual proposito 
torna opportuna la seguente dimostrazione, la quale, mentre 
rende vana quella lusinga, serve a sempre più convalidare 
il nostro processo. 


< 


Rappresentiamo colle Y, Y le ordinate di due curve del 
medesimo genere quale si voglia, che abbiano cogli estremi 


86 Sur Caccoto APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 
dell’archetto della curva y=f(x) terminato alle sommità 
delle ordinate y—a, Ya Contatti rispettivamente degli ordini 
nesimo, (n—1) esimo, e poniamo come al numero 4 


Z=Y-—Y. Col ragionamento ivi usato troveremo qui pure 


che le —a, a devono essere radici 72“ dell’ Equazione Z=0, 
onde questa potrà presentarsi sotto la forma 


Z= 0(x)(x°*—a)"+u(x)=0, ove le 0(x), 4 (x) siano funzioni 
. e o & 

arbitrarie delle x, n, e la seconda tale che sia/ dr u(x)=0 

i —a n 

e non influisca nei risultati finali, e possa quindi ommettersi, 


onde basterà porre o=Z= o(x)(x*—a")"; quindi 


Z= o (ea), Z= Li (2)(2*—a*)"-, ec. ove le 
0 (x); © (2), ec. si intendono dedotte dalla 0 (2) ponendovi 
successivamente per la n le n—1, r_2, ec. 

Nella Z=0(x)x-a?) posto x*—a*=z, onde z'=2x, 2"=2, 
z"=0, e Z= o (V/ (ré))e, le cui derivate sì trovano essere 
Zi=n2'z' o(V +0) +L (2) . 
Z'= (n (n 1)z7*2°+ n25" ) O V (2H0))+L(e) 


Z "=(n(n_: \(nt_a) 2 z''4-3n(n—1)2-%2' 3" )e(/ (+a” )+ L(2) 


2'=(nns)l2—9).nnr+1) 37 24 Enna) RT 


Memoria peEL sic. Pror. Antonio AraLpI 87 


sel(mer42) "71! 27° 24 r(r1 pa AI digita 


c(Meert+3) +24" drei PETITE (r-S)n(n—1)... 


se(mr4 dg) ata ec.) A (VE+a)+ L(£) 
Zo=n(n—1)(n—9)...1.2"0 (V (+0))+L (2), 

ove tutte le Z si annullano colla z, cioè quando x=zta. Quindi 
Za =n(n—1)(n—2)...1.2°a"0(a), 

(1) Z"_s=n(n— I)(/2—2).....1.2"a"0(—a), onde 


Za + YZ0 anna). 1.20” (0(a\+0(—a)) | che 


F 


anche quì porremo =F, per cul 0(a)+-0(—a)= inslaa 


» 
Ponendo nell’espressione di Z° la n per la re per la 7 
prima la nr—1, poi le n—2, r—3, ec. come al n.° 6 si 
trovano le 


Ze= 2 (n )(n_a).. Lee © o (2)+ L L (0°) 
dea Riina 12 0 o (c+L siii 


Ze=n(n— 1)(2—2) (n-3)(n_4)(n—5) 


+ L(x°—a*), ricordando le 
Rai 
x-—d=z x=y/ (z+a?)» z'=2x, z'==2, e da esse s1 hanno le 


ZU a+(—1)" Ze AI n-1)(n—a). È ata(0 (a+ o(-a)) 


88 Sur CatcoLo apPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


Za +(—1)"Z%a= n(n—1)(n-2)(M—3) (n_a) 


2.4 


e 1.2" a (0(A+0 O (-a)) 


(AEZZERIEZEI] 


ZO, +-1YZ0_= n(n—1)(n_2)(n_3)(n_4)(n—0) (2-3)... 
. 6 


2. 


siena ata o (a+ (2) ec. ma dalla 
33 n—3 9 


n(n—1)...1 2a" si hanno le 


(3). ana 


che poste nelle precedenti danno 


ZU gt 1YZ0 = n(n—1) F, 


Io TE ZA = Mn_1NMn_2)(n_3) F 


2. 4 a’ 
zo, +—1Z0_ Lo __n(n—1)(n—2) Prese) È F 


e trovandosi come al citato n.° 0 


F= =ya+(-1)ty®_a— (20 +1°Z%a) 


Memoria peL sIc. Pror. ANTONIO ARALDI 89 
Rod S n—_sa ReoÌ ” 
— ( Z" a +(— J )" Za) — (20, +(— I ) Z° a — €©€C. 
si avrà la 


F=y%a4+(— 1g — ENTI im )F__nln_1)(n_2)(n_3) È 


to) 2 4 To: 


ec. 


3—3 
_ n(n—1)(n—2)(nt—3)(n—-4)(2—5) F _ 
2. 4. 6 & al 

che è identica a quella che fu trovata al n.° 6., e guida 
alle medesime conseguenze ivi dedotte, onde si conchiude 
che, qualunque sia il genere di curve che si voglia adope- 
rare in luogo delle parabole da prima scelte, si giungerà 
sempre alle stesse finali risultanze, con che si conferma 
l’ordine di calcolo precedentemente stabilito, cui pertanto 
sì ritiene dovuta piena fiducia. 

15.° E di vero se invece di sostituire alla nostra curva 
y=f(x) un sistema discreto di m pezzi di curva differenti 
cadauno dei quali termina alle sommità di due y—a, ya (n.° 2) 
delle m2+1 ordinate y,3 Y:3.....-Y» del n.° 1, toccandovi la 
curva nel modo indicato, si volesse usare di tratti di curva 
più estesi che passassero per un maggior numero di punti 
successivi, ne’ quali fu divisa la curva, per esempio, per gli 
estremi delle ordinate..... y—5a, Y-3a: Y—a, Y4, Y4+3a» Y+5a 
ed ivi secondo l’ordine supposto la toccassero, oppure sì 
volesse impiegarvi una sol curva continua, che passando per 
tutti 1 punti di divisione della curva y=f(x), la toccasse 
sempre secondo l’ ordine nesimo, si troverebbe che la 


Z del n.° 14, oltre il fattore (x°*—a*)", deve avere anche i 
fattori (x*—9a*), (x°*—25a*)" perchè anche le — 3a, + 34; 
— 5a, + 5a, dovrebbero essere radici r?* dell’ equazione 


Z=o. Per lo che la funzione arbitraria © della Z=( x°--d? )" 
® (x) deve concepirsi della forma 0 (x)=(x°—9a*)(x°*—250*)" », 
Tom. III. 12 


go Sur CaLcoro APPROSSIMATIVO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 
ove » (x) sia anche essa una funzione arbitraria della x, 


il che senza alterare per nulla l’ordine dei precedenti ragiona- 
menti per la determinazione del valore approssimato del pro- 
posto integrale definito condurrebbe al nostro solito metodo 
descritto ai n.' 6, 7, applicato ai n.' 9, to e nel precedente 
n.° 14 generalmente dimostrato. E perchè la funzione arbi- 


» 
traria v che rimane nell’ espressione della Z lascia indeter- 


@ 
minata la curva che si intende sostituire alla y=f(x), sarà 
lecito l’immaginare che nell’ eseguita ricerca fra le molte 


curve indicate dalla Z=o0, che passano per tutti i punti di 
divisione della data curva y=f(x), toccandola secondo l’ or- 
dine nesimo, siasi usata quella che le scorre più da vicino, 
e meglio si applica alla sua curvatura, somministrando la più 
soddisfacente soluzione della propostaci questione. 


coi 590p90 


SPONTANEA USCITA - 
DI UN PEZZO DI GROSSA SPILLA D’ACCIAJO 


DAL LATO INTERNO 
DEL GINOCCHIO SINISTRO DI UNA GIOVINETTA 


MEMORIA 
DEL SIGNOR PROFESSORE PAOLO GADDI 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza del 10 Marzo 1859 


— eat —_____ 


N on è caso nuovo per la scienza, che corpi estranei di 
natura organica od inorganica, per cause e per vie diverse 
siansi introdotti nell’ organismo umano, e soggiornandovi 
più o meno a lungo, siansi trasportati insensibilmente di 
regione in regione, schiudendosi alla perfine una uscita. 
A tale genere di fatti appartiene appunto quello intorno al 
quale, o Signori, è mio divisamento brevemente ragionarvi. 

Una giovinetta lavandaja di 13 anni, nata a Reggio ma 
in Modena domiciliata, figlia di madre tratta a morte da 
tabe tubercolare, e dalla quale ebbe in retaggio abito scro- 
foloso, venne nel dì 5 settembre 1858 accolta nel nostro 
ospitale civile, ed alle mie cure affidata. Sottoposta a con- 
veniente regime medicamentoso, la giovinetta notabilmente 
migliorò in salute, a segno che diminuiti gl’ ingorghi glan- 
dulari, a capo di tre mesi, ella poteva coadjuvare le per- 
sone addette al servizio delle inferme, come volontaria as- 
sistente. In sul cominciare però del gennajo ultimo scorso, 


92 SPONTANEA USCITA DI UN PEZZO DI GROSSA SPILLA ECC. 
venne presa da febbre, da oftalmia, da dolori ch’ ella indi- 
cava come cardiaci, e da reumatismo articolare. Di nuovo 
obbligata al letto, ed opportunamente curata giusta i sin- 
tomi comparsi, provò novello miglioramento. Però il ginoc- 
chio sinistro soverchiamente le restava dolente non solo, 
ma dopo pochi giorni manifestavasi in esso, calore, rossore, 
e gonfiezza. Localizzato così il morbo artritico, le altre ar- 
ticolazioni si andarono man mano sciogliendo, e cessando 
in quelle i dolori, le funzioni loro si resero per gradi libere. 
La diminuzione de’ sintomi artritici fu preceduta dalla scom- 
parsa dei patimenti cardiaci, e poscia della stessa oftalmia. 
La febbre però si mantenne ardita, onde facile era il con- 
cepire sospetto che l’ articolazione del ginocchio fosse per 
addivenire sede di un tumore, che dubitai potesse in pro- 
gresso assumere caratteri scrofolosi. Durante però il processo 
infiammatorio , oltre al dolore vivo, ed alla immobilità 
dell’ articolazione, la giovinetta provò costantemente senso 
di puntura nella parte media e più profonda del tumore. 
Medicata convenientemente 1’ affetta articolazione, non andò 
guari che all’ infiammazione tenne dietro una raccolta mar- 
ciosa, e finalmente l’ apertura spontanea dell’ abscesso. Erasi 
questo formato al lato interno del ginocchio sinistro e pre- 
cisamente nel luogo ove i muscoli, sartorio, retto interno, 
semitendinoso, e semimembranoso, hanno il loro attacco 
inferiore sulla superiore estremità della tibia. Uscitane co- 
piosa quantità di materia purulenta, di molto diminuirono 
i patimenti della giovinetta, restavale però costante il senso 
di puntura. Fu nel giorno 1a dello scorso febbrajo che 
mentre da se sola stava operando il pulimento della piaga, 
le venne sott’ occhio un punte nero, e diretto a quello il 
dito, dopo avere operato qualche spostamento, estrasse l’ ir- 
ruginito frammento di spilla di ferro, per tale giudicato alla 
calamita, e che alla vostra osservazione sottopongo. È questo 
della lunghezza di otto in nove millimetri appuntito all’ un 
estremo, ed all’ altro, offerente la sezione di un cilindro 


Memoria DeL sic. Pror. Paoro Gappi 93 


del diametro di un millimetro. Uscito questo ospite molesto, 
la piaga volse ben presto al meglio, a segno tale che nel 
dì 21 successivo, ella abbandonò l’ ospitale in istato di 
salute. 

È questa, o Signori, l’ esposizione del fatto, che, lo ripeto, 
non è nuovo in faccia alla scienza. E come ai cultori delle 
scienze naturali spetta, quando si possa, la spiegazione dei 
fenomeni che in natura sì offrono, così è dovere mio il 
cercare modo di spiegare questo fatto stesso, rischiarandolo 
colla luce degli studj anatomici. Onde giungere frattanto a 
questa meta, io ben ,m° avvedo essere nell’ obbligo di fare 
a me stesso due dimande, ed a quelle adequatamente ri- 
spondere. 

1.* Dimanda. Come mai il frammento di spilla sarà pe- 
netrato nell’ organismo di questa giovinetta? 

2.8 Dimanda. Quali vie avrà percorse quel frammento per 
uscire dall’ organismo, nel lato interno del ginocchio sinistro? 

E per cominciare col rispondere alla prima, premetto l’im- 
portante riflessione, essere la cute dell’ uomo organo som- 
mamente ricco di estremità periferiche nervose, provenienti 
da nervi dell’ asse cerebro-spinale, e che in ordine alla in- 
nervazione, si può dire che la cute supera di gran lunga 
non pochi altri organi. Posto il quale irrefragabile fatto 
scatente dall’ anatomica composizione elementare della cute, 
ne consegue che nell’ uomo ella è dotata della più squisita 
sensibilità, e che ad acuirla viemaggiormente, vi concorre 
eziandio la circostanza di essere ella sede dell’ organo del 
tatto, e di essere nell’ umana specie pressocchè tutta nuda, 
nè già coperta da peli, da scaglie, da piume, come in altri 
animali. Il frammento di spilla, quale voi, o Signori, osser- 
vate, offre la punta all’ uno de’ suoi estremi, e qualora si 
volesse supporre che si fosse introdotto nella cute, conver- 
rebbe supporre del pari, ch’ egli l’ avesse ferita colla parte 
pungente, e che nella cute si fosse introdotto, ed entro di 
quella per l’ intiera sua lunghezza sepolto. Ma tutto questo 


Q4 SPONTANEA USCITA DI UN PEZZO DI GRO384 SPILLA ECC. 
avrebbe dovuto operarsi senza che la giovinetta se ne fosse 
accorta, poichè ella mi assicurò replicatamente di non essersi 
mai sentita forare, nè al lato interno del ginocchio sini- 
stro nè altrove. D’ altra parte, non essendovi alcun tratto 
della cute umana, in cui non si distribuiscano a dovizie 
estremità nervose, non si può supporre che la spilla abbia 
potuto infiggersi in un tratto di cute non dotato di sensi- 
bilità. Per le quali cose, se io non erro, può escludersi che 
avvertitamente il frammento di spilla siasi introdotto entro 
il tessuto cutaneo di questa giovinetta. Ma all’ insaputa, 
senza cioè che la di lei sensibilità ne dasse avviso al principio 
senziente, vi potrebbe essere il caso, che il frammento di 
spilla avesse traforata la cute, ed in quella si fosse del tutto 
nascosto, senza nemanco lasciare traccia di se all’ esterno ? 
Questo modo di vedere ove si volesse accogliere per vero, 
costringerebbe a supporre, che durante il sonno si fosse 
operata l’ introduzione del pezzo di spilla nella cute. E qui 
mi piace fare osservare, che è bensì vero esservi individui 
nei quali durante il sonno la sensibilità tattile viene ottusa, 
ma ch° ella poi venga soppressa in guisa da non iscuoterci 
all’ impianto di una grossa spilla, fino a nascondersi del 
tutto nella di lei tessitura, questo certamente non si vorrà 
così di leggieri accogliere per vero. D’ altronde gl’ individui 
che profondamente dormono, sono quelli i quali esercitano 
mestieri faticosi, onde affranti dalla stanchezza, si abban- 
donano al sonno. Aggiungasi ancora, che la sensibilità della 
cute si fa meno squisita in quegl’ individui che all’ esercizio 
incombono di mestieri, pei quali la cute soggiace a com- 
pressioni, per cui ingrossandosi lo strato epidermico, le pa- 
pille cutanee restano difese come da corneo astucchio, e 
meno sentono le esterne impressioni. Nulla di questo sì 
verifica nella nostra giovinetta, la cui cute è quale sì com- 
pete all’ abito scrofoloso, cioè molle, delicata, pallida, e 
sensibilissima. Nè a renderla callosa vi contribuiva l° arte 
da essa lei esercitata, poichè è bensì vero ch’ ella attendeva 


Memoria peL sic. Pror. PaoLo Gapps 99 


al mestiere di lavandaja, ma con quella intensità che a lei 
permetteva lo stato valetudinario, e la tenera età. Per le 
quali cose parmi assai difficile, per non dire impossibile, 
che inavvertitamente durante il sonno, il frammento di spilla 
possa essersi introdotto nella cute di questa giovinetta. 
E giova eziandio notare, che se è vero che vi sono indivi- 
dui nei quali il sonno ottunde la sensibilità cutanea, altri 
ve ne sono, e sono pur tanti, che al minimo tocco, od alla 
semplice e lieve puntura di una zanzara, di una pulce, od 
anche di una mosca, sono immediatamente svegliati. Di più 
ancora, perchè durante il sonno la punta della spilla avesse 
potuto insinuarsi nella cute, avrebbe dovuto la spilla stessa 
poggiare contro corpo resistente, come tavola, altrimenti 
anzichè infiggersi nella cute, si sarebbe infossata nelle len- 
zuola, nel materasso, o nel pagliericcio su cui giaceva la 
giovinetta, giacchè ella asserì di dormire sopra letto soffice, 
nè già sopra tavola. D° altronde la parte del corpo da cui 
useì il frammento di spilla, cioè il lato interno del ginoc- 
chio sinistro, non è una di quelle parti su cui poggia di 
preferenza il corpo dormendo, come sarebbero le natiche, 
le spalle, le regioni troncateriche, per cui non si saprebbe 
comprendere, come ivi si fosse operata l’ introduzione del 
frammento di spilla. Da questo complesso di argomenti mi 
sembra potersene giustamente dedurre, che il frammento di 
spilla uscito dalla regione interna del ginocchio sinistro di 
questa giovinetta, non entrò nell’ organismo di Jei per la 
‘via esterna, cioè coll’ essersi introdotto nella cute. 

In quale modo adunque e per quale via sarà egli pene- 
trato nei tessuti organici? Io credo che questo fatto sia 
avvenuto per la via della bocca, e che il pezzo di spilla 
sia nello stomaco disceso intromesso al cibo. E già la con- 
dizione di povera miserabile pone questa giovinetta nella 
circostanza di cibarsi di pane inferigno di preferenza. Il pane 
inferigno contiene molto cruschello, lo staccio quindi di 
cul si servono i panattieri per abburattare la farina per 


Q6 SPONTANEA USCITA DI UN PEZZO DI GROSSA SPILLA ECC. 
quel genere di pane, ha pertugi così ampj, da permettere 
il passaggio al cruschello, e pel foro pel quale tragitta il 
cruschello , può passare certamente il frammento di spilla 
che avete sott’ occhio. La fame d° altronde da cui la gio- 
vinetta, per la sua condizione miserrima, era di frequente 
tormentata, l’ avrà di certo in molti incontri costretta ad 
Ingojare il pane appena agirato in bocca, o malamente ma- 
sticato. Onde è ammissibile senza dubbio la possibilità, che 
il frammento di spilla sia entrato nel di lei ventricolo in 
un col bolo del pane. Oppure può benissimo essersi dato 
1] caso, che il frammento di spilla si nascondesse in qualche 
pezzo di carne di bue o di vaccina. Nè questo mio modo 
di vedere sembrerà strano qualora si sappia, come i bovini 
pascolando nei prati, in un colle erbe ingojano di frequente 
delle spille, le quali si introducono per le vie digerenti nel 
loro organismo. E già nella magnifica collezione di pezzi 
di anatomia comparata che figurano nel ricco Museo Bolo» 
gnese, diretto dall’ Illustre e preclaro Cavaliere Prof. Ales- 
sandrini, oriondo modenese, si osservano parecchi cuori 
bovini, in cadauno de’ quali si rinvenne infissa una lunga 
spilla, di quella forma che usano le contadine ad assicurarsi 
sul capo le treccie di capelli. Il cuore dei bovini macellati 
d’ altronde è la parte meno ricercata dalle persone agiate 
per farne cibo, onde di preferenza viene comprato, pel suo 
minore prezzo, dai miserabili, per cui potrebbe in questa 
fanciulla essersi introdotto nel ventricolo il frammento di 
spilla, mangiando ella cuore bovino. Ed io conservo nel 
Museo Patrio di Anatomia un cuore umano, nel quale ve- 
desi un ago da cucire incrostato di materia rugginosa, infisso 
ed immedesimatb nella grossezza della parete anteriore del 
ventricolo destro. Debbo alla gentilezza del Chiarissimo na- 
turalista presso il Liceo di Reggio, Signor Prof. Giuseppe 
Galliani, il cortese dono di così interessante pezzo, fattomi 
nell’ anno 1845. Apparteneva quel cuore ad individuo che 
travagliato per anni da sintomi cardiaci, morì vittima di 


Memoria peL sic. Pror. Paoro Gappi 97 
quelli, ed alla sezione del cadavere fornì il pezzo di cui 
discorro. Più consentaneo al vero si è adunque il credere, 
che il pezzo di spilla siasi introdotto coi cibi nel ventri- 
colo della giovinetta, anzichè il supporlo introdotto nell’ or- 
ganismo, coll’ esterna puntura, e colla completa intromissione 
nello spessore della cute. Per le quali argomentazioni credo 
avere risposto al primo dei quesiti ch’ io mi era prefisso 
di svolgere. 

Una volta che il frammento di spilla si trovò depositato 
nel ventricolo, come mai e per quale via si sarà portato 
fino al lato interno del ginocchio sinistro? Seconda dimanda 
alla quale mi accingo a rispondere. Che corpi stranieri 
all’ organismo possano occultamente aggirarsi fra gli organi 
degli animali, non v’ ha dubbio, ed i pezzi conservati nei 
musei Modenese e Bolognese, ne fanno piena fede. Oltre a 
questi fatti, sono notorj pur tanti casi di traslocamento di 
palle o palline di piombo, quali uscirono dopo lasso di tempo 
più o meno lungo, da parti della superficie del corpo, assai 
lontane ai punti del loro ingresso. Nè questo solo ‘è noto, 
chè le così dette metastasi o trasporti di materie morbose 
da luogo a luogo, fanno conoscere questa facile permeabi- 
lità di alcuni tessuti dell’ umano organismo. Onde nel caso 
nostro speciale, il frammento di spilla trovavasi nella con- 
dizione di quei corpi stranieri all’ organismo, i quali cercano 
una via per uscire dall’ organismo stesso percorrendo appunto 
tessuti di natura permeabile. I passi veramente cospicui che 
lo studio anatomico ha fatti in ordine ai tessuti celluloso, 
e membranacei, vengono opportunamente a spargere molta 
luce allo spiegamento di questi fatti in apparenza stranissimi. 
Limitandomi pertanto a delucidare quello di cui, o Signori, 
vi ragiono, cominciérò dal tener dietro alla spilla entrata 
già coi cibi nel ventricolo. 

Il bolo alimentare, percorse le vie della cavità orale, della 
faringe e dell’ esofago, entra, prima che in altra parte dello 


stomaco, nella di lui grande insaccatura. Ivi giunto il cibo, 
Tom. III. 13 


98 SPONTANEA USCITA DI UN PEZZO DI GROSSA SPILLA ECC. 
è tosto agitato in varie direzioni pel movimento peristaltico 
ed antiperistaltico del ventricolo, onde in un col bolo ali- 
mentare ivi arrivato il frammento di spilla, per 1’ accennato 
movimento si sarà svincolato dalle materie alimentari. Sti- 
molando allora colla sua presenza e punzecchiando la mem- 
brana mucosa dello stomaco, le contrazioni della parete 
muscolare di quel viscere, si saranno fatte più energiche. 
Vuotatosi quindi 11 ventricolo dalle sostanze alimentari, il 
pezzo di spilla sarà rimasto ravvolto nei corrugamenti della 
membrana mucosa, ed investito dall’ azione incalzante della 
tunica musculare, avrà traforata la membrana mucosa, e pas- 
sato oltre la di lei stratificazione. Ed a conferma di questo mio 
modo di argomentare, mi piace fare riflettere, come le strette 
relazioni che passano fra l’ estremità cardiaca dello stomaco 
ed il cuore, la mercè dell’ interposto diaframma, spiegano 
come probabilmente allorquando operavasi questo trafora- 
mento, la giovinetta provasse i dolori e le molestie ch? ella 
riferiva alla regione del cuore. Tosto che il pezzo di spilla 
superò la grossezza della membrana mucosa, si trovò a con- 
tatto dello strato muscolare, strato che la spilla poteva tanto 
più facilmente oltrepassare, in quanto che le fibre sono dis- 
poste in fasci che lasciano fra loro degli interstizi occupati 
solo dalla cellulare. Guadagnato uno di questi interstizi, il 
pezzo di spilla si sarà portato immediatamente al disotto 
della membrana scierosa addominale, cioè del peritoneo 
ventricolare, coadiuvato anche dall’ azione contrattile delle 
fibre. Arrivato ivi avrà egli traforato anche il peritoneo? 
Nò certamente. Il foro del peritoneo, che è membrana della 
più facile irritabilità, avrebbe portato la peritonite, od al- 
meno destati molti sintomi di lei, tanto più che per uscire 
la spilla dal cavo peritoneale, e farsi poscia strada all’ esterno 
dell’ organismo, lo avrebbe dovuto ferire e passare in due 
punti. Aggiungasi ancora, che se la spilla avesse perforato 
il peritoneo che veste lo stomaco, si sarebbe portata per le 
leggi della gravità, e per l’ azione dei moti intestinali, od 


Memoria DEL sic. Pror. PaoLo Gappi 99 
alle regioni inguinali o crurali interne, oppure alle basse 
regioni del peritoneo, ma in nesguno delli indicati luoghi, 
ella fece mostra di se. Oppure se uscendo dal ventricolo, 
ella si fosse posta fra i fogli del peritoneo formanti il grande 
epiploon perforandone il lembo estremo, si sarebbe deposi- 
tata più direttamente alle regioni crurali od inguinali interne. 
Per le quali ragioni a parere mio il frammento di spilla non 
traforò il peritoneo, nè penetrò mai nella sua grande cavità. 
Uscito quindi dalla grande insaccatura dello stomaco, rima- 
sto fra la peritoneale e la muscolare, il pezzo di spilla ha 
tosto rinvenuto i così detti vasi brevi o gastro-splenici, e 
guidato da questi si è collocato fra le lamine dell’ epiploon 
gastro-splenico. Questo epiploon coprendo i vasi splenici, 
rassicura la milza ed il ventricolo alla colonna vertebrale, 
onde fra le lamine di lui, si portò contro la parte laterale 
sinistra dei corpi delle vertebre lombali, cioè sotto al dia- 
framma, e precisamente sotto 1’ arcata tendinea di lui, che 
lascia il passo ai muscoli psoas dalla cavità toracica all’ ad- 
dominale. I muscoli psoas sono anch’ essi coperti del peri- 
toneo, ma fra il peritoneo e la loro superficie carnea, tro- 
vasi una fascia od aponeurosi denominata lombo-iliaca, la 
quale fedelmente li accompagna nel loro andamento. Il fram- 
mento di spilla quindi, abbandonando le lamine dell’ epi- 
ploon gastro-splenico, si sarà portato sull’aponeurosi lombo- 
iliaca, e scorrendo poscia passo passo sopra di lei, sempre 
sotto al peritoneo, avrà percorsa tutta la lunghezza del gran- 
de psoas, e con lui tragittato sotto l’ arcata femorale o le- 
gamento del nostro immortale Falloppio. Lasciati dietro di 
se vasi e nervi femorali, alla perfine si sarà posato in pros- 
simità al piccolo trocantere del femore, punto estremo del- 
l’attacco tendineo del muscolo psoas maggiore in unione al 
muscolo iliaco interno. Se il frammento di spilla anzichè 
sopra, fosse stato sotto l’aponeurosi lombo-iliaca, non avrebbe 
oltrepassati i confini del piccolo trocantere, ed ivi operando 
la formazione dell’ abscesso, si sarebbe aperta 1’ uscita alla 


100 SPONTANEA USCITA DI UN PEZZO DI GROSSA SPILLA ECC. 
regione superiore interna della coscia. Ma trovandosi egli, 
come si è detto, sopra la menzionata aponeurosi, facile gli 
fu penetrare nel tessuto celluloso, che nella regione poste- 
riore della coscia unisce le aponeurosi che inviluppano, in 
quanto al lato interno i muscoli semimembranoso, semiten- 
dinoso, e retto interno, ed in quanto al lato esterno il mu- 
scolo bicipite femorale, tessuto celluloso assai permeabile e 
che serve di guida a cospicui tronchi vascolari e nervosi. 
Guidato di simil guisa il frammento di spilla dall’ indicato 
tessuto , discese fino al poplite, giunto al quale, seguendo 
segnatamente l’ andamento de’ muscoli sopra nominati, ap- 
partenenti al lato interno della coscia, si depositò a ridosso 
di quelle parti tendinee che formano la così detta Zampa 
d’ oca. Ivi si comportò alla maniera dei corpi irritativi, 
destò il processo flogistico cui successe la raccolta purulenta, 
che cercando libera uscita, manifestò la ‘presenza di lui, 
onde da se stessa, lo estrasse la giovinetta. 

Dimostrato, o Signori, come il frammento di spilla non 
abbia potuto introdursi nell’ organismo, per la via della cute 
esterna, ma sibbene per la via della digestione, io credo 
che soltanto nella maniera da me esposta, possa giungersi 
ad intendere il lungo giro da esso lui percorso per uscire 


dall’ organismo di questa giovinetta nel lato interno del gi- 
nocchio sinistro. 


SUGLI EFFLUSSI DEI LIQUIDI DA’ RECIPIENTI 
NE' QUALI AFFLUISCE PERMANENTEMENTE UN VOLUME D’ACQUA 


DIVERSO DA QUELLO CHE NELLO STESSO TEMPO È EROGATO DALLA LUCE 


MEMORIA 
DEL SIG. PROF. CESARE RAZZABONI 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza dell’I1 Aprile 1859 


—— —m000Gae—_—_—_& 


S.1.° [ trattatisti d’ Idraulica comunemente usano restrin- 
gere la teorica degli efflussi dei liquidi, o più specialmente 
dell’ acqua, al caso dei recipienti tenuti costantemente pieni, 
o dei recipienti che si vuotano senz’acqua affluente. ll caso 
intermedio, quello cioè degli efflussi da’ recipienti ne’ quali 
affluisce un volume d°’ acqua diverso da quello che nello 
stesso tempo viene erogato dalla luce, è stato bensì consi- 
derato dal Montucla, Bossut, ed altri, ma unicamente limitato 
all’ efflusso per una piccol luce ed a bocca libera. Questo 
qualsiasi lavoro, ch’io, o Signori, ho l’onore di presentarvi, 
considera l’ indicato caso intermedio con tutta quella gene- 
ralità che è comportata dalla possibilità dell’ integrazione 
delle equazioni differenziali del movimento lineare di una 
massa liquida, possibilità ognor più ardua a conseguirsi per 
qualunque condizione, che alle già esistenti si vada mano 
mano aggiungendo. 

$. 2.° La riuscita dell’integrazione di siffatte equazioni dif- 
ferenziali dipende dal modo con cui varia il volume d’acqua 
affluente, dalla figura della interna cavità del recipiente, dalla 


é 


102 Sucti errLussi DEI LiqQuini DA’ RECIPIENTI Ecc. 


grandezza e forma della luce, e dall’ esser questa libera o 
soggetta a regurgito in altezza variabile o costante. Quanto 
al volume d°’ acqua affluente, riflettendo che ne’ casi pratici 
il recipiente, per la cui luce si opera l’ efflusso, è alimen- 
tato o da una sorgente o da un ruscello o da un canale 
composti allo stato di permanenza, così tale volume lo 
supporrò costante per ogni unità di tempo. I recipienti poi 
li considero prismatici e verticali rimettendo ai soliti metodi 
d’ approssimazione usati dai pratici il caso in cui essi ab- 
biano figure qualsivogliono. Rispetto alla grandezza e figura 
della luce distinguerò il caso in cui puossi considerarla un 
foro da quello in cui il battente o è nullo o di una gran- 
dezza comparabile coll’ altezza verticale della luce: nel 1.° 
caso la figura del lume può essere qualunque, negli altri 
due vi attribuirò la figura più comunemente usata del ret- 
tangolo. Qualunque poi infine sia la luce considererò, tanto 
il caso che sia libera, come soggetta a regurgito. 

6. 3.° Le caratteristiche differenze che si rinvengono nelle 
quistioni degli efflussi appena che varia il rapporto del 
battente colla dimensione verticale della luce mi obbligano 
di dividere il quisito in tre problemi distinti secondochè 
la luce è un foro, oppure che l’efflusso appartiene alla 
categoria dei così detti efflussi laterali a battente nullo o 
comparabile coll’ altezza verticale della luce. 


ProsLema I. 


S. 4.° In un recipiente prismatico e verticale contenente 
acqua ad una data altezza e comunicante per via di un 
foro con un secondo recipiente contiguo contenente pur 
acqua sotto data altezza, affluisce in ogni unità di tempo 
un volume costante d’acqua. Scorso un dato tempo cercasi 
I’ altezza dell’ acqua nei due recipienti. 

Denomino R, R' i due recipienti 

m, n le loro sezioni orizontali 


Memoria DeL sic. Pror. Cesare RazzaBonI 103 
f Yarea del lume di comunicazione mol- 
tiplicato pel coeff. di contraz. 
q il volume d’acqua affluente in &R per 
ogni unità di tempo 
a, b le cariche od altezze iniziali dei due 
livelli sul centro del foro 
x,y le cariche al termine del tempo £ con- 
tato dall’ origine del moto. 
Consideriamo il moto nell'istante dé seguente il tempo &: 
gli aumenti positivi o negativi delle cariche x,y durante il 
tempo dé saranno dx, dy; il volume d’acqua affluente introdot- 
tosi in R sarà gdt, quello che esce pel foro fi/2g /x=—y . dt, 
il volume d° acqua rimasto in A sarà mdx, e quello che si 
è introdotto in R' sarà ndy, onde l’ equazione 


qdt-mdx=fdt/ 2g / x—y=ndy 
dalle quali si ricavano le due equazioni differenziali 


mda ndy 
af Vv fe VE 


Integrando la 1* in modo che per t=0, x«=a,y=d si ottiene 


[a] .... qdt=mdx+-ndy, 


[1] ..... gi=mx+ny—ma—nb. 


La a* poi delle [a] si rende razionale e separabile facendo 
x—y=z2* con che si giugne alla 


an S/2E te ii __ an azdz—qzdz 
ST (m+n)fi N28 P nq__ a(m+n) z—-G3 
(m+n)f/ 26 
intendendo che a=fi/2g; 8 = a 


Tale equaz. diff. si cambia facilmente nella 


azdz+(a8—g)+0(a8-9) £ sN 


ata 


104. Sucti EFrLussi DEI LiquiDI DA’ RECIPIENTI ECC. 
. il cui integrale è 
ss. e __ (a0—-q) i z+-6 log. (z—68) | + Cost. 
m4-n n pra 


il qual integrale, sostituendo per 8, e per z i rispettivi va- 
lori, trasformasi nel 


omnq Eosr 

Mmx+ny=z— — 1 yy + —- — 

ia “ W/ %-y + alte Va IT cenni (+ Cos 
ma per f=0, x=4, y=b, quindi 

amnq ua 

a’(m+n) af/ab+ 06° ab Tm a(m+n 2} +00. 

Sottraendo queste due formole e ponendovi per a il suo 

valore fi/2g, € combinando il risultato colla [1] si arriva alla 


Dl =Polwajresva}+ 


+ 29 tel fi/2g(m+n)/ a—b—nq 

mono fi/ag(m+n)/x—-y—nq 

colla quale e colla [1] si risolverà il quisito. Infatto sosti- 

tuendo successivamente nella [2] i valori della y, e della x 

tratti dalla [1] si conseguono due equazioni l’una fra x e £, 

l’altra fra y e #, che risolute poi rispetto alla x, y daranno 
le cariche richieste a qualunque tempo. 

6. 5.° Corol. I. Se il recipiente R' è assai più ampio 

di R, in allora si potrà assumere y=d, ed m+n=M, con 

ciò la [2] diviene 


mMadeNbzo —L_ 


fog /ob1 | 


S. 6°. Gorol. lI. Se la luce è libera in allora si porrà nella 
[3] 2=°0, ed essa diverrà 


, n si po ra f/2g8Va—9 
(ez | N | VEVE} + q toe IRA 


Memoria peL sic. Pror. Cesare Razzazoni 100 

S. 7.° Corol. III. Se infine nel recipiente A non affluisce 
acqua, in allora g=0, e le formole [2], [3], [4] si convertono 
in quelle che misurano il tempo dell’ efflusso dei recipienti 
che si vuotano senz’ acqua affluente, nel che si ha una 
conferma della verità e generalità della formola [a]. 

S. 8.° Noterò frattanto che quando col mezzo delle [1], {2] 
si cercano i valori separati delle cariche x, y a qualunque 
tempo, le equazioni relative contengono le variabili x, y 
soggette ad operazioni algebriche e trascendenti; tali equa- 
zioni nello stato attuale dell’ analisi sono insolubili, e non 
ponno servire alla richiesta determinazione delle x, y se 
non che per via di tentativi, sostituendo cioè a tali varia- 
bili 1.° dei valori poco minori di 4, 5, poi dei valori suc- 
cessivamente più piccoli ecc. finchè dopo tre o al più 
quattro sostituzioni si ottengono per x, y dei valori che gli 
stessi risultamenti indicheranno esatti almeno entro il limite 
di una fissata approssimazione. Ottenute in tal maniera x, y 
sì potran calcolare le differenze a—x, b—y dei livelli ini- 
ziali e finali in ciascun recipiente, come il volume m(a—2), 
n(b—x) dell’ acqua passata dal 1.° nel 2.° recipiente. 


ProBLEema II. 


6. 9.° In un recipiente, contenente acqua sotto un bat- 
tente comparabile coll’ altezza verticale della sua luce af- 
fluisce ad ogni istante un volume costante dello stesso 
liquido. La luce d° efflusso è rettangola verticale e soggetta 
in parte a regurgito in altezza costante. Cercasi il valore 
del battente a qualunque tempo del moto. 

Dicasi 7 la sezione orizontale del recipiente 

b la larghezza della luce 
a l’ altezza della luce libera 
a l’ altezza della parte di luce regurgitata 
h il battente iniziale 
x il battente alla fine del tempo # contato dall’ ori- 
gine del moto | 
Tom. III. ! 14 


1060 Sucti EreLUss:i DEI LiQuini DA’ RECIPIENTI ECG. 

q il volume costante dell’ acqua affluente per ogni 
unità di tempo. 

Considerando il movimento nell’ istante dé che segue il 
tempo ?, nel recipiente . s’° introdurrà un volume d° acqua 
=qdt; dalla parte della luce libera uscirà un volume 

=3b/2g (c+a) x di ; 
e dall’ altra porzione di luce regurgitata uscirà nel tempo dt 
un volume d’ acqua 
=a' b/g (x+a)'di; 
il volume poi d’acqua rimasto, ed uscito dal recipiente sarà 
=mdx; quindi |’ equazione differenziale del movimento sarà 
qdi 36/38 | (aa) —2 | dia'by/ag(c+a) di=mda 


onde 


[9] 


d mdx 

tr — i i i 
q-3b/ 2g (x-+a) —x —a'b/ 2g (x+a) 

Il secondo membro di quest’ equazione si rende razionale 


onde si ottiene 


col porre x= dazi 
2} 
| 8am(14+-2°) zdz 
q(i-z") — gaby/agai (1+2°) — 82°] — a'b/aga(1+2°)(1--2"} 
Il denominatore del 2.° membro è un polinomio intero e 
razionale del 6.° grado: perciò l’ integrazione della preced. 
equazione differenziale dipenderà dalla risoluzione di un’ 
equazione di sesto grado, e dalla solita decomposizione delle 
frazioni, operazioni che allorchè si possono eseguire condu- 
cono con molta facilità ad esprimere in termini finiti la re- 
lazione fra 2 e # e quindi per mezzo dell’ equazion di 


dt= 


posizione x= anche la richiesta di x con #. 


(27 


Memoria peL sic. Pror. Cesare Razzagoni 107 
6. 10.° Corol. — Se la luce è interamente libera si farà 
a'=0, e l’ equazione [5] diverrà | 
mdx 


6 d= 1° 
Ù gta i (r+a)f—a' } 


‘ che colla stessa posizione x= rendesi pure razionale 


4az* 
(12°)? 


ed integrabile. 
ProscLema III. 


S. 11.° In un recipiente prismatico e verticale contenente 
acqua ad una data altezza affluisce ad ogni istante un vo- 
lume costante del medesimo liquido. Operandosi 1’ efflusso 
per via di uno scaricatore rettangolare verticale e regur- 
gitato in altezza costante, cercasi quale sia a qualunque 
.tempo l’ altezza del livello sulla soglia dello scaricatore. 

Micasi 72 la sezione orizontale del recipiente 

b la larghezza dello scaricatore 

a altezza iniziale della porzion libera dello sca- 
ricatore 

x l’ altezza della parte libera dello scaricatore al 
termine del tempo £ 

a' l’ altezza costante della parte regurgitata dello 
scaricatore 

q il volume costante d’ acqua affluente per ogni 
unità di tempo. 

Considerando, come precedentemente, il movimento nel- 
l’ istante di seguente al tempo #£ sarà gdt il volume che in 


tale istante affluirà nel recipiente, 32,/ 2g x! dt sarà il vo- 
lume d°’ acqua deffluito dalla parte libera dello scaricatore 


nel medesimo istante, ed 2'5)/2£ x* dt il volume escito dalla 
parte soggetta a regurgito ; il volume d° acqua poi diminuito 
od accresciuto nel recipiente sarà =mdx, onde l’ equazione 


108. Sucti EeFrLussi DEI Liquini Da’ RECIPIENTI ECC. 
== BR. 
qdt-mda=3b/2g n, dt+a'b/2gx dt 
dalla quale 


—mdx —3m dx 
[a] (e ai i 3a i 3 
3b//2g- x'+a' b/agi—q seal sa 
 aby/2g 
d = 2, p=+t n 
e ponendo uf b= Er 
tale equazione diviene 
d 
dt=<7 _ ° 
x+8x —y 


Facciasi x=y, quindi x=y°, dr=2ydy, e sarà 
9aydy 
S+68I-y 
Essendo #8, y essenzialmente positivi, la y*-+68y—y=0 


ammetterà una radice reale positiva, e due radici immagina- 
rie, perciò si potrà porre, indicando con 4, B, C tre costanti, 


| À sa By+C 


P+By=y yer yx+py+q 


onde 


dt=20a Ay dy +. Bro _, OI 
Sr YYpy+tgq Ytpytdq 


e quindi 
t=24 if IO + + B/L Ydy _ cf 22 {+ cos 
JA py+G Ytpy+tgq 
Ora | 


d A 
a (22 — Ay + log. (y_r)f"" 
y°dy 


MI A LG P_ 
22 e Ry EP og osrentb(i VS, 


Memoria peL sic. Pror. Cesare RazzaBoni 109 


d d 
(= rl nera 
quindi 

dr 
t=24 | (4+B)y+log. I) » 
(Y+py+9) 


+4(Bp —Cp_2B4) Sea supina | + Cost. 


dy 


L’ integrale 
Y+pP9g+ 


è un Arc. tang. od un logaritmo 


I 
secondochè 49 è £ p*; indicandolo con $(y), ed osservando | 
che per £=0, x=2a, così sarà O 


PI mafiosa (CV 


+4(BpCp_289) (94/292) | I 


equazione che vorrà risolta rispetto ad x per avere il valore 
di questa variabile a qualunque tempo, ed aggiugnendo 4' 
al valore trovato di x, si otterrà il richiesto valore a'+ 
dell’ altezza dell’acqua nel recipiente sulla soglia dello sca- 
ricatore a qualunque istante del moto. 

Noterò, come nel Prob. I, che la risoluzione della [7] 
rispetto ad x non si può ottenere coi mezzi di cui attual- 
mente dispone l’analisi, sicchè quivi ci dovremo comportare 
come fu in allora indicato, vale a dire di determinare il 
valor di x per tentativi. 

$. 12.° Corol. — Come caso particolare del precedente 
supporrò lo scaricatore interamente libero e di altezza =a. 
L’ equazione differenziale del movimento sarà la [a] del 
problema ora risolto, in cuì si dovrà porre a'=o0, con che 
essa diviene 


110. Sucti EreLUSsIi DEI Liquini DA’ RECIPIENTI Ecc. 


ab 2E aga —q aby 25 = DA 
ab 2g 
ossia ponendo a= i a 1, ay 
ob/2g” pia 
du saydy __ 20ydy 


Y_-8 (y_-8)(Y+8y+8) 


la quale pel solito metodo della decomposizione delle fra- 
zioni si cangia nella 


__ 24 f ydy __ydy __26ydy 
39 (1y-0 Yy+By+®  r+by+® 
Or yYdy 


SEO AL ATE RA) _ 8 
++ 77 ne +4?) aa EF 


ydy _— _ 
26 fai = 6 108 (r+8y +8) — -SAG 
SEE = y+8log.(y-8), Sr? FA Ang. tang. 4 


quindi 


t=37 È log. o, vor er dani i Aia Ang. tang. visi + Cost. 


sostituendo per y il suo valore y/x, e ricordando che #=o0 
rende x=2, si avrà finalmente 


__ 24 /x-8 * a+-B/ a+6 a+ 
— 38 | 3 log. Va-B? x+6/2 74 


+83 ( Ang. tang. "na — Ang. tang. ur a+B ina | 


la qual forma esprime direttamente il valore del “cono che 


Memoria per sic. Pror. Cesare Razzagoni III 
impiegherà il livello dell’acqua nel recipiente a passare dall’al- 
tezza 4 sulla soglia dello scaricatore all’altezza x, e servirà 
nello stesso tempo a determinare viceversa il valore di x in 
funzione £ almeno per approssimazione, giacchè la x è legata 
sotto due trascendenti diversi, e simili equazioni non si 
san risolvere. 

6. 13.° — La moltiplicità delle operazioni, che debbonsi 
eseguire per tener a calcolo nella teoria degli efflussi 1° ef- 
fetto dovuto all’ acqua affluente, in contrapposizione della 
semplicità a cui si tende arrivare, ed a cui per avven- 
tura in gran numero di casi sl è pervenuto, nella sco- 
perta delle grandi leggi d’ Idraulica, sembra dover ridurre 
questo mio debolissimo lavoro nel numero delle così dette 
curiosità scientifiche. Ed io mi rassegnerò a simile rilega- 
zione, quando però il volume d° acqua affluente non apporti 
una sensibile alterazione sull’ efflusso, o almeno finchè tale 
alterazione si possa intender rifusa negli errori inevitabili 
in ogni sorta d’osservazioni. Oltre questo limite, per quan- 
to costi pena e fatica il ricorrere a formole così com- 
plicate, non si può, senza compromettere notabilmente 
l’ esattezza, dalla quale la sana pratica non può esimere 
chichessia, non si può, dico, oltrepassarvi, ameno che espe- 
rienze più volte ripetute non arrivino a fornire leggi speciali 
che 8° accordino bastantemente coi risultati, per modo che 
vi si possa tranquillamente confidare. | 

Tutti i problemi di Meccanica molecolare conducono a 
difficoltà delle quali le minori son quelle per cui siam pas- 
sati: tutti ì tentativi sperimentali ovunque praticati per 
eluderle ne forman una prova concludente. La teoria del 
moto lineare, e l’ipotesi per cui si assume la velocità dei 
punti fluidi che si presentan nelle luci laterali dovuta alla 
profondità di tali punti sotto il livello, quantunque così 
semplici in se medesime, pur conducono ad equazioni dif- 
ferenziali di 1.° ordine e di 1.° grado fra due variabili 
talora non separabili, e contenenti per lo più le stesse 


I12 SucLi EFrLUSSI DEI Liquini DA’ RECIPIENTI ECC. 


variabili sotto operazioni radicali; causa per cui molte volte 
tali equazioni non si posson integrare, ed anche quando 
sieno integrabili contengon sempre nelle loro espressioni 
finite degli irrazionali, e per lo più ancora dei trascendenti 
circolari e logaritmici. Quest’ è la via finora segnata ai 
quisiti d’ Idraulica, nè vi è presentemente speranza di ve- 
derne aperta una migliore, a meno che ipotesi più felici o 
il potere dell’ analisi più esteso, o tutti e due questi pro- 
gressi riuniti non procurino ad una scienza, che sotto tanti 
rapporti è nelle sue applicazioni così vantaggiosa alla so- 
cietà, l’ occasione di. riuscire più razionale e meno empirica. — 


TOA 


SAGGIO 


DI ANALISI GEOMETRICA 


MEMORIA 
DEL SIG. PROF. ANTONIO ARALDI 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza dell’ 11 Aprile 1859 


Le forme sotto le quali si presentano i resultati anali- 
tici che si ottengono nella risoluzione di Problemi trattati 
coi metodi della Geometria a due o tre coordinate si pre- 
sentano di frequente così singolari e complesse che 1° animo 
dell’ analista viene naturalmente tratto all’ esame delle me- 
desime all’ uopo di avverarne 1’ esattezza, ed iscoprire le 
cagioni della loro oscurità e complicazione, e per rintrac- 
ciare altre vie che conducano a formole più semplici e re- 
golari, e, quando si possa, simmetriche. Queste cagioni altro 
non sono che condizioni non considerate dal Calcolo, e che 
non erano memorate dagli enunciati delle quistioni discusse, 
alle quali quei risultamenti debbono altresì soddisfare. Desse 
possono soventi venire riconosciute col solo ragionamento, 
indipendentemente dal calcolo eseguito e da eseguirsi, dis- 
cutendo ‘colla sola mente le proprietà che, oltre quelle di- 
chiarate dai temi proposti, devono venire adempiute dalle 
loro soluzioni, e possono inoltre servire a comporre le for- 
mole finali più semplici e regolari evitando le laboriose 

Tom. III: 15 


114 Saccio Di AnatIsi GEOMETRICA 
operazioni cui si incorre coll’ abbandonarsi all’ empirismo 
del Calcolo. Seguendo questo metodo il ragionamento scor- 
rendo sempre per verità conosciute relative alla quistione, 
che non perde giammai di vista, giunge alla determinazione 
delle cercate risultanze, mentre coi processi comunemente 
insegnati rappresentansi queste, delle quali si conoscono le 
formole generali, con espressioni contenenti un certo numero 
di incognite, delle quali col Calcolo si determinano succes- 
sivamente i valori, quando siano note un numero di con- 
dizioni eguale a quello delle incognite, così chè sì passa 
dall’ ignoto al noto con ordine inverso a quello sopra indìi- 
cato e che mi propongo di qui seguire nella risoluzione di 
alcuni pochi Problemi cardinali. 

Sembrerà forse che a questo metodo di composizione possa 
appartenere l’ attributo di Sintesi Geometrica, mentre ho 
preferito dare a questo tenue mio lavoro il nome di Saggio 
di Analisi Geometrica, perchè ogni verità in esso ricono- 
sciuta risulta da una discussione analitica, che essendo affi- 
data alla sola mente, piuttosto che ad operazioni di Calcolo, 
gli dà a parer mio il carattere di un analisi più ragionata 
e rigorosa. 

Per intraprendere con ordine 1’ esposizione del metodo 
proposto mi è d° uopo richiamare coi più concisi termini 
alcune nozioni fondamentali che si incontrano in tutti i 
Corsi di Geometria Analitica, limitandomi poscia allo svi- 
luppo di alcune poche quistioni, colle quali mi lusingo di 
mostrare come l’ indicato processo conduca alla risoluzione 
di Problemi di qualche importanza e complicazione. 

1.° La posizione di un punto M sopra di un piano è data 
quando ne sieno note le distanze y, x da due rette date 
OX, OY, giacenti in esso piano, ed intersecantesi in 
un punto O sotto un’ angolo dato XOY, che denotiamo 
(XY)=-—(YX), di inclinazione della OY sulla OX, e per 
semplicità supponiamo retto. Le normali x, y rispettiva- 
mente calate da /7 sulle OY, OX diconsi le coordinate 


| Mzemorra pet sic. Pror. Antonio AraLpi 1315 
ortogonali, perchè (XY)=90°, del punto M, che indichiamo 
col segno [x, y], e le OX, OY chiamansi gli assi delle co- 
ordinate ortogonali x y perchè prese sulle OX OY vispet- 
tivamente le Ox=x, Oy=y, e dagli estremi x, y di esse 
condotte due parallele agli assi delle y, x, queste si inter- 
secano nel punto /M, e ne determinano la posizione sul 
piano supposto. 

2.° Rappresentiamo colle x y le coordinate di esso punto 


M rispetto ad altri due assi OX OY ortogonali dati nel 


piano delle OX OY, e si chiegga di esprimere per esse x, y 
le prime coordinate x y, e viceversa. Rintracciando le es- 
pressioni delle x y che debbono avere le forme 


a=d+a,x+b,y, y=d,+a,x+-b,y di 1° grado rispetto alle x y 
perchè ad ogni valore delle x, y corrisponder deve un sol 
valore delle x, y, per determinare i valori delle costanti 
d, d, a, a, b, b, osserviamo da prima che quando il punto 
[x, y] cade nel punto O origine delle coordinate x y si ha 
x=0, y=0, quindi x=d,, y=d,, e però le d, 4, non saranno 
che le coordinate agli assi OX OY dell’ origine O delle x y. 
Quando il punto 2 cade in un punto dell’ asse OX diverso 
dall’ origine O prontamente si scorge che la quantità x—d, 
rappresenta il coseno dell’ angolo (X X) di inclinazione 
dell’ asse OX colle parallele all’ asse OX preso per raggio 
la x, onde x-—d,=x Cos(XX), ma, ricordando che y=o, in 
allora si ha x—d,=4,%; dunque a,=Cos(XX). Similmente 
si dimostrano le 2,=Cos(XY), a,=Cos(YX), b,=Cos(YY), 
e però x=d,+xCos(XX)+yCos(XY), y=d.+xCos(YX)+ 
+y Cos(YY), e se le origini dei due sistemi di coordinate 
coincidono, essendo d,=d,=0, si avrà «=xCos (A X)+yCos (X Y) 
y=xCos(Y.X)+y Cos(YY). Scambiando le x, y colle x y, e 


110 ‘ Saccio pi AnaLISI GEOMETRICA 


corrispondentemente le X, Y colle X Y si hanno nell’ ultima 
ipotesi a=%Cos(XX)+yCos(XY), y=xCos(YX)+y Cos (YY). 
3.° Se si abbiano due Equazioni F(x, y)=0, f(x, y)=0 
da cui si ricavino delle coppie di valori x,=4,, y;=d;; 
x.=4,, y.=b,; ecc. reali che soddisfacciano ad entrambe le 
equazioni cadauna di esse coppie determinerà la posizione 
di un punto nel piano delle coordinate, ed il sistema di 
questi punti dicesi rappresentato dalle date equazioni, e vi- 
ceversa rappresentare le equazioni medesime. 
4.° Se non vi sia che un’ Equazione F(x,y)=o il Pro- 
blema è indeterminato, e vi saranno infiniti punti rappre- 
sentati dall’ Equazione. La linea o il sistema di linee de- 
terminati da una o più serie continua di quei punti, diconsi 
espressi dalla data Equazione, ed esserne il luogo geometrico. 
5.° Perchè questo luogo geometrico sia una rettalinea 
l’ Equazione corrispondente dovrà essere di primo grado 
rispetto alle coordinate variabili x y de’ suoi punti, perchè 
ad ogni valor finito di una di queste variabili deve corri- 
spondere un sol valore finito dell’ altra, fuorchè nel caso 
che la retta sia parallela ad uno degli assi, per esempio ad 
OX riuscendo la y costante ed x indeterminata. L’ Equa- 
zione di una retta avrà pertanto la forma A4x+By+D=-o. 
6.° L° Equazione y=p appartiene a tutti i punti posti alla 
distanza p dall’ asse OX, e rappresenta una parallela a 
quest’ asse riferita alle coordinate x y. Volendo ora l’ equa- 
zione della retta medesima relativa agli assi delle x y, che 
abbiano colle x y comune l’ origine non si avrà che a porre 
nella y=p, per la y il suo valore _xCos(YX)+yCos(YY), 
onde l’Equazione x Cos(YX)+y Cos(YY)=p della retta _suppo- 
sta che chiameremo RR. Pel parallelismo delle RR, OX si ha 
(XR)=(XX)=(YY), ed essendo (YX)=90°+(XX)=90°+(RX), 
quindi Cos(YX)=— Sen (RX), Cos(YY)=Cos(RX), l equa- 
zione diverrà — x Sen(RX)+yCos(RX)=p, da cui 


= . = da 
TSERENIA LR) 


Memoria peL sic. Pror. ANTONIO ARaALDI 117 

7.° Cerchiamo la condizione analitica dell’ esistenza di 
tre punti [ 2,, 5,] [@,2.] [43 d3], che chiameremo 1° 2° 3°, 
sopra di una rettalinea. Dovrà dessa avere la forma di una 
funzione delle coordinate dei punti supposti uguagliata allo 
zero che dia un’ Equazione di 1° grado rispetto alla 4,, per- 
chè date le 4, d,, 4; ds che determinano la posizione della 
retta, ad ogni valore della d, deve corrispondere un sol valore 
della a,, e però l’ Equazione stessa avrà la forma Aa,+B=o0, 
ove le A B saranno funzioni delle 2, «a, d, @; d;. Per rico- 


noscere la natura della A osserviamo che o=-È può sol. 


tanto divenire infinita quando la retta è parallela all’ asse 
delle x, ed abbiasi 2,=5,, ossia b,—-b;=0; quindi la A di- 
venendo nulla colla d,—d; avrà la forma /(d,—-5;) ove la /' 
sarà una costante, perchè se si volesse funzione delle coor- 
dinate dei tre punti si avrebbe a, infinita anche quando si 
ponga Z=o. La condizione cercata dovrà dunque contenere 
il termine /'2,(5,—3;). Ripetendo sulle 4,, 4; quanto si è 
detto della «, si troverà che la condizione medesima deve 
avere anche i termini /'a,(d;—b5,) l''a;(5,—d.) e potersi rap- 
presentare dalla /'a,(d,—-b;)+l"a,(b:—-b,)+/"'a;(d,—-b,)+L=0 
ove la L non può contenere le «, e lo stesso può dirsi 
delle 3, perchè i termini della condizione affetti da quelle 
sono stati raccolti nelle quantità che moltiplicano le /. 
Questa condizione non deve cambiare se si scambino gli 
apici 1, a sotto le lettere 2, d, onde si ha l'a(b,—4)+ 
+l'a.(b—-b,)+l"a:(b,—b,}+L=o, che può anche scriversi 
l'a(b.-b:)+l'a,(b:—b,)}+-l"a;(b,—b,)-L=o0, la quale con- 
frontata colla precedente da /"=/', — L=L L=o0. Egualmente 
scambiando fra loro gli apici 2, 3 si dimostra /"=/"=/", e 
I° Equazione divisa per 7 diviene a,(b,—d)}+-a,(d:-b,)+ 
+ a;(d,—b,)=0 equivalente alla d.(a,—- 43) +2,(G3—-4,)+ 
+d:(a,.—a,)=0 che si otterrebbe replicando sulle 4 il di- 
scorso fatto relativamente alle a. 

8.° Chiesta l’ Equazione della retta che passa pei punti 1° e 


118 Saccio DI ANALISI GEOMETRICA 
2° non si avranno che a considerare nella precedente variabili 
le coordinate a, d, del 3° punto, e porre per esse le x y, e 
1° Equazione cercata sarà x(2,—-4,)—y(a.—-a.)}+-a,b,-a,b,=0 
che si può anche scrivere 


ETRE ARI PI — a,+-4,)(b,—b, le b,+b, ) ( a,4; ) 
da cui emerge che la differenza dei rettangoli che hanno 
per basi le projezioni d,—d,, a,—a, della retta 12 sugli assi 
delle x y, e per altezze le coordinate x y di qualsivoglia 
punto della retta medesima preso entro o fuori de’ suoi ter- 
mini 1° e 2° dei dati punti, uguaglia la differenza dei tra- 
pezii corrispondenti racchiusi dalla retta 12, dalle sue pro- 
jezioni sugli assi delle x, y, e dalle parallele agli assi delle 
x y condotte dai punti 1° e 2°. 

9.° Ricerchiamo il valore dell’ area del triangolo 123 dai 
vertici [ a, 2,][@, 2,][@, dì]. Questo valore sarà una fun- 
zione delle coordinate dei vertici nulla quando questi si tro- 
vano in una rettalinea e sia 2,(b,—-b3)}+a,(f:—b,)+4;(b,—-b,)=0, 
che denotiamo col simbolo Sa,(5,—-5;)=0, rappresentando 
col segno Sa,(2,—5;) la somma delle permutazioni in giro 
differenti che possono aversi permutando gli apici sotto le 
lettere. Il valore dell’ area cercata avrà pertanto la forma 
A=lSa,(b,—b;). Per determinare la costante / riflettiamo 
che quando il 1° punto è sull’ asse delle x, onde d,=0, il 
2° punto nell’ asse delle y e sia 4,=o0, il 3° punto cada 
nell’ origine delle coordinate, quindi a,=b,=0, |’ area del 


triangolo 123 è espressa da ab, ma in allora l’ area 
2 
a,(b,--b:)+-4.(bx—b,}-+-;(5,—b,) diviene /a,b, che, dovendo 


Sa,.(b,—b;) 
2 


uguagliare 5, dà /=1; quindi A= , che può 


S(ab—a,b,)_S(2,+2,)(2:—-8.) 13 quale 
2 2 L 


anche scriversìi 


esprime la somma dei valori dei trapezii racchiusi dai lati 


Memoria peL 816. Pror. Antonio AraLpi 119 
19, 23, 81, dalle loro projezioni, e dalle normali projettanti 
i loro estremi su di un asse. 

Avendosi manifestamente Sa,(b,=53)=—Sa,(b,—b,) ne 
consegue che il valore dell’ area di un triangolo cambia se- 
gno quando nel leggerne il nome si gira attorno al suo pe- 
rimetro in senso opposto a quello adottato per leggerlo 
positivamente, così chè i nomi di due triangoli contigui 
ABC, CBD o BDC debbono essere letti in modo che le 
lettere del lato comune vengan lette in ordine inverso se 
sì susseguano in ambi i nomi, nell’ ordin medesimo se si 
susseguano in un sol nome. 

10.° Per trovare I° espressione A dell’area di un poligono 
123 ....7. di n lati, i vertici de’ cui angoli siano nei punti 
[a, b.] [@, 5.1 [4 ds] -. [ a, d,]; si assumi entro l’area 
medesima un punto [4, d,], per cui, guidando da esso delle 
rette ai vertici del poligono, rimanga questi diviso in n tri- 
angoli 012, 023, ....., 0(r—1)n, ori la somma delle cui 
aree, e però l’ area del poligono verrà espressa da 


Sa.( b—b, )__ Sa bb; le de Sa.( bd, )__ Sa b,—b, ) 
gr e TESTE 00 00 sg a de 


sviluppando le quali somme dovranno scomparire le 4, è, 
perchè l’ area del poligono è indipendente dalla posizione 
del punto [4, 2,]; quindi si avrà | 
pa ab, a,b, bas, db 4,6, _S( a,b.—a,b, ) 
2 2 2 9 

cioè, qui ancora, uguaglia la somma dei trapezii limitati dai 
lati del poligono, dalle loro projezioni su di un asse, e dalle 
pps dei loro estremi relative a quell’ asse. (n. 9g) 

.° Sia richiesto a qual condizione debbano soddisfare 
le paia di quattro punti [ 4, 2,] [4.2,] [4:9:] [4,8,] 
perchè si trovino in una medesima circonferenza di circolo. 
Poichè i tre punti ultimi bastano a determinare la circon- 
ferenza supposta, dati questi ed inoltre la d,, il valore 
del raggio rettore r=/2+b del 1° punto, cioè della retta 
che questo congiunge coll’ origine delle coordinate, dipenderà 


120 Saccio DI ANALISI GEOMETRICA 
da un’ Equazione di 2° grado 4r,"-+Br+C=o, rispetto alla r,, 
rappresentante la condizione cercata, perchè ad ogni valore 
della 2, corrisponder debbono due valori della @,, quindi 
della r,, Questi valori debbono ridursi ad un solo allor- 
quando i tre punti 2°, 3°, 4° si trovino su di una retta, 
nella quale trasformasi la circonferenza di cerchio. In allora 
la A diverrà nulla colla Sa,(d,—5,) e potrà rappresentarsi 
da A=l'Sa,(b;—b,j), onde la condizione ricercata dovrà con- 
tenere la quantità /'7.*Sa,(2:—4,), ove la Z' sarà una costante 
perchè se si volesse funzione delle coordinate dei punti sup- 
posti la A diverrebbe nulla anche col porre /'=0, il che 
non può essere. Similmente si dimostra che la condizione 
richiesta deve contenere anche la quantità 

l'r>*Sa;(b,—-b,), l'riSa(b—b,), l"réSa.(b,—b;) 
e potrà rappresentarsi dalla (a) /'r,°Sa.(:—-db,)+!"r2Sa.(b3b,)+ 
+l"'rSa(b,—b,)+l"rSa.(b,—b;)+M(1,2,3,4)=0 ove MM(1,2,3,4) 
è quella costante, o funzione delle coordinate dei quattro 
punti, che si sospettasse mancare alla somma precedente, 
per compiere la condizione richiesta, e che troveremo esser 
sempre =o0. 

Occupandoci delle costanti /, osserviamo che la condizione 
non deve mutarsi se si scambino fra loro due qualsivoglia 
degli apici delle r, a, è per esempio li 1, a onde la (a) 
diviene | 
l'ròSa;(by=-b)+-l'r*Sa;(bb)+l'"r0Sa(b,-b.)+l"r}Sa,(b,—-bs)+ 
+11(2,1,3,4)=0, ove trovasi essere /'7,*Sa,(b:-4)=/r*Sa(b=-b), 
perchè Sa,(5:—4,)=Sa;(2,—d,); 
l'r°Sa(b=-b.)=l'r*Sa.(b:-b)., l'ròSa(b.-b.)=-I"r}Sa;(b,=b.) 

"reSa(b—b)=-l'"réSa,.(b,—bh) 
che sostituito nell’ ultima, e cambiandovi tutti i segni, danno 
—l'riSa(b-b,)—l'r*Sa:(b—-b,.)+l"r)Sa(b,-b.)+l"r}Sa,(b,—-b)— 
—(32,1,3,4)=0 la quale confrontata colla (a) dà l'=—/, 
M(1,3,3,4)=—M(2,1,3,4). 


Similmente scambiando fra loro gli apici 2, 3 si trova 


Memoria pEL sic. Pror. ANTONIO ARALDI 191 
l''=—]"=/", e scambiando gli apici 3, 4 si ha l"=—["=l'=-/, 
e la (a) divisa per Z diviene 


reSa(b:—b)—rSa;(b—b.)+r}Sa;(b,—b,)—r}Sa,.(b,—-b;)+ fi=o 


Questa si dovrà verificare se si faccia coincidere il 4° punto 
col 1° ponendo a,=a,, bj,=b,, oppure col 2° fatto a=a,, d,=d,, 
od il 4° col 3°, ed a,j=a;, ,=b;, ma in allora si trova sempre 
rSa(b,-b,)—rfSa{ bb, )+r:Sa;(b,—b,)+r}Sa,(b,—-b;)=0, 
adunque sarà anche M=0; che se si volesse / funzione 
delle coordinate dei quattro punti, dovrà contenere i fat- 
tori (a—a,)(2.—-2,); (a.—a,)(2.—d,), (4:—-4,)(0:—d,), cioè 
contenere dei termini affetti da potenze delle 2,, è, superiori 
alla prima, il che è assurdo, perchè tutti i termini della 
condizione affetti da tali potenze delle 4,, è, di 2° grado, 
sono stati raccolti nella quantità rSa,(2,—5;). Sarà dun- 
que sempre /M=o e la richiesta condizione sarà 
ri Sa,(b—-b)—rtSa:(b=b.)+r}Sa(b,-b.)—r}Sa,(b,-b;)=0, ossia 
(b) (a'+5*)Sa,(b-b,)—(a,+b?)Sa(bh—b.)+ 
+( 4:45; )Sa(b,-5,)—(af+5/)Sa,(b,—b;}=0 

che sviluppata si troverà composta di quaranta otto termini. 

19.° Cercando l’ equazione del circolo che passa pei punti 
1° 2° e 3° non si avrà che a considerare variabili nella pre- 
cedente le coordinate 4, 4, del 4° punto, e a porre per que- 
ste le x y coordinate di un punto qualsivoglia della cir- 
conferenza del circolo, e l’ equazione sua si troverà essere 
(c) (x*+y°)Sa.(b.—-b)—xS(a+5)(b.— d)—yS(2+5) (a —a.)= 
=S(a+-5,°) (2.b;—a,b,) di 48 termini. 

13.° Sembrerà singolare la soluzione or recata del prece- 
dente Problema non essendosi nei ragionamenti che vi con- 
dussero fatto uso della proprietà cardinale della circonferenza 
di un circolo, cioè dell’ equidistanza di tutti i suoi punti 
dal suo centro. Però, ancorchè non si sia fatta menzione 
che di proprietà esclusivamente appartenenti al circolo, a 
confermare l’ esattezza del risultamento ottenuto, osserve- 


Tom. III. I 10 


192 Saccio Di AnaLisi GEOMETRICA 
remo che la circonferenza di un circolo di raggio R, ed avente 
il suo centro nel punto [ a, 8] essendo espressa dall’ equa- 
zione (x—a)'+(y—08)°:=A*, ossia x*+y'—2ar—268y=R'—a'—& 
che, confrontata colla (c), mostra che questa esprime la cir- 
conferenza di un circolo il cui centro è dato dalle coordinate 


a Sat+b) (ba). p=S@+b. ") (ara.) _S(a+5:) (a,—4) 


2Sa,(b,—b;) »Sa,.(b,—-b;) 286 _ 25b(a, — x) 
ed essendo la R°—a'—f°, espressa da 
SEL AA, i a rg 


S(a, mas Sar] ra) S(a-+-b,) (ab:—ab.) 
— Sa(b—b) 


Mr a CI a+b?)(b,—d; ) CREDE CEZIOA 
(2Sa.(6,-5)) 

smi AO 

bi (Sa(b.—b;)) 


Questa circonferenza passa pei punti 1° 2° 3°, poichè le coor- 
dinate di cadauna di essi poste nella (c) per le x y, ossia nella 
(b) per le 4, è,, come si è dimostrato al n.° rr, la verificano. 

I valori delle a, 8, R hanno tutti il divisore Sa,(b,—-b) 
perchè debbono divenire infiniti quando Sa,(9,—-b;)=0, 0ssìa 
quando i tre dati punti si trovano sopra di una rettalinea 
nella quale trasformasi la circonferenza del circolo. 

14. Sospendiamo queste ricerche appartenenti alla Geo- 
metria a due coordinate per trattare le questioni analoghe 
di Geometria a tre coordinate poi che avremo richiamate 
brevemente le nozioni fondamentali di questa teoria. 

La posizione di un punto [x y 2] nello spazio è data 
qualora si conoscano le distanze z x y da tre piani tra di 


R= +a'+8= 


Memoria peL sic. Pror. Antonio AraLDI 193 
loro normali, il Z delle x, y, il ZI delle y, z, il III delle 
z, x. Chiameremo OX, OY, OZ le intersezioni dei piani 
I e III, Ie 1I, IF e III,g le quali si dicono rispettivamente 
assi delle x, y, z, ed il punto O adessi comune è l’ origine 
delle coordinate medesime, perchè prese sugli assi le Ox=x, 
Oy=y, Oz=z, e pei loro estremi x, y, z condotti dei piani 
corrispondentemente paralleli ai piani IZ ZII I si incontre- 
ranno nel punto [ x y z], determinandone la posizione. 

15. Chiamiamo x y z le coordinate del punto supposto 
relativamente a tre nuovi piani I II III, ossia XOY, YOZ, 
ZOX essi-pure ortogonali, cioè fra di loro perpendicolari, 
dati di posizione rispetto ai primi /, 7, III, se vogliansi 
le espressioni delle precedenti x y z per le nuove co- 
ordinate x y z, avranno desse necessariamente le forme 
x=d+a,x+b,y+c,z, y=d,+a,x+b,y+c,z, z=dy+4:x+b;y+-C;2, 
dovendo essere funzioni di 1° grado delle x y z perchè a 
valori di due di esse corrisponder deve un sol valore della 
terza. Per determinare i valori delle 4 4 d c osserviamo da 
prima che se il punto [x y z] coincide coll’ origine O delle 
nuove coordinate, onde 4=0; y=0, z=0, si ha x«=d,, y_=d,, 
z=d;,, che però saranno le coordinate di detta origine ris- 
petto ai primi assi. Quando il punto [x y z] cade sull’asse 
OX diverso dall’ origine si ha y=o z=o0, e le x-d=a,x 
y-d,=4,% Zdy=A:% rappresentano rispettivamente 1 coseni 
degli angoli (XX) (YX) (ZX) che 1° asse OX delle x forma 
colle parallele agli assi OX, OY, OZ preso per raggio x, 
onde a,=Cos (XX ) a,=Cos (YX), ax=Cos (ZX). Così trovansi 
le b,=Cos(XY), 3,=Cos(YY), d:=Cos(ZY), c=Cos(XZ), 
c,.=Cos(YZ), cc=Cos(ZZ). Quindi x=4,+xCos(XX)+ 


124 Saccio DI ANALISI GEOMETRICA 
yCosXY+zCos(XZ), y=d,+-xCos(YX)+yCos(YY)+zCos(YZ), 
z=d,+xCos(ZX)+-yCos(ZY)+zCos(ZZ), e se vogliasi comune 
I’ origine dei due sistemi, onde d,=4,=d;==0, si avrà 
x=xCos(XX)+yCos(XY)+zCos(XZ), y=xCos(YX)+ 
+yCos(YY)+-zCos(YZ), z=xCos(ZX)+yCos(ZY)+zCos(ZZ) 
e scambiando le x y z colle x y z, e corrispondentemente 
le X YZ colle X YZ si hanno le nuove coordinate espresse 
per le x y z 
x=xCos(XX)+yCos(XY)+zCos(XZ), y=x Cos(YX)+ 
+y Cos(YY)+z Cos(YZ), z=x Cos(ZX)+y Cos(ZY)+zCos(ZZ). 
 16.° Se da tre Equazioni f(x,y,z)=0 F(x,y,z)=0 $(£,y,z)=0 
sì ricavino 1 valori x=a, y=b, 2=c,3 x=4, y=b, 2=cC,; ec. 
coordinate di un sistema di punti. [a, d, c,], [a,d,c.] ec. quelle 
Equazioni diconsi rappresentare questo sistema, e viceversa. 

Se non siano date che due Equazioni f(xyz)=o F(xyz)=0 
rappresentano queste una linea, o un sistema di linee che 
scorrono per un sistema, o più sistemi continui di punti, 
le coordinate dei quali adempiono alle equazioni medesime. 
E se non esiste che un’Equazione soltanto f(xyz)=0, dessa 
rappresenta una superficie le coordinate de’ cui punti sono 
dotate della proprietà espressa dalla data equazione. Così 
le tre Equazioni x=0 y=0 z=o0 alle coordinate x y z, os- 
sia le x=d, y=d, z=d; alle coordinate x y z, determinano 
la posizione dell’origine O delle prime coordinate, le due equa- 
zioni y=0 z=0, ossiano le xCos(YX)+yCos(YY)+zCos(YZ)=o 
x Cos(ZX)+y Cos(ZY)+z Cos(ZZ)=o rappresentano una retta 
OX, ed una sola z=0, ossia xCos(ZX)+yCos(ZY)+zCos(ZZ)=o 
ha per luogo geometrico il piano XOY. 

17.° Chiamasi projezione di un punto [xyz] sul piano Z 
il punto [xyo] di incontro con esso piano della normale 


Memoria peL sic. Pror. ANTONIO ARALDI 129 
calata su di esso dal supposto punto; parimenti i punti 
[0oyz], [x0z] sono le projezioni del punto medesimo sui 
piani JI e III. Projezione del triangolo i cui vertici sono 
i punti [a,5,c,] [4,5,c.] [4:%3c;] nel piano / si è quel 
triangolo giacente nel piano XOY i cui vertici sono 1 punti 
[2,5,0] [4.5.0] [4:430], oppure [a.5,] [@,2.] [434] rife- 
rendoli alle sole coordinate x y, e l’ area di essa projezione 


pel n.° g si trova espressa da ec Così le projezioni 


dello stesso triangolo sul piano // è il triangolo. dai vertici 


[od,c.] [0d,c,] [0 5; c;] e dall’ area rie quella sul 


piano III ha i vertici [a,oc,] [a,0c,] [@:0c;] e l’area 


Sc.(a,—4;) 
2 

18.° Ricerchiamo a qual condizione analitica debbano sod- 
disfare le coordinate di quattro punti [4a,.,c,] [a, b,c,] 
[a,5,c,] [4,24] perchè trovinsi in un medesimo piano. 

Osserviamo da prima che questa condizione non può essere 
espressa che da un’ Equazione, il cui primo membro, uguale 
allo zero, sia una funzione di quelle 12 coordinate di primo 
grado rispetto a cadauna di esse, che deve avere un sol 
valore date tutte le altre, e però può la chiesta condizione 
presentarsi sotto la forma Aa,+B=o0, essendo Aa, la somma 
dei termini di essa che hanno a, per fattore, B quella dei 
termini che non la contengono: Per scoprire la natura della 


A riflettiamo che a=— non può acquistare un valore in- 


finito, corrispondentemente a valori finiti delle altre coor- 
dinate dei dati punti, fuorchè quando il piano che contiene 
i punti 1° 2° 3° sia parallelo all’ asse delle x, ossia che la 


projezione Solero) del triangolo 123 sul piano // sia nulla 


196 Saccio DI ANALISI GEOMETRICA . 

ed abbiasi Sb,(c,—-c;)=0, ma in allora dovrà essere 4=0, quindi 
la Aa, dovrà avere la forma /'a,Sb,(c.—-c3), ove la /" non 
potrà essere che un numero indipendente dalle coordinate 
dei punti supposti, perchè, se si volesse funzione di esse, 
la a, diverrebbe infinita anche ponendo /"=o, il che è as- 
surdo. Quanto si è detto della 4, può ripetersi delle 2,, c,, 
e però le somme dei termini affetti dalle d, c, potranno 
rappresentarsi dalle 72"5,Sc.(a.—-;), r'"c,Sa,(5.—b;), onde la 
condizione cercata potrà esprimersi dalla 

l'a,Sb,(c.—-c3) +m"b,Sc.(a,-a;)+n'"c,Sa,(b,—b:)+D=-o0 che non 
deve mutarsi se si scambino le lettere a è c nelle d c a 
perchè era indifferente chiamare IZ, III, I gli assi Z, II, 
III e però si avrà /"=m"=n" e la precedente diverrà 


1” (aSbcc)+,Scaa)}+0,Sa(t,—b) ) + D=-o0. Potrà la 


condizione medesima presentarsi anche sotto le forme che 
dall’ ultima si deducono permutandovi in giro sotto le let- 
tere gli apici 1234, ed anche dalla loro somma, per lo 
che potremo anche rappresentarla dalla 


a,Sb,(c,.—-C3) a,Sb.(c3—c,) a,Sb;(c—-c;) 
(d) I" asse) +/' bea +l'<+-b,Sc;(a--a4.)) + 
+c,jSa,(b,—b3) +c,Sa,(5:—b,) +c,Sa;(h,—b;) 


a;Sbc.—c.) 
+1" 


+b;Sc{(a,-a,)) + L=0 


+c;Sa(b,—d.) 


ove la L non può essere funzione delle coordinate a  c 
dei punti dati perchè tutti i termini della cercata condi- 
zione affetti dalle medesime sono stati, fors’° anche ripetu- 
tamente, raccolti nelle quantità che moltiplicano nelle (d) 
le diverse /. 

La precedente (d) dovrà manifestamente sussistere quando 
si scambiano fra loro gli apici 1 4 sotto le lettere a 2 c, 
onde 


Memoria peL sic. Pror. ANTONIO ARALDI 127 
a,Sb,(c,—-c;) aSb,(c:—c,) a,Sb,(c,—c,) 
Pi essre) +/' Lele) +/' isole 
+-c,Sa(5,—-b;) +c,jSa,(53—b,) +-c,Sa;(2,—-5,) 
aSb.(c1—c,) 
e +53Sc,(a,—a,) | + L=o0 
+c3Sa,(2,—d5,) 


ed, essendo 4,S2,(c:—-c.)=4Sb,(c.—-03); ,S4(c.c=a,Sb,(cs=C,); 
a,Sb:(c-—c)=—a,Sb:(c—c,); a:Sb.(c—c.)=—aSb(c=c,), la 
precedente cambiati i segni può scriversi 


a,Sb,(c.—-C3) a,Sb,(c:—-c,) I a,Sb;(c—-c;) 
— | latina —l" Lab (crm +" bs) 


+c,Sa,(b,—-b;) +-c,Sa,(b:—b,) +c,Sa;(5,—-b,) 
a,Sb(c,—c,) 
+1" Veber) — L=o 
+-c3Sa(5,—b,) 


che, confrontata colla (d), dà I"=—/, LI=-Lg, ossia L=o. 
Così scambiando nella (d) fra loro gli apici 1 a si trova 
l'=—l'=l" e scambiando gli apici 2 3 si ha l"=—/"c—/"; 
posti questi valori delle Z' /" 2" nella (d), questa divisa per 
l'" diviene 


a,Sb,(c,—-c3) a,Sb(c—-c,) a,Sb(cy—-C.) 
(e) + lab — Labbra -+- isole) 


+cSa,(b,—b;) +-c,Sa,(bx—-b,) +c,Sa(5,=-b,) 
a,Sb,(c.—C.) 
i +5,Sc(a,—a,) | =o0. 
+c,Sa,(b,—d,) 


Trovasi la medesima adempiuta quando si faccia coincidere 
il punto 4° col primo ponendo a=a, 2=d, c=C,, oppure 


— 


198 Saccio Dr ANALISI GEOMETRICA 
col secondo fatto aj=a,, 5,=b, cc, infine col terzo, posto 
aa, b=b,, c=6,, il che accade perchè i dati punti 
riducousi a tre, che sono sempre in un piano. 
Raccogliendo separatamente tutti i termini che in essa (e) 
moltiplicano le a, 2, c, si ottiene la 


3 ( a,jSb (CC 3) +0 «Sc (Aya) +-c,Sa,.(2,—-d 3) —{2,5 aC +a3b Cat 
+a,b;c,—a,b,c-—a b3c,ayb,c, ) )>o, e, fatto (a,2,c3-+-a,b:c.+ 


+a,b;c.—a,b,cxa,b3c,=3b,c;)» =Sa,b,c3, ove a,b,=a,b,—a,b, 9 
la domandata condizione verrà espressa dalla 


(O) a,Sb.(c.—-c;)+b,Sc.(a,—a;)+c,Sa.(b,-b)=Sa,b,c; . 

non che dalle 
a,Sb,(c:—c)+-b,Sc(ay-a,)j+-c,Sa,(b:-b)=Sa,b;c, 
a,Sb:(c—-c.)+b,Sc.(aa,)+-c,Sa;(b,-b,)=Sa;b,c, 
aSb(c=c)}+-b;Sc{a:-a,))+-c:Sa(b,-b,)=Sa,b,c, 


che si deducono dalla (f) permutando in giro gli apici 4, 1, 
‘2, 3 sotto le lettere e che riducono la (e) alla 

Sa, b,c:—Sa,bxcy+-Sa;b,c:-—Sa,b,c20, di 24 termini, la quale 
è anche essa la condizione cui deve adempiersi perchè i 
| quattro punti supposti siano in un piano che indichiamo 
col segno Z(1, 2, 3, 4)=0. 

Dalle Sa,b,cce—Sa4,5,03, Sa,b,c=Sa;bc, , Sa,b,c.=Sa,b;c, ; 
Sab,c=—Sab,c,, che si dimostrano sviluppandole, si ha. 
2(2134)=Sa,b,c;— Sa,b;c,y+ Sa;b,c,— Sab,c.=—(S4,b,c3 — 
—Sa,b:c,+-Sa;b,c-—Sa,b,c,)=—2(1234), proprietà delle funzioni 
Sa,b,c:, 2(1234) si è di cambiar segno se in esse si faccia 


a nie — anti 


Memoria DEL sic. Pror. Antonio Aratpi 129 
lo scambio di due apici, quindi di conservarlo se si facciano 
due, o un numero pari di tali scambj, e di mutarlo quando 
se ne faccia un numero dispari. 

19.° Per determinare 1’ Equazione del piano che passa pei 
punti 1° 2° 3° non si hanno che a considerare nella (f) va- 
riabili le coordinate 4, è, c, del 4° punto, e porre in lor 
vece le x y z e divisa per a, risulterà © 


Sa.(b.-b) _ Sa,b.cs 
2 sa p | 


—-Z ove è 


A Sb.(c.—-c3) sy Sc.(a.—4;) 
D; 2 

da osservare che i coefficienti delle x y z esprimono le aree 

delle projezioni del triangolo 123 nei piani normali agli 

assi di esse coordinate, ed il secondo membro 


a,b,c:+-a;b,c,+a,b:c—a,b ca, b;c—a;b,c, _ a+a,+a; Sb.(c,.—c;) 
2 3 9, 


Pa b+b,+b; Sc,.(a,—a;) PI c.+-c,4+-03 Sa.(b,—b3) 
3 2 3 2 


rappresenta la somma dei tre prismi eretti normalmente su 
quelle projezioni tronchi, e terminati dal triangolo 1a 3, 

20.° Si domandi l’ espressione della solidità V della pira- 
mide 1234 che ha i vertici de’ suoi angoli solidi nei punti 
1° 2° 3° 4°. 

Questa espressione divien nulla sol quando i quattro punti 
siano in un piano e sia 2(1234)=o0, quindi V/=/X3(1234)= 
=ISa,b,cx—Sa,bsc+-Sab,c,—Sa,b,c,) ove la costante / si de- 
termina osservando che quando il punto 1° cade sull’ asse 
delle x e sia b,=c,=0, il 2° sull’ asse delle y e a,=c.=0, il 
3° su quello delle 2 ed 4;=d;=0, il quarto sull’ origine delle 


i a,b.c 
coordinate onde a=b=c=0, si sa essere Vest mentre 


la precedente dà V=/a,b,cy dunque /=1, e la solidità 
della piramide 1234 verrà espressa da 
Tom. III. 17 


130 Saccio Dr AnaLISI GEOMETRICA 


PA to 34) _Sa,b,c, __Sa,bxc,__ Sasbje, _Sab:c, meglio da 


0 6 60 6 6 


We RSA, ove a piedi delle lettere 


sono segnati 1 nomi 123 324 341 14a delle faccie della 
piramide letti secondo 1’ ordine dovuto (n.° 9g). Il valore 
trovato di V eguaglia la somma dei volumi dei prismi eretti 
sulle projezioni delle faccie 123 334 341 142 della piramide 
sopra un qualunque dei piani delle coordinate, e terminati dal- 
le faccie medesime (n.° 19). È da notare che se per esempio 


aaa iena (a,b, +a,b+a;b, a,b, ab, a,b) na 


2 


presso da Sa,b,c, c.(a,b,—a,b,) + Calab —a;b,) cab abi) 
6 Gi SE re I 


e non dalla sola pie ciò accade perchè i termini 


er ubi) ec. vengono nella somma totale X(1234) elisi 


da altrettanti eguali e di segni contrarj, appartenenti alle 
espressioni corrispondenti alle faccie limitrofe al triangolo 
123 della piramide. 


Se colla Pe 1054] s1 è inteso di rappresentare la so- 


lidità della piramide 1 2 3 4 presa positivamente, verrà dessa 
convenientemente denominata anche se nella disposizione 
dei numeri che ne compongono il nome 12 34 si faccia un 
numero pari di scambj di due di essi nnmeri (n.° 18), men- 
tre le disposizioni ottenute con un numero dispari di detti 
scamb] indicheranno la piramide medesima presa negativa- 


Memoria DeL sic. Pror. Antonio Aratpi 131 
mente. Coincida il punto 4° coll’origine O delle coordinate, 


onde a=5=c=0, e dalla 0a verrà espresso il va- 


lore del tetraedro 1230 che ha per base il triangolo 12 3, 
ed il vertice nell’ origine O, e però la precedente 


ra sa Sa;b,cy+ Sab,c.+ Sab. 
6 6 


somma dei valori dei quattro tetraedri 1a 30 3240 3410 
1 420 che hanno per basi le faccie 12 3 324 341 142 della 
supposta piramide, ed il comun vertice O, che può essere 
un qualunque punto dello spazio; saranno dessi manifesta- 
mente positivi, supposta tale la piramide, quando congiunto 
un punto P preso entro la corrispondente base col punto O 
mediante una rettalinea terminata PO, questa in prossimità 
del punto P scorra entro la solidità del tetraedro, saran 
negativi se rimanga ad essa esterna, per lo che quando nel 
leggere il nome della base supposta nel 1° caso si gira at- 
torno al punto P dalla parte del punto O in un dato senso . 
convenuto, si verrà a girare nel verso contrario per leggere 
il nome di un tetraedro negativo (*). Così, se la 04 scorra 
tutta entro la solidità del tetraedro 1230, sarà questo po- 
sitivo, e gli altri tre negativi, che tolti dal primo lascian 
appunto la piramide 1 2 3 4. 

a1.° Si chiegga il volume V di un poliedro a faccie tri- 
angolari , il che si può sempre supporre perchè le faccie 
poligone si possono sempre dividere in tanti triangoli, delle 
quali faccie segnate agli angoli con lettere o numeri ven- 
gano letti i nomi colla regola del n.° 9g. 


esprime ancora la 


(*) Queste regole convengono con quelle date dall’ esimio Sig. Professore Giusto 
Bellavitis nella Memoria intitolata = Sposizione elementare della teorica dei deter- 
minanti = ed inserita nel Vol. VII delle Memorie dell’ I. R. Istituto Veneto delle 
Scienze, lettere ed Arti al n.° 98, e nota z;. | 


132 Saccio Di AnaLisi GEOMETRICA 


Assunto nell’interno del poliedro un punto [ 4, 4, c.] iN 
modo che possa intendersi diviso il poliedro in tante piramidi 
aventi il comun vertice [ a, 5, c,] e per basi tutte le faccie 
triangolari del poliedro le quali chiameremo 123 324...... 
La solidità della piramide 1230, verrà espressa sa da 


Sa, b.c+-Sab,c+Sabxc:+Sa,b,6, 


5 , quella della piramide 3 2 40 


S azb,c;+-Sa,b,c stS a,b, cr+-Sab,c, 


da . ec, Ora perchè la lor 


somma deve essere indipendente dalla posizione del punto 
[a, 5, c,). necessariamente dovranno in essa scomparire le 
coordinate a, d, €, di esso punto, e ridursi la medesima 
alla somma dei primi termini delle precedenti espressioni, 


cioè alla che anche qui rappre- 


v_S a,b,c:+-Sa:b,cy+ ec. 

6 
senta la somma dei valori analitici dei prismi eretti sulle 
projezioni delle faccie del poliedro in uno dei piani coor- 
dinati, e terminati dalle faccie medesime, ben inteso che, 
ritenendo positivi quei prismi che terminano a faccie rivolte 
verso la parte delle coordinate positive, si dovranno con- 
siderare negativi quei prismi che corrispondono a faccie 
che guardano il piano di projezione, perchè nel leggere i 
nomi delle loro basi si gira attorno di esse nel senso oppo- 
sto a quello secondo cui vengono letti i nomi delle basi 
dei primi. 

Esprime inoltre pel n.° a0 detta V la somma dei tetraedri 
1330 3420 ec. che hanno per basile faccie 123 342 ec. 
del poliedro, e per comun vertice un punto qualsivoglia O 
dello spazio, fra i quali si distingueranno i negativi dai po- 
sitivi colla regola ivi esposta. 

22.° Proponiamoci ora la ricerca della condizione cui deb- 
bono adempiere le coordinate di cinque punti [a, è, c.], 


Memoria peL sic. Pror. Antonio Aranpi 133 
[a, bd. c.]. [as di cs], [4,4 24 c4]: [@s ds cs] perchè si tro- 
vino assieme sopra la superficie di una sfera. 

Essendo questa determinata degli ultimi quattro punti ri- 
flettiamo che, se siano date le coordinate 2, c, del 1° punto, 
generalmente ad esse corrisponderanno due valori della 4,, 
e del raggio vettore r,=7 a'+b+-c che congiunge l’origine 
delle coordinate col punto [a, 5, c.]; e però 1’ Equazione 
esprimente la condizione richiesta dovrà essere di a° grado 
rispetto alla r,, ed avere la forma A4r,'+B=o. Per discutere il 
valore della Aosserviamo che detta Equazione deve ridursi al 
1° grado, e riuscire A=o0, sol quando gli ultimi quattro punti 
si trovino in un piano, in cui si cambi la superficie sferica, ed 
abbiasi x(2345)—=o0, onde la A che con questa si annulla 
avrà la forma A=/'Z(2345), e la condizione cercata dovrà 
contenere la quantità Ar,=/7,*Z(2345). Similmente si dimo- 
stra che la medesima conterrà anche le quantità /"72(345 1), 
l'r22(45 12), lré2(0123), lr#2(1234) e si potrà pre- 
| sentare sotto la forma 
(£) l'ré2(2345) + l'r22(3451) + /"r72(4512) + 

+ l're2(5193) + lSre3(1234) + M=o0 
la quale non si deve mutare se si scambino le coordinate 
«del 1° punto con quelle del 2°, onde 

lr*2(1345) + /'r°2(3459) + /"rZ(45291) + 
+ l'r;2(5213) + /7Z(2134) + M=o 
ed, essendo Z(1345)=—2(349 1), che si ha dalla 2(134:5) 
con tre scambi di 2 apici (n.° 18), e 2(3452)=—2Z(2345), 
2(4521)=—2(4512), 2(5213)=—Z(9123), Z(2134)=—3(1234), 
la precedente cambiati i segni diviene 
l're2(23 45) +Zr22(345 1) +/"7*2(45 19) +/"7/X(0123)+ 
+ l'r*Z(1934)—M 0 


134 Saccio DI Anatisi GEOMETRICA 
che confrontata alla (g) dà Z'=/", così dimostransi le /l"=/", 
I"=]", l"=l" scambiando successivamente fra loro gli apici 


2 3, 3 4, 4 5, onde la (g) divisa per / diviene 
rZ(2345)+7°2(3401)+r3°Z(4512)+r2Z(5123)+r"Z(1 234,2 0 


la quale si deve verificare se si supponga che il 5° punto 
coincida con uno qualunque degli altri quattro; ma in al- 
lora trovasi sempre 


(b) re2(0345)+r2(3451)+r2(45 19) +7/2(5123)+r2Z(1234)=o, 


— 


, 


e però anche Mio. Infatti se cada sul 1° punto la prece- 


dente diverrà. 
reZ(2341)+r22(34 11) +rZ(4112)+7/2Z(1123)+r*2(1334)=0, 


perchè X2(2341)=— Z(1234) (n° 18) e si hanno le 
2(3411) X(4112) Z(r1a3) nulle, tre punti giacendo 
sempre in un piano. Poichè in queste ipotesi la 1 è sem- 
pre =o0, col ragionamento usato per la M del (n.° 11) si 
troverà dover la medesima esser sempre nulla, e però la do- 
mandata condizione sarà la (h) e ponendovi per ie r,"7,° ec. 
i loro valori diverrà (2.*-+2.*+c) (2345) +(a°+5%+c,) 
2(3 45 1) + (as+b;*+-c;°) Z(45 19) +(a/+2+c) 2(9123)+ 
+ (a*+5*+-c;*) X(1234)=o Equazione simmetrica di 360 
termini, cadauna delle X essendo di 24 termini (n.° 18). 

23.° Se or vogliasi l’ Equazione della sfera la cui super- 
ficie passa pei primi quattro punti, si risguarderanno varia- 
bili le coordinate 4; 3; c, del 5° punto, e ad esse si sosti- 
tuiranno le x, y, z, nella precedente Equazione, che sì 
può anche scrivere 


Memoria ‘peL sic. Pror. AnTONIO AraLpi 135 
(a +b*+-c)Z(1234)+ 
+r(Sa bc +-Sab:c+Sa,bsc,+-Sa,bxcs) + 
+r(Sa,b,c+-Sab,c,+-Sa;b,cx+-Saxb,c,) =0 
+r°(Sa,b,c-+Sa bxc,+-Sa b,cy+-S(a,b,cs)+- 
+r(Sab,c.+-Sa.b.cx+-Sa,bxcs+-Sa5b;c,) 
da cui, sviluppando le diverse somme e raccogliendo i ter- 
mini che moltiplicano le @, ds cs ossia le x y z si ricava 
I° Equazione richiesta 
(1) (2*+y°+2°) Z(1234) + 
+x(r.*Sb:(c—-c)+rSb(c—c)+rSb,.(c—-C2) +2 Sb,(C.—C3) 
+y(r'Sclaa)+r Sca a)+r8Sc(a a.) +7Sc.(a,—a;) = 
+2(r.*Sa:(b.—b)+rSa,(b,—b.)+-r:*Sa.(aya.)+rSa,(b,—-b3) 
(r.Sab,c+-raSabyc+-r3 Sa, bcx+r}Sa,b,c3) , 


la quale come si è dimostrato al n.° precedente, viene sod- 
disfatta se per le x y 2 pongansi le coordinate di qualun- 
que dei punti dati. 

24.° Nella soluzione precedente non essendo stata richia- 
mata la definizione della superficie sferica, qui pure, con- 
forme al n.° 12, a confermare gli ottenuti risultamenti e 
l’ esattezza del processo che si è seguito, ricorderemo che 
1’ Equazione di una superficie sferica di raggio A e col cen- 


tro nel punto [a 8 y] si sa essere 

(xa) +(y—6)+(z—y)°=A* ossia 
c'+y'+2°—20r—208y—2372+0°+8"+y°—R*=o che confrontata 
colla (1) somministra le 


___  reSb(c.—c)+rSb:(c—c.) + rs Sb.(cy—-c.) + 7 Sb,(c—-C3) 
2 2(1234) 


136 Saccio DI ANALISI GromeTRICA 
cu rSc(a, a) +r*Sc(aa)+réSc(a a) +rfSc(a,—a4;) 
2 X(1234) 


n raSa:(b,—b) +r?Sa(b,—b.)+r}Sa(bb,)+r}Sa,(b,—b) 
17 2 X(1234) 


“ _Pr—-_ (r a Sab,c+r *Sa,b,c ter sSa,b,c,+r Sab.) 
G4-8°-+-y°— R°= bel 117°: 


dalla quale 


R— V A°+-B°-+-y °+-( r e) azb,c 4 er. = Sab,c,+T. Sa bc. Sa, b,c:) 
2(1234) | 


e però l’ Equazione (I) appartiene realmente ad una super- 
ficie sferica che passa pei quattro punti dati, e della quale 
si sono determinati i valori dei quattro parametri a, 8, y, È 
che hanno tutti il divisore X( 234), perchè devono riuscire 
infiniti quando sia Z(1234)=-0, ed i quattro punti dati si 
trovino in un medesimo piano, nel quale trasformasi la 
superficie sferica. 


ERRATA CORRIGE 
PER LA MEMORIA SUL CALCOLO APPROSSIMATO DEGLI INTEGRALI DEFINITI 


-—— _—=n2000cm——_——__ 
Pagina Linea Errori Correzioni 
67 24 tali lati 
68 14 a° 3° 
70 91 V'_, V'_, 
72 8 Mu(n—1)... I "a" Mn(n—1).... 1.2"x" 
« LI p=i p=—} 
7 5) J y—a= E, y"a= ) 
a 7 Z=n M ST '5 Zi Mz: z 
79 4 Ya) y".) 
È 6 Yu) vc 
80 5 MP vip 
83 6 Sf © dx _ J ° da _ 
co 149 IX Gr 
89 29 (1° —9a°) (x*—ga?)" 


MEMORIE 


DELLA SEZIONE DI LETTERE 


cile = —_m» 
70 —_——r G 


ELOGIO 
DEL CAV. AB. GIAMBATTISTA VENTURI 


LETTO 
DAL SIG. PROFESSORE ALESSANDRO PUGLIA (*) 


nelle adunanze del 19 Febbrajo e 2A Marzo 1859 


— ——.o@—_ 


N ella contemplazione della natura, del pari che nell’ eser- 
cizio della ragione, l’intelletto dell’uomo desideroso di farsi 
sapiente, o pone a segno de’ proprii studii quelle cognizioni 
che acquistate ne’ secoli formano già il dovizioso retaggio 
dell’ umano sapere, o tenta invece di spingersi nel mondo 
indefinito di quelle che non per anco da chicchessia rav- 
visate può egli colla perspicacia del genio nutrire speranza 
di primamente scuoprire. Posto di fronte a quella miste- 
riosa catena che raffigura quanto Iddio concede di sua sa- 


(*) Questo Elogio fu recitato dall'A. nella chiesa di S. Carlo il a gennaio 1849 
per l’ inaugurazione degli Studii Universitarii di quell’ anno scolastico, e quindi 
consegnato alla R. Accademia dopo datane lettura nelle due Adunanze della Sezione 
di Lettere 19 febbrajo e ar marzo 1859. — L’ elogio fa compilato nella massima 
parte sopra la biografia del Venturi pubblicata dal ch. Prof. Giovanni de’ Brignoli 
nelle Notizie biografiche e letterarie in continuazione della Biblioteca Modenese del 
Cav. Ab. Girolamo Tiraboschi, stampate in Reggio da Torreggiani e C. nel 1833. 
( V. Tom. III. e seg.): e l’A. crede opportuno di qui dichiarare di non aver pre- 
sentate in esso Elogio se non se le cose principali che sì leggono in quell’ eccellente 
biografia, distribuite soltanto con quell’ ordine ed esposte con quella maniera di 
dicitura e di stile che meglio ha creduto confarsi alla declamazione di un discorso 
inaugurale nell’ accennata occasione. 


4 ELocio peL Cav. As. Grampattista VENTURI 


pienza alla sapienza dell’ uomo, ha questi 1’ arbitrio e la 
facoltà di trascorrere lunghesso la catena medesima e di 
considerarne alcune delle moltissime anella; e un’ inquietu- 
dine perpetua e un’ implacabile curiosità ne agita ardente- 
mente lo spirito indagatore, nello scopo o di dar ordine e 
luce a quanto nelle tradizioni dei tempi che furono rimase 
errore oscurità confusione, o di precorrer l’ opera de’ tempi 
avvenire e stender oltre la cerchia delle mentali conquiste 
sino al più lontano confine cui sia concesso raggiugnere. 
Se non che in cosiffatta intellettuale escursione, le tendenze 
varie e come i varil istinti delle singole menti, le proporzioni 
delle differenti capacità colla diversa ampiezza degli oggetti 
fatti scopo alle studiose meditazioni, non meno che la mi- 
surata potenza del più degl’ ingegni che mal consente il 
cimentarsi più che ad uno od a pochi de’ tanti subietti di 
studio, leggi e cagioni addivengono che ai modi d° azione 
dell’ intelletto danno peculiare norma e governo, e rite- 
nendoli entro circoscritti cancelli non permettono il pos- 
sesso dell’ immensità del sapere se non che sotto speciali, e 
limitatissimi aspetti. Egli è perciò, che i sapienti del mondo 
veggiamo di necessità separarsi e distribuirsi in altrettante 
classi o famiglie distinte, e sorgere o l’ erudito e lo storico 
che il tesoro delle cumulate cognizioni consegna al fedele 
deposito della memoria, o il filosofo che quelle assoggetta 
alla severa disamina della ragione, o il poeta e l’artista 
che le trasporta inspirato ne’ fantastici regni dell’ immagi- 
zione e del bello. 

Sebbene però simili ripartizioni s’ avverino nella moltitu- 
dine degl’ ingegni, tali ve n° hanno sì eminenti e sublimi 
che per sorprendente universalità d’ attitudini d’ ogni freno 
e d’ ogni legge si mostrano disdegnosi, e ponendosi alacré- 
mente al cospetto di quanto per l’uomo avvi di scibile, 
come vittoriosi conquistatori cui nulla resiste, scorrono per 
ogni estremo, d° ogni regno 8° insignoriscono, e s° accostano 
quant’ è più possibile a quella sapienza infinita, che parve 


Det sic. Pror. ALessanpro Puctia 5 


quasi volerli formati di migliore sostanza, e improntati d’orma 
più vasta dello spirito suo creatore. Sono scogli eccelsi nella 
immensità del mare, che levano il capo a dominar latamente 
tutto quanto sta sopra .all’ imo abisso ove siedono; sono 
altissimi monti, che mentre giace la valle nebbiosa ancora 
ed oscura guardano arditamente nel sole che ne indora 
dall’ oriente le cime. — La storia dello spirito umano ben 
rari esempii ci porge d’ uomini cotanto privilegiati, ai quali 
se la generazione in cui vivono plaude attonita e riverente, 
non può certamente la posterità, sinchè durino i secoli, 
negar solenni tributi di gratitudine e di commendazione 
onorevole. 

Io qui vengo, o Signori, alla veneranda vostra presenza 
col giubilo nell’ animo e coll’ ansia d’ un fervido desiderio, 
poichè uno di codesti sommi uomini scorgo appartenere ai 
fasti gloriosi della nostra storia patria, ed essere non pur 
mio concittadino quanto ascritto già a questo illustre con- 
sesso che voi sì degnamente onorate: ed io ben vorrei posse- 
dere e larga vena di facondia e copia amplissima di dottrina, 
perchè facendone oggi soggetto d°’ encomio nella solenne 
inaugurazione de’ nostri studii, Lui fregiasse colle più elo- 
quenti pompe del dire il guiderdone della lode. Giambattista 
Venturi è l’ uomo straordinario che m? accingo oggi a offe- 
rire ai dottissimi vostri sguardi, l’ uomo straordinario che 
tutto quasi lo scibile umano comprese nella sfera immensa 
dell’ incomparabil suo genio, l’ uomo del quale tutta intera 
e continua la vita fu grande e ammirando prodigio di uni- 
versale sapienza. Sebbene mi disconforti per una parte la 
grandezza dell’ arduo subietto cimentata alla misura delle 
frali mie forze e per l’ altra m° angustii il pensiero di par- 
lare di scienza dinnanzi a Voi nelle scienze profondissimi, 
il valore tuttavia delle cose che, preso soltanto il modesto 
ufficio di storico, mì propongo ora d° esporvi, e la cortesia 
gentile degli animi vostri mi danno lena ad assumermi il’ 
grave incarico agli omeri e a presentarmi non timido al 


6 Etocio peL Cav. As. Grampattista VENTURI 


vostro cospetto. Alzisi or dunque la tela, e stia dinnanzi 
a voi la magnificenza del quadro spettacoloso: poche im- 
magini soltanto di esso vi colpiranno, io credo, d° altissima 
meraviglia, quand’ anche non ve ne siano disegnati mae- 
strevolmente i contorni e disposte e distribuite le tinte con 
valoroso pennello. 

Giambattista Venturi sortì i suoi natali I° anno 1746 in 
Bibbiano, pingue borgata del Reggiano territorio; e i geni- 
tori suoi d’onesta e civil condizione volendolo allevato agli 
studii, l’ educazion ne affidarono al Seminario di Reggio, 
ove Bonaventura Corti leggeva Filosofia e Matematica ele- 
mentare, ed insegnava la Fisica quel prestantissimo ingegno 
di Lazzaro Spallanzani. Se i ragguagli del vivere fanciul- 
lesco e delle giovanili primizie della mente entrano sostan- 
zialmente nella storia degli uomini volgari, devono trascurarsi 
in que’ grandi la storia de’ quali intrinsecamente 8° intreccia 
con quella dei progressi dello spirito umano: io tacerò quindi 
e la prodigiosa memoria, e il pronto e vivace intelletto, e 
la felice attitudine ad ogni maniera di studii addimostrata 
dal giovinetto Venturi, sotto la scorta e l’ esempio di quei 
grandissimi, ne’ quali ogni giorno vieppiù cresceva colla 
sorpresa de’ rapidi apprendimenti la gioja d’ averli in quel 
docile animo sagacemente insinuati. S° avvidero essi ben 
presto di spargere i semi d’ ogni nobile disciplina a germo- 
glio di messe ubertosa in assai ferace terreno, e sin dall’ au- 
rora di quella vita scientifica rifulse agli occhi loro non già 
il barlume di uno smorto crepuscolo, ma la viva luce di 
uno splendentissimo sole. E bene al vero s’ apposero que’ va- 
lentissimi, poichè l’allievo loro, emulo della Fenice degl’in- 
gegni per esperimenti di straordinaria memoria, (1) sostenitore 
di tesi filosofiche poco più che bilustre, sapiente a vent’anni 
della divina fra le scienze la Teologia e propugnatore nel 


(1) In età di undici anni, ancora scolaro di Filosofia, diè saggio di memoria 
prodigiosa, ripetendo alla distesa una predica intesa a declamare una volta sola. 


Det sic. Pror. ALEssanDRo PucLia 7 


pubblico d° alcuni augusti suoi dommi, (2) non sì tosto innal- 
zato al Sacerdozio che campion valoroso per robusta elo- 
quenza dal pergamo, (3) venne prestamente trascelto da ono- 
revole invito a cangiare lo scanno del discepolo nella cattedra 
del precettore, e per suffragio d’ autorevoli giudici fatto 
compagno ai maestri, maestro ai compagni, si rese ben pre- 
sto non meno il vanto che l’ammirazione di tutti. — Se 
non che, l’insegnamento delle Grammatiche che prima ebbe 
nell’ Istituto medesimo che 1’ educò, sembra gli si affidasse 
piuttosto per non istaccarlo da quel luogo, ove porgeva di 
se tante speranze ed aspettative, che pel proposito di con-. 
sacrarlo per lungo volger di tempo ad officio sì angusto 
alle sue vigorose attitudini. E valga il vero, non andò guari 
un solo anno, che pel richiamo dello Spallanzani alla cat- 
tedra di Fisica in Modena e per la sostituzione a questo 
del Corti nel Reggiano Seminario, (4) incontanente la Metafi- 
sica e la Geometria gli furono date a professare, testimonio 
d’ onore ben dovuto a quel mirabile ingegno, che in verde 
giovinezza precocemente maturo, dispiegava già profondis- 
simo senno nelle speculazioni severe della Filosofia. 

Erano le scuole de’ filosofanti offuscate ancora a que’ giorni 
dalle nebbie del Peripato, e strette per l’ arroganza de’ so- 
fisti fra le sottili cavillazioni del sillogismo, servilmente 
inceppavano l’ insegnamento e lo ricingevano d’ incertezze 
e di errori. Nè le dottrine avverse all’ idolatria Aristotelica 
eran valse a trionfo di essa se non se nelle menti di pochi 
uomini intelligenti ed ardimentosi, cui meglio che l’ autorità 


(2) Nel 1766 sostenne per due giorni consecutivi un pubblico saggio di Teolo- 
gia intorno al trattato De Incarnatione con molta bravura e senza assistente. 

(3) Furono recitati dal Venturi varii discorsi dal pulpito nei primi anni della 
sua carriera Ecclesiastica, Sono citati dal Biografo di lui, specialmente — Il Pane- 
girico della B. Giovanna Scopelli Reggiana, 1772. = Il Discorso per la processione 
del Giovedì Santo in Reggio, 1773. = Il Panegirico in onore di S. Luigi Gonzaga 
recitato in Bibbiano. 

(4) Ciò avvenne nel 1769. 


8 ELocio DEL Cav. As. GiamBaTTISTA VENTURI 


la ragione era legge, cui premea vendicare a questa il di- 
ritto di sbandire que’ metodi tenebrosi che 1’ umana intel- 
ligenza straziavano come nel letto durissimo di Procuste. 
Scorto da questo santo principio, fu tra primi presso noi 
il Venturi ad espugnare il baluardo dell’ ignoranza de’ tempi, 
e fulminando dal cattedratico seggio e proclamando nel pub- 
blico l’anatema al disputare Peripatetico nello studio della 
Filosofia, concorse sin dai primi suoi anni ad operare con 
provvido benefizio la rigenerazione dello scolastico insegna- 
mento. Sicchè per l’ importanza non meno degli argomenti 
da lui scelti a trattare, che per la felice applicazione del 
nuovo metodo, ei venne bentosto in fama di grande meta- 
fisico e di profondo ideologista; e sia che ragionasse intorno 
all’ origine delle umane cognizioni e alle gradazioni e agli 
oggetti di esse, sia che investigasse e definisse il magistero 
onde le sensazioni si effettuano, sia che sul misterioso argo- 
mento s’ intertenesse dello spirito dei bruti, (5) il giudizio 
autorevol del pubblico il proclamò degno di più grandiosa 
palestra, ove gli potessero crescere pari all’ altezza del me- 
rito le onorificenze e le glorie dell’ avvenire. 

Nè un tanto voto fu vano, nè andò minore del desiderio 
il successo. Quest’ inclito Archiginnasio dalla regale muni- 
ficenza di Francesco III consecrato alla maestà delle scienze, 
ansioso e sollecito chiamò nel suo seno il Venturi, presago 
di fare più splendida e decorosa per la luce di questa gio- 
vin sapienza la fama di quel consesso, cui già 8’ inchinava 
riverente l’ Europa. Come aquila generosa che dall’ altissima 
rupe slanciasi a volo per le campagne del cielo, così l’ in- 
gegno potente del Venturi si solleva dal suo nido novello, 
e dispiegando ala immensa poggia a sublimi fastigi ed ac- 


(5) De hominis cognitione: disputatio publica. Mutinae 1779. — De sensu ho- 
minis: thaeses. Mutinae 1774. — La dissertazione e le tesi furono scritte dal Ven- 
turi, e disputate in Reggio in pubbliche difese dai Seminaristi Alessandro Pasini 
di Parma e G. Battista Pavesi di Reggio, e procurarono molta fama al loro Autore. 


Det sic. Pror. ALessanpro PucLia 9 


cenna con inusitati ardimenti alla sua futura grandezza. 
Precettore all’ Università ed al Collegio della patrizia gio- 
ventù Modenese nella Metafisica e nelle Matematiche ele- 
mentari, occupa egli poco appresso la Cattedra eziandio 
della Fisica generale (6); assolve per quattro lustri il gravoso 
triplice ufficio col profonder tesori di peregrina sapienza, e 
ponendo animo e lena ai rami pressocchè tutti delle scienze 
filosofiche, queste com?’ è ‘qualità de’ massimi intelletti a 
grandiosi avanzamenti promove, e quali da errori ripurga, 
quali di dottrine arricchisce, quali allarga per novità di 
trovati, in tutte ponendo l’ordine e l’eleganza, la nitidezza, 
la lucidità, lo splendore. Feconda nella Metafisica gli sterili 
semi dell’ Ideologia e dell’ analisi; crea nella Geometria nuove 
dimostrazioni e fonda nuovi teoremi; aumenta e perfeziona 
la Dinamica, l’ Ottica, l’Idraulica; grande egualmente se 
calcolando il cadere de’ gravi piglia le mosse là dove arre- 
stavasi il gran passo del Galileo, o se contemplando i mira- 
coli della luce più addentro spinge lo sguardo che quel 
divino di Newton, o se più intrepido del sommo legislatore 
delle acque, il Castelli, affronta lo studio di quell’ ardua 
scienza per cui può l’uomo frenare l’indomito corno de’fiumi 
devastatori. 

Stiano a testimonianza solenne di quanto affermo alcune 
fra le produzioni sue che in quel lasso di tempo ebb’ egli 
a far conoscere al pubblico, sebbene sotto l’ umile sembianza 
di articoletti consegnati ai giornali, di commenti, di prefa- 
zioni a tesi scolastiche disputate da qualche egregio disce- 
polo, o d° altre minori opericciuole, di scarsa mole bensì 
ma di gigantesco valore. Egli è in queste diffatti che si 
trovano chiamati a rigoroso scrutinio alcuni elevati conce- 
pimenti di distintissimi ingegni, d’un Frisi, d’ un Boscowich, 
d’ un Lagrange, e vi si leggono appuntati d° insufficienza e 


(6) Chiamato il Venturi all’ Università di Modena nel 1774 vi professò tosto la 
Metafisica e le Matematiche elementari, indi nel 1776 la Fisica generale. 


Tom. IIL II 


10 ELocio peL Cav. As. GiramBAaTTISTA VENTURI 


d’ errore e quindi perfezionati e corretti; egli è in queste 
che compiesi il felice divisamento di togliere dalla Geome- 
tria le dimostrazioni per la via dell’ assurdo e che sì addi- 
tano due ingegnosi artifizii a conseguire l’ utilissimo scopo; 
egli è in queste che la difficoltà incontrata mai sempre 
dall’ Euclide fino al D° Alembert intorno all’assegnare la più 
scientifica definizione delle linee parallele vedesi con sa- 
gace maestria geometrica felicemente superata (7). — E quante 
prove non ci porgono quelle stesse primizie scientifiche della 
suprema eccellenza del Venturi nelle applicazioni matemati- 
che agli studii della Fisica generale e della Dinamica ? 
S’ erano arrestati il Galileo ed il Bernoulli alla dimostrazione 
della più veloce discesa dei gravi per l’arco di circolo che 
pei lati. del poligono inscritto o per gli archi della ci- 
cloide; e il Venturi procedeva più oltre e dimostrava con 
maggiore larghezza farsi più presta la discesa per l’ arco 
minore del quarto di circolo che per altra curva qualsiasi. 
Aveano calcolato l’ Ugerio e I’ Eulero i tempi delle oscilla- 
zioni per archi infinitesimi di circolo e di cicloide comba- 
cianti nel vertice e li aveano determinati mediante proce- 
dimenti artificiosi di serie analitiche; e il Venturi avvisava 
le fallacie di cotali artifizii, e le emendava coll’ evidenza 
del calcolo. L’ acutissimo genio di Newton avea dimostrati 
i movimenti rettilinei al centro, nella ipotesi delle gravità 
accelerate , inversamente proporzionali ai quadrati delle di-- 
stanze, giovandosi all’ uopo de’ movimenti curvilinei e del 
soccorso dell’Algebra; e il Venturi scendendo in campo con 
maggior acume di mente e minor sussidio di mezzi, e rive- 
lando non essere sostenuti da prove abbastanza valide i 
teoremi di quell’ insigne, con semplici formole geometriche 
determinava le leggi delle velocità e dei tempi. Chiariva 


(7) Teoremi di Geometria piana e solida; ed intorno alle Sezioni coniche. — 
Modena 1780. — Proposizioni di Geometria piana scelte ad accademica esercita- 
zione. — Modena 1784. 


Der sic. Pror. ALessannro Puctia 11 


con elegante teorema le teoriche del Galileo intorno al moto 
composto di uniforme e di accelerato, e mostrava come un 
corpo animato da cotal movimento giunga per la curva della 
parabola al punto medesimo cuì giugnerebbe per la retta 
diagonale, ove fosse sollecitato da forze uniformi. Per via 
di sola sintesi e indipendentemente dal problema diretto 
risolveva il problema inverso delle forze centripete che il 
Newton, il Bernoulli, e gli altri tutti dappoi aveano sciolto 
per via d’ illazione e d’analisi; scopriva una regola sempli- 
cissima e nuova e generale di Balistica, meravigliosa dopo 
i lavori del Simpsom, e senza il soccorso delle Sezioni co- 
niche ne costruiva con chiarezza mirabile il teorema fonda- 
mentale. Così l’ opinione della più parte dei fisici rettificava 
intorno alla doppia projezione di due corpi che a vicenda 
s° attraggono, insegnando non esser quella necessaria perchè 
ambi si muovano per curve simili intorno al centro comu- 
ne; così risolveva le objezioni armate dal Castel contro il 
Newton intorno al moto dei pianeti, proponendo un suo 
metodo tutto d’ elementare Geonietria a rincontro dei cal- 
‘coli superiori invocati dal Mac-Laurin, dal Sigorgne, dal 
Boschowich; così infine conchiudeva sull’ equipolleriza delle 
potenze cogli elementi soli geometrici, surrogati alle aspre 
e spinose prove che il Bernoulli e il Riccati, il D’ Alembert 
e il Foncenex aveano costruite sulle formole algebriche e 
sul calcolo logaritmico e differenziale (8). 

Se l’ elogio degli uomini devoti alle scienze sta princi- 
palmente nel far conoscere in quale stato essi trovarono le 
cognizioni degli scienziati, che li precedettero, di quanto 
le fecero progredire e con quanti e quali emuli si trovarono a 
fronte e rivaleggiarono, io ho ben donde assai compiacermi 
di riconoscere e di poter dimostrare come spetti al Venturi 


(8) De motu corporum ex gravitate. — Mutinae 1781. — Libretto scritto nell’ oc- 
casione d' una pubblica difesa di Fisica generale sostenuta dal Candidato D. Ago- 
stino Doria Genovese. — Theoremata ad rem Physicam spectantia. — Mutinae 1781. 


12 ELocio peL Cav. AB. Giamparttista VENTURI 


sin da questo primo stadio della sua carriera scientifica 
incontestabil diritto all’ encomio il più liberale e il più 
grande. Si tratta, o Signori, di un magnifico apparato di 
scienza matematica che può sfidare con orgoglio ogni più 
luminoso confronto; si tratta di una messe lussureggiante 
raccolta in un campo, dove per le assidue fatiche di tanti 
sommi, parea non pure frustraneo ma temerario l’ osare di 
porre il piede e la mano da chicchessia. E ben merita plauso ‘ 
e corona quell’ atleta valoroso che scende in arena e tenta 
la prova delle poderose sue forze, quando cedono innanzi 
ad esso quei massi enormi, che non pria superati sembrava 
giacer dovessero immobili e stare in perpetuo, a fronte 
d’ ogni più gagliardo umano ardimento. 

Che se furono per tutto ciò luminosamente palesi gli 
avanzamenti operati dal Venturi nelle più elementari disci- 
pline matematico-fisiche, non lo furono meno, a lode del 
vero e di lui, quelli che seppe parallelamente arrecare nelle 
scienze fisiche sperimentali, Volgete l’ occhio, o Signori, al 
Gabinetto di macchine che in queste celebri scuole apresi 
agli studiosi, e conoscerete come il Venturi debba aversi 
l’ iniziatore primiero della storia materiale della scienza; e 
saprete come il meschino appannaggio di stromenti che la 
rendea rozza e bambina nelle mani del Troili e del Moreni, 
da lui fosse, a farla adulta e fiorente, con eletta suppellettile 
sapiéntemente cresciuto. Interrogate altre operette, comun- 
que lievi e modeste; e vi ammirerete copia di cognizioni 
nuove e preziose, vastità di materie che più spicca in ra- 
gione alla piccolezza del campo ov’è trattata, scienza ingi- 
gantita per novità di fatti e di dottrinamenti, avvegnacchè 
tolta di mano a’suoi più segnalati campioni. Di che vi farà 
fede e ragione ad oltranza una semplice prefazione per tesi 
accademiche nella quale trattò il. Venturi dell’ elettricità 
naturale, e dove vi sarà non meno agevole che sorprendente 
lo scorgere quanta luce abbia egli sparsa nel bujo dell’ ar- 
gomento, quante analogie discoperte e rivelate, quante novità 


Der sic. Paor. Aressanpro PucLia 13 
anticipate alle mature ricerche della posterità (9). Fe cenno 
in quella delle pietre ceraunie e le dimostrò formate dal 
folgore non altrove che nel luogo medesimo ove si trovano, 
parlò dei turbini, delle trombe di mare, degli uragani, e sì 
complicati argomenti di meteorologia svolse con maestrevol 
perizia, parlò della morte prodotta da fulminazione e ne ripose 
la vera cagione nelle annientate azioni del nerveo sistema, 
non già nell’abolizione diretta delle musculari potenze, come 
avea opinato il Fontana. Il fuoco di Sant' Elmo e le fiamme 
così chiamate lambenti disse appartenere all’ elettrico atmo- 
sferico, sostenne prodotti dall’elettrico che sì elice per lo stro- 
picciamento e pel calore i fenomeni del fosforo Bernoulliano, 
de’ topazii e delle tormaline, all’ elettrico infine che si ec- 
cita negli stami organici dalle forze della vita attribuì lo 
scuotimento onde l’irata torpedine tramortisce 1’ avida mano 
del marin pescatore. E s’ egli procede sicuro nell’ inter- 
pretazione de’ fatti allorchè l’ esperienza l’ osservazione ed 
il raziocinio gli prestano guida ed appoggio, altrettanto si 
tiene cautamente nel dubbio quando simili mezzi gli man- 
cano e lo abbandonano ; ond’ è che non ardisce asserire se 
siano a ripetersi da naturale elettricità, o lo sfarzoso spet- 
tacolo delle aurore boreali, o.il terribile onde Iddio crolla 
talvolta dai cardini la terra, o il bizzarro e sì temuto dal 
volgo superstizioso, delle stelle cadenti. — Invece, l’ in- 
duzione ha ella forza bastevole per avviare il genio al 
presentimento di verità future? Ed egli precorre con me- 
moranda parola, d° oltre a un mezzo secolo, le insigni sco- 
perte dell’ Oérsted e dell’Ampère, e proclama 04 essere il 
magnetismo una specie ed il genere di lui l’ elettricismo, od 
operare g@lmeno con le medesime regole le secrete cagioni pro- 
duttrici di tali maraviglie. — 


(9) Dell’ Elettricità naturale. — Modena 1779. — Opuscolo pubblicato in oc- 
casione di pubblica difesa di Fisica particolare sostenuta dal Convittore Conte Gio- 
vanni Guarini da Forlì. 


14  EtLocio per Cav. As. GramBattista VENTURI 

Che simili saggi d’ insigne valore nelle fisiche scienze 
comprovino una mente vastissima atta non tanto ad abbrac- 
ciarle e comprenderle quanto a perfezionarle ed accrescerle 
nella loro universalità, credo, ascoltatori egregi, non esser 
d’ uopo ch’ io ve lo dica a questo luogo, e penso ferma- 
mente debba risultarvene facile e dirò anzi necessario per 
sola ed intima convinzione vostra il giudizio. Ma di grazia, 
ad integrare un adequato concetto della valentia del Venturi 
nelle fisiche discipline attendete ancora che io ve ne porga 
altre prove, le quali a me certo non mancano convincen- 
tissime e sfolgoranti. 

Fra i campi più coltivati della Fisica negli ultimi anni 
dell’ andato secolo, niun dubbio che non debbasi conside- 
rare quello dell’ Ottica, dove il genio immenso di Newton 
avea raccolte le palme le più gloriose, e dove Iride discesa 
dal cielo aveagli fatto il docile dono della settemplice sua 
corona. Nel contento e quasi nell’ ebbrezza dell’ animo per 
le felici intraprese e per una scienza quasi tutta di nuovo 
da lui solamente creata, avea Newton attribuiti i colori per- 
manenti de’ corpi alle lamine sottili di che tutti sono pri- 
mordialmente composti, e negli accessi di facile e difficile 
trasmissione, mercè dei quali interpretava le apparenze stu- 
pende del notissimo suo sperimento, avea riposta l’unica e 
generale ragione del multiforme coloramento de?’ corpi tutti 
della natura. Paga della ragione vera d° un fatto speciale, 
avea pur essa quell’ insigne sapienza incontrato il destino 
delle menti mediocri, quello cioè dello spingere fuor di re- 
gola un principio all’ universalità, e dell’ arrestarsi come ad 
ultimo termine là dove il sentiero diramavasi ancora in avvol- 
gimenti ulteriori. L° autorità del grand’uomo aveva imposto 
ai dotti il silenzio: essi adoravan sull’ adito i reconditi pe- 
netrali, e riputavano il tentativo d° invaderli quale temera- 
ria e sacrilega profanazione. Pur tra le file del valoroso 
drappello, havvi chi pensa e sente non doversi nelle scienze 
piegare all’ antocrazia del pensiero, havvi chi ben s’ avvede 


Det sic. Pror. ALessanpro PucLia 15 
come nella Fisica della luce trattata dal sommo ottico In- 
glese, tutto ancora non sia compiuto e perfetto, come molti 
siano gli errori a correggere, non poche le verità nuove a 
disvelare e ad aggiugnere. E questi, o Signori, è l’ esimio 
nostro Venturi, il quale muove perciò risoluto ed intrepido 
ad esplorar col suo genio il non ancor tentato cammino, 
s° accinge ad aprir nuove vie, a superare i passati e i con- 
temporanei, a limitare le pretensioni ai futuri. 

Contrasta al Newton l’ esclusiva teorica generale sulla 
colorazione de’ corpi, niega al Du-tour che quella eziandio 
dovuta alle lamine sottili obbedisca alle leggi della prisma- 
tica rifrazione, avanza il Grimaldi, il Comparetti, il Brou- 
gham, il Boscowich nei fatti e nelle dottrine che alla dif- 
frazione si riferiscono; e data mano all’ arme fortissima 
dell’ esperienza, costringe la luce a passare un per uno i 
raggi puri primitivi attraverso a sostanze trasparenti colo- 
rate, e indaga così se altra ragione apparisca che al colo- 
rarsi de’ corpi dia più completo e plausibile spiegamento. 
Più che trenta sostanze, costituite ciascuna in cinque di- 
versi stati di densità, ad arguto e paziente esperimento as- 
soggetta, e con arte veramente mirabile perviene infine a 
scoprire come non altrimenti semplice ma sibbene quadru- 
plice sia la fonte d’onde i corpi traggono dal sen della 
luce e contemperano |’ infinita varietà dei loro colori e come 
anzi più generale fra tutte sia quella per esso lui avvisata, 
e sfuggita ai circospetti idolatri degli oracoli Newtoniani. 
Insegna ingenerarsi i colori; o perchè emergono dalla luce 
rifratta colle leggi note del prisma, siccome quelli onde 
allegraci l’ arco-baleno, e quei che raggiano e brillano dalle 
gemme preziose ripercossi o trasmessi; o perchè amico in- 
vito o nemica ripulsa ciascuno di essi distintamente riceve 
nel fascio luminoso dalle minime sporgenti particelle che 
dalle superficie dei corpi o il chiamano o il rimandano per 
diffrazione da tutti gli altri diviso, siccome quelli che di 
vago cangiante le penne adornano degli uccelli e fanno 


16 ELocio peL Cav. As. GiampattiIstA VENTURI 


stupendo nel cielo lo spettacolo degli aloni; o perchè men- 
tre per sottili velamenti alcuni hanno libero accesso, altri 
intaminati ed integri retrocedono, siccome quelli che fanno 
azzurra bellamente l’ aria e roseo l’ apparir dell’ aurora ; od 
infine perchè scelti alcuni a passar oltre o ad indietreggiare 
dalla faccia de’ corpi, gli altri tutti s° annientano per entro 
la sostanza di quelli, come appunto i colori innumerabili 
onde i corpi quasi tutti s° ammantano, d’ onde tragge la 
man dell’ artista gl’ incanti miracolosi della pittura. Nè qui 
s’ arresta nell’ esperienza e nel ragionamento, poichè e le 
‘cagioni indaga e le leggi redige in virtù delle quali quest’ul. 
timo modo di colorazione intravviene, e spinge nell’ opera 
la precisione sino ad avere dalle sue trasmissioni più pura 
la separazione dei colori primitivi di quanto coll’ ajuto del 
prisma, per la meschianza de’ colori finitimi, potè ottenere 
il Britanno sperimentatore. Più oltre s’ avanza ancora, e 
negando all’ Eu/ero 1’ acromatismo dell’ occhio, e componendo 
le controversie fra il Newton e il Castel sulla formazione 
del bianco e del nero, passa a svolgere la dottrina de’ colori 
immaginarii, di que’ colori cioè che sulla retina percossa da 
gagliarda luce perduran nel bujo e si trasformano successi» 
vamente di specie; e qui pure non men valente si dà a vedere 
nel fisico magistero che versato e sicuro nel fisiologico razio- 
cinio. E colpito dalla meravigliosa armonia onde i colori tutti 
fra loro consentono, armonia che forma ed anima la vera este- 
tica della luce, coll’ enfasi dell’ispirato filosofo che i rapporti 
remoti delle cose da lungi scorge e ravvicina e connette, le 
leggi di quell’armonia con quelle confronta da Rameau tro- 
vate pei suoni, e a quelle allarga ed estende che nell’ animo 
umano alle sensazioni imperano e alle azioni persino dell’ in- 
telletto, e fan che sorga da quanto esiste e vive e pensa 
nell’ universo l’ inno solenne di osanna al Creatore (10). 


(10) Indagine fisica sui colori. — Quest’ opera fu stampata in Modena nel Tom. III 
delle Memorie della Società Italiana delle Scienze, Y anno 1799, e ristampata con 


Der sic. Pror. ALessanpROo Puccia 17 


Io penso, uditori coltissimi, e meco il penserete voi pure, 
che a perpetuare la rinomanza di un uomo di scienze la sola 
Indagine fisica sui colori basterebbe, di che l’esimio Venturi 
fe’ prezioso dono all’ Italia. Se gli avanzamenti alle scienze 
recati dall’ arte e col metodo dello sperimento nella posterità 
perpetuamente resistono alle vicende del tempo ed agli urti 
dell’opinione, non potrà certo un tale destino fallire alle 
ricerche del nostro Fisico, il quale a quella scorta fedelmente 
s° attiene, con quella esplora industremente ogni via, e ciò che 
trova di proprio, e ciò che d’ altri riconferma o smentisce, 
tutto al crogiuolo cimenta di quella maestra infallibile nelle 
naturali investigazioni. E già intorno a produzione sì cospicua 
levò la fama ben alti clamori, cui echeggiarono voci d’ am- 
mirazione e d’ encomio per ogni parte, nè brevi o fugge- 
voli, ma stabili e durature, quali 8° addicono ai conquistatori 
di nuovi e pingui trofei nei regni vastissimi delle scienze. 
E glorioso in proposito il ricordare come all’ opera sullodata 
fosse largo di favorevol suffragio e del premio d°’ onore il 
venerando consesso dell’ Italiana Società delle scienze, ed è 
glorioso e dolce ad un tempo il sapere come in sì meritato 
guiderdone altra il precorse se più modesta non meno grande 
Accademia, che sotto i nobili auspicii del patriziato e d’ una 
decorosa opulenza fioriva in questa vostra patria con invi- 
diabile lustro a quei tempi. Vuo’ qui accènnare a quella 
privata Società accademica che instituiva ne’ domestici lari 
il munificentissimo Ministro Gherardo de’ Marchesi Rangoni, 
degno non men di presiedervi per elevatezza di nobiltà e 
di fortuna che di starvi maestro per virtù d’ ingegno e di 
cuore. Fu nel seno di questa privata Accademia che mano 
mano si svolsero le varie parti della scienza sperimentale 


aggiunte parimente in Modena, l’ anno 1801. — Riportò il premio della medaglia 
d’oro tanto dalla predetta Società, quanto dalla privata Accademia Rangone, nella 
quale ne avea l’A. lette in varie adunanze le parti principali. — V. le citate 
Notizie biografiche, Tom. III, pag. 195, 245 e seg. 


Tom. IL. III 


18. Etocio peL Cav. As. GramBattista VENTURI 
de’ colori, e non tanto al genio del fisico quanto a’ proteg- 
gimenti del Mecenate magnanimo debbesi il compimento 
felice d’ opera sì ammiranda. Tra primi Egli accolse e libe- 
ralmente protesse il Venturi, 11 quale a rincontro, assiduo 
a meritarne gl’ incoraggiamenti e la stima, gli fe’ ricambio 
di sì tenace riconoscenza, che per variar di vicende non 
mai venne meno, e cui ebbe orgoglio mai sempre di pro- 
fessare vivissima, con voce di pubbliche manifestazioni. 

Ma il benefico e previdente Ministro non appagavasi del 
solo premio dato privatamente. Ambiva Egli far sorgere dal 
favore del Principe e dal suffragio del pubblico altra più 
gloriosa onorificenza a premiare 1° uom benemerito della 
scienza e della patria, ben conscio che alloraquando la ri- 
compensa ha fondamento in così sacro diritto, non meno 
di colui che la riceve quegli altresì che la dona ha giusta 
ragione d° inorgoglirne. Nel desiderio quindi e nell’ esulta- 
zione universale s’ interpose e chiese ed ottenne, che ono- 
rati della meritata estimazione que?’sì rari talenti nel prò si 
volgessero della pubblica cosa: nè tarda seguì alle inchieste 
la grazia del volonteroso Regnante, che le gravi incombenze 
affidò al Venturi d° Ingegner dello Stato e di Matematico 
Ducale e di Verificatore alla Zecca delle monete (11). Nelle 
quali bisogne, poichè a me rimane il favellar di tant? altro, 
quant’ei rispondesse alle fiducie comuni, poche memorie sola- 
mente vel dicano, delle quali per altro basterebbe anche una 
sola sì a celebrare il pregio de’ compiuti officii, sì ad illu- 
strare il senno egregio di chi seppe valorosamente prestarli. 
Ve lo dicano le correnti impetuose di Panaro e di Secchia, 
sulle quali disegnò egli gittar ponti maestosi ed arditi, ve 
lo dicano e i prosciugati paduli di Campogalliano e di Fon- 
tana, e Cittanova liberata da malaugurate alluvioni coll’ im- 
missione de? fossati di Magreta nell’ alveo di Secchia, e la 


(11) Le patenti Ducali per le accennate nomine, datate il a Aprile 1787, furono 
comunicate al Venturi il giorno rr di detto mese. 


Det sic. Pror. ALessanpro PUGLIA 19 


città di Finale salvata dalle innondazioni del rovinoso Panaro 
mediante il canale nuovo aperto al mulino, e le composte 
calorose controversie sulle irrigazioni Castelnovesi (12), e il 
compilato Piano pel generale arginamento de’ nostri fiumi, e 
Modena stessa risanata dall’ aria impura e malefica mercè gli 
scoli dati alle acque che stagnanti le morivano d’ intorno. 
Ve lo dicano, la scienza immensa che gli fu guida in queste 
aride opere d’idraulica applicazione, le contrarietà cui vinse, 
i trionfi che riportò contro contumeliosi e pertinaci avversaril, 
la stima onde poi l’ onorarono gli avversarii medesimi che 
gli stesero riconoscente la mano e ne invocarono riverenti il 
consiglio (13), lo zelo ch’ ei pose indomito a fronte di sagri- 
ficii e disagi d’ ogni maniera, la franchezza infine e l’ inte- 
merata integrità del carattere tentato talvolta, ma invano, 
a pregiudizio di verità e di giustizia. Tutte queste vel di- 
cano, chè d’ altre convien ch’ io taccia, commendevolissime 
imprese, e fede facendo della prestanza di lui ne’ servigi 
pubblici vi rendan presaghi dell’ ampla celebrità che per 
Italia tutta e per estranie regioni rapidamente gliene pro- 
venne. E a testimonio vi chiamino l’inclito Senato dell’Adria 
che al suo cospetto ammettendolo giudice inappellabile d’ un 
piano sul regolamento del Brenta, proposto dall’ esimio Cav. 
Querini e con vigore contradetto dal celebre Cav. Lorgna, 
fu spettabil suggello alla superiorità di tant’ uomo fra le 
rinomanze più ragguardevoli dell’ Italiana nazione (14). 


(12) Pendente una calorosa quistione per diritti d’ acque fra il 2Yarchese Ghe- 
rardini di Verona e il Conte Greppi di Milano, possessori di vasti tenimenti a Ca- 
stelnovo di sotto nel territorio Reggiano, fu destinato il Venturi nel 1787 dal Tri- 
bunale a visitare i luoghi e a riferire in proposito, al che soddisfece egli con una 
Relazione sulle irrigazioni Castelnovesi che pubblicò in Modena nel 1788. A questa 
Relazione, contro cui furon mosse opposizioni acri e ingiuriose dai difensori del 
Conte Greppi, tenne dietro una Risposta categorica del Venturi, che pure fu pub- 
blicata in Modena nello stesso anno, in virtù della quale acquetati gli animi dei 
contendenti si conciliarono in un componimento amichevole. 

(13) Vedi la nota antecedente. 

(14) V. le citate Notizie biografiche, etc. Tom. I, Appendice I. — Lettere II 
e III, — pag. 292 e seg. 


20 ELocio peL Cav. As. GrampattIstA VENTURI 


Io vi avviserò solamente, o Signori, che un apparato di 
sì molteplice scienza, un campo sì sterminato che appena 
acume d°’ occhio il misura, ben lungi fu che bastasse al genio 
ed al voler del Venturi, il quale mentre nel quadrilustre 
ministerio di cattedratico in Modena procacciavasi per ogni 
dove la gloria di Matematico e di Fisico insigne, non restava 
d’ innoltrare per altre vie il passo intrepido e valoroso. E chi 
non ebbe a scorgerlo sin d° allora valentissimo nell’ eloquenza, 
nell’ erudizione, nella critica, nella storia! Salì per due volte 
su questo seggio che io premo; e le virtù celebrando di 
Lodovico Castelvetro e di Geminiano Montanari, non meno 
fu ammirato addentrarsi con filosofico acume a notomizzar la 
struttura onde s’ organizzan le lingue, di quel che plandito 
slanciandosi con eloquente parola a narrare le meraviglie 
dell'Astronomia negl’immensi spazii del cielo (15). Fe’ copia 
ubertosa all’ accuratissimo Lodovico Ricci delle tante ardue 
nozioni e di canali e di strade e di montagne e di fiumi che 
al compimento esigevansi dell’ Estense Corografia, ed imper- 
territo alle ingenti difficoltà che aspre ed imbarazzanti si 
affacciavano all’Autore di essa, con salda tesa di forze e con 
fastoso corredo di dottrine geografiche e naturali, a farla 
intera e perfetta sapientemente concorse (16). Trovò lasciate 
per morte incomplete dall’ inclito Tiraboschi le Memorie Sto- 
riche Modenesi, e non isbigottito alla vista d’ enorme farragine 
di schede inordinate insufficienti confuse, si diè solo, ognun 
ricusandosi, all’ opera laboriosa, e posto ordine e lega- 
mento alle sparse membra, e d’ illustrazioni cresciutele e 
di documenti, e adornatele d’ ogni fiore di scienze e di 


(15) L’ Elogio di Lodovico Castelvetro, recitato in Modena per l’ apertura degli 
Studii dell’ Università nel 1778 e l’ Elogio di Geminiano Montanari detto nel 1790 
per la circostanza medesima, si leggono nei Fasti letterarii Modenesi pubblicati in 
Modena nel 1821 per cura del Dott. Giovanni Generali, Vol. II, pag. 29 0 93. 

(16) Tutti gli articoli di Oreografia, Idrografia, Odografia, e Storia naturale che 
si leggono nella Corografia del Ricci stampata in Modena nel 1806 sono opera del 
Venturi. — V. le cit. Iotizie biografiche etc. — Tom. III, pag. 259. 


Der sic. Pror. ALessanpRo Puctia dI 


lettere, di storia e di filosofia, sciolse per la patria il tributo 
della gratitudine e diè ristoro alle lettere orbate pel man- 
car di quel dotto d’ uno de’ suoi più illustri ornamenti (17). 
E chi mai non ravviserà a tanta luce, come e quanto il 
Venturi onorasse grandemente a quei tempi l’ Italia? 

Ma l’Italia avea duopo a que’ tempi, che gli animi più 
valorosi e prestanti dei quali poteva essa pregiarsi, nelle 
dubbie sorti che per lei s° agitavano presso genti straniere, 
le giovassero di franca opera e di accorto e salutare consi- 
glio. La Francia repubblicana minacciava audacemente i 
troni tutti d’ Italia, e mentre i Re chiedevano con supplice 
una mano all’ armi estranie e alle gare cittadine una tregua, 
mentre coll’ altra e l’ oro e le gemme e i monumenti glo- 
riosi dell’ arti belle offerivano, patteggiando mercede per la 
comune salvezza, a render men gravi le angustie loro gra- 
vissime, gli uomini per saper più distinti, per fortezza 
d’ animo e per amore di patria più generosi a soccorso in- 
vocavano, allo straniero intercessori opponevano, speranze 
bensì nervose ma estreme negli urgenti perigli del miserando 
naufragio. Temeva Modena anch’ essa il fulmine della scia- 
gura, e volgea solerte il pensiero ad evitarne i colpi o a 
minorarne le rovine; e un’ eletta d’ uomini francheggiati 
dalla fiducia del pubblico destinava e spediva a perorare 
presso la tumultuosa Parigi, a fine di rendere meno infelici 
i proprii destini. Il regnante Sovrano Ercole III spediva in 
officiosa ambasciata al: Direttorio della Francese Repubblica 
il Generale Commendatore Federico d’ Este Conte di San 
Romano, e in unione coll’Avv. Prospero Carandini cui affi- 
dava la Consulta della Legazione, aggiugneva a Segretarii 
di essa Lodovico Antonio Vincenzi e Giambattista Venturi. 
Se l’ acume della mente, la facondia della parola, e il petto 
caldo di santo affetto per la patria e di devozione pel prin- 


(17) Diè compimento il Venturi alla citata opera, pubblicandone il Tom. IV, 
con una Prefazione assai dotta nel 1795, indi nell’ anno medesimo il Tom. V. 


292 ELocio peL Cav. As. GramzpattistAa VENTURI 


cipe, avessero potuto bastare a far fortunato il successo 
della nobile missione, certo che quella schiera di valorosi 
non saria venuta meno ai bisogni, ai desiderii, e alle spe- 
ranze comuni; e avrebbe Modena visto succedere ai torbidi 
giorni della procella un avvenire rasserenato e tranquillo. 
Ma era scritto nel registro adamantino di Dio che chinasse 
Italia il capo ai voleri di Francia, e al lampeggiar della 
spada dell’ invincibil guerriero seguisse, trofeo maestoso, il 
carro superbo della vittoria. Inutile quindi ogni zelo, ogni 
alacrità, ogni cimento, precluso l’ adito ad ogni rimostranza 
di diritto e di giustizia, paralizzate in una parola le azioni 
e le forze della Legazione Modenese; la quale dovè pure 
nell’ amarezza del cuore scorgere e sofferire 1’ inefficacia 
de’ suoi propositi, mirando già invasa la classica terra da 
feroce impeto d’ armi e di esaltate opinioni, e tutti messi 
ad universale soqquadro i fondamenti aviti delle patrie isti- 
tuzioni. Cessava così il Venturi dagli officii difficili dell’ uomo 
di stato, e distaccavasi dal corpo onorifico, a membro del 
quale avealo destinato il suo Principe (18). 

Ma se nel Venturi vien meno l’officio del diplomatico, 
non altrimente vien meno il carattere del filosofo, se la 
politica è stretta al silenzio, ha libera voce la scienza, se 
Giano disserra il suo tempio e travolge il mondo negli or- 
rori delle guerre, i tempii di Minerva stanno ancor essi 
dischiusi al culto pacifico e dignitoso de’ suoi seguaci. Ed 
egli è appunto a questo culto geniale, che tratto da irresi- 
stibil potenza, vuole il Venturi in quella insigne metropoli 
consacrato tutto se stesso; egli è colà che durante il sog- 
giorno d’ un anno, affrontato ripetutamente il giudizio dei 
dotti di quella grande nazione, è riconosciuto tal matema- 
tico e fisico ed erudito e filosofo da dover quelli altamente 


(18) Venturi si recò a Parigi nel Giugno 1796. Riesciti vani gli sforzi della Le- 
gazione, questa fu sciolta e i componenti di essa ripatriarono, tranne il Venturi, 
che per amore di studio e a fin di perfezionarsi nelle scienze da lui coltivate si 
trattenne a Parigi sino all’ Ottobre 1797. 


Der sic. Pror. ALessanpro PucLia 23 


proclamare, che il plauso d’Italia non moveva altrimenti da 
ingiusta parzialità, sicchè non aveva egli maggiore del me- 
rito conseguita la lode. Egli è colà, che mentre dovunque 
si procaccia e mezzi e lumi ed ammaestramenti a pascere 
il sublime intelletto, non meno intende a far ricca con li- 
berale ricambio e per istupendi doni di scienza la terra che, 
ospite illustre, nel suo seno lo accoglie. 

Dall’ obblio delle Biblioteche sprigiona l’ Ottica di Tolomeo 
e il Trattato del traguardo di ÉErone il meccanico; quelle 
opere traduce e commenta, e fa note al mondo scientifico, 
ed ordisce colle medesime le prime fila ad avanzamenti fu- 
turi nella prediletta scienza sua della luce (19). Il sottile 
problema ideologico dei rapporti fra il senso dell’udito e le 
idee di estensione di spazio porge di colà ai metafisici riso- 
luto compiutamente, addimostrando per via di brillanti espe- 
rienze come l’ ineguaglianza delle impressioni sonore che 
giungono simultanee agli orecchi e diversamente convergono 
cogli assi acustici rimanga pur sempre nel sensorio distinta 
e guidi a determinare la direzione de’ suoni, d’ onde ne 
emerga l’ idea dello spazio. Insegna dipoi come gli altri 
sensi dell’ olfatto e del gusto si sforzino anch’ essi di riporre 
entro lo spazio gli obbietti loro; ed elegante sempre nello 
sperimentare, sobrio nel dedurre, eloquente nel dire, promove 
l° analisi dello spirito umano a progressi rilevantissimi (20). 
Fa soggetto di curiose ricerche il singolare fenomeno del 
rigiramento e del troncamento di piccoli cilindri di canfora 
alla superficie dell’ acqua, e nell’ Istituto nazionale delle 
scienze, all’ imponente cospetto dei Cuvier, dei Lalande e 


(19) Le citate opere trascrisse il Venturi dai manoscritti della Biblioteca Nazio- 
nale di Parigi, preparando con quelle la pubblicazione dei celebri Commentarii 
sopra la Storia e le Teorie dell’ Ottica, di cui in appresso. 

(20) Considérations sur la connaissance de l' étendue que nous donne le sens de 
l’ cuie. — Paris, an V, 1796. — Questa dissertazione che era stata letta in Italiano 
nell'Accademia Rangoni, fu pubblicata la prima volta nel Magazin Encyclopédique 
di Parigi, Tom. III, pag. 29. 


24  ELocio per Cav. As. Giampartista VENTURI 


dei Laplace, dei Fourcroy e degli Hauy, dei Biot e dei 
Delambre, dei Lacepede e dei Monge, dei Chaptal e dei 
Berthollet, con artifizio mirabile di sperimenti ne segna e 
ne mostra la vera cagione negli alternati scioglimenti e va- 
porizzamenti a fior d° acqua, felicemente interpretando tutti 
que’ misteriosi capricci, che dal Romieu e dal Lichtemberg, 
dal Volta e dal Brugnatelli 8’ attribuivano erroneamente 
all’ elettrico, o ad eteree emanazioni, o a chimici scompo- 
nimenti (21). Il bizzarro fenomeno de’ movimenti oscillatorii 
della Tremella del Corti, ascritti a forza viva dall’ Adanson, 
e da altri all’ attrazione a distanza fra 1’ ossigeno e la luce, 
mostra e convince col prestigio consueto dello sperimento 
doversi a forze puramente meccaniche, siccome i moti dei 
cilindretti di canfora galleggianti sull’ acqua; e quel con- 
sesso spettabilissimo che lo ascolta manda convinto e per 
ammirazione sorpreso. 

Ma poi fino all’ entusiasmo il colpisce e veramente 1l 
trascina, svolgendo col potente consorzio del calcolo e dello 
sperimento una dottrina affatto nuova in un de’rami più 
ardui e più utili a un tempo delle fisiche discipline, l’ Idro- 
dinamica, designando cioè e notificando il principio della 
comunicazione laterale del movimento de’ fluidi; sicchè 
strappate le acclamazioni universali, vien salutato prestan- 
tissimo ampliatore di quella scienza difficile, di cui riveri- 
sce 1’ Europa nel Galileo e nel Castelli quale prima fonda- 
trice 1’ Italia. Ed è qui che veramente si dispiegano i voli 
più alti dell’ infaticabil suo genio. Forte sempre e sicuro 
nella guida dello sperimento, consiglia dapprima sagace- 
mente i Fisici a diffidare dei dettami della teoria, e posto 


(91) Sur le découpement des colonnes de camphre è la surface de l eau. — 
Paris, 1797. — Anche questa Memoria, che fu già letta in Italiano dall'A. sin 
dall’ anno 1793 nell’ Accademia Rangoni e nell’ Accademia Ducale di Scienze e 
Lettere di Modena, ebbe pubblicazione soltanto l’anno 1797 nelle Mémoires des 
Savants étrangers, avendola l’ A. medesimo tradotta in Francese e letta all’ Istituto 
Nazionale di Parigi. | 


Der sic. Pror. ALessanpro Pucria 25 
il principio della comunicazione laterale del movimento, che 
la natura sforza ad ammettere sebbene non permetta di 
disvelare, tutte chiama a studio severo le vicende che sub- 
iscono nella velocità e nella portata i getti d’acqua tratta 
da’ vasi mercè tubi cilindrici o conici, orizzontali o discen- 
denti, o siano con orifizio ristretto in parete sottile o siano 
dilatati nelle forme della vena contratta; e di tali vicende 
tenendo conto esattissimo e rigoroso, da esse deduce altret- 
tante leggi d’ Idraulica fondamentali. Al variar degli effetti, 
giusta l’ operar vario o nell’ aria o nel vuoto, riconosce 
l’ azione della pressione atmosferica nel loro producimento; 
e questa, che è novità nella pratica dello sperimento, lo mena 
a novità stupende e inaudite nelle teoretiche deduzioni. 
Segna errori ed insufficienze ne’ calcoli del Guglielmini e 
ad essi contrappone l’ evidenza de’ fatti sperimentali, rende 
ragione del perchè la sola esperienza valga a determinare 
que’ moti irregolari e que’ vortici e que’ getti a soprassalto 
e con interrotto sparpagliamento che uscendo 1’ acqua da 
tubi conici più o meno lunghi o dilatati si manifestano 
nella corrente, e la cagione ne trova nella comunicazion la- 
terale del movimento che non sì fa più in essi uniforme 
nella medesima sezione. Confronta e segna que?’ limiti entro 
i quali aumenta nel massimo o scema nel minimo la portata 
dei tubi conici o dei cilindrici orizzontali, esamina e defi- 
nisce quanto si distrugga della forza viva del fluido dagli 
urti e dai vortici indotti sulla colonna di esso da tubi cilin- 
drici addizionali, e sviscerando sempre dal seno della scru- 
tatrice esperienza ogni legge a tali astrusi fenomeni imposta 
dalla natura, le leggi medesime e le cagioni applica larga- 
mente ed estende a fatti più generali, a quasi tutto ciò che 
al movimento de’ fluidi è .appartenente. Nè pago di tante 
conquiste procacciate a quest’ arduo ramo di Fisica, con- 
quiste che pochi anni dipoi agl’Italiani Venturoli, Brunacci, 
Bidone, e agli stranieri Eytelwein ed Hachette, Poncelet, 
Lebros e Savart agevolavano le vie a perfezionamenti ulte- 
Tom. III. IV 


26 ELocio peL Cav. As. GrampattISsTA VENTURI 


riori, si dà a trascorrere il campo delle applicazioni di pra- 
tico scopo; e le macchine dell’ idraulica, e quelle che mosse 
dall’ acqua s’ impiegano a muovere correnti d’aria, e le 
spettacolose cascate dagli scoscendimenti delle montagne, e 
gli scoli delle terre, e gli acquedotti dei mulini, e i vortici 
dell’ acque o nei torrenti o nei vasi dai quali sgorgano fuori, 
e i fenomeni dei tubi dei cammini, e le melodie persino del 
maestoso organo e de’ musicali strumenti, tutto sotto l’ im- 
pero richiama delle leggi da lui medesimo rivelate, a tutto 
è largo d’ interpretazioni e di pratici ammendamenti: sicchè 
nulla infine nell’ argomento amplamente da lui trattato, nulla 
rimansi in quell’ umiliante oscurità che avvolge spesso il Fi- 
losofo, e lo costringe a chinare la fronte al mistero (22). Per 
“questo insigne documento d’Idraulica scienza che il Venturi 
mostrò ben meritevole di starsi allato ai ristoratori più egregi 
di essa, il Bernoulli, 11 Varinoni, il Guglielmini, il Mariotti, 
egli ebbe dai giudici di quel supremo areopago il nome di 
Grande ; \° ebbe da Francia, e da Europa, e l’ebbe sponta- 
neo, universale, solenne. E fu ben a ragione lieta ed esul- 
tante l’ Italia al mirare un prode suo figlio coprire di gloria 
sotto estranio cielo il suo nome, e colà ricevervi non mi- 
nore la riverenza e la lode di quanto essa medesima gli 
avria potuto largamente profondere. Nè egli dimenticava colà 
la sua madre patria, nè si adoperava meno di quanto gli 
valessero le forze a mantenerle la rinomanza che nel primato 
scientifico le nazioni ognora le consentirono; ed oltre all’ of- 
ferirne vivente esempio in se stesso, ne recava in luce, con 
avite e famose ricordanze, attestazioni novelle. 

Fu tutta mercè di lui se l’ Italia riseppe, quel suo gran- 
dissimo Leonardo da Vinci emulo del Buonarotti e del Sanzio 
nelle arti belle della pittura, precursore del Galileo e del 


(29) Recherches expérimentales sur le principe de la comunication latérale du 
mouvement dans les fluides, appliqué à I’ explication des differents phénomènes hydrau- 
liques. — Paris, an VI, 1797. 


Der sic. Pror. ALessanpro Puctia 27 
Copernico nelle scienze fisiche e matematiche, quarant’ anni 
avanti a quest’ ultimo aver tenuto girare la terra intorno a 
se stessa e intorno al sole, e il sole esser centro di tutti i 
pianeti; avere coll’ ipotesi della terra squarciata in pezzi e 
delle alterne oscillazioni di que’ pezzi di qua e di là dal 
centro, aperta la via agli astronomi ad ispiegare le oscilla- 
zioni dei pianeti da un’ abside all’ altra delle loro orbite; 
avere insegnato, cosa che neppur Keplero poi vide, le stelle 
non scintillare in se stesse ma sì nei nostri occhi, e la terra 
esser luna alla luna, e veder noi la parte opaca della me- 
desima nella prima sua fase mercè de’raggi del sole che 
riflettono dalla terra su quel satellite, verità della cui sco- 
perta il /Moestlino cent’ anni dopo si arrogava la gloria; 
aver egli infine pensato, siffattamente potere il sole sopra 
l’oceano equinoziale che l’ acqua si levi sù e si rovesci dai 
due lati per ristabilir 1’ equilibrio, ipotesi che Ha//ey tanti 
anni dopo applicò ai venti etesii, e ad altri movimenti del- 
l’ atmostera. Fu tutta mercè di lui, se nel suo Leonardo da 
Vinci ammirò il profondo Geologo, che il ritirarsi del mare 
da quelle che oggi son terre argomentò per gli strati di 
conchiglie e di ghiaje ammassati nelle montagne e per le 
marine petrificazioni nelle vallate, il Chimico perspicace che 
1 secreti procedimenti ebbe noti pei quali si compie la 
combustione e funziona il respiro negli animali, il Fisico 
sagace che il Galileo precedeva e 1° Eu/ero nel definire le 
leggi allo scender de’ gravi pei piani inclinati, 1’ Idraulico 
insigne, della scienza delle acque tanto acuto interprete 
quanto industre regolatore, l’ Ottico ingegnoso che quasi 
armò l’ occhio del cannocchiale prima di Galileo e suggerì 
la camera ottica innanzi del Porta, infine il Militare Archi- 
tetto che disegnò tetragoni inespugnabili de’ quali poi il 
Sanmicheli imprese a cinger Verona, e il fuoco greco in- 
ventò a far l’arti di guerra ognora più formidabili e distrug- 
gitrici (23). O gloriosa e sapientissima Italia! Tu avevi data 


(23) Essai sur les ouvrages physico-mathématiques de Léonard de Vinci, avec des 


28 ELocio DeL Cav. As. GramparttiIsta VENTURI 


la culla ad uomini di tanta mente e li avevi nel tuo seno 
nudriti, uno di essi colà ti onorava vivente, e tu eri pur con- 
dannata a sentirti un dì suonare all’ orecchio che sei la terra 
de’ morti? Sperda il cielo la detestabile ingiuria : e se la 
vita invece in te s’ agiti eterna, i novelli tuoi figli, memori 
ed imitatori del Vinci e del Venturi, non neghittosi lo mo- 
strino all’ insolenza straniera. 

Ma gli avvenimenti politici in Italia appunto si succe- 
devano, s’ incalzavano, al nuovo sistema il vecchio più volte 
avvicendavasi, le armi or l’ uno or l’altro vi conducevano, 
e la varia fortuna e il cozzo pertinace delle multiformi opi- 
nioni mentre facevano incerte le sorti e de’ governanti e 
de’ popoli, apparecchiavano vessazioni e pericoli ad ogni 
onesto cittadino, che non s’ ingolfasse entusiasta ne’ vortici 
procellosi del fanatismo. Per la sua patria, per se medesimo, 
per gli amici, temeva altamente il Venturi; bramava allora 
e presto decideva il ritorno fra’ suol; a ciò il consigliavano 
gli amici, e l’ intimo del suo cuore il Cassiani, chè mene 
secrete d’ invida e maladetta ingordigia scuopria turpemente 
insidiargli la fama, gl’ interessi, gli onori, Reduce in Italia, 
e segnata breve ma luminosa traccia di gloria in Milano, 
ove a Membro del Corpo Legislativo volle Napoleone Ge- 
neralissimo, di motuproprio, designarlo per cagion d° onore, 
e dove propugnata la causa della virtù e delle leggi con 
vero spirito d’ amor patrio, concorse efficacemente alla 
grand’ opera della riduzione decimale dei pesi e delle mi- 
sure, rivide egli alla perfine dopo un anno i domestici lari 
quì in Modena, confuse nel seno dell’amicizia gli affanni e 
i timori trascorsi con le speranze e le gioje dell’ avvenire, 
adagiò l’ animo e il cuore sul dolce pensiero della vita pa- 


fragments tirés de ses manuscrits. — Paris, an Y, 1796. — Scoperse il Venturi i 
manuscritti di Zeonardo che gli servirono a questo Saggio, nella Biblioteca Nazio- 
nale di Parigi, ed ebbe insieme col permesso di trascriverli, l’ incarico di comuni- 
carlìi all’ Istituto. 


Det sic. Pror. ALessanpRo Puctia 29 
cifica del buon cittadino e del filosofo, cui tanto avea diritto 
di ripromettersi (24). 

Ma quale è mai il destino degli uomini? Chi detto avrebbe 
allora che tante speranze eran vane, che tanto sorriso d’ av- 
venire dovea tramutarsi in torvo aspetto di sinistra fortuna, 
e che cogliendo maligna il destro dalla mutabilità degli 
eventi, dovea la calunnia coprirlo della taccia obbrobriosa 
d’ uom turbolento ed avverso al regime de’ tempi, e la torre 
Bonacossi di Carpi vederlo incolpevole subir la pena del 
carcere (25)? L° uomo però cui ricinge il petto l’ usbergo della 
pura coscienza, e dell’ animo forte e. coraggioso contro le 
avversità, non teme gli strali avvelenati che il livore e la 
malignità gli avventano : egli trova sovente il trionfo della 
pubblica giustificazione, là dove gli si preparavano a tradi- 
mento l’° infamia e la sventura. Parlò eloquente dal carcere 
immeritato la voce dell’ onorato Venturi, fu quella della 
verità e della giustizia e fe’ breccia in animi nobili e gene- 
rosi; apparve intemerata la sua condotta agli sguardi del 
pubblico, e la calunnia fu forzata a vergognar di se stessa 
in silenzio (26). Tuttavia le dolcezze sperate qual meta diletta 
de’ passati trambusti, era pur destino malaugurato non aves- 
sero compimento ; e le cattedre da lui già tanto illustrate 
nel Modenese Archiginnasio che venne allora soppresso, e 
quella della Chimica a cui promovealo il Ministro di guerra 
nella nascente Scuola del Genio e dell’ Artiglieria, più omai 
non doveano formare il gradevole oggetto di sue geniali 


(24) Vedi le citate Notizie biografiche etc. pag. 199. ù 

(25) Quando nel 1799 cadde il regime repubblicano in Modena, il Venturi fu 
posto in sinistro aspetto, da alcuni malevoli, presso il ripristinato Governo Ducale, 
unicamente per aver egli soggiornato qualche tempo in Francia e per avere prestata 
opera a servigio della Repubblica Italiana nelle gravi incombenze che gli vennero 
affidate. Fu perciò carcerato in Carpi con altri molti. | 

(26) Scrisse il Venturi la propria Apologia alla Suprema Giunta del Governo di 
Modena, e si giustificò delle accuse appostegli. Ad ottenere la liberazione dal car- 
cere dopo pochi mesi, gli valse eziandio la mediazione efficace che per giustizia 
assunsero a pro di lui i Vescovi di Modena e di Parma, 


30 ELocio per Cav. AB. GrampatTISstA VENTURI 
occupazioni. Compensava d’alquanto il cordoglio di tali pri- 
vazioni, forzate pel mutarsi continuo de’ politici ordinamenti, 
l’ invito della sapientissima Atene d°’ Insubria, che pei voti 
del celebre Gregorio Fontana, e dirò anzi universali, lui 
sollecita richiese a riparare il perduto Fisico P. Barletti; 
e certamente grande conforto alla lontananza dal patrio nido 
esser doveagli l’ assidersi là nel consorzio di tanti ingegni 
supremi, e il divider con essi le fatiche e le glorie nell’ ar- 
ringo nobilissimo delle scienze. Ma anche questo sì lusin- 
ghevole seggio, meritato dal genio, ambito dall’ animo, chie- 
sto ansiosamente a fortuna, dovea mancare a voti sì giusti 
e sì calorosi; doveano i modesti onori dell’ uom di toga 
cedere ai più superbi benchè meno accetti dell’ uomo di 
stato, che a quelli pertinacemente il contesero, e alla per- 
fine non volonteroso il ritolsero (27). 

Per cenno del conquistatore potente che sotto il nome di 
mediazione teneva già la signoria della Svizzera, i penetrali 
delle scienze furono convertiti al Venturi negl’intricati labirinti 
della politica: ei dovè dare docile il passo per entro a quei 
difficili avvolgimenti, e destinato Rappresentante della Repub- 
blica Italiana presso I° Elvetica confederazione, il a Dicembre 
del 1801 presentava già in Berna al Landamano le sue cre- 
denziali. Taccio che poco prima la stessa Repubblica avealo 
scelto a suo Inviato a Torino per breve missione ch’ egli 
egregiamente sostenne e che il Governo di Milano avealo 
incaricato di complimentare a Firenze il Duca di Parma 
Infante di Spagna Don Lodovico designato col titolo di Re 
d’ Etruria al nuovo trono della Toscana, e di risiedere ivi 
poi stabilmente con veste di diplomatico; il che però non 
avvenne. Stabilitosi il Venturi in Isvizzera, fu lunga oltre 
ogni divisamento la sua dimora colà e vi durò attraverso a 


(27) Il primo Console nominava il Venturi Professore a Pavia nel a Luglio 1800: 
ma le missioni diplomatiche delle quali poi tostamente incaricavalo, impedirono che 
la nomina avesse il suo effetto. 


Det sic. Pror. ALessanpro PucLia 3I 


tempi seriamente scabrosi; ma nel rimanervi fu la virtù di 
lui, non men che la gloria, intemerata e continua: e le 
insurrezioni calmate, e il volubile opinare de’ popoli destra- 
mente retto a fermo proposito, e la tranquillità serbata 
nell’ ordine insieme a rapido sviluppamento d°’ innovate ci- 
vili istituzioni, e i rispettati diritti internazionali e politici, 
e le complicate corrispondenze. dignitosamente tenute con 
Italia insieme e con Francia, e le lodi pubbliche, e le con- 
fessate riconoscenze, ne sono ampla fede e ragion suprema 
d’ onore. Dall’ opera del vigile ministro e del buon cittadino 
ebbero cospicui vantaggi le Istituzioni tutte e le leggi: e 
la Religione nostra augustissima andò debitrice pur essa di 
cospicui benefizii al suo zelante ecclesiastico, alloraquando 
nei Cantoni di Friburgo e di Berna ne volle egli protetto 
‘11 venerabile ministero e s’ adoperò a ricondurlo là dove 
per quasi tre secoli era rimasto sbandito, e alloraquando 
alla Santa Sede di Roma trepidante per certe prescrizioni 
di giuramento imposte dal Governo Svizzero ai Parrochi nel 
concedere la continuazione del culto Cattolico, profondo nel 
domma, risolse sapientemente ogni dubbio, dissipò qualunque 
incertezza (28). E poichè la scintilla della sapienza è pur sem- 
pre ingenito fuoco che arde vivo nell’ anima, nè soffre di 
star fra ceppi ed erompe, le scientifiche discipline d° ogni 
maniera da lui coltivate coll’ardore consueto nei brevi riposi 
dalla Diplomazia conceduti crebbero, mercè sua, a notevo- 
lissimi avanzamenti; e la Mineralogia dalle dotte di lui pe- 
regrinazioni geologiche o alle paludi della Linth, o alle balze 
ruinose del Rigi, e la Zoologia dalle ragunate collezioni 
ornitologiche destinate al Ticinese e al Felsineo Ateneo, e 
1° Agronomia dalla tentata introduzione in Italia degli Stabi- 


(28) Il Fenturi scrisse nel 1803 una Memoria Teologica nella quale prese a 
dimostrare che il Parroco cattolico di Berna poteva, senza mancare ai principii or- 
todossi, prestare il giuramento richiesto dal governo di quel Cantone Svizzero. — 
V. le citate IVotizie biografiche ecc. Tom. III, pag. 385. Elenco delle Opere inedite, 
N.° XX. 


32 ELocio peL Cav. As. Grampattista VENTURI 


limenti modelli, ad esempio di quelli del Fellemberg, risen- 
tirono fra l’ altre tutte gl’ impulsi utilissimi delle non mai 
infruttuose sue occupazioni. 

Sicchè per cotanta e sì preziosa sua opera riverì l’ Elvezia 
grandemente il Venturi nel bilustre disimpegno delle diplo- 
matiche incombenze, e l’ amò d’amor pari all’ altissima esti- 
mazione, ed attestandogli con universale esultanza universal 
gratitudine, gliene porse con dignitosi modi persin nelle 
pompe del nazionale consesso pubbliche ed orrevolissime 
testimonianze. E quando un Imperiale comando, ad esaudi- 
mento d’ iterate sue preci, acconsente propizio ch’ ei di là 
si diparta, quella franca e leale nazione se ne cordoglia 
aspramente e ne piange come di caro figlio rapito, le cui 
virtù fulgidissime per volger d° anni o per mutare di circo- 
stanze non potrà dimenticare giammai (29). Esempio che non 
sempre l’ umana nequizia defrauda dei dovuti omaggi le 
opere benemerite e le virtù dell’ ingegno, nè sempre imme- 
more e neghittosa lascia alla tarda posterità il grave pen- 
siero di sdebitarsene. 

Ed ecco ridonata alla pace de’ domestici lari una vita 
già troppo agitata nel vortice di molteplici eventi; ecco 
fatti all’ uom meritevole gli ozii degni della vera virtù, 
e accomunate alle benedizioni della riconoscenza straniera 
le ovazioni festanti della diletta terra natale. E ciò fu ve- 
ramente provvido divisamento del Cielo; poichè dovea di 
li a poco nelle regioni di Borea naufragare e sommergersi 
la nave del bellicoso Sire di Francia che a troppo mare 
avea osato affidarsi, doveva Iddio di lì a poco strappare il 


(29) La giubilazione accordata da /Mapoleone al Venturi veniva comunicata me- 
diante dispaccio del a0 Maggio 1813 dal Conte Marescalchi Ministro delle Relazioni 
estere del Regno d° Italia al Landamanno della Svizzera Reinhard; il quale, data 
risposta al Ministro, ne partecipava tosto l’ annunzio al Venturi medesimo. Le let- 
tere relative, che sono altrettanti documenti d’ encomio e di somma onorificenza 
pel Venturi, si leggono pubblicate nelle citate Motizie biografiche ecc., Appendice 1.*, 
NN. XIV, XV, e XVI. — Tom. III, pag. 304 e seg. 


Der sie. Pror. ALessanpro PucLia 33 


lauro guerriero dalla terra già tutta insanguinata, e ravvi- 
vare a lieto germoglio i sospirati rami del pacifico ulivo. 
Or dunque a trascorrere nel sen della pace nuova vita di 
scienza non distratta per cure di turbinamenti civili, a pro- 
durre que’ frutti maturati da ferace coltura che i semi posti 
nella primavera del vivere aspettar si poteano dal tardo 
autunno degli anni, a tutto ciò risorga novellamente il Ven- 
turi, e faccia a se consolata, a?’ suoi utile decorosa onorevole 
la mortale carriera che ancora a compier gli avanza. 

Non sarà vano, o Signori, non sarà inesaudito un tal voto. 
Sfolgorerà redivivo il Filosofo, il Geometra, il Fisico; e ra- 
dunando in mirabili Commentarii su la storia e le teorie 
dell’ Ottica un tesoro di stupenda sapienza, colle opere di 
Tolomeo, di Teone, e di Erone il meccanico da lui disco- 
perte, e con quelle da lui medesimo ampliate di Euclide, 
di Diodoro, e di Vitruvio, rivelerà alle età ‘recenti quanto 
le antiche insegnarono e mostrerà quanta vena feconda d’am- 
maestramenti preziosi a noi derivi da fonti tanto ricche e 
pur cotanto ignorate: agli studii modesti d’ un ignoto fra- 
ticello, il Domenicano Frà Teodorico di Sassonia, rivendi- 
cherà lo spiegamento del vago fenomeno che variopinge 
Iride in cielo, di cui davasi tre secoli dopo ingiustamente 
vanto al De-dominis e più ingiustamente dipoi si glorificava 
il Cartesio: dimostrerà colla scorta della Fisica matematica 
la teoria del terzo arco dell’ Iride e degli aloni e dei pare- 
lii, confutandone quelle del Decha/es e dell’ Ugenio, e tanta 
in ciò dispiegando sottigliezza d’ingegno e raffinatezza d° arte 
sperimentale, da farne pieni d’ ammirazione i più egregi e 
versati nella scienza della Meteorologia (30). Dei misteri più 


(30) Commentarii sopra la Storia e le Teorie dell’ Ottica. — Bologna, 1814. — 
Tom. I.° — Nel primo di questi Commentarii si comprendono delle Considerazioni 
sopra varie parti dell’ Ottica e sopra la Prospettiva presso gli antichi, alcune Re- 
gole della Greca Architettura dipendenti dall’ Ottica, cinque libri dell’ Ottica di 
Tolomeo, e varie Esperienze relative alla teoria della vista. Il secondo consiste nella 
traduzione del Traguardo di Erone l’ antico, con note ed aggiunte. Tratta il terzo 


Tom. 1IL. Vv 


34 = Etocio peL Cav. As. GiamBattIstA VENTURI 


grandiosi della Geologia si farà sagacissimo ricercatore ed 
interprete, e indagando le cagioni recondite per le quali si 
sparsero su tutta la superficie del globo e le enormi masse 
petrose e le ghiaje e i tanti sassi ed i ciottoli, or collegati 
or disciolti, ora in banchi ora in breccie, or continui or se- 
parati da montagne e da valli, e da torrenti e da mari, 
- ammenderà con argomenti di fatto e di sperimento, di tra- 
dizione e di raziocinio le opinioni de’ più celebrati che 
sudaron solerti sul faticoso argomento. Partendo dal princi- 
pio che la natura imita sempre se stessa, ei dedurrà dai 
fenomeni che offre oggidì la faccia della terra que’che vi 
avvennero nella sua primordiale esistenza e quando il mare 
la copriva altamente; e 1 trasporti di quelle masse: enormi 
ripeterà da’ ghiacciai, che staccatele dalle rocce e inceppatele 
in grembo, le portarono in balia delle onde marittime ad emi- 
grare da lungi dall’ originario lor nido; respingerà l’ ipotesi 
tenuta da tanti, delle caverne rapidamente formatesi nel sen 
della terra e delle violente e furiose precipitazioni entro di 
esse del mar sovrapposto, a trascinar per correnti le pietre, 
a modellare, a disporre, a radunare, a dispergere i sassi av- 
veniticci ed erranti, bastandogli a tanto i soli moti ordinarii 
delle maree e le agitazioni insolite de’ flutti marini e delle 
tempeste ; aggiugnerà l’ influenza delle acque di pioggia di 
torrente di fiume a seguire il gran fatto nelle minime sue 
gradazioni e a farne l’ interpretazione perfetta. Pei sedimenti 
dei ciottoli traslocati e per le sotterranee continuazioni di 
ghiaje coll’ alveo odierno de’ vostri fiumi spiegherà l’ ammi- 
randa scaturigine delle Modenesi fontane, negando al Ra- 
mazzini che derivin esse dalle acque del mare raddolcite 
ne’ filtri sognati delle viscere della terra, e al Vallisneri che 


dell’ Iride, degli Aloni, e dei Parelii, e contiene innoltre un’ Appendice intorno 
all’ Ottica di Tolomeo, un Compendio dell’ opera di AlXindi, De aspectibus, e una 
Critica sui pregi e sui difetti dell’ Ottica di Al4kazen. È opera insigne per ispirito 
d’ analisi e per sorprendente ricchezza d’ erudizione. — Un secondo volume esiste 
manuscritto e non ancor pubblicato presso gli eredi. 


Der sic. Pror. ALessanpro PucLia 39 
vengan sempre dall’acque o dalle nevi disciolte, che i crateri e 
le vasche e i valloni e gli stagni de’ più alti monti contengono 
e che, inzuppando il suolo e trapelando fra i pertugi degli 
strati e dei tufi sino a chele argille ne contrastino il passo, 
spicciano in alto con impeto, ove loro si apra il terreno (31). 
Apparirà dipoi fra i più grandi critici ed eruditi grandissimo, 
e farà dono ai dotti d°’ inestimabil tesoro colle pagine illustra- 
trici della Vita e delle opere dell’immortal Galileo; pagine, 
che qua e là disperse e dimenticate e sfuggite alle accurate 
indagini di pazientissimi scrutatori, saprà egli raccorre e di- 
stribuire secondo l’ ordine delle materie e de’ tempi, a farne 
documenti interi per la storia veridica di quel grand’ uomo; 
addimostrando nel loro collegamento e nelle apposte diluci- 
dazioni una sapienza ben degna di starsi al paro con quella 
dell’ Italiano rigeneratore delle scienze e della Filosofia (32). 
Insigne parimente fra gli eruditi, alla mercè di privati mano- 
scritti e di codici con arguto discernimento interpretati e spo- 
gliati, farà perfette di peregrine notizie, dianzi sconosciute, le 
memorie intorno alla vita e alle opere del valoroso Capitano 
Francesco Marchi, e mostrerà sua grande perizia in quegli 
studii che al sommo maestro delle teoriche militari e delle 
arti di fortificazioni e di guerra furono famigliari a un tempo 
e gloriosi (33). E insegnando in appresso con più magnifico 
sfoggio di erudizione le origini e i progressi delle moderne 
artiglierie, ti farà incerto dubbiare per sorprendente sapienza 
di macchine, di ordegni, di tormenti, di fuochi, se meglio 
che al viver civile nel silenzio meditabondo dei gabinetti 
ei. fosse già educato allo strepito delle armi e al tumulto 


(31) Memoria intorno ad alcuni fenomeni geologici. Pavia 1817. = Opera loda- 
tissima dai principali Naturalisti. 

(3a) Memorie e lettere inedite finora 0 disperse di Galileo Galilei, ordinate ed 
illustrate con annotazioni. Modena 1818-21. Volumi due. 

(33) Memoria intorno alla vita ed alle opere di Francesco Marchi. Modena 1816. — 
Fu pubblicata: un’ Appendice a questa Memoria in Milano nel 1817, e venne ripro- 
dotta nella Biblioteca Italiana, Tomo V, pag. 550 e seg. 


36 Etocio peL Cav. As. Grampattista VENTURI 
de’ bellicosi cimenti (34). Associerà coll’ erudizione la storia; 
e trascegliendo a campo di sue narrazioni la patria di 
Bojardo, di Vallisneri, di Spallanzani, in quel campo of- 
rirà testimonio di ricchezza d’ ingegno inesauribile, e del- 
I’ inclita terra esponendo le regioni varie e i confini, e le 
Signorie che la tennero, e i Sapienti che l’ illustrarono, e 
la natura e la formazion dei terreni, e le produzioni dell’ in- 
dustria rurale, e le beneficenze de’ padri e de’ governanti, 
sfoggerà riccamente in tutto quanto di Geografia e di Aral- 
dica, di Geologia e d’ Antiquaria, d’ Economia rurale e ci- 
vile e politica, sfoggiar potrebbe la più abile penna di giu- 
dice e di narrator valentissimo. Ravviverà quindi i poetici 
allori alla fronte dello Scandianese Bojardo precursore del- 
l’ immortal Lodovico, e quelli celebrerà del rinomato pittor 
Modenese Nicolò dell’ Abate, che nella dotta Scandiano, 
coll’ epopea della pittura, render seppe visibili ed ammirande 
le sublimità dell’ Eneide (35). Che più? Se pel pubblico infor- 
tunio di un divampato edificio a lui si dia colpa de’turbati 
festeggiamenti cittadini e delle gioje in terrore converse, 
perito eziandio ne’ dommi della Giurisprudenza e avvalorato 
dal profondo saper nella Fisica, comparirà dinanzi l’ Areo- 
pago e il convincerà di sua innocenza nell’ involontaria sciìa- 
gura e mieterà pure nel foro senza l’infula de’ sacerdoti di 
Temide le palme gloriose della trionfatrice giustizia (30). — 


(34) Dell’ origine e dei primi progressi delle odierne Artiglierie. Reggio 1819. — 
Tratta il Venturi questo medesimo argomento anche nella seconda parte dell’ Ap- 
pendice citata nella nota precedente. 

(35) Storia di Scandiano. Modena 1822. — Poesie di Matteo Maria Bojardo 
Conte di Scandiano, scelte ed illustrate. Modena 1820. — L’ Eneide di Virgilio 
dipinta in Scandiano dal celebre Pittore Nicolò Abati ecc. Modena 1821. 

(36) Promemoria I.° e II.° in causa d’ incendio. — Modena 1815. — Avendo 
il Venturi gittati fuochi d’ artifizio dalla propria casa a festeggiare |’ ingresso solenne 
di Francesco IV in Reggio nel 1814, si credè che que’ fuochi fossero stati la causa 
d’ un incendio divampato in un fenile situato rimpetto ad essa; perla qual cosa il 
Fisco intentò contro di lui un’ azione criminale. Fu il Venturi validamente difeso 
da insigni giureconsulti; ciò nondimeno volle scrivere e pubblicare egli stesso i due 
citati Promemoria, coi quali riescì tosto a convincere i Tribunali, che lo mandarono 
pienamente assoluto. 


Det sic. Pror. ALessanpao Puctia 37 


Ma, poichè gli anni s’incalzano e fugge omai cadente la vita, 
poichè il frale s’incurva al carico dell’ età, mentre la mente 
è ancor verde, e batte il cuore a sensi teneri e cari, lui pre- 
merà una foga commovente di desiderii e di affetti, quasi 
timida che non basti la futura vita al bisogno, e che il 
tributo della riconoscenza non rendasi alle memorie le più 
onorate e dilette. Alle urne venerabili e care di Paolo Cas 
siani e di Bonaventura Corti condurrà la sapienza, e questa 
per voce di lui paleserà i tesori onde tante scienze mercè 
i preclari ingegni arricchirono, e l’ amicizia deporrà sulle 
loro ceneri quell’ ederacea corona che nelle doti dell’animo 
e dell’ ingegno più che nelle basse e mutabili passioni ran- 
noda insieme gli scambievoli affetti dei nobili cuori (37). Chia- 
merà la gratitudine a porgere omaggio di riverenza alla me- 
moria di Gherardo Rangone, e quella tra i fiori e le lagrime 
narrerà le virtù di quel prode, il valor nelle scienze, i ge- 
nerosi propositi, la moderazion nelle gioje, la fermezza nelle 
avversità di fortuna: e l’ erudizione e l’ eloquenza e la filo- 
sofia in vago intreccio colla gratitudine e la verità e la giu- 
stizia diranno gli encomii non perituri di chi 8° ebbe tanti 
diritti per meritarli (38). 

Così tutto vivendo ne?’ sacrarii delle scienze e nelle libere 
espansioni dell’ ingegno e dell’ animo trapasserà, o Signori, 
il Venturi i tardi anni dell’età omai cadente; e quelli tutti 
che si volgeranno dal suo ripatriamento terreno sino al suo 
ripatriamento celeste, nel decimo dì di Settembre del 1822, 
col sentimenti e i conforti di quella Religione santissima, 
di cui fu mai sempre, e in ogni variar di tempi e di luo- 
ghi e di vicende e di casi, zelante osservatore e ministro, 
tutti un perenne avvicendamento saranno di gloriosa opero- 


(37) Articolo necrologico intorno al Consigliere Paolo Cassiani: nelle Memorie 
dell’ I. R. Istituto del Regno Lombardo-Veneto. Milano 1819. — Pita di Bona- 
ventura Corti: Memoria storica pubblicata nei citati Commentarii, e nella Storia di 
Scandiano. 

(38) Memorie intorno alla vita del Marchese Gherardo Rangone. Modena 1818. 


38 Etocio per Cav. As. GrampattIstA VENTURI 


sità, di orrevoli testimonianze, di rimunerazioni solenni. 
Lui già decorosamente accolto in seno alle più cospicue 
Accademie d’ Europa, all’ Italiana Società delle Scienze, 
all’ Istituto Nazionale Italiano, all’ Istituto di Bologna, alle 
Accademie di Mantova e di Torino, di Venezia, di Livorno, 
di Colmar, di Zurigo, di Berna, per tacer di tante altre, lui 
vedrà la ripristinata vostra Accademia onorare gli scientifici 
radunamenti di preziose lucubrazioni, fatta nel venerando 
vecchio più raggiante quell’ aureola di luce che in lui gio- 
vinetto aveva essa di già ammirata sì luminosa e splendente. 
Lui onorato dai Principi e dalle Nazioni, fregierà in petto 
e l’ aquila superbamente ingemmata della ferrea corona dei 
Re Longobardi e la splendida insegna a pochi dotti Italiani 
concessa, della Legione d’onore; lui cinto di pubblica esti- 
mazione e di universale favore, che al mutare de?’ politici 
ordinamenti non muta, quando pone radice sui pregi della 
virtù e dell’ ingegno, lui vorran duce, consigliere, e mae- 
stro, e i reggitori delle civili bisogne e i moderatori delle 
scienze e delle lettere e delle arti belle ; sicchè fia sovente 
trascelto o a star nel cospetto alla maestà de’ Cesari, o a 
sancire di voto autorevole i dubbiosi giudizii eziandio dei 
più sommi, in ogni maniera di letteraria o di scientifica 
disciplina (39). E così chiuderannosi gloriosissimi i giorni di 


(39) Come Membro cell’ I. R. Istituto delle Scienze, fece parte il Penturi della 
Commissiono destinata dal Governo a porgere omaggio alla Maestà di Francesco I 
Imperatore, allorchè recossi nel 1816 a Milano. Fu pure trascelto non poche volte 
a membro di Commissioni composte d’ uomini celebri ed autorevoli, per pronunciare 
giudizii intorno a gravi ed importantissimi oggetti. Il dotto e diligente di lui Bio- 
grafo enumera principalmente le seguenti. « Commissione, con Brocchi, Vincenzo 
Dandolo e Bossi per esaminare le Brughiere fra Saronno e Gallerate e proporre i 
mezzi di ridurle ad utile coltivazione. — Col Cav. Isimbardi per giudicare di un 
mulino a mano tutto d’acciajo. — Col March. Cagnola e col Cav. Longhi per dar 
giudizio intorno stampe ‘colorate, usando d' un rame solo. — Con Stratico e Confi- 
gliacchi, per esaminare una lampada idrostatica. — Col Cav. JMorosi e col detto 
Cav. Isimbardi, per riferire sopra una fabbrica di cuoj. — Collo stesso Cav. JMorosi 
e col Cav. Ab. De-Cesaris per giudicare di una macchina di divisione. — Infine 
col Cav. Longhi e col March. Canonica per dar giudizio intorno ud alcuni lavori 
in alabastro. — V. le cit. Notizie biografiche pag. 209 e aro. 


Der sic. Pror. ALessanpro Puctta 39 
Giambattista Venturi, di lui che ebbe vastità di mente e 
potenza d’ ingegno atta a quasi tutto penetrare e compren- 
dere lo scibile umano, di lui che tanta parte scorrendone 
col fortissimo genio, vi crebbe dovizia d’inestimabili tesori, 
che tramandò glorioso retaggio all’ ammirazion dei nepoti. 
La quale, o Signori, non fia mai possibile che cada loro 
dall’ animo, malgrado del tardo perpetuarsi del tempo, ove 
pure non sia possibile 1’ obbliare, come, trascendendo mira- 
bilmente la comune natura, Giambattista Venturi fu sapien- 
tissimo nella Metafisica, nella Geometria, nella Dinamica, 
nell’ Ottica, nell’ Idraulica, nella Geologia, e nell’ altre scienze 
tutte fisiche e naturali, che queste tutte amplamente per- 
fezionò ed arricchì, che illustrò 1’ Economia civile e la po- 
litica, la Storia e l’ Archeologia , 1’ amena Letteratura e la 
Poesia, ove fu pur vago non raramente di cogliere la ve- 
nustà e la fragranza de’ fiori più deliziosi alle Italiche muse. 

Ed io qui m’ arresto, o Signori, nell’ encomio di Giam- 
battista Venturi, languida e ben rozza immagine della sa- 
pienza di lui, non avendo certamente la mia debole voce 
nel pioferirlo presunto mai di uguagliare 1’ altezza e la 
dignità del soggetto. Meno è d° assai quel che dissi a pa- 
ragone di quel che tacqui, stretto da un’ angustia di tempo 
e da una fralezza di forze incommensurabile troppo colla 
gigantesca estensione del tema. Pur se a voi piaccia affisare 
lo sguardo nello scarso filo di luce, che derivai dal vivido 
sole di quel gran genio, io mi penso ne abbiate nondimeno 
a rimanere abbagliati: quel tenue filo risplende per se già 
troppo perchè 1’ occhio il sopporti: conviene direi quasi 
scomporlo col prisma in ogni suo raggio più semplice e con- 
templare di questi uno solo, per poterne sostenere la viva- 
cità e ammirarne la vaghezza. Nè allora il nobile sentimento 
dell’ emulazione sarà temerario ardimento, chè tal sarebbe. 
fuor d’ ogni dubbio, qualora osasse ambizioso trascendere 
sino a volere rivaleggiar per intero coll’ inimitabile modello. 
Ad alcuni uomini, i quali Iddio manda talvolta nel mondo 


40  Etocio per Cav. As. Giampattista VENTURI 


quasi a più perfetta sua immagine, non consente Iddio stesso 
frequenti e numerosi nè gli eguali nè gli emult: Ei pone 
soltanto nei contemporanei e nei posteri l’ obbligo di vene- 
rarli, e reclama l’ omaggio della gratitudine per averli lar- 
giti benefico a vantaggio dell’ umana famiglia, a vanto e 
decoro dell’ umana dignità. Nè ad altro io intesi che a sod- 
disfare a quest’ obbligo dicendo oggi, colla sola ricordanza 
delle opere, le lodi di Giambattista Venturi, qui dinnanzi 
ad incliti Magistrati che le scienze proteggono, a preclari 
Colleghi che le onorano, a Giovani egregi che le coltivano, 
e nella solenne inaugurazione agli studii di esse, sotto le 
volte maestose del tempio santo dì Dio. 


I LONOLITA 


DEL VAGLIO DI ERATOSTENE 
E DELLA ILLUSTRAZIONE FATTANE 


DA SAMUELE HORSLEY 


NEGLI ATTI DELLA R. SOCIETÀ DI LONDRA 


MEMORIA 
DEL SIG. PROF. CAV. BARTOLOMEO VERATTI 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza del 29 Aprile 1858 


— ta 000 


E ra gl’ illustri matematicì antichi de’ quali il nome e la 
fama, più che le opere ed i trovati, siano a noi pervenuti, 
— havvi Eratostene. Egli escogitò un metodo per rinvenire i 
numeri primi sceverandogli da’ composti, che egli medesimo, 
o i posteri, appellarono Vaglio o Crivello (Kooxivov); ed è 
tuttavia conosciuto sotto il nome di Vaglio dì Eratostene. 

Il Montucla per darne conto si prevalse di un’ apposita 
dissertazione dell’ inglese Samuele Horsley, come dell’ unico 
fra 1 moderni che avesse posto in chiara luce il metodo del 
matematico greco. Ed all’ Horsley parimente rimandano i 
moderni francesi compilatori del Dizionario delle Matema- 
tiche. l | 

Ma questo metodo di Eratostene non ci è pervenuto 
descritto da lui medesimo ; e solo ce lo hanno tramandato 
Nicomaco e Boezio nelle opere loro aritmetiche. Il dotto 
inglese, che assai poco conto faceva di questi antichi scrit- 
tori, li accusò di avere svisato il vero metodo di Erato- 
stene; e si accinse a ricomporlo nella sua primitiva purezza. 

Tom. III. VI 


42 DeL VacLio pr ERATOSTENE 

Fino a qual punto sarà giusta la sua censura, e sarà me- 
ritata per parte sua la lode d’ avere ristaurato quel metodo? 
Questa ricerca è l’ oggetto della Memoria presente. 

Nicomaco e Boezio asseriscono che il Vaglio d’ Eratostene 
serviva a doppio uso: a conoscere cioè 1 numeri veramente 
primi; ed anche a conoscere quelli che fossero soltanto 
primi fra di loro. — L’Accademico inglese sostiene che que- 
sto secondo oggetto non poteva essere raggiunto col metodo 
d’ Eratostene ; che perciò questi non se lo propose nem- 
meno. 

Determinare se due numeri siano primi rispettivamente 
fra di loro, è, dic’egli, un problema assai facile: ed Euclide 
lo scioglie colle tre prime proposizioni del settimo libro 
de’ suoi Elementi. Il problema difficile era di determinare 
se un qualunque numero dato fosse primo o composto asso- 
lutamente. Questo solo problema, come difficile, meritava 
dunque, secondo il Signor Horsley, che la gran mente di 
Eratostene se ne occupasse. 

Inoltre.... ma invece di accennare abbreviando, sarà me- 
glio riferire per intero le parole dell’ Horsley (1). « Nico- 
« maco propone di fare tali segni sopra i numeri compaosti, 
« che mostrino -tutti 1 divisori di ciascuno. Per questa cir- 
« costanza, e per le ripetute indicazioni di Nicomaco e del 
« suo commentatore Giovanni Grammatico (che trovasi ma- 
« noscritto nella biblioteca Saviliana ad Oxford), si sarebbe 
« condotto ad immaginare che il Vaglio di Eratostene fosse 
« qualche cosa di più di quello che il nome suo importa, 
« vale a dire un metodo di stacciare i numeri primi dalla 
« massa indistinta di tutti i numeri sì primi, come compo- 
« sti; e che, in un modo o in un altro, esibisse tutti i di- 
« visori d’ ogni numero composto, e similmente mostrasse se 


(1) La sua dissertazione trovasi nelle Philosophical Transactions, Vol. LXII, 
pag. 327 e seg. ed è intitolata: KOXKINON EPATOZOENOTE, or The Sieve of 
Eratosthenes. Being an account of his method of findiog all'the Prime Numbers, 

by the Rev. Samuel Horsley, F. R. 8. 


« 


« 


Memoria DeL sic. Pror. BartoLomeo VeraTTI 43 
due o più numeri composti fossero o no primi fra di loro. 
Io ho parecchie ragioni di credere che di ciò non si trat- 
tasse. Ne indicherò le principali il più brevemente possi- 
bile; perchè la materia non è sì importante da giustifi- 
carmi se trattengo minutamente intorno ad essa la Reale 
Società. 

« 1.° Nella serie naturale dei numeri dispari, 3, 5, 7 ecc. 
ogni numero è divisore di alcuni di quelli che seguono. 
Dunque, se noi dovessimo avere segni per tutti li diversi 
divisori di ciascun numero composto, noi dovremmo avere 
un segno diverso per ogni numero dispari. Dunque do- 
vremmo avere tanti segni, o sistemi di segni, quanti numeri; 
ed io non vedo che sia possibile trovare segni più compen- 
diosi dei soliti caratteri numerici. E, tale essendo il caso, 
sarebbe impossibile praticamente (impracticable) condurre 
una Tavola, quale la propone Nicomaco, e ì suoi commen- 
tatori l’ hanno abbozzata, ad una lunghezza sufficiente per 
riuscire di uso, per rispetto alla moltiplicità dei divisori 
d’ alcuni numeri ed alla confusione che ne proverrebbe. 
(Il numero 3465 p. e. non ha meno di 22 diversi divisori). 
Si stenta a supporre che Eratostene potesse passar sopra 
a quest’ ovvia difficoltà, sebbene Nicomaco non vi abbia 
fatta attenzione. Dunque Eratostene non intendeva di co- 
struire una Tavola siffatta. 

« 2.° Eratostene non potea non accorgersi che il deter- 
minare se due o più numeri siano primi o composti in 
relazione fra di loro, si può fare in ogni caso più facil- 
mente col metodo diretto dato da Euclide, che non col 
metodo del Vaglio. Ed egli non potea pensare di applicare 
questo metodo ad un problema, al quale altro metodo 
era meglio adattato. 

« Finalmente, Eratostene non poteva imaginarsi che il 
metodo del Vaglio dovesse essere applicato a trovare tutti 
1 divisori possibili d’ ogni dato numero composto, perchè 
egli non poteva ignorare il modo assai più facile di ciò 


« 
« 


44 Der Vacrio pi ERATOSTENE 
fare, che si fonda sopra due ovvii teoremi, che non gli 


potevano essere ignoti. 
« Questi teoremi sono i seguenti : 
« 1.° Se due numeri primi si moltiplicano fra di loro, il 


« prodotto non ha altri divisori, che i due primi fattori. 


€ 


« 2.° Se un numero primo moltiplica un numero composto, 
e parimente moltiplica uno dopo ’’ altro tutti i divisori di 
questo numero composto, i numeri prodotti dalle moltipli- 
che di questi divisori saranno divisori del numero pro- 
dotto colla prima moltiplicazione. Ed il numero prodotto 
colla prima moltiplicazione non avrà altri divisori fuorchè 
i due fattori, i divisori del fattore composto, ed i numeri 


« fatti moltiplicando separatamente questi divisori pel fat- 


« 


tore primo. 
« Il metodo per trovare tutti i divisori d’ ogni numero 


composto, dato dal Newton nella Arithmetica Universalis, 
e dal Maclaurin nel suo Trattato di Algebra, può essere 
dedotto da queste proposizioni, come agevolmente scorgerà 
ogni matematico. Infatti questo metodo richiede che il 
minimo divisor primo sia trovato previamente: e se ac- 
cada che il minimo primo divisore sia un numero grande, 
siccome non è possibile assegnarlo per mezzo di un me- 
todo generale, sarebbe molto tedioso l’ investigarlo con 
ripetuti tentativi. Una tavola pertanto dei numeri dispari 
ne’ quali ciascuno de’ composti avesse notato sopra di se 
il suo minimo primo divisore sarebbe di molta utilità. 
Ma il progetto di Nicomaco di costruire una tavola nella 
quale ogni numero composto avesse scritti di sopra tutti 
i suoi divisori è ridicolo e assurdo per riguardo alle in- 
superabili difficoltà che ne colpirebbero 1’ esecuzione. » 

Ma la malagevolezza d’ una impresa non la rende nè ri- 


dicola, nè assurda: e ridicolo più tosto sì fa chi ardisca di- 
chiarare assurdo un problema senza dimostrarne l’ intrinseca 
ripugnanza. Nè può sfuggire a chicchessia che delle tre 
ragioni addotte dall’ Horsley soltanto la prima, la quale sì 


Memoria peL s;6. Pror. BartoLomeo VeRATTI 45 
fonda sopra la pratica impossibilità di formare una Tavola 
conforme al suggerimento di Nicomaco, si presenta con un 
valore obbiettivo. Le altre due sono per così dire ragioni 
subbiettive : ed inoltre son tali che solo potrebbero valere 
ove si quistionasse se il metodo esposto da Nicomaco fosse 
‘o no degno d° un ingegno felice ed acuto. 

Ma finchè si cerchi solo il fatto storico se il metodo di 
Eratostene fosse quale ci è stato narrato da Nicomaco e da 
Boezio, affatto inutile è la ricerca se esso sia il metodo 
più semplice e più commendevole. In tutte le cose e in 
tutte le scoperte il massimo della semplicità e dell’ eleganza, 
raro è che si trovi di primo slancio. E il facile est inventis 
addere si verifica ancora qui. 

Si cerca storicamente qual fosse il metodo inventato da 
Eratostene : e se Eratostene diè il nome di Vaglio ad un 
metodo che poteva servire al raggiungimento di due fini, 
cioè a trovare non solo i numeri assolutamente primi, ma 
ancora quelli primi relativamente. Che se, per servire a que- 
sto doppio oggetto, il metodo riesce più complicato e labo- 
rioso di quello che occorrerebbe per raggiungere un solo 
scopo; e se potevasi senza danno trascurare uno di questi 
fini, per conseguire il quale si aveano altri mezzi; ciò vorrà 
dire soltanto che si potea semplificare l’ invenzione d’ Era- 
tostene. E la lode d° averla condotta a maggiore semplicità, 
è giustamente meritata dall’ Horsley. 

Ma se poi si cerchi quale fu precisamente il metodo che 
Eratostene escogitò e fece di pubblica ragione, trattandosi 
di cosa di fatto, pare che si debba cercare prima di tutto 
nelle antiche memorie ; e che un documento antico, e un’ an- 
tica tradizione, abbiano (nella mancanza di un apposito scritto 
di Eratostene) maggior valore che non tutti i raziocinii 
metafisici. 

Ora la notizia del Vaglio di Eratostene fu tramandata ai 
posteri unicamente da Nicomaco e da Boezio: ed entrambi 
raccontano che esso serviva a quel doppio uso. — Lecito 


46 Der Vaccio DI ERATOSTENE 


era dunque all’ accademico inglese asserire quel metodo 
meritevole d’ essere semplificato: ma non eragli lecito ne- 
gare che così fosse venuto trovato ad Eratostene. L' auto- 
rità di uno scrittore nella narrazione di un fatto non sì 
distrugge cercando di screditarlo come poco profondo nella 
scienza. E la fede che si attribuisce alla narrazione di un 
fatto non dipende dalla stima che si faccia della dottrina 
del narratore : chè altro è la sincerità di un testimone, ed 
altro la perizia di un esperto. Ma 1’ accademico inglese non 
si tenne vincolato a questi canoni di critica, punto più che 
ad un sentimento di gratitudine; essendo poi alla fine Nico- 
maco e Boezio i soli che di quel Vaglio abbiano fatta una 
descrizione. Egli si libera del peso della loro autorità, come 
narratori, ed insieme da quello della riconoscenza, parlan- 
done così: « Eratostene, la cui maestria in ogni ramo di filo- 
« sofia e di letteratura de’ suoi tempi rese tanto famoso il 
« suo nome fra i Saggi della scuola Alessandrina, fu inven- 
« tore di un metodo indiretto, col quale si può costruire 
« una siffatta Tavola, e condurla ad una grande lunghezza 
« in breve tempo, e con poca fatica. Questa straordinaria ed 
« utile invenzione è al presente, io credo, poco o nulla co- 
« nosciuta: essendo descritta soltanto da due scrittori, letti 
« di rado, e da essi poi anche oscuramente; da Nicomaco 
« Gerasino, superficiale scrittore (sha/low writer) del 3° o del 
« 4° secolo, che sembra essere stato condotto alle specula- 
« zioni matematiche, non tanto da qualche genio per esse, 
« quanto dalla tenerezza pei misteri della filosofia pitagorica 
« e platonica; e da Boezio, il cui trattato sopra i numeri 
« non è altro che un compendio del miserabile lavoro di 
« Nicomaco (of the wretched performance of Nicomachus). » 

La sola delle ragioni dell’ Horsley che potesse essere presa 
a calcolo nella presente quistione storica, sarebbe quella 
della impossibilità pratica di costruire una tavola di numeri 
quale è descritta da questi autori. E qui, senza pretendere 
che il dotto inglese si provasse a costruirla, pare che almeno 


Memoria DeL sic. Pror. BartoLomEeo VERATTI 47 


avrebbe ‘dovuto andar più a rilento nel sentenziarla impra- 
ticabile ed assurda, ponendo mente che era già stata fatta. 
Ma a lui pare stasse troppo a cuore di regalare ad Erato- 
stene un proprio metodo, ovvero di uobilitare la propria 
invenzione col bel nome di Eratostene, per darsi fastidio 
della obbiezione: non essere impossibile ciò che pure è 
fatto ed esiste. — È degna d’essere veduta la maniera colla 
quale egli si toglie d’ imbarazzo. 


« 


« Prima che io entri nel mio soggetto (così egli) debbo 
prendermi la libertà di fare qualche osservazione sopra 
una certa Tavola, che in mezzo ad altre cose attribuite 
ad Eratostene, è stampata alla fine della bella edizione 
di Arato pubblicata ad Oxford nel 1672, ed è ornata del 
titolo di Kooxwov Eparocdevovs. Essa contiene tutti i 
numeri dispari dal 3 fino al 113 inclusivamente, distri- 
buiti in piccole cellette, con sopra in ogni celletta zutzi 
i divisori d’ ogni numero composto; ed i numeri primi 
sono distinti, per quanto dura la tavola, per non avere 


« sopra di se nessun divisore. Questa Tavola è stata copiata 


Z%} 


probabilmente o da un Commento greco dell’ Aritmetica 
di Nicomaco, che sì conserva fra i manoscritti di Mr. Sel- 
den nella Libreria Bodleiana, nel quale, sebbene il mano- 
scritto sia ora tanto deperito da essere in molti luoghi 
illeggibile, io trovo chiari vestigi di una tal tavola, che 
poteva essere più perfetta 100 anni addietro quando fu 
pubblicato 1’ Arato d’ Oxford; ovvero da un altro Com- 
mento tradotto da un manoscritto greco in latino, ed in 
questa lingua pubblicato dal Camerario, nel quale s° in- 
contra una Tavola della identica forma, che si estende 


« dal numero 3 al 109 inclusivamente. Può essere sufficiente 
« difesa per l’ editore di Arato l’avere avuto queste auto- 


rità nel pubblicare quella Tavola siccome Vaglio d’ Erato- 
stene; specialmente per essere in una certa misura soste- 
nute da alcuni tratti di Nicomaco medesimo. Ma il Vaglio 
d’ Eratostene era affatto un’ altra cosa. 


48 Der Vactio pi EraToSsTENE 
« L° editore d° Oxford ha annesso alla sua tavola, per ispie- 
garne l’ uso, alcuni passi staccati scelti da lui dal testo 


« di Nicomaco, e dal Commento sopra di questo attribuito 


a Giovanni Grammatico.... Ma sopra quali principj e con 
quale regola debba essere costrutta quella Tavola, non è 
ivi spiegato. È chiaro che per segnare i numeri composti, 
è necessario conoscere quali siano tali. E senza una regola 
per distinguere i numeri primi dai composti, la quale sia 
indipendente: da qualunque tavola in che debbano essere 
controdistinti da un segno, è impossibile giudicare se la 
tavola è giusta nella parte che ne sia fatta, e di esten- 


« derla più oltre se ciò sia richiesto. Ora, si è la Regola 
« con che distinguere i numeri primi dai composti, e non 
« già una Tavola costrutta non sappiam come, che fu in- 


« 
« 


ventata da Eratostene, e ad essa l’autore diè il nome di 
Vaglio per l’ uso suo, e per la natura della operazione, 
la quale procede (come vedremo) per una graduale eli- 


« minazione dei numeri composti dalla serie aritmetica 3, 9, 
« 7, 9, II ecc. continuata all’ infinito. Io ho pensato neces- 
« sario di premettere queste riflessioni per rimovere il pre- 


giudizio, il quale, per essere nelle mani di tutti la bella 


« e stimabile edizione di Arato, ho temuto che alcuno 
« aver possa concepito, essere quella male accozzata tavola 
« (ill-contrived table), opera inutile di qualche monaco dei 


R 


« 


secoli barbari, il tutto della invenzione del grande ÉEra- 
tostene, e per giustificar me medesimo da qualunque 


« possibile sospetto di aver tentato di mietere l’ altrui se- 
« minato. » 


Quest’ ultima accusa io non vorrò muovere al certo al 


dotto accademico inglese. Ma non parlando per ora della 
forza logica del raziocinio da lui qui esposto, non so tacere 
che egli volea dire assurda, ridicola, e praticamente impos- 
sibile una Tavola che presentasse tutti i divisori dei nu- 
meri. Ma egli medesimo cogli occhi suoi ha veduta fatta 
questa Tavola non fattibile; e piuttosto che ammettere es- 


Memoria DEL sic. Pror. BartoLumeo VeRATTI «= 49 
ser possibile e fattibile ciò che è stato fatto, crede di trarsi 
d’ impaccio col dire che essa alla fine non è che 1’ opera 
di qualche Monaco de’ secoli barbari. 

Convien dire che fra i diritti del Clero Anglicano, al 
quale apparteneva l’ Horsley, vi fosse, almeno a’ tempi di 
questo, anche quello di riguardare come non esistente qua- 
lunque cosa fosse provenuta dalle mani dei Monaci, se la 
R. Società di Londra credette di accogliere puramente e 
semplicemente fra gli atti propr]j questa curiosa ragione. 

Passiamo ora a guardare più da presso l’ operazione e la 
teoria del Vaglio. In ordine alla quale 1° Horsley si prende 
cura di avvertire ch’ ei la esporrà secondo le idee proprie, 
non tenendosi obbligato ad uniformarle a quelle di Nicomaco, 
ch’ egli è persuaso essere erronee in molte parti. Al greco 
aritmetico egli concede soltanto alcune osservazioni circa le 
relazioni de’ numeri dispari fra loro, le quali « sono certa- 
« mente sue proprie, perchè prive d’importanza in se mede- 
« sime e del tutto estranee al proposito. Io ometto (prosegue 
« l’Horsley) tutto questo, ed avendo stabilito ciò che reputo 
« essere stata la genuina teoria del metodo di Eratostene, 
« purgata dalle adulterazioni di Nicomaco, ne deduco una 
« operazione di grande semplicità, che scioglie il problema 
« in quistione con meravigliosa agevolezza, e la quale per 
« essere la più semplice che sembri potere essere prodotta 
« da quella teoria, io non ho veruno scrupolo nell’ adottarla 
« come la originale operazione del Vaglio, sebbene dissimile 
« da quella che si trova in Nicomaco. » 

Quid dignum tanto feret hic promissor hiatu ? 

Egli ragiona così: 

« Eccetto il 2, nessun numero pari sì è primo; dunque 
« ogni numero primo, tranne il 2, sarà incluso nella serie 
« de’ numeri dispari nell’ordine loro naturale, estesa all’ in- 
« finito. Ma ogni numero non primo è multiplo di qualche 
« numero primo, come dimostrò Euclide (Elem. 7» prop. 33). 
« Dunque la serie predetta conterrà i numeri primi, ed i 

Tom. III, VII 


z% 


50 Der Vaccio pi ERatOSTENE 

loro multipli. Questi multipli poi si seguono, in questa 
serie, a distanze regolari; e così si ha il modo di distin- 
guerli facilmente e di levarli via. | 
« Ed in vero fra il 3 ed il suo primiero multiplo 9, si 
trovano due numeri non multipli di 3. Fra g e il prossimo 
multiplo di 3, cioè il 15, altri due se ne incontrano non 
multipli di esso 3. E di nuovo fra il 15 e l’altro pros- 
simo multiplo di 3, che è ar, cadono altri due numeri 
non multipli di 3, e così via discorrendo. Ancora fra 5 e 
il prossimo suo multiplo 15, stanno quattro numeri non 


« multipli di 5: e così altri quattro si trovano fra 15 e 25 


I 


che è il successivo multiplo di 5, e così seguitando. Pa- 
rimente fra ogni pajo di multipli del 7, come si trovano 
nell’ ordine loro naturale in questa serie, si frappongono 
sei numeri che non sono multipli di 7, Ed universalmente 
fra ogni due multipli di un qualunque numero n, come 
essi stanno nell’ ordine loro naturale nella serie, si tro- 
vano n—I numeri che non sono multipli di n. 

« Di qui si deriva l’ operazione. I termini tutti che seguono 
il 3 si contano a tre a tre ed ogni terzo numero sì can- 
cella; così rimangono cancellati tutti i multipli di 3. 
Il primo numero susseguente al tre, che non sia cancellato, 
è 5. Si cancelli il quadrato di 5; e dopo questo contando 
per cinque tutti i termini seguenti, si cancelli ogni quinto 
numero, se non fosse già stato cancellato prima fra i multi- 
pli del 3. E così saranno cassati tutti i multipli di ©. 
Parimente si cancella il quadrato di 7, e contando a sei 
a sei i numeri che gli vengon dopo, si cancella ogni settimo 
numero, che non fosse stato cancellato nelle precedenti can- 
cellazioni..... E così si continua fino a che il primo numero 
non cancellato che ci sì presenta dopo quello i cui multipli 
sono stati cancellati immediatamente prima, sia tale che 
il suo quadrato superì l’ ultimo e maggior numero al quale 
sia estesa la serie. I numeri che rimangono non cancellati 
sono tutti 1 numeri primi, eccetto il 2, che si presentano 


Memoria peL sic. Pror. BartoLomeo VERATTI SI 
« nella naturale progressione dei numeri dall’ 1 al limite 
« della serie. Per limite della serie io intendo il numero 
« ultimo e più grande, al quale siasi creduto conveniente 
« di estendere la serie. » 

Così 1° Horsley; al quale non può negarsi essere facile e 
semplice assai l’ espediente di cancellare i numeri composti; 
e cancellati che siano una volta, non darsene più pensiero 
nelle successive cancellazioni. Ma sarà permesso osservare che 
nè Nicomaco nè Boezio lasciarono scritto che l’ operazione 
di Eratostene fosse di una meravigliosa agevolezza, e ri- 
chiedesse poco tempo e poca fatica. E poi ancora, che la 
meravigliosa facilità di questa operazione è per altro alligata 
alla condizione che si prenda per limite alla serie un numero 
non troppo alto. Chi fosse sì indiscreto o curioso da volere 
i numeri primi che si trovano fra l’ uno e il milione; o anche 
solo quelli che passino le tre o quattro cifre, potrebbe tro- 
vare che non è poi sì lieve la fatica, nè sì corto il tempo 
che vi debba impiegare. 

Risovveniamoci ancora che l’ accademico inglese ha rim- 
proverato a Nicomaco di aver cercata una Tavola senza una 
regola che servisse antecedentemente a distinguere i numeri 
che doveano essere contradistinti in essa Tavola; e che ha 
biasimata e trascurata, come inutile lavoro d’ un qualche 
Monaco del medio evo, la Tavola, che per essere venuta da 
tali mani egli ha per non fatta e per non fattibile, e as- 
surda e ridicola. 

Il principio che servirà a costruire la tavola sarà quello 
stesso che è stato applicato dall’ Horsley. Questo principio, 
non invero coi termini dell’ Algebra moderna, e così non 
nominando n, ed 2 — I, ma con vocaboli equivalenti, era 
già formulato da Nicomaco e da Boezio. 

Questo principio, che pare indubitato essere stata l’anima 
del metodo d’ Eratostene, applichiamolo alla serie dei nu- 
meri dispari: ma non al modo dell’ Horsley, per cancellare 
i multipli, e non pensarvi più sopra; ma sibbene scrivendo 


92 DeL Vaglio Di ERATOSTENE 
o di sopra o di sotto ad essi li.numeri primi che li dividono. 
E fatto ciò col primo numero, facciamolo anche col secondo, 
poi col terzo, poi col quarto, e in somma finchè arriviamo 
ad un numero il cui multiplo successivo si trovi fuori del 
limite a cui siasi voluto circoscrivere la serie assunta. 


3, 9, 7, 9, II, 13, 19, 17, 19, 2!, 23, 20, 27, 29, dI, 33 
3 3 3 5° 3 3 


5 7 rr 


35, 37, 39, 4r, 43, 40, 47, 49, SI, 53, 60, 07, 009, 6I 
5 3 ; 7 3 5 3 


” 13 17 sI 19 


63, 65, 67, 69, 71, 73, 79, 77,79,81, 83, 85, 87, 80, gr, 93 
3 5 3 3 7 3 6 3 7 3 


7 13 33 5 1 17 539 13 i 


95, 97; 99; I0I, 103, 100, 107, 109, III, 113, 119, 117 
5 3 3 3 5 3 


19 LI 5 37 23 13 
7 


119, 1921; 123, 120, 127, 129, 131, 133, 135, 137, 139 
7 II 3 5 3 7 3 


17 4I 43 19 5 


141, 143, 149, 147, 149, 151, 153, 155, 157, 199, I01 
3 tI 5 3 3 5 3 7 


47 13 29 7 17 3: 53 23 


In questo breve saggio avendo preso per limite della serie 
il 161 abbiamo adoprati per divisori i soli numeri primi fino 
al 53; perchè i successivi ci avrebbero condotti fuori del 
limite a cercare i primi loro multipli. 

La fatica di costruire questa tavola non è stata maggiore 
di quella che avrebbe importato la semplice cancellazione 
proposta dall’ Horsley ; ma non solo abbiam trovato per esclu- 
sione i numeri assolutamente primi ( unico oggetto cui serva 
opportunamente, secondo l’ Horsley, questa operazione ) ma 
abbiamo ancora il modo di conoscere i primi relativamente. 
Imperocchè se confrontiamo p. es. 35 e 39, numeri composti, 


Memoria pet sic. Pror. BarroLomeo VeratTI 53 


vediamo non aver essi alcun divisore comune, e per ciò 
essere primi fra di loro. Che è appunto ciò che Nicomaco 
e Boezio ci avean detto ottenersìi col Vaglio d’ Erato- 
stene. 

Che poi, potendosi conseguire anche con altri metodi una 
tal cognizione, sia assai meno importante questa parte del me- 
todo d° Eratostene, questa è cosa da concedere a dirittura; 
ma non è ragione che valga a vituperare o come ignoranti o 
come menzogneri quegli antichi che, tanto più vicini alla 
età di Eratostene, ci tramandarono contezza della inven- 
zione di lui. 

Nel saggio che ho dato circa l’operazione del Vaglio ho 
preso, come l’ Horsley, la serie dei numeri dispari, non tanto 
per aver esso fatto così, quanto perchè così fecero Nicomaco 
e Boezio. E certo che ciò basta pienamente all’ uopo di rin- 
tracciare i numeri primi assolutamente. Ma primi relativa- 
mente esser possono un pari e un dispari. E perciò io 
inclino a credere che in origine l° operazione d° Eratostene 
| fosse fatta sopra la serie naturale dei numeri 1,2, 3,4,5... 
e solo in appresso fosse semplificata, riducendola alla serie 
dei dispari. E a farmi credere così, oltre l’intrinseca verisi- 
miglianza, me lo persuade ancora un periodo di Nicomaco 
( ommesso da Boezio), sebbene assai involuto ed oscuro forse 
per non esserne sincera la lezione. Nè l’ assumere la serie 
dei numeri naturali complicava di troppo l’ operazione che 
rimaneva pur sempre abbastanza spedita. Quella prima sem- 
plificazione poi doveva condurre a negligere affatto la ricerca 
dei numeri primi fra di loro, col mezzo di questo Vaglio, e 
ridurlo alla semplicità vagheggiata ed ottenuta dall’ Horsley. 

Quella fatica alquanto maggiore che si impieghi poi nello 
scrivere tutti 1 divisori primi (dacchè basta notare questi; 
e Nicomaco e Boezio non dissero, ciò che fa loro dire l’ ac- 
cademico inglese, doversi notare tutti quanti indistintamente 
1 divisori), reca non leggero compenso a chi non una serie 
dei numeri primi, cominciando dai più piccoli, volesse fare; 


54 Der Vacctio Dpr EraTOsTENE 
ma volesse invece cercare i numeri primi che si trovino fra 
due numeri dati. 

Prendiamo a cagion d’ esempio a cercare i numeri primi 
che siano fra 3400 e 3500; per avere appunto fra le mani 
quel 3465 che, avendo non meno di sa divisori, è recato 
dall’ Horsley come esempio, quasi dissi spauracchio, della 
confusione che rende non praticabile (impracticable) la ta- 
vola suggerita da Nicomaco. Troviamo coi metodi consueti 
1 divisori di questo numero. E prendendo quelli che evi- 
dentemente non ci conducano a cercare i loro multipli fuori 
dei limiti dati, e così prendendo i numeri 3, 5, 7, 9, II, 
15, 21.... senz’ uopo di altre operazioni, ma applicando la 
teoria fondamentale del Vaglio, noteremo a destra ed a si- 
nistra il 3 come divisore dei numeri che incontreremo con- 
tando a tre a tre, poi il 5 sotto quelli che troviamo 
contando a cinque a cinque, il 7 sotto quelli che ci si pre- 
sentano contando a sette a sette; e così via discorrendo. 
L’avvertenza che i multipli di questi divisori semplici, come 
9, 15, 21... vanno a cadere sopra numeri già trovati composti, 
consiglierà a risparmiare il tempo di notarli essi pure. Aven- 
do fatto ciò, non solo si è operata una prima vagliatura, 
che ha già eliminato un gran numero di termini riconosciuti 
composti, ed ha assegnato a ciascuno il minimo suo divisore; 
ma si è ancora ottenuta la certezza che nessun altro termine 
della serie data è divisibile pei divisori già applicati. Perciò 
rimangono da sperimentare gli altri numeri primi. Ed anche 
ciò si può fare colla certezza di non operare inutilmente, e 
come a tastoni. Assumendo il numero primo che segue in 
ordine dopo quelli applicati, che nel caso nostro è il 13, 
sì divida per esso alcuno dei termini non eliminati, per es. 
il primo che 8° incontra. Se per caso il numero preso per 
divisore lo dividerà esattamente, lo noteremo tanto sotto di 
lui, quanto sotto li successivi contandoli a 13 a 13, giusta 
la regola. Ma se, come è facile, non si possa dividere esat- 
tamente, ne ricaveremo invece la cognizione del numero più 


Memoria peL sic. Pror. BarroLomeo VERATTI 59 
vicino, nella serie, che sia multiplo del divisore adoprato. 
Imperocchè la differenza fra il residuo e il divisore aggiunta 
al dividendo, ovvero la sottrazione del residuo dal dividendo, 
rende il dividendo medesimo multiplo esatto del divisore. 
E così, con. la regola fondamentale, avremo tutti i multipli di 
quel divisore successivi o precedenti nella data serie. Conti- 
nuando così con gli altri successivi interiori numeri primi, 
nessun tentativo sarà infruttuoso, perchè indicherà sempre 
come multiplo di quel numero alcuno dei termini della data 
serie. E quando si arrivi a divisori che per trovare un loro 
multiplo ci conducano fuori d’ambo i limiti dati, avremo 
per finita l’ operazione, rimanendoci primi tutti i numeri. a 
cul non sì è per tal modo trovato alcun divisore ed avendo 
gli altri segnato il loro menomo divisore. 

La meravigliosa facilità di contare materialmente n—i: 
termini, è chiaro che sparisce quando 7 rappresenti un nu- 
mero alto. L’ Horsley non ha parlato di questo caso; ma 
non è andato più in là di n=r11. Ma qui vengono in ajuto 
quelle osservazioni che |’ accademico inglese dichiara di 
ammettere come certamente di Nicomaco, perchè prive d’° im- 
portanza in se medesime, e del tutto estranee al proposito. 
Queste osservazioni, o piuttosto questa osservazione, dacchè 
si riducono ad una sola, consiste nel por mente che non 
solo ogni numero primo nr è summultiplo di tutti que’ suc- 
cessivi che da lui distano n—I termini; ma che gli altri 
fattori che con lui moltiplicati formano ogni suo multiplo, 
sono costantemente, ed in ordine, ciascuno dei termini della 
serie dei dispari, cominciando dal primo. Perciò, trovato un 
numero primo p.es. 3413 senza contare materialmente tanti 
termini successivi, vedremo col mezzo di facili moltiplica- 
zioni che i multipli di lui sono 3X3413, 5X3413, 7X3413 
e così via discorrendo. Il dotto inglese che in una annota- 
zione latina al testo di Nicomaco ha pure tradotta 1’ osser- 
vazione di lui in forma algebrica, avrebbe meglio provve- 
duto al proprio decoro, se invece di vilipenderla nella sua 


56 Det Vagtio DI ERaATOSTENE 


Memoria, se ne fosse giovato per condurre a maggior per- 
fezione il metodo da lui semplificato (2). 

Porrò fine a questa disamina cercando la ragione filolo- 
gica per la quale fu dato a que’ numeri, che non sono mul- 
tipli di nessun altro numero, il nome di primi (mpotor), che 
non è stato cangiato mai. E sebbene un tratto di Boezio 
potesse far sospettare che fossero appellati così, perchè essi 
non hanno altre parti aliquote fuor di quella che prende 
nome da essi: come il 3 nel quale si ha dei zerzi, il 5 dove 


(2) Ecco la nota sua a Nicomaco segnata (p) — Nempe series numerorum im- 
parium 3, 5, 7, 9, etc. infinite protensa, cum numeros impares universos contineat, 
imparis cujusvis multiplices omnes impares necessario complectitur. Esto igitur 7 
numerus quilibet impar. In serie 3, 5, 7, etc. infinite protensa, habes numeros 
omnes nX3, rX5, nX7, etc. Et cum seriei ea Lex sit et Conditio, ut naturali 
ordine numeri impares sequantur, et minor omnis numerus majorem praecedat, fieri 
nequit, quin multiplices nun.eri n eum inter se ordinem servent, ut minor quisque 
majorem praecedat. Primus igitur erit rX3, secundus nXS, tertius 2X7, et uni- 
versim, nYXm eum habiturus est, inter multiplices, locum, quem numerus m in 
serie. = 

Assai belle ed opportune sono in generale le note dell’ Horsley per ridurre a 
buona’ lezione, ora coll’ ajuto de’ Mss. ed ora col mezzo di critiche congetture, i 
testi di Nicomaco e di Boezio, E la lode che perciò egli merita sarebbe più pura, 
se meno arrogante e prosuntuoso si fosse mostrato nella Memoria che ho abbreviata 
e disaminata in questo mio scritto. 

In una delle sue note a Boezio, parmi essere alquanto corriva e intemperante la 
sua critica. Boezio scrive: « .... Modum autem mensionis, secundum ordinem col- 
locatorum, ipsa series dabit. Nam primus quem numerat, secundum primum nume- 
rat, idest secundum se; et secundum primus quem numerat, per secundum nume- 
rat, et tertiuim per tertium, et quartum item per quartum.... )) 

L' Horsley annota: « Pro numerat mallem in utroque luco metitur, ut aliud sit 
numerare aliud metiri, et sensus sit. « That which the first number [ of the Series | 
« counts the first [ of its multiples ], it measures by the first (of the Series], i. e. 
« by itself. That which it counts the second [ of its multiples ], it measures by the 
« second [ number in the Series ]. » Sic enim infra legimus de Numero ordine se- 
cundo « primum quem numerat secundum primum metitur. )) 

Io non posso convenire con lui nella correzione che propone al testo. Imperoc- 
chè nel linguaggio di Boezio sono perfetti sinonimi numerare e metiri: ed egli li va 
alternando per non istancare l’ orecchio colla nojosa ripetizione dell’ identico voca- 
bolo. Oltre il fatto d’ averli adoprati promiscuamente nell’ opera sua, Boezio s° è 
preso egli medesimo il pensiero d’ accertare i lettori di tale sinonimia, scrivendo: 
« Idem autem dico numerat quod metitur. » (Lib. I, cap. 19). 


Memoria peL sic. Pror. BarroLomeo VeraTTI — 57 


si ha dei guinti, il 7 nelequale non sono che sezttimi, e 
così via discorrendo; ma sono poi commensurati dalla sola 
unità (3); ciò non di meno mi sembra più probabile che fos- 
sero detti primi, perchè ciascuno di essi nella infinita serie 
dei numeri o naturali o dispari, si trova essere il primo 
delle serie dei molteplici, che si cancellano o altrimenti 
sono segnati nella operazione del Vaglio di Eratostene. 
Così nelle serie 3, 6, 09, 12, 10 .... 
5, IO, 10, 20, 25 .... 
7, 14, 21, 28, 305..... 
11, 22, 33, 44, 55..... 


i numeri ircomposti si trovano sempre e soli essere i primi. 


(3) « Primus quidem et incompositus est qui nullam partem habet, nisi eam 
(© quae a tota numeri quantitate denominata sit, ut ipsa pars non sit nisi unitas, 
« ut sunt 3, 5, 7.... In tribus enim una pars sola est, idest fertia, quae a tribus 
« scilicet denominata est; et ipsa tertia pars unitag.... Dicitur autem primus et 
« incompositus, quod nullus eum alter numerus metiatur, praeter solam, quae 
« cunctis mater est, unitatem .... Primos ergo et incompositos nullus numerus 
« metietur, praeter unitatem solam, quoniam ex nullis aliis numeris compositi sunt, 
« sed tantum ex unitatibus in semetipsis auctis multiplicatisque procreantur. Ter 
« enim unus, 3; et quinquies unus, quinque: et septies unus, 7 fecerunt. Et alii 
« quidem, quos supra descripsimus, eodem modo nascuntur. )) 

Boeth. Arithm. Lib. I, cap. 10 (e in altre edizioni cap. 14). 


Tom. III. VIII 


ELOGIO 
DI LAZZARO SPALLANZANI 


SCRITTO 
DAL DEFUNTO SIG. PROFESSORE GIOVANNI BIANCHI 
E LETTO DAL MEDESIMO IN 8. CARLO PER ORAZIONE INAUGURALE — 


il 23 Novembre dell’ anno 1827 


— Siae 


E u sentenza de’ Critici, che a definire il tributo di laude 
dovuta al merito de’ Sapienti si debbano attendere i maturi 
decreti del tempo. Lo che di vero è gravissima ammonizione 
suggerita non pure dalla sperienza de’ Secoli, che protetta 
dal conoscimento dello spirito umano. Il quale ora non è 
facile di sua indole ad arrendersi al lume di novelle verità, 
ora è pieghevole di troppo al pericolo di restar sedotto alla 
venerazione di certi Idoli, che, avversi al buon gusto ed ai 
progressi del sapere, pur si usurpano gli Incensi. Siffatto 
avvertimento non impone però un silenzio disdicevole alla 
gratitudine de’ coetanei, quando questa sia rivolta a rendere 
un omaggio di riverenza e di applauso a coloro, che meno 
studiosi, al dire di Tullio, de’ commenti delle opinioni che 
de’ giudizit della natura, accrebbero coll’ operato loro il 
cumulo delle cognizioni, e gli insegnamenti della grande 
Maestra convertirono ad incontrastabile giovamento della 
Scienza e de’ loro simili. Chè altrimenti sarebbe stata vitu- 
perevole cosa alla Scienza ed alla umanità beneficate il 
lasciare, per lungo succedersi di età, inonorata la memoria 
del Filosofo Fiorentino scopritore di astri e di leggi regola- 


Scritto Dar ru sic. Pror. Giovanni Biancni 59 
trici del moto e della caduta de’ gravi; dell’ Inglese Fisio- 
logista che disvelava il secreto della sanguigna circolazione; 
del Medico di Modena apprestatore di rimedio contro la 
più mortifera tra le febbri; del Fisico Americano, che, 
aperto il mistero della natura del fulmine, approntava una 
difesa contro il tremendo suo potere. E il pietoso ufficio di 
ossequio alla ricordanza di questi prodi addiviene poi un 
dovere tanto più grave, quando si aggiunga, oltre allo sti- 
molo della patria carità, il profitto, che pur raccogliesi dal 
movere con illustri Esempli le menti degli studiosi a gene- 
rosa imitazione. Il perchè, essendo sacra a sì nobile divisa- 
mento la corona della presente letizia, e volendola intesa al 
moltiplice giovevole scopo la Sapienza reggitrice de’ nostri 
studii, io vi nomino, Uditori umanissimi, il subietto del mio 
ragionare, in Lazzaro Spallanzani, ornamento della Estense 
dominazione, filosofo per eccellenza, e superiore aì più 
esperti nello illustramento di alcune parti della fisica ani- 
male e della storia della natura. Al quale, se per avventura 
5mancano tuttavia gli allori di più di un secolo, quelli però 
verdeggiano alla veneranda ricordazione, robusti e non inchi- 
nevoli ad appassire, di un culto esteso tanto sull’ Orbe, 
quanto lo è l’ umana civiltà, e concesso non all’Autore di un 
sistema splendente di effimera luce, ma bensì al verecondo 
Osservatore, ed a Colui in somma che, pieno il petto di uni- 
versale dottrina, fornito di calda imaginazione e di freddo 
intendimento, tutta la possanza adoperò di tali soccorsi a 
divenir l’ interprete fedele della natura nella sfera più na- 
scosta e più ampla delle di lei operazioni e de’di lei 
prodotti. i 

Se la grandezza del subjetto sfugge alla esilità del dicitore, 
nè può allettarmi la speranza di annunziare ignote cose a 
sapientissimi Uditori, e se inoltre mi opprime il valore delle 
applaudite penne già di quello encomiatrici, pur mi incorag- 
giano al malagevole intraprendimento, e la Superior voce 
che ad esso mi chiama, e la amorevolezza vostra, o umanis- 


60 Etocio pr Lazzaro SPALLANZANI 


simi, e la patria riconoscenza, che nella solennità di questo 
giorno desidera un primo Monumento di commendazione 
per uno di que’ Sommi, che 1’ onor formano de’ Letterarii 
nostri fasti. E rammemorandosi in breve per me le chiare 
di lui gesta, e in quella semplice foggia che del vero sia 
prediletta, se tutto non potrà da me significarsi, mi confor- 
terà il detto del romano Oratore, che Socrate non era abba- 
stanza lodato neppur ne?’ libri di Platone (1). 

Lazzaro Spallanzani trasse i natali nel giorno 19 gennajo 
dell’anno 1729 in Scandiano, terra amica alle Muse ed a 
Sofia, perchè già madre de’ Bojardi, de’ Magati, de’ Vallisnieri. 
I genitori di lui, non ignobili nè affatto disagiati, Gian Nicola 
Giureconsulto e Lucia Ziliani di Colorno, teneri di una 
educazione che gran frutto dovea produrre, dopo avergli 
procacciata in patria la prima instituzione, furono solleciti 
ad inviarlo in Reggio nella età di 15 anni ad apprendervi 
sotto i Gesuiti le belle lettere e la filosofia; ed aggregato 
ch’ ei fu al Clero secolare inoltraronlo pur anche a Bologna 
pel paterno studio delle Leggi. Nella qual sede di fiorentis- 
simo sapere fatta sua dimora per oltre ad un lustro, e 
abbandonata dopo 3 anni, per lo consiglio ed autorità presso 
il Padre del juniore Vallisnieri, la carriera della Giurispru- 
denza, che mal potea comporsi co’ differenti oggetti di una 
più alta e libera vocazione, egli ebbe di vero le guide sicure 
a non comune avanzamento nelle Matematiche, nelle Scienze 
naturali, e nella greca lingua e letteratura. Colà intese le 
lezioni de’ Balassi, de’ Beccari, de’ Veratti, de’ Monti, de’ 
Bianconi, e soprattutto di quella Laura Bassi, sua cugina, 
onor del sesso e del luogo, che a lui instillava con ispeciale 
addottrinamento la predilezione per la sperimentale filosofia, 
e ne infondea profondamente nell’ animo i severissimi pre- 
cetti. Donde, riputato già precocemente maturo all’ altrui 


(1) De Oratore Lib. 3 Cap. 5. $. 4. 


Scatto par Fu sin. Pror. Giovanni BrancHI 61 
ammaestramento, giovò non forse allo sviluppo de’ suoi 
talenti, ch’ ei fosse chiamato, dapprima di 5 lustri appena 
al Reggiano Liceo per lo insegnamento di tutte le parti 
della Filosofia, non che delle lingue greca e francese in 
quel Collegio de’ Nobili; indi nell’ anno 1763 a Modena dove 
fu ascritto tra Sacerdoti della Congregazione della B. V. di 
S. Carlo, e promosso alle stesse cattedre, ricusato allora 
1’ invito ad alcun altro ed oltramontano Archiginnasio; e 
perfine, fatta già adulta la di lui fama, a Pavia per quella 
cattedra di Storia naturale, che da lui a tutte le altre si 
anteponeva. | 

La Ticinese Università fu quindi per lo intervallo di be 
6 lustri l’ ultimo e permanente teatro della sua gloria, la 
quale ebbe a dir vero colà il sostentamento più fortunato 
e lo stimolo più valido per un animo, che sentinne altamente, 
e da saggio, l’affetto nobilissimo. Il plauso cotidiano di 
una schiera numerosa di uditori pendenti dal dotto suo 
labbro ; il conversare cogli altri eccellenti in ogni maniera 
di scientifiche discipline colà adunati dagli augusti Maria 
Teresa e Giuseppe II; il favore dichiaratogli da questo Mo- 
narca, e quello per lui in ispecial guisa operoso dello 
Austriaco Ferdinando e della Estense Beatrice sedenti in 
Coppia auspicatissima al Governo di Lombardia; e il pro- 
penso animo a lui per lettera di propria mano significato 
dall’ Eroe del Nord Sovrano della Prussia; e i mezzi di 
copiosissima suppellettile allo ingrandimento procurati dell’ I. 
Museo di Storia naturale dall’ assennato amore de’ supremi 
Reggitori; e l’ agio a lui apprestato di visitare quelle regioni, 
cui invitavanlo gli objetti di sue ricerche; e lo epistolare 
commercio coi Filosofi e Uomini di lettere; e i voti di 
tutte le Accademie nello ascriverlo a loro membro; e il 
suffragio universale de’ sapienti, che giammai non mancava 
alla corona delle sue fatiche; ed una fisica costituzione altresì 
lungamente poderosa a sostenerne i sempre nuovi e non 
lievi cimenti; tali furono que’ soccorsi a lui estrinseci nel 


69 ELocio pi Lazzaro SPALLANZANI 


collocamento in Pavia, che prestando idoneo alimento al 
mentovato di lui affetto, concorsero a sollevare lo Spallan- 
zani ad uno de’ posti più eccelsi nella europea estimazione. 

Ma perciò appunto che fra gli innumerevoli, i quali si 
affannano verso la meta, a pochissimi tocca di raggiungerla, 
e poichè sublime esser deve la virtù e straordinario il merito 
del sapiente, così è forza il pensare che il vero e primo 
germe della grandezza dello Spallanzani giacesse congenito 
nella di lui mente, e gli stimoli a svilupparlo movessero 
principalmente dal di lui cuore. Il perchè 1’ argomento delle 
sue laudi nasce in tutto da quanto ei seppe operare colle 
proprie ed intrinseche forze del suo intelletto e volere. 
Allo ordinamento delle quali lodi dietro una qualche traccia 
di cose e di tempi parmi utile il contemplarlo quale Fisio- 
logo Illustratore di alcune grandi operazioni di viventi ani- 
mali, e quale Promotore a niuno secondo de’ veri progressi 
della Scienza da lui più a lungo professata nel carattere 
di Naturalista. 

Il procedimento, a cui s’ affida il mantenersi delle specie 
.viventi nel deperire degli individui, e che, occupando forse 
il primo posto nella loro economia, fu anche perciò appiattato 
fra le tenebre più fitte, ebbe dallo Spallanzani i primi 
sguardi cupidissimi di verità, fin dove Natura consente a 
disvelarla. Il quale, fin giovane Institutore di Filosofia in 
Reggio, rapito già ne’ privati suoi studii verso le cose della 
fisica animale, e dotto della Scienza di que’ valenti, che 
non senza alcun frutto tentato aveano di diradare il bujo 
di quell’ atto, e quinci convinto che lo attribuirne arbitraria- 
mente il magistero ad una forza peculiare non definibile 
era altrettanto che il richiamare dalla sapienza barbarica un 
de’ dogmi più oscuri, non appena vide di que’ giorni l’ antica 
Epigenesi ristabilita in autorità per la eloquenza del Con. di 
Buffon e la sagacità di novissimi sperimenti dell’ Inglese 
Needhamio, e non vide appena la condanna della severa 
dottrina della preesistenza de’ germi per quelli raccomandata 


Scritto paL ru sic. Pror. Giovanni Brancnar 63 
a certi particolari fenomeni del microscopio, ch’ ei, tutto 
| applicandosi a questo strumento, la cura si assunse di chia- 
rire un tal genere dì fenomeni di più circospette osservazioni. 
Nè fu vano il tentativo, a cui la timidezza del novello 
Osservatore non permise che, dopo quasi un lustro, la stampa 
nella Dissertazione uscita in Modena nell’ anno 1769 intorno 
al sistema sulla generazione de’ signori di Buffon e di Needham. 
Se il Plinio della Francia avvisava di provar l’ esistenza delle 
sue molecole organiche sempre viventi, materia, secondo lui, 
della supposta forza formatrice, dal fatto de’ corpicciuoli 
guizzanti all’ occhio armato sì negli spermi animali che ne’ 
liquidi delle infusioni, la natura più sinceramente interrogata 
dall’ Italiano svelò a lui essere i corpicelli semoventi delle 
infusioni affatto diversi da quelli degli altri liquidi, e forniti 
di tutte le note dell’ animalità che a loro negavansi dal fran- 
cese. E se l’ inglese sperimentatore non argomentava senza 
replica la genesi degli infusorii animaletti dalla scomposizione 
delle sostanze infuse e dal trasmutamento delle materie 
vegetabili in animali semplicissimi, e meramente ipotetica 
restava quindi anche presso di lui la forza creatrice di nuovi 
esseri, più avveduto lo Spallanzani nel ripeterne e nel variarne 
le sperienze, e nel mostrare soprattutto prive di abitatori le 
infusioni dianzi esposte a forte calore distruggente in esse 
l’ invisibile seminio, e sottratte a qualunque ingresso di aria 
esteriore pel sigillo ermetico de’recipienti, lo Spallanzani, dico, 
difendea la generazione univoca dalla sola più valida tra le 
novelle obbjezioni, e colla preesistenza di minimi germi appro- 
danti dallo ambiente aere nelle infuse sostanze o in mezzo a 
queste appiattati, palesava vittoriosamente compatibili tutti 
1 fenomeni della Microscopica Zoologia. E tanta fu la sag- 
gezza di lui nell’ uso di uno strumento, da cui rarissimo 
era tra gli osservatori chi sapesse escludere gli effetti delle 
ottiche illusioni; tanta la copia delle peregrine notizie da 
lui fornite sugli infusorii animaletti non per anche illustrati 
da un Ottone Miller, e vere terre australi in allora del 


64. ELocio pi Lazzaro SPALLANZANI 
mondo zoologico, come li dichiarava il Bonnet; tanto il can- 
dore e la filosofica illibatezza del ragionare che il medesimo 
naturalista della Svizzera, e il notò il Carminati a sua lode, 
ebbe quinci a rallegrarsi coll’ Italia prossima ad avere nello 
Spallanzani redivivi i Malpighi ed i Redi. 

Nè tardò a compiersi fra noi il magnifico predicimento 
pel chiarore tutto nuovo, che il Professore di Filosofia in 
Modena raccolse sul mistero della generazione, quella rischia- 
rando degli Ibridi, fra gli Insetti i più acconcii a disvelare 
alcuna parte del secreto (2), e più ancora trattando il suggetto 
delle animali riproduzioni (3). Intorno alla quale materia i 
ritrovamenti poc’ anzi fatti da Vallisnieri, da Reaumur, da 
Bonnet, e da Trembley sul rifacimento delle parti recise in 
alcune specie animali di infimo ordine erano allo Spallanzani 
di stimolo a multiplicarli per tante guise da sè imaginate, 
che la ricerca doveane quindi rimanere esaurita. E sebbene 
ei pubblicasse le sole prime linee e il disegno di una com- 
piuta trattazione, che mancò poscia ai desiderii della Scienza, 
fu però suo merito lo scoprire parecchi mirabili riproduci- 
menti della testa e della coda in due specie di Lombrichi, una 
delle quali da lui fatta nota ai Naturalisti, della coda nelle 
Larve delle Rane, e ciò che più rileva, che che in contrario 
ne sentisse alcun suo Lodatore, di più parti insieme, coda 
cioè gambe e mascelle in un animale di superior ordine e 
della famiglia de’ vertebrati, da lui tratto dalla oscurità 
e proposto a più maniere di tentativi, nella Salamandra 
acquajuola. Più stupenda non pertanto parve la rigenerazione 
della intiera testa in alcune specie di un animale di fabbrica 
meno complicata, vale a dire delle lumache, in prima avver- 
tita dall’ egregio di lui discepolo Priore Vincenzo Frosini, 
e quinci da lui fin d° allora annunziata, e fatta poscia più 


(2) Memorie sopra i Muli. Modena 1768 in 8.° 
(3) Prodromo di un’ Opera da imprimersi sopra le Riproduzioni animali, Modena 


1768 in 4.° 


Scritto DaL Fu 816. Pror. Giovanni BiancHi 65. 
chiara ed amplamente dimostrata in due dottissime Scritture 
fra quelle pubblicate dell’ Italiana Società (ne’ Volumi 1 e a 
delle Memorie della Società Italiana). Al quale scoprimento 
se mancò la osservazione instituita dappoi dal Presciani, 
che non comprendesi giammai nella più avventurosa decapi- 
tazione un mobile Ganglio destinato a far le veci del Cer- 
vello, non era perciò meno pregevole il verificato ripullularsi 
di altri organi importantissimi, che al capo appartengono di 
quel Mollusco. Gli sperimenti del di lui Autore tuttavia 
aminirati qual modello di arte difficilissima, non meno che 
quelli di un Lavoisier, di un Herissant, di uno Schiffer, 
di un Bonnet, di un Caldani, di un Girardi confermarono 
per modo il prodigio, che caddero poi anche le opposizioni 
dell’Adanson, non gravi e non degne di un Nome caro alle 
naturali discipline. E di mezzo ai nuovi fatti concernenti le 
animali riproduzioni, quello sovra gli altri brillò, apportatore 
della prova più invitta a scudo della Palingenesia, della pree- 
sistenza de’ feti ne’ rospi e nelle rane innanzi all’ atto della 
fecondazione, chiarita per la trovata uguaglianza tra le ova 
fecondate e non fecondate, e per le vicende dello sviluppa- 
mento di quelle. Quivi il felicissimo Osservatore costringea 
la natura a manifestargli la medesimezza di alcune parti 
comuni all’ ovo fecondato ed al feto, non però la totale 
preformazione- del feto stesso come opina il De Tourdes; 
convenendo io bensì con esso e con Alibert nel dichiarare 
lo Spallanzani assai più fortunato del gran Fisiologo di 
Berna, dal quale nello svolgersi del pulcino non fu veduta 
che la sola continuazione delle membrane e de? vasi tra il 
novello essere e 1° novo che lo schiude. Laonde per questo 
rispetto piuttosto che per quello accennato dal Carminati 
non parrebbe esagerato il nobile encomio, ch’ ei tributa 
al nostro indagatore, affermando che, se Haller un lembo 
solo alzava del velo, lo Spallanzani con franca mano larga- 
mente lo squarciava. 


A ruina non pertanto della Palingenesia fiancheggiata da 
Tom. III: IX 


66 ELocro pi Lazzaro SPALLANZANI 
si splendido ritrovamento il sagacissimo Needhamio, aggiun- 
gendo copia di altri sperimenti alla francese traduzione del 
primo saggio dello Spallanzani, avvisava di sostener l’ edifizio 
della forza vegetatrice; e il prestigio delle sentenze di 
Buffon intorno al fatto delle sue molecole organiche non 
abbastanza combattuto da ragionamenti di Haller-e di Bonnet 
non era del tutto ancor vinto nella animalità da quello 
ricusata al corpicciuoli semoventi negli spermi, che l’ istesso 
Linneo escludea persino dalla categoria de’ corpi organizzati. 
Epperò lo Spallanzani, amico ed estimatore del primo, ma 
più devoto alla verità, dopo la costanza di un altro lustro 
nell’ esplorare in tutti i modi il genio edi costumi degli 
animaletti delle infusioni giunse a mostrare destituiti d’ ogni 
prova i pensamenti dell’ inglese Fisiologista (4). A tale effetto 
vi piaccia, Uditori, contemplarlo, ora porre in chiaro la 
niuna influenza del calore anche il più elevato sulla attitu- 
dine delle sostanze a generar gli animaletti, dove quelle 
siano accessibili all’ aere circostante, ora escludere 1’ azione 
della diminuita elasticità dello stesso aere nella loro assenza 
dalle infusioni raccolte in chiusi recipienti; e quando para- 
gonare le vicende loro sotto gli estremi del caldo e del 
freddo e, sia per lo trovarsi in vasi non comunicanti coll’ aere 
esterno, sia per essere esposti alla azione de’ differenti odori, 
de’ varii liquidi e della elettricità del vòto boileano, cogli 
analoghi effetti dalle stesse cagioni prodotti in tutti gli 
esseri viventi nati da germi conosciuti; e quando fissar le 
pupille sulla loro genesi contro il fatto attribuita ad una 
supposta metamorfosi delle sostanze vegetabili infuse in 
animali abitatori, e questi infine trovare, sebbene Ermafroditi, 
atti però a multiplicarsi o per ova o per feti o per mecca- 


(4) Opuscoli di Fisica animale e vegetabile. Vol. a. Modena 1776, in 8.° 
Appartengono al soggetto degli Opuscoli anche 
Lettere a dell’Ab. Spallanzani sopra gli animali delle infusioni. Venezia 1707 
Prolusio habita in Regio Ticinensi Gymnasio. Mutinae 1770. 


Scritto paL Fu 816. Pror. Giovanni BrancHI 67 
nico separamento al pari de’ noti più cospicui animali. Nè 
men compiuto fu il successo nell’ ultima disamina delle 
molecole organiche di Buffon. Il Fisiologo di Pavia, timido 
di riverenza inverso quel grande, ma più di lui avveduto 
nel surrogare il microscopio semplice al composto siccome 
quello che all’ occhio ritorna non alterata la circonferenza 
degli oggetti, e più assiduo di Buffon medesimo alla micros- 
copica contemplazione di un maggior numero di differenti 
spermi, e colla mente non preoccupata da accarezzati conce. 
pimenti, accertò tutti ì Fisiologi posteriori della non equi- 
voca animalità de’ verminetti in que’ liquidi annidanti. Per 
tal modo ei ritornava al Levenoeckio 1’ onore della prima 
notizia degli spermatici animaletti, ampliandone la descri- 
zioné, notando tutte le specifiche loro differenze da semplici 
infusorii, e rischiarando di squisito ragionamento non meno 
1’ uso e l’origine di quelli che i contrari dubbii del francese 
Osservatore e le cagioni de’ suoi abbagli e di quelli sfuggiti 
a’ ponderatissimi giudizii di un Linneo. Ed affinchè la vinta 
Epigenesi non sì ricoverasse come in estremo riparo nel modo 
di generarsi di altri corpicciuoli organizzati non assai dissi- 
mili dagli infusorii e dagli spermatici animaletti, vale a dire 
delle piantine delle Muffe, insorgendo egli terzo fra altri 
due grandi, il Micheli, che giudicò prodursi questi esseri 
per semi, ed il Monti, che per essi acconsentiva alla gene- 
razione equivoca, arricchì di tanti fatti la prima delle due 
sentenze, che essa restò poi in possesso del comune assenso 
dei Fisiologi. 

Se non che l’Osservatore, non ligio alla pompa ed alla lussu- 
ria delle teoriche, amplissima scorgea tuttavia l’intatta messe 
di fatti intorno al grande arcano. E i primi lampi di natu- 
ral verità per luì aperta nell’ esame de’ rospi e delle rane 
invitaronlo ad un ultima fatica sul riprodursi dei viventi (5). 


(9) Dissertazioni di Fisica animale e vegetabile. Modena 1780, in 8.° Vol a. 
— Vol. 2.° 


68 ELocio Di LAZZARO SPALLANZANI 


Immolando egli alla sapiente ricerca più migliaja di individui 
di ambedue ì sessi in ben 5 specie differenti di anfibii ani- 
mali o rettili pedati, contemplò e descrisse di ognuna coi 
nati colori le particolari foggie delle feconde nozze; chiarì 
co’ cimenti più inusitati e decisivi la sede dell’ atto fecon- 
datore, per alcune specie nel femminil utero e per altre fuor 
del grembo materno, accennata già dallo Swammerdamio e 
dal Roesel, ma generalmente negata dal Linneo; disvelò in 
tutte le specie l’ anatomica disposizione degli organi dei 
due sessi, alcun errore notando dello stesso oculatissimo 
Vallisnieri. Per Jo che, non lasciando alcuna parte inosser- 
vata ad una storia compiuta del generarsi di questi esseri, 
oltre allo schiarimento di un gran numero di quistioni, 
vieppiù palese rendea la parziale preformazione de? feti in- 
nanzi agli sponsali. E ciò che parve ammirabile, ne estese 
la dimostrazione non meno a tutte le mentovate specie di 
animali, che a parecchie piante, nelle quali mise in aperto 
lo sviluppo degli embrioni nelle ovaja de? pistilli indipenden- 
temente dalla azione del pulviscolo degli stami; se pur non 
debba concedersi, che discoprendo alcune eccezioni al sesso 
de’ vegetabili avuto per universale dai Botanici, ei riuscisse 
di fatto ad ottenere verace moltiplicazione per semi non 
tocchi da polline fecondatore. E quasi che natura ricono- 
scente allo insaziabile Contemplatore volesse premiarne col- 
I’ estremo dei doni gli studii, accordò a Lui perfine ciò 
che Essa avea ricusato ad un Malpighi, che Egli cioè, imi- 
tandone i procedimenti, mettesse in opera felicissima l’ ar- 
tificiale fecondazione, non meno nè predetti animali che in 
un Quadrupede a sangue caldo e nel Baco da seta, in cui 
tentata erasi prima invano dal Fisiologo bolognese. Era que- 
sto un avvenimento, che verificava quasi nello Spallanzani 
la favola di Prometeo. Il perchè non è a stupire, se tra 1 
plausi di Europa venne esaltato come uno de?’ più inauditi 
successi della Filosofia, e se lo Spallanzani facea per suo 
mezzo tesoro di altre rilevantissime naturali verità, e a 


Scritto paL ru sic. Pror. Giovanni Bianchi 69 
quanti seguirono le sue vestigia disserrò la via ad ulteriori 
indagazioni in quel tanto, che -pur s’ ignora nel secreto della 
generazione. | 

Quegli innocenti Anfibii, che sì ampia dovizia di cogni- 
zioni schiudevano a Lui nel magistero della mentovata ope- 
razione, le Salamandre acquajuole, altrettanta a Lui ne apri- 
rono in quello fra i subjetti di economia animale, che più 
dappresso riguarda il giovamento dell’ arte salutare, nella 
dottrina cioè della sanguigna circolazione. Nè vuol già ta- 
cersi che il volume prima publicato dall’ Haller — Sul mo- 
vimento del sangue negli animali e sugli effetti del salasso — 
meditato dallo Spallanzani in Modena in mezzo alle cure 
della filosofica palestra, nel generoso animo ispirasse Ja prima . 
brama di emulare una delle maggiori glorie del più dotto 
tra i Fisiologi. Perchè con una mente rapidissima a ricono- 
scere gli estremi di tal subjetto, ei s’avvide che l’harve- 
jana circolazione, lussureggiante di teoriche immature, soffria 
penuria di que’ fatti genuini, che il ministero della ispezione 
oculare può raccogliere ne’ viventi. S'avvide che non erano 
soddisfatti i di lei bisogni, nè dalle poche osservazioni del 
Malpighi, benemerito per altro di aver accennato opportunis- 
simi all’ uopo gli animali a sangue freddo per la trasparenza 
de’ loro vasi, nè da quelle, sebben più copiose ed ampliate 
dello Svizzero Osservatore. Epperò avendo scoperti nella 
Salamandra, siccome ricorda il Pozzetti, de’ vasi assai più 
diafani e ripieni di un liquido più rosseggiante e di miglior 
preparazione di que’delle rane, le sole tra gli animali alla 
osservazion del circolo sacrificate, rammentivi, Uditori che 
ei dapprima disvela le ottiche illusioni non sospettate dallo 
stesso Haller della luce rifratta, e che poscia fatto accorto 
del costume mal acconcio di esplorare i soli vasi del mesen- 
terio stirando questa membrana, fuori tratta dal basso ventre 
e ad uncini fermata, onde di più maniere si turba il natural 
moto del liquido circolante, ei pone pel primo in opera il 
più semplice Travaglio del Lionnet, dove le parti rimangono 


70 . ELocio pi Lazzaro SPALLANZANI 
al loro sito e l’ animale è meno straziato da sofferimenti, 
e''vi applica oltre a ciò trascurato il soccorso del lume 
riflesso che non altera i colori e le native apparenze dell’og- 
getto contemplato. Il perchè divenuto più sicuro di tutti 
gli altri Osservatori di sorprendere nella sua realtà Ja 
Natura, se a lui tocca di godere dello spettacolo, non diviso 
con altri, dell’ intero circolo dell’ Harvei nel complicatissimo 
giro de’ vasi del mentovato animaletto, ei torna dalle rei- 
terate contemplazioni sì ricco di risultamenti, che nè com- 
pone una prima Epistola, non indegna di essere da lui 
indirizzata al medesimo Fisiologo di Berna, a cui l’avver- 
timento delle trascorsegli infedeltà recar non poteva la mole- 
stia che soffrono gli animi di tanto ai sommi inferiori (6). 
Della quale Epistola per altro ancora non pago, trasferito 
appena lo Spallanzani in Pavia trasse col metodo proprio 
all’ indagine della circolazione una Copia senza numero di 
specie di animali di fredda temperatura (7). Si fece egli 
allora a contemplare |’ harvejano circolo con novo divisa- 
mento in quegli individui altresì che, per difetto di sviluppo, 
differiscono essenzialmente dagli adulti nella struttura de’ loro 
vasi, non menochè nè fenomeni male fin allora osservati 
della circolazione languente, de’ moti del sangue indipen- 
denti dal cuore, e delle pulsazioni delle arterie. Fu quindi 
che egli corrucciandosi di non iscorgere i già fatti scopri- 
menti applicabili con fiducia agli animali a sangue caldo 
ed all’ Uomo, salvochè al lume sempre infido di una remota 
analogia, a lui sorrise la gran Madre delle cose, invano da 
altri invocata, coll’ additargli fra gli animali di più alta 
categoria la richiesta trasparenza de’vasi nel pulcino non 
compiutamente sviluppato e col concedere a lui solo dì 
confermare con immediata osservazione ne’ caldi animali ciò, 


(6) Della azione del cuore ne’ vasi sanguigni. Modena 1768, in 8.° 
(7) De’ Fenomeni della circolazione osservata nel giro universale de’ vasi. Mo- 


dena 1773, in 8.° 


ScrITTo Dar Fu s1c. Pror. Giovanni BrancHnt ZI 


che dianzi non era certissimo che in quelli di freddo tem- 
peramento. Che se nel frutto di tanto operare s° intromise 
forse una soverchia riverenza al pensamento harvejano, che 
tutto al solo cuore l’uffizio di sostenere il circolo attri- 
buiva, fu non pertanto separato da lui ]’ eterno vero de? fatti 
dalla licenza degli umani concetti; essendo che il vero 
venne con fede candidissima riferito nella esposizione sin- 
tetica delle sperienze, e i fatti s’ intesero sottoposti all’altrui 
vano giudicare nella analittica de’ risultamenti. Appresero 
da lui i Fisiologi, rosseggiare veracemente il sangue fin 
dal primissimo suo apparire negli animali embrioni, e non 
correre giammai naturalmente con esso frammista alcuna 
bolla aeriforme, e non vuotarsi il cuore intieramente di 
esso sotto l° atto della sistole; compresero mantenersi nelle 
arterie di medio ordine equabile il moto delle onde san- 
, guigne, a malgrado delle artificiali e naturali piegature 
de’ vasi; videro non effettuarsi il circolo ne’ primi periodi 
del vivere, se non ad intervalli di riposo, e trascorrere 
il liquido circolante di uguale velocità nelle arterie-e vene 
medie satelliti, e conobbero non andar disgiunte le pul- 
sazioni delle arterie da vero laterale dilatamento del vaso. 
Li quali risultamenti di non fallace sperienza, riferiti insieme 
a molti altri nella ricordata Esposizione, formarono di vero 
quel cumulo di cognizioni riguardanti il circolo, di cui la 
scienza non ebbe dappoi nè il più dovizioso nè il più am- 
pio, e tale che il pregio di lui non può scemare nemmeno 
in faccia ad una futura compiuta Teorica di quella fun- 
zione. Ed io vi dirò, Uditori, che le osservazioni sulla circo- 
lazione riputaronsi di sommo momento alla scienza da quel 
medesimo Haller, al quale esse erano, o nove del tutto, o 
contrarie ; sicchè cedendo Egli quasi allo Spallanzani una 
palma sfuggecvole a’ cadenti suoi anni, pur le volle coronate 
di un suo giudizio il più favorevole ed ingenuo nella sua 
Biblioteca anatomica, e volle al loro Autore intitolato il IV.° 
Volume della sua ristampata Fisiologia con quella Epigrafe 


72 ELocio pi LAZZARO SPALLANZANI 


rammentata già da altri Elogiografi; Summo Naturae in 
minimis et difficillimis Indagatori ob ejus merita in veri fini- 
bus extendendis. Un tale argomento di commendazione era 
per altro anteriore ad altri meriti del Fisiologista Ticinese 
intorno a quella operazione de’ viventi animali, ond’ essi 
ricavano dagli alimenti la sostanza che provvede alla loro 
nutrizione ed accrescimento. L° oscuro procedere della quale 
nel recesso del viscere destinatole a strumento richiedea in 
vero, dopo la metà dell’ ultimo secolo, che la face di più 
decisivi sperimenti fosse recata a rischiararlo. Imperocchè ad 
onta delle fatiche dello stesso Hallero nel raccogliere i pen- 
samenti di tutte le età intorno alla Digestione, la sua dot- 
trina, che risguardava questa funzione quale semplice mace- 
razione, non era abbastanza robusta di prova. Laonde ne 
veniva che l’ halleriano insegnamento cedea nelle Scuole, 
ora alla esagerata triturazione de’ Meccanici, ora alla sup- 
posta fermentazione de’ Chimici. Vedea quindi lo Spallanzani 
una lacuna nella Scienza, alla quale non erasi supplito, nè 
da’ pochissimi tentativi dell’ Accademia del Cimento, nè da 
quelli non ripetuti, e ristretti a soli pochi animali di ven- 
tricolo membranoso e musculare, dal Reaumur, e che per 
conseguenza ignoravasi il vero universale agente della prima 
fra le nutritive operazioni. E concedasi pure che lo Spal 
lanzani dovesse al Reaumur l’ artificio de’ solidi Tubetti 
pertugiati ed accessibili pe’ succhi gastrici ai cibi rinchiusi, 
mirabilmente acconcio alla esplorazione della azion mecca- 
nica de’ ventrigli. Non perciò si rifiuterà all’ Italiano Spe- 
rimentatore la lode di primo nel diradare il bujo del nas- 
costo magistero (8). Fermo lo Spallanzani nel convincimento 
che la ricercata generale verità non potesse uscire se non 
dal seno di tutti i fatti particolari, ei pose alla tortura dei 
tubetti gli animali tutti di superior ordine detti ora vertebrati 
da’ Pesci insino all’ Uomo, sè stesso al cimento non rispar- 


(8) Dissertazioni di Fisica animale ec. sovraccitate. Vol. 1.° 


Scritto DAL FU sic. Pror. Giovanni BrancHi 73 
miando. Egli è qui, Ascoltatori, dove a gara trionfano 
?° industria dello sperimento e la severità dell’ osservazione. 
Lo Spallanzani esplora e distingue la struttura de’ varii 
stomachi musculari membranosi e medii; trae a prova le 
sperienze più concludenti; imagina nuovi artificii alla solu- 
zione di tutti 1 problemi, accessorii alla ricerca, od in essa 
inclusi; rifiuta le ipotesi anche le più plausibili e 1’ argo- 
mento di analogia non avvalorato dalla induzione; e fatti 
chiari i contrari abbagli del Vallisnieri e del Reaumur, 
negante l’ uno la trituratrice forza de’ ventrigli negli uccelli 
granivori, ed escludendo 1’ altro nella digestione di questi 
animali il concorso di un dissolvente; e più destramente 
del medesimo Reaumur imitando la Natura nelle digestioni 
artificiali per lui riuscite, soggioga infine al tormento del- 
’ analisi più rigorosa tutti i risultamenti delle infinite spe- 
rienze, ed inalza quinci ardito e sicuro sul contrasto e sulla 
ruina delle opinioni l’ universal principio che la digestione 
porta sempre le impronte di una dissoluzione operata da 
succhi gastrici, e che questi succhi agiscono in qualità di 
potenze dissolventi ed indefettibili alla prima elaborazione 
degli alimenti, in qualsiasi guisa di ventricoli vengano que- 
sti accolti nelle varie classi di viventi animali. Ed a fianco 
di questo vero fondamentale ecco intanto scoprirsi che il 
succo gastrico agisce in inversa proporzione delle potenze 
meccaniche cooperatrici, che la temperie del viscere con- 
corre a sostenerne l’ azione, che le proprietà di quello ma- 
nifeste pe’ di lui effetti, anzichè dall’ indole tuttavia ascosa 
di lui serbano una ammiranda ragione col differente cibo 
degli animali, capaci per altro di cambiamento per le leggi 
dell’ abitudine ; ecco ritrovarsi che esso è fornito di anti- 
settica facoltà, onde se la terapeutica in esso acquistava 
un rimedio in alcuni morbi, si cessò pur anche dai Fisiologi 
dal concedere con Haller alla funzione dello stomaco un 
principio di putrida fermentazione. Nella quale circostanza 
quella stessa emulazione e ritrosia, che la novità delle dot- 

Tom. III. x 


74 ELocio Di Lazzaro SPALLANZANI 


trine suol produrre negli animi de’ Sapienti, tornò a lode 
dello Spallanzani. Giovanni Hunter, preclarissimo Anatomico 
e Fisiologista, condanna dal Tamigi di inutili gli sperimenti 
sulla digestione; ma le massime e gli insegnamenti mutati 
e corretti nelle Scuole, e ridotti ad uniforme più austero e 
sobrio ragionare formarono anche più di una polemica scrit- 
tura dell’ italiano Fisiologo trionfante risposta alla accusa- 
zione (9). Nè altri, pur grandi di sapere e di fama, Fisiologi 
di Parigi e di Monpellier, a lui avrebbero la negligenza 
rimproverata del calcolo de’ vitali poteri dello stomaco, se 
lo sguardo avessero rivolto a que’ paragrafi della 5. fra le 
sue Dissertazioni, dove ei mostra la influenza del vital di- 
fetto nella ritardata digestione degli animali decapitati. Certo 
che la saggezza di Lui nello astenersi da una definizione 
di quei poteri riportò un luminoso confermamento dai po- 
steriori, che dietro alla evidenza sperimentale esclusero, 
non ha guari, pressochè tutto il concorso de’nervi nella fun- 
zione digestiva, ritornandola sotto il dominio de’ chimici 
procedimenti. Se caro vi sia l’ udire la sua modestia in que- 
sto argomento col protestare di non averne in tutto com- 
piuta 1’ ampia trattazione, e di aver lasciato ad altri la 
gloria di recarvi altra luce, caro vi sia pure il sentire da 
labbro autorevole, che lo Spallanzani offerisse. all’ Europa 
nel suo scritto il più intemerato esemplare di interrogar la 
natura nelle sperienze di Fisica animale. L” illustre Senebier, 
il Filosofo della Svizzera, recandolo in francese, ed ornan- 
dolo di una dottissima Introduzione, vi notò appunto que- 
sto carattere nobilissimo sovra gli altri, e fuori nè trasse 
altrettanti precetti di una nuova logica per lo Sperimenta- 
tore; ricordando così lo Stagirita, che fu sapiente nello 
scrivere intorno ai precetti della Epopeja dopo i canti di- 
vini della Iliade e della Odissea. 


(9) Lettera a M. A. L. Caldani in risposta alle objezioni di Gio, Hunter intorno 
alla Digestione. — Negli Opuscoli scelti di Milano. Vol. XI.° 


Scritto DAL ru sic. Pror. Giovanni BrancHI 759 

Che se a tanto incremento sorgea la Fisica animale per 
gli studii dello Spallanzani sulla generazione, la circolazione 
del sangue, e la digestione,- altrettanto era il profitto che 
pe’ medesimi tornava alla più cospicua parte della naturale 
istoria, vale a dire alla Zoologia. Il carattere di Naturalista 
rifulse non pertanto in Lui di ben altro e tutto proprio suo 
splendore. Intorno a che io non posso non lagnarmi de’ limiti 
dell’ Orazione , che appena mi concedono una fuggitiva ricor- 
danza degli eminenti suoi pregi. Poco di vero è il rammemo- 
rarvi che, invidiato da parecchie Università, ei teneva in 
Pavia per 30 anni lo insegnamento di tutte le parti della 
Istoria naturale, se non vi dichiari le preziose qualità in 
Lui congiunte di un Maestro celebratissimo. Poco è il narrarvi 
che per lui si creò sul Ticino il più magnifico tra Musei 
d’Italia, se non vi racconti le fatiche di lui nel racco- 
glierne egli stesso sui luoghi gli oggetti innumerevoli, e se 
non ve lo additi viaggiare a tal fine, negli Apennini e nelle 
Alpi della Savoja e della Svizzera, e nel mar ligure, e 
nell’ adriatico, e nel siculo, e nel jonio, e nell’ Arcipelago, 
e nell’ Eusino, e ne’monti e nelle isole vulcaniche delle 
due Sicilie, e nel ritorno da Costantinopoli per le miniere 
della Transilvania e dell’ Ungheria. E di vero dovrei dirvi, 
che ei publicasse nell’ anno 1769 a giovamento della Scienza 
per lui recati in italiano i due Volumi della contemplazione 
della natura di Bonnet, o piuttosto rammentare tutta la 
materia delle originali sue aggiunte nelle copiosissime Anno- 
tazioni e nella dotta Prefazione? Dovrei dirvi che anche 
prima di quest’ epoca nell’ anno 1762 egli avesse illu- 
strata la Geologia delle Fontane, aggiungendo con un 
viaggio agli Apennini reggiani ed al lago di Ventasso nuovi 
fatti alla Teorica del Vallisnieri, o piuttosto riferire le cu- 
riosissime osservazioni a tal uopo istituite? (10) Se amaste 


(10) Lettere a al Cav. Vallisnieri. — Nella nuova Raccolta del P. Calogerà. 
Vol. IX.° Venezia 1762. 


76 ELocio pi Lazzaro SPALLANZANI 
di intendere, come Egli toccando poscia nell’anno 1765. 
un argomento di Fisica generale nella latina dissertazione 
— Sul rimbalzo delle pietruzze obliquamente lanciate con- 
tro la superficie dell’ acqua — ei confutasse l’ avviso di 
un chiarissimo Matematico che attribuiva il fenomeno alla 
mal supposta elasticità del liquido, potrei poi tacervi l' in- 
gegnoso spiegamento da lui surrogato? E se vi allettasse 
1’ udire, come ritornato alla naturale istoria quella ampliasse 
de’ microscopici animaletti, in ciò diversi dagli infusorii e 
dagli spermatici, che risorgono a piacimento dell’ osserva- 
tore dopo mesi ed anni di apparente morte, e come ne ac- 
crescesse il genere colle specie da lui scoperte, Tardigrado 
ed Anguilline delle tegole, non vi disgusterebbe poi che 
sotto silenzio io passassi gli altri fatti e lo squisito ragio- 
namento da lui arrecato al Subjetto che ne mancava? (11) 
Pure è forza il ricordare le applaudite due /ettere al Bon- 
net sopra oggetti ‘marini e montani da lui osservati nelle 
due Riviere di Genova nella state del 1783 avvegnachè 
tutta egli aprisse in quelle lettere la ricchezza di quella 
natura, della quale niun prodotto sfuggiva al fervidissimo 
Contemplatore (12). Interrogatelo sulla fosforescenza del mare, 
e vi dirà essere prodotte da varie specie, prima di lui sco- ‘ 
nosciute, di fosforici animaletti, non tutta però di animale 
origine; sulle Penne marine albergatrici di Polipi lucicanti, 
e ve le dirà dotate di loco-mozione; sugli alcioni, e inten- 
derete che a torto furono creduti semplici Polipai. Le Mil. 
lepore retepore e i tenuissimi, ma vivacissimi Polipi a cui’ 
quelle prestano il nido; le Madrepore e i singolari costumi 
degli altri Polipi loro abitatori; le Gorgonie, oggetto fino a 
lui di biasimo, meritamente attribuito da un sommo Natura- 
lista della Neva agli italiani che trascurato aveano di osser- 
varle; le spugne, annidanti o nò, varie, fatte di animaletti; 


(11) Opuscolo a parte tra quelli di Fisica animale ecc. citati al n.° 4. 
(12) Nelle Memorie della Società Italiana — Vol. 2.° 


Scritto DaL Fu sic. Pror. Giovanni BrancHI 77 
le coralline rivendicate a vegetabili contro la sentenza del 
Linneo ; la ignota organica continuità de’ suddetti Piantani- 
mali coi Polipi che in essi albergano ; alcune nuove specie 
di Tubularie, immobili nella sede che le vide nascere, seb- 
bene racchiudano veracissimi animaletti; il movimento di 
progressione de’ Ricci marini delle ascidie e delle meduse 
non ben inteso e mal descritto da Reaumur, da Redi, da 
Vallisnieri; quel piccolo Granchio, detto Bernardo l’ Eremita, 
a cui lo Swammerdamio falsamente negava la qualità di 
usurpatore del nicchio non suo, già osservata da Aristotele; la 
scossa veracemente elettrica e il singolar modo di generare 
della Torpedine; l’ indole non venefica del pungolo della 
Pastinaca, che che ne avvisasse in contrario un Linneo; e 
il più minuto popolo degli infusorii e de’ mitili litofagi 
abitanti l’ onda, gli scogli subacquei e le arene di quel 
mare, tutto riceverà dalle sue Indagini mirabilissima illu- 
strazione. I geologici suoi esami si estenderanno sui fondi e 
sul livello antico e moderno del ligustico mare, sulla stra- 
tificazione e la natura e le conchiglie fossili degli adjacenti 
monti, sulla dolce Sorgente zampillante fra le acque salse 
del Golfo della Spezia, sulle Grotte, le Roccie, i torrenti, 
le fontane, e perfino sui fenomeni meteorici dell’ Apuano 
Alpe e del meridional dorso degli Estensi Apennini. Ed 
obbliando anche le posteriori zoologiche osservazioni fatte 
nell’ Adriatico (13), e quelle intorno ad una rara Tromba 
marina viaggiando nel 1785 a Costantinopoli (14), e le 
geologiche sulla natura vulcanica dell’ Isola di Citera isti- 
tuite nello stesso viaggio (15), e le moltiplici quindi attorno 
alla Capitale del Turco Impero, scopritore egli colà, non- 
chè di preziose miniere, della vera indole di que? lidi e 


(13) Pubblicate in estratto dal Ch. Cav. Venturi nella Storia di Scandiano 
pag. 171 © seg. 

(14) Osservazioni sopra alcune Trombe di mare — Società Italiana — Vol. 4.° 

(19) Osservazioni fatte nell’ Isola di Citera, oggicì Cerigo nell’ Arcipelago — 
Società It.® Vol. d.° 


78 ELocio pi Lazzaro SPALLANZANI 


delle antiche relazioni dei due Mari, nero e mediterraneo (16); 
le sue osservazioni obliando, anche più profittevoli, raccolte 
poscia in Sicilia (17) sulle Roccie non vulcaniche di quell’Isola, 
e quelle sulla vera natura, da Omero sino a lui mal cono- 
sciuta, dello scoglio di Scilla e del vortice di Cariddi, sulla 
pescagione del Corallo e del Pesce Spada, sullo Squalo 
carcaria, sui Polipi, le meduse fosforiche ed altri ignoti Mol- 
luschi di quel mare, quale encomio a lui non verrebbe 
dalla compiuta narrazione di quanto pe’ suoi sudori in altri 
 subjetti abbellivasìi la scienza naturale? Parli ora per me 
la sua Monografia di ben 5 specie differenti di Rondini e 
di 2 specie poco note di una strige e di un falco, dove 
descrisse i costumi loro, e chiarì per quelle l’ oscuro punto 
delle loro emigrazioni (18). Parlino i dotti Opuscoli sulle 
Anguille del lago di Orbitello e delle lagune Comacchiesi, 
delle quali le abitudini ed i genii delineava, mentre appa- 
lesati gli inganni di Linneo, di Levenoeckio, di Vallisnieri, di 
Mondini scopriva forse il vero ingegno -ad aprire l’antichis- 
simo secreto dell’ occulto loro generarsi (19). Parlino. le 
lettere non meno gravi al Vassalli Eandi sopra il sospetto 
di un nuovo senso ne’ Pipistrelli, sagacemente fondato sul 
fatto per lui aperto, che tai notturni volanti non abbiso- 
gnano della visione a fuggir gli ostacoli interposti alle sva- 
riate e rapidissime loro mosse (20). Parlino infine le sue 
scritture intorno a fuochi ardenti in diversi luoghi de’ nostri 
Apennini ed alle Salse delle Modenesi colline e delle Reg- 
giane, nelle quali lasciò incerto, se più dovesse ammirarsi 
in lui, o il Geologo nel descrivere la fabbrica de’ nostri 


(16) Publicate come sopra dal Venturi a pag. 176 e seg. 

(17) Opuscoli a parte inseriti ne’ Viaggi alle a Sicilie e in altre opere perio- 
diche del tempo. 

(18) Dissertazioni a parte nella cit. opera de’ Viaggi. 

(19) Ne’ Viaggi citati. 

(a0) Lettere sopra il sospetto di un nuovo senso ne’ Pipistrelli — Torino 1794 
io 8.° e in diverse opere periodiche del tempo. 


Scritto paL ru sic. Pror. Giovanni BrancHi 79 
monti, ovvero il Chimico nel disvelar 1’ indole delle materie 
aeriformi di quelle perenni vampe alimentatrici (21). 

Di mezzo però alla copia de’ monumenti, donde splendi- 
dissima a lui ritornava la qualità di naturalista, il più ec- 
celso per avventura che gli procacciava un inviolabile diritto 
ad eterna ricordazione, quello era delle sue investigazioni 
intorno ai Vulcani (29). Visitò nell’ anno 1788 le ignivome 
montagne dell’ Italia meridionale, e ne’seguenti anni le eu- 
ganee colline; e lo scopo che il mosse a sì ardita intrapresa 
fu non meno di far raccolta pel suo Museo di vulcaniche 
produzioni, che di chiamare sul fatto a novelle interroga- 
zioni l’ inesausta Natura. La Natura dovea quinci per suo 
mezzo rispondere sovra un ramo della Geologia, il quale 
surto poc’ anzi per le disamine chimiche e mineralogiche 
de’ Bersmann, de’ Dolomieu, de’ Faujas de Saint Fond a 
qualche onore di scienza, era per altro ancor lungi dal 
compiuto pregio di una teorica. Eccolo adunque percorrere 
intrepido quelle regioni de’ sotterranei ‘accendimenti, e di 
là movere le osservazioni, ove altri le avea fermate, ed a 
Geologi Vulcanisti additare metodi più sicuri ed estesi di 
raccoglierle, e un maraviglioso numero adunarne per met- 
terle a fondamento di più filosofiche disquisizioni. Eccolo 
agitato dalla stessa brama di Plinio, la cui Ombra gli par 
di vedere aggirarglisi d’ intorno attonita per lo tremendo 
cimento, eccolo accostarsi impavido al Vesuvio, allora in 
preda a violentissima eruzione. Poco lungi dalla superiore 
apertura di quell’ abisso, gittante un nuvolo di sulfurei fumi 
e di sassi infocati, ei delinea la storia di tutti i fenomeni 
del furibondo Vulcano; ne esplora le antiche lave e le più 
recenti, una fra le altre che, investita dal sotterraneo fuoco, 
discorre presso la superficie della montagna; rivela la causa 
dell’ inavvertito fenomeno, onde le grandinate erompenti dal 


(21) Opuscoli a parte ne’ Viaggi alle 9 Sicilie, 
(22) Viaggi alle a Sicilie ecc. Vol. 6 in 8.° — Pavia 1792-97. 


80 ELocio pi Lazzaro SPALLANZANI 


cratere succedono a quando a quando senza precedente 
detonazione; distrugge l’ errore che nega alle Lave una 
vera ignea fusione e liquidità. Passa a’ vicini campi, tuttavia 
segnati dalle indelebili traccie di antica vampa, e chiarisce 
nella Grotta di Posilipo per fangosa eruzione la genesi di 
quel Tufo; descrive indi molte specie di sconosciute lave 
proprie della Solfatara, e ne deriva la scomposizione da sul- 
furei vapori ivi perennemente prodotti dal lento abbruciare 
delle Piriti. Non contento di ciò disvela per sagacissime 
congetture l° origine della Mofeta esalante ‘alla grotta del 
cane, che ei chiarisce alimentata dallo scomporsi delle sotto- 
giacenti roccie calcari; e visita e definisce gli antichi Cra- 
teri e l’ indole de’ Tufi, de’ Laghi di Agnano e di Averno, 
di Monte nuovo, del Promontorio di Miseno, dell’ Isola di 
Procida, dello Scoglio delle Pietre arse. AIl’Isola di Ischia, 
per Lui in nuova foggia tutta all’intorno dal mare esplorata, 
contempla negli infranti scogli e negli scoscesi dirupi l’ inte- 
riore orditura e i diversi strati di materie un dì dal fuoco 
tormentate, e rinviene, oltre al sale aluminoso ed alle po- 
mici, che altri escludea da prodotti di quell’ isola, una specie 
ignota di Feldspati distinti pel novo carattere di cedere al 
fuoco della fornace e vitrificabili. Si arresta presso Caserta, 
e quivi scuopre un altro Tufo, trovando esser questo un 
aggregato di sminuzzate Pomici che il fuoco trasmuta in un 
vero smalto. Approda in Sicilia, e contemplate prima sul 
mare le sfiancate falde dell’ Etna, sull’ ala del genio supera 
quindi il sublime orlo della massima tra le vulcaniche vo- 
ragini, Lui non atterrendo nè l’ arsura delle cocenti lave, 
nè l’ onda de’ soffocanti fumi che lo attorniano. Così del- 
l’ Etneo Cratere resta compiuta la bramata descrizione; così 
note divengono per Lui l’estensione e la forma e la qualità 
della superior fauce e delle esterne ed interne pareti, e noto 
il fondo del Baratro perennemente esalante nubi di reo va- 
pore e di accese lave ribollente. Ad ultimare il suo viag- 
gio geologico raggiunge le Isole Eolie, la vulcanica Litologia 


Scritto par ru s16. Pror. Giovanni BrancHi 81 
delle quali da lui attende quegli schiarimenti che lasciò 
desiderare il Dolomieu. Vedetelo spiare in prima dal mar 
circostante su piccolo naviglio lo incessante incendio e le 
perpetue grandinate di Stromboli, e fortunatissimo inoltrar 
poscia pel primo l’ occhio indagatore fin dentro allo squar- 
ciato viscere della montagna. Di là uditelo smentir l’ abba- 
glio della intermittenza di quel Vulcano, e svelare il mi- 
stero delle di lui cagioni, e far palese la di lui attività 
nella liquefazione delle roccie porfiriche; uditelo esporre la 
più compiuta storia delle Lave, dei Tufi, delle Scorie, del 
ferro specolare prima di lui non avvertito, delle pomici, 
dell’ arena, formanti tutta 1° Isola. Nè qui si arresta dall’os- 
servare e dallo scoprire; poichè definiti i caratteri delle 
Lave granitose e dell’ Alume de’ vicini scogli di Basiluzzo, 
di Bottero e di Lisca bianca, e delle Isole Panaria e delle 
Saline giù cala con istupenda audacia nell’ imo accesso del 
Cratere dianzi avvampante dell’Isola di Vulcano; e se nulla 
manca per Lui alla intiera notizia sì di questa che del vi- 
cino Vulcanello, ei rende chiara altresì l’ origine ignea dei 
basalti fin allora da un Werner contrastata. Che dirò delle 
Isole di Alicuda e Felicuda, non visitate dall’ antecessore 
Dolomieu, e che egli non ommise alle sue ricerche, attra- 
versando un fortunoso mare, ed a rischio di un naufragio? 
Intanto ei verificava la vulcanica genesi di quelle, e le 
traccie scopriva de’ loro antichi Crateri, e l’ignota loro 0s- 
satura e l’ interessante mineralogia. Rimaneva la più grande 
fra le Eolie, l’ Isola di Lipari, ed egli ne ricerca la sco- 
gliera presso Lipari, la circonferenza, la superficie, i per- 
manenti avanzi delle vetuste accensioni nelle moderne stufe, 
ogni angolo il più riposto; onde e lo intiero aggregamento 
di differenti roccie più o meno alterate dal fuoco, e le de- 
cantate pomici, e il vetro capillare, ed ogni maniera di 
quelle singolari produzioni, e perfino la Statistica agraria e 
civile di quell’ Isela, nulla ebbero a desiderare al pieno 
loro illustramento. L° angustia del tempo vuole, o Signori, 

Tom. III: I XI 


82 Etocio pi -Lazzaro SPALLANZANI 
che io vi taccia, come il fondo istesso ed il livello de’ mari 
adjacenti, ed interposti ai vulcanici, non isfuggisse alle sue 
disamine; come altri fatti di utile confronto accumulasse 
negli euganei colli riguardanti le antichissime loro lave; 
come tentasse quindi in Pavia le differenti adunate produ- 
zioni con ogni maniera di chimica indagazione, palesando 
la composizione elementare di ognuna, e la presenza in pa- 
recchie di elementi sconosciuti, e l’ indole soprattutto di 
que’ fluidi elastici onde esse vengono in alto sospinte dalle 
fauci dei Crateri; come definisse con pesato giudizio l’atti- 
vità secreta e lungamente controversa delle vulcaniche ac- 
censioni; e come infine traesse a sapiente paragone le pro- 
prie colle altrui osservazioni, chiamando in soccorso la face 
della civile storia, e i testi perfino della greca poesia. Ma 
come tacervi quanto in commendazione di Lui pronunzia 
la stessa veneranda voce della Natura? Tu, gli dice, ti ado- 
perasti a togliere il velo a miei misteri li più ascosi, nè io 
ti negai le mie risposte, anche quando in sul finire de’tuoi 
giorni tu indagavi fra’ primi cogli strumenti della novella 
Chimica la composizione dell’ atmosferico aere in molte re- 
gioni della Lombardia, e in sul mare, e sugli Apennini, e ne 
traevi scorta, non meno a rischiarare il gran fenomeno della 
combustione, difendendo le dottrine del Lavoisier contro le 
imponenti e gagliarde opposizioni del Gòottling (23), che ad 
affrontare i due grandi problemi della traspirazione de?’ ve- 
getabili (34) e del respiro degli animali (25). E il frutto 
di quest’ ultima tua fatica, segnato dal grande carattere 
della novità e sicurezza de’ tuoi metodi, sarà non mena a 
te glorioso, perchè 1° Edwards di Parigi lo porti, te duce e_ 


(23) Chimico Esame degli sperimenti del Sig. Gottling di Jena sopra la luce 
del Fosforo di Kunkel — Modena 1796 in 8.° 

(34) Lettera a Giobert sopra le piante chiuse ne’ vasi — Pavia 1798. 

(29) Memorie sulla Respirazione Vol. 2 Milano 1803 ( postume ). 

Rapports de l’ air aver les étres organisés — tirés des Journaux d°’ observa- 
tion de Lazare Spallanzani par Jean Senebier — Vol. 3 in 8.° Genéve 1807. 


Scritto DAL FU sIG. Pror. Giovanni BiancHi 83 
maestro, a più compiuto sviluppamento. Negli altri tuoi 
filosofici intraprendimenti mi rendesti accessibile al Fisio- 
logo scrutatore delle più prestanti fra le animali operazioni, 
all’Amico della mia Storia, al Geologista Indagatore de’ Vul- 
cani. Saggio però tu rispettasti nelle tue ricerche quel sacro, 
ed ahi! troppo spesso violato confine, che disgiunge la os- 
servazione de’ miei fenomeni dal secreto impenetrabile, ed 
a me riservato, delle più alte loro cagioni, adorasti nelle 
contemplate maraviglie il mio e tuo Creatore, nè intempe- 
rante, nè mal accorto, alla verità ed alla evidenza de’ fatti 
giammai surrogasti l’ arbitrario ed ingannevole concepimento 
della ipotesi e del sistema. Abbi dunque da me quel Lauro, 
che solo si addice ai primi e veri creatori della Scienza; e 
come le contemporanee generazioni, così le future, del vero 
modo di contemplarmi ed interrogarmi trovino in: te un 
esempio, che le faccia degne della maestà di mia presenza 
‘ e della veracità de’ miei Oracoli. 

Tanto potè il senno di una vita di 14 lustri che, a metà 
del suo corso, dicevasi dal Filosofo di Genthod aver operato 
ella sola per le scienze più che intiere Accademie in mezzo 
secolo; vita occupata pur anche ne’ geniali studii delle let- 
tere, di cui diè saggio ne’ primi anni con un critico com- 
mendato Opuscolo sulla italiana traduzione dell’ Illiade fatta 
dal Salvini (26), e collo stile delle sue scritture, fiorente 
sempre di toscana eleganza e di robusta originale perspi- 
cuità; vita infine, alla quale il fregio delle virtù morali 
mon mancò ‘a rendere in esso lui compiuto il vero amore 
della Sapienza. La Religione, se onoravasi in Lazzaro Spal- 
lanzani della dignità di Sacerdote, non fu giammai che ei 
la oltraggiasse, o con reo costume, o con macchia ancor 
più rea di incredulità. Chè anzi, allorchè questa ebbe com- 
piuto l’ esecrando attentato contro i Troni e gli Altari, Egli 
seppe preservarsi dal contagio della quasi universal febbre, 


(26) Riflessioni sulla Traduzione dell’ Illiade fatta dal Salvini — Parma 1760. 


04 ELocio Di LAzzaro SPALLANZANI 


‘ed opporre in procellosi tempi il viril petto, e non senza la 
mercede del tristo odio delle fazioni, ai primi impeti di un 
furor nemico. E il di lui morire fu di cattolico specchiatis- 
simo, chiesti avendo di proprio impulso i santi soccorsi 
dello spirito, e tutto l’animo avendo aperto ad umile rico- 
noscimento del divin volere, e al conforto e alla speranza 
di una vita migliore. Di che l’avvenimento fu sì luminoso, 
che la stessa indifferenza dell’incredulo non potè con vile 
silenzio dissimularne la lode. Tenacìissimo della verità, ei 
sacrificò ad essa più volte le ragioni dell’amor proprio, con- 
fessando gli antecedenti suoi errori; e se obligato si vide 
a notare gli altrui difetti, il fece .però colla verecondia e 
col decoro de’ Sapienti. Così non lo avessero alcuni provo- 
cato con indiscreta e turpe critica, che noi non saremmo ‘ 
qui astretti a ricordare in Lui, per ira non ben frenata in 
malinconico temperamento, una testimonianza, unica sì, ma 
non lieve dell’ umana fralezza in qualche polemica sua 
scrittura. Frugale nel vitto per pittagorico dettame, ed av- 
verso ai passatempi romorosi ed ai lunghi ozii del comun 
vivere, ei riguardò siccome preziosi tutti gli istanti per que- 
gli studii, che egli amò a costo di infinito sudore, di lar- 
ghissimo suo dispendio, e di non infrequente rischio di sua 
vita. Probo, benefico, modesto, ei sentì la carità della fa- 
miglia e de’ discepoli; liberale a quella di tutto sè stesso 
nelle estive ferie al natio soggiorno; e a questi giammai 
avaro di istruzione, di avviamento alle più utili intraprese, 
di affabile consiglio, di generoso soccorrimento. 

Alla morte di Lui avvenuta il 1a di Febbrajo dell’ anno 
1799 la Sapienza d’ Europa fu in lutto e a gara furono 
sparsi nembi e corone di fiori ai pietosi di Lui Mani. Ma 
il nome di Lazzaro Spallanzani fu già sculto dalla fama in 
mezzo a quelli di Haller, di Linneo, di Buffon. Esso pas- 
serà vincitore degli anni ai Nipoti più tardi, finchè viva 
una scintilla di amore e di buon gusto per la naturale Fi- 
losofia ; invidiato argomento di gloria alla nobile Terra di 


ScrITTo DAL Fu sic. Pror. Giovanni BrancHI 85 


Scandiano, donde surse l’ Uomo grande, all’ Aquila Estense 
che lo scorse ai posti dell’ onore, all’ Italia che per Lui 
sostenne l’ antica dignità di Maestra, al secolo XVIII° che 
ne riportava, nell’ arringo della Scienza della natura, una 
palma ed un titolo di immortalità... (27) 


(27) Quest? elogio, composto e recitato or son più di trent’ anni, 
dalla modestia del suo Autore, il mio caro e compianto Fratello Gio- 
vanni Professore di Fisiologia, venne trascurato, confuso e pressochè 
intieramente dimenticato nell’ ingente massa de’cattedratici suoi Mano- 
scritti. Se pure conservandolo per una pubblicazione che gli fosse ri- 
chiesta, egli non intendesse di ripassarlo con maggior cura e studio per 
la più scrupolosa esattezza della sostanza e per la più corretta forma 
della espressione e del buon gusto letterario, innanzi di commetterlo 
alle stampe. Intorno a che non avendo egli spiegato il proprio giudizio, 
benchè il suo lavoro medesimo incontrato avesse l’ unanime applauso 
di quanti de’ suoi dotti Colleghi e Concittadini l’ udirono, e i figli 
di lui eredi avendolo di buon grado accordato alla presente postuma 
pubblicazione, io nell’ assaumerne la correzion tipografica bramai di 
aggiungervi quella di un profondo intelligente della scientifica materia 
che vi si tratta in commendazione del nostro grande Fisiologo e Na- 
turalista Scandianese. Ma nei civili trambusti e perturbamenti soprav- 
venuti, dovendo pur progredire la stampa accademica, il preso con- 
certo della revisione scientifica dell’ elogio non ha potuto adempirsi, 
e mio malgrado io me ne son limitato alla mia parte delle prove di 
stampa. Contuttociò, e implorata pure la pubblica indulgenza per le, 
tenui mende sostanziali che rimaste fossero nello Scritto originale 
dell’ Autore senza di lui colpa, o con proposito ineseguito di toglierle, 
io mi allieto della speranza che questa di lui produzione verrà ben 
accolta e sarà giudicata onorevole al lodato non meno che al lodatore. 


Nota di Gruseppgz BIANCHI 


INTORNO AL TRATTATO | 
DI LODOVICO ANTONIO MURATORI 
SOPRA I DIFETTI DELLA GIURISPRUDENZA 


RIGUARDATO COME UNO DE’ FONTI DEL CODICE ESTENSE 


MEMORIA 
DEL SIG. CAV. BARTOLOMEO VERATTI 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza del 29 Aprile 1845 


_— rn -_____— 


AVVERTIMENTO 


U n gran cambiamento è avvenuto nell’ Estense Legislazio- 
ne, dopo che fu scritta questa Memoria e letta alla R. Ac- 
cademia, per la promulgazione di nuovi Codici resa neces- 
saria non tanto per mutati bisogni dei tempi, quanto e più 
assai perchè gl’ incrementi territoriali, che da non molti annì 
conseguirono gli Estensi Dominj, aveano fatto sorgere una 
evidentissima convenienza, anzi una vera necessità di ridurre 
ad una le moltiplici e svariate Legislazioni onde erano retti 
i territorj di recente aggregazione. Nel che fare era ben con- 
veniente che si avesse un riguardo particolare alla Legisla- 
zione parmense vigente nel Ducato di Guastalla e in altri 
luoghi divenuti Estensi, e che si procurasse di uniformare 
possibilmente i nuovi Codici a quelli degli Stati limitrof. 


Memona peL s16. Cav. BarroLoMEO VERATTI 87 

Questo cambiamento ha tolto dunque alla Memoria presente 
qualunque pratico valore, come opera di giurisprudenza. Ma 
ridotta, com’ è, a documento storico, pare che non debba 
esserne al tutto inutile nè sgradita la pubblicazione ai cul 
tori della Scienza e della Storia della Legislazione. Ad ogni 
modo poi può essere riguardata come una pagina dell’ elogio 
di Lodovico Antonio Muratori. 

Per queste ragioni ora si pubblica; ed anche perchè ne 
era già promessa la stampa, come si può vedere nelle Rela- 
zioni pubblicate nel principio del Tomo I’ delle Memorie 
Accademiche, a pag. xxxv. Che se invece d’ inserirla in esso 
Tomo Il, come allora s’ era stabilito, s° è alquanto differito, 
ciò è stato perchè trovandosi già pervenuta a giusta mole 
la parte stampata di quel Volume si credette bene di non 
procrastinarne di più la pubblicazione. 


88 
INTORNO AL TRATTATO 


DEI DIFETTI DELLA GIURISPRUDENZA 
DI LODOVICO ANTONIO MURATORI 


RIGUARDATO COME UNO DE FONTI DEL CODICE ESTENSE 


——@@P pl 


DI 


Un secolo è ormai compiuto da che quel sommo uomo 
che fu Lodovico Antonio Muratori mandò alla pubblica 
luce il suo Trattato dei difetti della Giurisprudenza (1). 
Libro che, se per la non grande mole sembra perdersi fra i 
tanti immortali lavori di quell’ indefesso letterato, baste- 
rebbe però alla fama di qualunque altro. Fra le tante di- 
scipline coltivate dal Muratori non ultima fu la Giurispru- 
denza; e dopo averle consecrate le primizie dell’ ingegno 
meritando e conseguendo in Modena la laurea in ambe le 
leggi, non l’ abbandonò egli nell’ età matura, nella quale, 
fra gl’ immensi suoi lavori d° altro genere, chiamato a di- 
fendere le ragioni del suo Sovrano, si guadagnò per voto 
di Vittorio Amedeo Re di Sardegna la rinomanza di primo 
fra gli avvocati italiani (2); e nell’ età senile ritornò con 
amore a questa scienza. E con amore dico, benchè potesse 
a taluno sembrare che piuttosto con ira e con dispetto 
avessi dovuto dire. Ma il combattere gli abusi è il servigio 
maggiore che sì possa prestare a qualvogliasi disciplina: 
come la scoperta e la confutazione degli errori è il tributo 
più bello che rendere si possa alla verità. Ed il Muratori 


(1) Venezia 1742 presso Giambatista Pasquali in foglio: e nuovamente presso il 
medesimo 1743 in 8.° 

(2) Vita del proposto L. A. Muratori descritta dal proposto Gian-Francesco 
Soli.Muratori. Venezia 17506. Pasquali. pag, 226. 


Memorra npeL sic. Cav. BartoLomEoO VERATTI 89 


volle rendere ‘appunto sì importante servigio alla Giurispru- 
denza, o dirò meglio alla Società. Imperocchè alla comune 
utilità egli mirava soltanto: e come pensava ad ogni ele- 
mento della pubblica felicità, di cui fra pochi anni dovea 
raccogliere e pubblicare i fondamentali principj (3); così 
massimamente desiderava la riforma della Giurisprudenza; 
dalla quale dipende la sicurezza de’ privati diritti e perciò 
tanta parte della pubblica quiete. Guardare la Giurisprudenza 
da tale altezza, e con tale scopo, è opera della meditazione 
di mente filosofica e legislativa, ben più che dello studio di 
semplice giurisperito. E questo appunto, a parer mio, è ciò 
| che forma la lode principale del Muratori, e il pregio in- 
trinseco di questo suo libro. Nè egli falli a questo scopo; 
chè anzi ottenne più assai di quanto sperava: e se v° ha 
libro la cui influenza in fatto di Legislazione sia stata grande 
e salutare, egli è questo per certo. Il Muratori ne vide in 
piccola parte le desiderate conseguenze, e non ne inorgo- 
glì (4): credè anzi troppo difficile la compita riforma da lui 
bramata, nè altro più fece se non offrirla quale mezzo di 
pubblica felicità a° buoni Principi. Ed un Principe per molti 
titoli, se non per tutti, buono e grande, amico ed allievo 
del Muratori, quando, non molti anni dopo la morte di lui, 
si accinse alla compilazione di un Codice per gli avventu- 


(3) L’ Opera della pubblica felicità oggetto de’ buoni Principi, fu stampata la 
prima volta nel 1749. 

(4) La legge toscana del 1747 sopra i fedecommessi e le primogeniture, che 
accogliendo le massime sapientissime promulgate dal re di Sardegna Vittorio Amedeo 
nel lib. V. tit. a $. 19 e seg. delle sue Leggi e Costituzioni (1723) e tolte in°gran 
parte dalla Bolla di Urbano VIII sopra gli Archivj, le sviluppò più circostanziata- 
mente, fu riportata dal Muratori nel Libro della Pubblica Felicità cap. ro, accen- 
nando solo modestissimamente di avere egli pure parlato di tal materia. La legge 
Estense del 12 Settembre 1763, che fu poi rifusa con alcune modificazioni e molte 
aggiunte nel tit. 33 del Lib. II. del Codice Estense, è modellata sopra la predetta 
legge toscana, ma in modo da lasciare scorgere che fu consultata la legislazione 
torinese e l’ opera del Muratori: nella quale poi fa attinto il principio pel quale 
furono svincolati i beni d’ogni fedecommesso il cui valore fosse inferiore alla 
somma di ventimila Lire di Modena. 


Tom. III. XII 


l4 


go Intorno ar Trattato DI L. A. Muratori Ecc. 
rati suoi Domin}, bene s’ approfittò de’ consigli di quell’ in- 
gegno profondo, e colla Sovrana sanzione diede alla massima 
loro parte forza di legge. 

Io non so se finora sia stata avvertita abbastanza questa 
influenza grandissima del Libro del Muratori sopra il Codice 
Estense, perchè le discussioni di questo Codice, e la storia 
della sua compilazione non vennero mai pubblicate. So bene 
che grande è la lode che perciò vuolsi rendere al Muratori, 
grande il pregio estrinseco che ne deriva al suo libro, e non 
piccola l’ utilità di riguardarlo quale uno dei fonti del Co- 
dice Estense. Imperocchè, appunto perchè ci manca la co- 
gnizione delle discussioni preparatorie, e de’ motivi delle 
singole disposizioni di quel Codice, maggiormente giova il 
confrontare queste disposizioni colle fonti loro, derivando da 
questo confronto un argomento non lieve d°’ interpretazione 
della mente del Legislatore. 

Questo confronto da me istituito, e di cui esporrò i ri- 
sultamenti, servirà ad agevolare simili deduzioni, e nello 
stesso tempo a provare quanto i Compilatori del Codice 
Estense siansi prevalso delle proposte del Muratori. E, ciò 
essendo, noi vorremmo che il Muratori avesse abbondato 
nelle discussioni piuttosto che nella esposizione de? difetti 
della Giurisprudenza de’ suoi tempi. Ma se non è ingiusto 
il desiderio, ingiustissimo sarebbe il convertirlo in rimpro- 
vero di quell’ uomo straordinario. Noi non possiamo pre- 
tendere più di quanto egli intese dare; e se ha dato anche 
più di quanto egli stesso credea, non possiamo avere per 
lui se non sensi di gratitudine e di ammirazione. 

«La massima parte del libro, secondo porta il suo titolo, 
versa intorno a’ difetti della Giurisprudenza. E qui sì appa- 
lesa non meno l’ esperienza che il senno dell’ Autore, di- 
stinguendo egli i difetti provenienti da colpa degli uomini, 
che vogliono essere impediti e repressi; e quelli che sca- 
turiscono dalla natura medesima della Giurisprudenza, (la 
quale in molti casi trovasi abbandonata necessariamente 


Memoria peL sin. Cav. BartoLomEo VERATTI QI 
all’ incertezza delle probabilità, perchè trattasi di materie 
congetturali); e qui rimedio certo non v’ha, perchè l’uomo 
non può vincere la natura delle cose. Bene si può rime- 
diare a quel caos in che le opinioni forensi hanno spinta 
la Giurisprudenza, troncando con legge le controversie più 
frequenti ed importanti. Di alcune di queste ragiona larga- 
mente il Muratori; ma di più altre propone soltanto la de- 
cisione, o indica la necessità di definirle. 

A tre capi pertanto si può ridurre la parte che in que- 
sto libro riguarda la scienza della Legislazione : 

1° quelle proposte alle quali il Muratori aggiunge i motivi 
che lo persuadono ad opinare piuttosto in un modo che in 
un altro; 

2° quelle ove propone la conclusione, ma senza esporne 
i motivi, o toccandoli leggerissimamente; 

3° i luoghi ne’ quali nota soltanto le quistioni di che 
avrebbe ad occuparsi un Legislatore, ma senza proporre 
veruna conclusione. 

Questi ultimi non sono di molta utilità per l’ oggetto mio 
di provare quanto del libro del Muratori siansi prevalsi i 
Compilatori del Codice Estense: perchè alla fine la neces- 
sità o la convenienza di provvedere a quelle controversie, 
appariva loro abbastanza di per se. Le prime sono le più 
importanti di tutte, perchè ci somministrano i motivi onde 
furono mosse parecchie delle disposizioni del nostro Co- 
dice. Le altre finalmente ci provano quello che da prin- 
cipio ho asserito, vale a dire che il Trattato dei difetti 
della Giurisprudenza fu uno dei fonti del Codice Estense; 
e perciò ci autorizzano ancora a prevalerci con sicurezza 
delle discussioni apposte alle prime dal Muratori. 

‘Innanzi di terminare questo scritto, nel quale debbo con- 
fessare che assai volentieri mi trattengo, voglio esporre una 
osservazione che a parer mio non è di poca lode del Mu- 
ratori. Il merito principale del Legislatore, e di chi lo con- 
siglia, non è la novità, ma la giustizia, la prudenza e la 


93 Intorno ar Trattato DI L. A. Muratori Ecc. 


pubblica utilità. Se una imitazione servile disonora il poeta 
ed il letterato, se l’ appropriarsi una scoperta altrui rende 
plagiario lo scienziato, non è così del Legislatore. Egli deve 
mirare alla Giustizia che è di tutti i luoghi e di tutti i 
tempi; e delle varie istituzioni delle quali apparisce quaggiù 
vestita, egli deve scegliere quelle che più si affanno alle 
circostanze de’ suoi soggetti. La novità in questa materia è 
troppo mal sicura e pericolosa. E l’ antica saggezza romana 
mandò a cercare altrove, perchè li volle assodati dall’ espe- 
rienza, i princip]) di quelle Leggi che poi scolpì sopra le 
Dodici Tavole. Ma nelle umane società, dove tutto col vol- 
ger degli anni si muta, necessario è pure talora qualche 
nuovo provvedimento legislativo; e nuovi bisogni vogliono 
non solo leggi nuove, ma talora nuovi princip] legislativi. 
Non è dunque esclusa del tutto la novità dai doveri e dai 
meriti del Legislatore; anzi quanto più malagevole ed im- 
portante, è tanto più degna di commendazione. Al Muratori 
deve essere retribuita la doppia lode della prudentissima 
scelta, e della felice e saggia novità. E questa fors’ anche 
in maggior grado gli è dovuta; perchè nella scelta delle 
sue Conclusioni ebbe la scorta de’ migliori Giureconsulti 
della scuola romana, alla quale massimamente dichiarò di 
attenersi (5); e non gli mancarono in patria dotti giurecon- 
sulti di cui ricercò e seppe apprezzare i pareri (6). Ma delle 
poche novità delle quali si fè consigliero (e che sieno po- 
che, è lode anche questa ) non altro autore ebbe che il 
proprio ingegno, il quale precorrendo i tempi, divinò quello 
che di poi è stato fatto. Così la prescrivibilità dei censi, 
molte disposizioni circa a’ Fedecommessi, e la pubblicità 
delle ipoteche; per la quale non formò già sterili voti, ma 
propose un modo di conseguirla che (molti anni innanzi. 
alla formazione del sistema ipotecario francese) fu messo in 


(5) Dei difetti della Giurisprudenza, cap. 19 in princ. 
(6) Vita del Muratori, ediz. citata, pag. 90. 


Memoria peL s16. Cav. BarroLoMEO VERATTI 93 
opera dal Sermo Francesco III d° Este colla legge dei 19 
Gennajo 1772 sopra gli Archiv]. 

Ecco ora nella Tavola seguente il prospetto delle varie 
disposizioni del Codice Estense tratte dall’ opera del Mura- 
tori; delle quali alcune trascrittevi letteralmente, alcune con 
leggeri cambiamenti di dicitura, ed altre o ampliate o ristrette. 
Delle cento Conclusioni del Muratori quattro sole hanno 
trovata opposta definizione del nostro Codice. Quelle che 
sono state ommesse, potrà essere studio degl’ intelligenti 
l’ investigare se tralasciate perchè opposte allo spirito di 
altre disposizioni di esso Codice, e quindi ricusate : ovvero, 
perchè naturali conseguenze di principj già adottati, e così 
meno necessitose di un’ espressa sanzione, e quindi se non 
accolte materialmente, ammesse però virtualmente ed utili 
alla nostra Giurisprudenza Forense. 


94 Intorno ar trattato DI L. A. Muratori Ecc. 


PROSPETTO 
DELLE DISPOSIZIONI DEL CODICE ESTENSE 
DESUNTE DAL TRATTATO DEI DIFETTI DELLA GIURISPRUDENZA 
DI LODOVICO ANTONIO MURATORI 
( La citazione delle pagine si riferisce alla prima edizione del 1742 ) 


Lib. I.° 
Tit. 6 $. 9 in fine . . . . Muratori, Concl. 70 
ita da È A pag. 176 
Lib. II. 
Tit. 5 $. Concl. 60 
« 98 


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Tit. ro $. 4 - » è « 43 
Tit. 11 $. 19 pag. 178 
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Tit::153-8. 10° a oe #0 da 4 i pag. 177 
Tit. 14 $.18 . . . .... 0. +. Conc. 79 
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Mito Sd + UA ( 68 
Se #0, we ca a e e pag. 179 
Tit. 16 $. 5... .. +... +. Conc. 62 
Tit. 20 per intero suggerito a . pag. 179 
Sio è a E a & a Cone. (02 


(7) Si tratta della rinuncia fatta da un donatore alla facoltà di revocare per 
sopravvenienza di figli la donazione, che il Muratori voleva assolutamente nulla, e il 
Cod. Est. permise per le donazioni fatte per facilitare ad alcuno un conveniente 
matrimonio. Alla proposta del Muratori è conforme l’ art. 965 del Codice Civile 
Francese. Il Codice Sardo nel suo art. 1174 ha saputo coordinare e connettere ac- 
conciamente le due diverse disposizioni; nel che è stato seguito dal nuovo Codice 
Civile per gli Stati Estensi, art. 1912. 


—_— Memorra pet sic. Cav. BartoLomEo VERATTI 95 
Tit.-a0 8. Db & è @& a 5 e 0 & pag. 179 


65.0, 020. 4 a e li « 179 
Tit. 26. Vedi Tit. 20. 


Tit. 28 S. 8 mutala . . . . . . Concl. 93 (8) 


Sell è #£ & è & è © 2 @ pag. 178 
Tit. 29 $. 13. . . ... +... Concl. 88 


Tit. II 6738 « è 3 0 è è è è pag. 179 


SS. 9, 10, 11. . . Sr « 176,178 
S. 14 (e $$. 1,3 tit. DE . + Concl. a 
6. 16. . a pag. 178 


Lidia « 178 
6.23... +... + +. Conclì. 3a, 50 


Tit. 32 $$. 1, 3 (e S. 14 tit. 31) . . « 3 


7 vedi la . . . ... « 44 

. 16 muta la . . . . . . ( 36 (9) 
17 | È a « 7 
19 « 17 


Tit. 33 $. 14 . . . . . pag. 178 e Concl. 29 
15 e forse anche $. 16 . . « 4 
[wi a è a è È £ « 3 


0 »* & & > è» & è « 52, 53 


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. 32 amplia la Conel. 7e sia la « 19 


. 39 vedi la. . . ..°. « 34 
Tit. 34 $. 10 amplia la . . . . . « 99 
Tit;.90- 8. 19. 4. a @ «4 d& è # & 3 ( 4i 


(8) La consuetudine per altro ha dato ragione al Muratori. — Il nostro nuovo 
Codice ha poi proibito per l’ avvenire qualunque enfiteusi pazionata, art. 1640. 

(9) La massima proposta dal Muratori circa la presumibile volontà d’ un testa- 
tore che scrive un legato a favore d’ un suo creditore, fu adottata dai compilatori 
del Codice Francese, art. 1023, d'onde passò sostanzialmente nel Codice di Parma, 
art. 767, e fu poi trasferita nel nuovo Codice Civile per gli Stati Estensi, art. 818. 


96 Intorno ar Trattato DI L. A. Muratori Ecc. 


Tit. 36 $. 20... 0.0.0. + pag. 179 

Shoe È « 179 

«— 7 aa è & € è # & & Qonel, ‘10 
Nedo: è è, a È de « 1, 39 
$$. Ire 12... ..0. «da 

DST Sd a ea E 4 A pag. 179 

Tit. 38 SS. 3,4 . . - + + + + Concl. 6: 


—————EDBGOEE:————— 


L’ egregio Cons. Prof. Avv. Alfonso Toschi ebbe la gen- 
tilezza di voler leggere questa Memoria, e di mostrarmene 
la sua autorevole approvazione. E avendomi egli detto che 
essa gli avea servito d° occasione per istituire ad uso pro- 
prio un più minuto confronto fra il Codice Estense e l’ opera 
del Muratori, mi concesse di approfittarmi del suo lavoro. 
Aggiungo pertanto qui un secondo Prospetto delle analogie 
da lui notate, prevalendomi così non meno della datami 
facoltà di giovarmi de’ suoi lumi, che della opportunità di 
mettere negli Atti della patria Accademia un piccolo segno 
di gratitudine e di rispetto a quell’ uomo eccellente ed ono- 
ratissimo col riprodurre in nota la Necrologia che ne scrissi 


nel N.° 752 del Messaggere di Modena (10). 


(10) = Nel giorno 2 aprile dell’ anno 1853 morì il consigliere prof. Alfonso Toschi, 
alla cui onorata memoria la riconoscenza e |’ affetto di discepolo mi eccita a con- 
secrar quì brevi cenni, nella fiducia che ben più largo tributo di giusta lode gli 
sarà reso in più acconcio modo da miglior dicitore. 

« Nacque in Modena il 15 ottobre 1785, ed ebbe a genitori l’ ingegnere Fran- 
cesco Maria Toschi e la sig*. Felicita Peligotti, di Pergoli. Un’ accurata educazione 
ed un ingegno felice fecero sì che non compito per anche il vigesimo anno dell’ età 
sua avesse già conseguito nella Università di Bologna la laurea nella facoltà legale. 

« Il rapido avanzamento negli studj non si scompagnava in lui da quella morige- 
ratezza ed integrità di vita, senza di che il solo ingegno, per quanto pregevole 
dono esso sia, non reca degno frutto nè a chi se l’ ebbe nascendo, nè alla s0- 
cietà. E quanto egli fosse guardingo ad evitare qualunque pericolo di traviamento 
in sì giovine età, lo mostra un fatto che di lui narravami un suo amico. Ed è che 
nei primi suoi anni avendo indossati gli abiti clericali, non volle deporli se non #0 
inoltrato nel corso degli studj legali; perchè, diceva egli, la santità e il decoro di 
quell’ abito non solo metteva lui nel dovere di rispettario colla propria condotta, 


Memoria peL sic. Cav. BartoLomEo VERATTI 97 


| PROSPETTO 
D’ ALCUNE DISPOSIZIONI DEL CODICE ESTENSE 
SUGGERITE DA LOD. ANT. MURATORI 
( Le pagine corrispondono all’ edizione di Venezia del 1745 in 8° ) 


Lib. I° 
Tit. 1 $$. 24, 25, 26, 38 . . Cap. 14 pag. 146 
CRA e + è E È «€ 49,199 


SI e 129 € 120 
Tit. 26. 8,9... ... «€ 117 
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Tit. 28 S. 13... 6.00. 160 « 180 


ma valeva a tenergli lontani que’ compagni de’ quali non avrebbe gradita la peri- 
colosa famigliarità ed intrinsechezza. 

« Compiti gli studj teorici alle pubbliche scuole, li continuò da ge, e vi accoppiò 
alacremente la pratica presso la pretura di Modena, alla quale fu addetto per de- 
terminazione del R. Tribunale d’ Appello del dipartimento del Panaro del 14 
gennajo 1806: poscia nel 1808 (16 settembre) fu nominato patrocinatore presso la 
Corte di Giustizia di Modena. 

« Ricomposte ig Europa le legittime dominazioni, e ricuperata così dagli Stati 
Estensi la politica esistenza e l’ antica loro legislazione, fra i diversi regolamenti 
che l’ ottimo Sovrano Francesco IV sanzionò, fuvvi pur quello onde furono stabiliti 
i Collegj de’ Cansidici: e l’ avvocato Toschi fu dal Sovrano chiamato fra i primi a 
farne parte (13 gennajo 1817). 

« Pochi anni dopo la R. Università di Modena acquistava in lui un eccellente 
Cattedratico per l’ insegnamento della Giurisprudenza Forense e del Diritto Patrio. 
La profondità e l’ estensione della sua dottrina e l’ ordine mirabile con che tutta 
concatenava e svolgeva l’ ampia materia della forense giurisprudenza davano alle 
sue lezioni valore grandissimo. E se massima è certamente l’ intrinseca importanza 
di tale insegnamento, non minore era l’ utilità che i discepoli ne ritraevano ( nelle 
condizioni del diritto nostro in allora) pel metodo ch’ egli teneva. 

« Senza togliere al Foro un uomo che l’ onorava, volle la R. A. di Francesco IV 
di gl. mem. che anche la Magistratura potesse prevalersi della sua cooperazione; 
e con chirografo del 7 novembre 1827 lo destinò a supplire straordinariamente agli 
individui che nel Supremo Consiglio di Giustizia si trovassero impediti di giudi- 
care. Nel 1834 dovette abbandonare del tutto il Foro, e si assise come giudice 


Tom. III. | XIII 


4 


98 Inrorno ac rrattato DI L. À. Murarori Ecc. 


Tit. 30 $. 4.0.0... . +. Cap. 16 pag. 183 

Sede & è # LE w « «104 

Legge 28 Agosto 1790 n.° a. . . « « 183 

Lib. HI. | 

Tit. 12:98. 10, dda , & & # 19 € 150,199 
Tit. 14 $. 18. Concl. 79 e Cap. 16 

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anziano nella sezione d’ appello del Tribunale di Giustizia in Modena; del quale 
fatto fu poi presidente nel 13 aprile 1845. 

« Altro incarico non meno onorevole che importante gli affidava la R. A. del 
regnante nostro Sovrano, quando nel 1849 rivolgendo l’ animo ad effettuare un divi- 
samento dell’ augusto suo Genitore, di compire cioè l’ estense legislazione accomo- 
dandola alle diverse circostanze dei tempi ( divisamento che, per le successive 
aggregazioni agli Estensi Dominj di territorj soggetti in prima ad altre e diverse 
leggi, era cresciuto intanto e di gravità e d’ urgenza ) volle che il presidente Toschi 
fosse annoverato frà gli egregj giureconsulti e magistrati cui commise di compilare 
il progetto di un nuovo Corpo di leggi civili e criminali colle rispettive Procedure. 
In appresso nell’ ottobre del 185 un altro Sovrano chirografo lo elevava alla di- 
gnità di consigliere del. Supremo Tribunale di Revisione. | 

« Sebbene. da qualche tempo la vegeta e robusta sua complessione avesse mostrato 
di cedere alquanto al peso, più che degli anni, delle gravi e mon mai interrotte 
fatiche, nondimeno pareva ben ragionevole la speranza che per non breve tempo 
potesse ancora prestare l opera sua in sì importanti ufficj, Ma non fu adempito il 
comune desiderio. 

« La narrazione della vita degli uomini di toga, condotta nelle tranquille e mo- 
notone abitudini dello studio, si restringe naturalmente alla semplice indicazione 
degli ufficj sostenuti. Ma non volgare lode loro sì retribuisce, quando di essì, 
come del consigliere professore Alfonso Toschi, si possa dire con verità, e colla 
coscienza di non essere se non se l’ eco di quanti gli abbiano conosciuti, che tutta 
impiegarono la vita nell” adempire i doveri di quegli ufficj; e che pari alle virtù 
del pubblico ufficiale furono in essi quelle dell’ uomo privato. Questa lode ha 
accompagnato alla tomba il consigliere Toschi. E il nome suo durerà caro e riverito 
nella memoria di quanti ebbero occasione di ammirare la sua dottrina e di apprez- 


zare la bontà sua. = 


RAGGUAGLIO STORICO 


DEL RITROVAMENTO A 


DI UN RIPOSTINO DI MONETE D’ ARGENTO 
DEI BASSI TEMPI 
FATTO A ROSOLA NELLA MONTAGNA MODENESE 


L' ANNO - MDOCO - XLI 


MEMORIA 
DI MONSIG. PROF. CELESTINO CAVEDONI 


PRESENTATA ALLA R. ACCADEMIA 
nell’ adunanza del dì 28 Aprile 1859 


—T 200 —_ 


N ella state dell’ anno 1841 un operaio, che lavorava in 
un predio parrocchiale della villa di Rosola, situata nella 
montagna Modenese al di là del fiume Panaro, distante da 
Modena 23 miglia all’ incirca, un bel giorno si avvenne a 
mettere allo scoperto un vasetto di terra cotta avente forma 
di boccale fornito del suo manico ed inverniciato a color 
verdognolo soltanto nella parte interna, situato frammezzo 
a due lastre del macigno naturale, entro il quale erano ri- 
poste 1300 e più piccole monete d° argento de’ bassi tempi 
assai ben conservate (1). Nacque tosto contesa fra 1’ operaio 


(1) Un sei o sette anni prima, a quel che mi si disse, n° erano state ritrovate 
altre, alla distanza di pochi passi, riposte entro un vaso assai più grande; le quali 
vennero trafugate dai contadini, e in gran parte andarono guaste. Il signore Scaglioni, 
orefice a Pavullo, mi scrisse di averne squagliato circa 136 once; e me ne trasmise 
alcune, ch’ erano delle stesse città e tempi che quelle trovate a Rosola nel 1841. 


100 RAGGUAGLIO STORICO DEL RITROVAMENTO ECC. 
ed il Parroco, padrone del fondo, per le ragioni che cia- 
scuno di loro aver potesse sopra quel tesoretto; per lo che 
quelle monete (tranne alcune poche qua e là disperse ) fu- 
rono depositate presso il giusdicente di Montese; e poscia 
vennero trasmesse all’ Intendenza dei Beni Camerali ed Ec- 
clesiastici in Modena. Nel Luglio del 1843 l’A. R. dell’Ar- 
ciduca Francesco IV d°’Austria-Este Duca di Modena ecc., 
ne fece acquisto per arricchirne 1’ insigne suo Museo delle 
Medaglie. Occupato come fui a lungo nel prediletto mio 

studio delle antiche monete. Greche e Romane, andai sem- 
| pre procrastinando lo studio di queste de’ bassi tempi. Ora 
finalmente, trovandomi avere un po’ d’ agio e di tempo 
anche per esse, mi studierò di dare un accurato ragguaglio 
di tutte e singole le monete rinvenute insieme raccolte in 
quel ripostiglio; di che avrassi il vantaggio di conoscere 
quali monete avessero corso speciale nel paese nostro in sul 
declinare del secolo XIII e ne’ primi anni del susseguente; 
e tutt’ insieme se ne deriverà qualche luce alle zecche di 
Modena, di Reggio e di Bologna, e benanche a quelle della 
lontana Servia. 

E per cominciare dalle più antiche, avvertirò che v° era 
un denaro Imperiale assai logoro, ma che peraltro pare uno 
di quelli che il ch. Giulio di S. Quintino crede impressi da 
Lodovico II Imperatore e Re d’Italia a mezzo il secolo IX 
( Mem. della R. Accad. di Torino, ser. II, t. X, p. 399); 
ed è come segue: . 

+ D'S CVNSERVA ROMANO IMP scritto attorno ad un 
cerchio s nel quale è una Croce Greca attorniata da quattro 
globetti. 

)( + XPE SALVA VENECIAS scritto attorno ad un cer- 
chio, entro il quale è un tempietto con Croce Greca all’ in- 
gresso. 

Tre ve n’erano di Papia, differenti l’ una dall’ altra, come 
segue : 

1. + IN GRACIA DI REX scritto attorno ad un cerchio, 


Memoria pi Mons. Pror. CeLestIino CavenonI IOI 


entro il quale sono le quattro lettere ARDO disposte in 
Croce attorno ad un globetto posto nel centro. 

)( + CIVITAS GLORIO scritto attorno ad un cerchio, 
entro il quale è scritto PAPIA in i due righe attorno ad un 
globetto centrale. 

2. + INCLITA CIV scritto attorno ad un cerchio, entro 
il quale è OTTO scritto in forma di Croce attorno ad un 
globetto. 

)( + IMPERATOR scritto attorno ad un cerchio, entro il 
quale è PAPIA scritto attorno ad un globetto centrale. 

3. + AVGVSTVS scritto attorno ad un cerchio, entro il 
quale è HNRICG ( HeNRICus ) colle lettere disposte a formar 
Croce. 

)( + IMPERATOR scritto attorno ad un cerchio, entro il 
quale è PAPIA in due righe. 

Il primo di questi tre denari spetta ad Ardoino Re d° Ita- 
lia, dall’ anno 1002 al 1015, ed è molto raro e pregevole 
(v. Mem. della R. Accad. di Torino ser. II vol. V p. 185). 

Di Lucca trovaronsi quattro denari Imperiali, l’uno simile 
all’ altro; come segue : 

+ EINRICVS scritto attorno ad un cerchio, entro il quale 
sono le lettere LVCA disposte in croce attorno ad un glo- 
betto centrale. 

)( + IMPERATOR scritto attorno ad un cerchio, entro 
il quale è un monogramma consistente delle lettere HTT 
( HoTTo). 

Lucca ebbe da Ottone I, detto il Grande, il privilegio di 
batter moneta. 

Ora, venendo a’ tempi meno da noi rimoti, dirò che di 
Modena nostra v° erano sessantatre grossi, tutti fra loro si- 
mili, tranne alcune piccole differenze. 

+ DE MVTINA scritto in giro attorno ad un cerchietto, entro 
il quale v° ha un grande M con due globetti inserti entr’ esso 


così SR. 


102 RAGGUAGLIO STORICO DEL RITROVAMENTO ECC. 
-_)( + INPERATOR scritto in giro attorno ad un cerchietto, 
entro il quale sono le tre lettere F DC’ ( FeDeriCus) disposte 
a triangolo e frammezzate da quattro grossi punti per modo 
che il tutto insieme ha l aspetto di Croce. 

Due sole, invece del grande M co’ due punti inserti, hanno 
nel mezzo un grande M con quattro grossi punti attorno 

e 


disposti come a formar Croce, è |\{ è. Vuolsi ancora avver- 


tire, che delle suddette 63 monete di Modena 31 hanno 
nel ritto + DE MVTINA, altre 3: hanno + - DE MVTINA, 
ed una sola ha un grosso punto innanzi alla crocettina, 
così ‘€+. Quelle che hanno la /unettina crescente dopo la 
crocettina, hanno anche le estremità delle lettere, segnata- 
mente dell’ A, di forma lunata (2). 

Di Reggio nostro ve n° erano cinquantadue, tutti fra loro 
simili, eccetto qualche piccola differenza. 

°|e DE REGIO scritto in giro attorno ad un cerchietto, 
entro il quale è un fiore aperto come di giglio co’ suoi pi- 
stilli assai grandi. 

)( + EPIwCOPV scritto in giro attorno ad un cerchietto, 
entro il quale è un grande N circondato da quattro crocet- 


| x 
tine, così xNx. 


x 

Fra le suddette 52 monete di Reggio ve n’ ha 25 con la 
lettera grande posta nel bel mezzo del riverso conformata 
per modo che lascia luogo a dubitare s’ ella sia un N, op- 
pure un H (3), e le quattro crocettine, che le stanno din- 


(2) La scrittura INPERATOR, invece d’ IMPERATOR, ricorre anche nelle 
carte di que’ tempi (Zirab. Mem. Mod. t. V. Cod. Dipl. p. 91-92, al.); e pare con- 
forme alla pronuncia locale d’ allora, che tuttor si mantiene nel dialetto Modenese. 

(3) Il Muratori ebbe di già avvertita questa varietà; ma, non ostante che altri 
reputassero l’ H iniziale di Henricus, e riportassero le monete ad Enrico da Casa- 
lorcio creato Vescovo di Reggio nel 1303, egli le attribuisce tutte a Micolò Mal- 
traversi Vescovo di Reggio dal 1210 al 1243, perchè ai tempi del Vescovo Henricus 
Reggio era di già in dominio di Azzo d’ Este ( Dissert. XXVII. de Moneta Med. 


Memorra pi Mons. Pror. CeLEstINO CaveDonI 103 
torno, sono per lo più obblique a guisa di X, anche nelle 
altre 27. 

Della vicina e > sempre doviziosa Bologna ve n° erano mille 
e quarantadue, tutte fra loro simili, ma pure con sin 
varietà di piccoli segni accessorii, come segue: 
+ BONONI scritto in giro attorno ad un cerchio, entro 
il quale è un grande A (finale di BONONIA ) circondato da 
® 


quattro grossi punti disposti in forma di Croce, «f- 


)( + ENRICVu scritto in giro attorno ad un cerchietto, 
entro il quale sono le quattro lettere IPRT (ImPeRaTor) 
frammezzate da quattro punti, con altro punto nel centro, 
sì che formano come due Croci, l una inserta nell’ altra. 

Le sovraindicate piccole differenze sono come segue. 

1. Crocettina preceduta da grosso punto, o globetto, BO- 
NONI, ecc. )( Crocettina sola, ENRICVS. 

2. Crocettina frapposta a due grossi punti. )( Crocettina 
sola ENRICVS ecc. 

3. Crocettina, BO: NO- NI )( Crocettina frapposta a due 
grossi punti, ENRICV@® ecc. 

4. Crocettina susseguita da grosso pesa BO - NO ‘© NI ecc. 
)( Crocettina, ENRICVS ecc. 

9. Altra simile, ma nel riverso crocettina Frapponta a due 
grossi punti. 

6. Crocettina preceduta da un grosso punto, BO: NO: NI ecc. 
)( Crocettina frapposta a due grossi punti, ENRICV®. 

7. Altra simile, ma nel riverso Crocettina, semplice. 

8. Crocettina susseguita da un grosso punto, BO' NO: NI ecc. 
)( Crocettina susseguita da una rosettina, ENRICVS ecc. 


Aevi). R difatti il Bellini ne diede una moneta di Reggio di que’giorni con AZO 
MARCHIO { De Monet. non evulg. p. 127). Del resto, le quattro piccole Croci, 
che attorniano l’ N iniziale di Nicolaus, sembrano riferirsi ai Reggiani Crocesegnati, ‘’ 
inviati in Terra Santa dal Vescovo Nicolò Maltraversi, che nel 1226 vi andò 


anch’ egli Legato Apostolico ( Tirab. Mem. Mod. t. II. p. 40: 1V p. 102). 


104. RAGGUAGLIO STORICO DEL RITROVAMENTO ECC. 


g. Crocettina preceduta da un cerchietto, BO * NO © NI ecc. 
)( Crocettina, ENRICV ©. 

to. Crocettina susseguita da lunetta, BO° NO: NI ecc. 
)( Crocettina, ENRICVw. 

11. Altre simili, ma con Crocettina susseguita da un glo- 
betto nel riverso. 

12. Crocettina preceduta da lunetta, BO - NO © NI ecc. 
)( Crocettina frapposta a due grossi punti, ecc. 

13 Crocettina susseguita da lunetta, bO * NO: NI (sic) ecc. 
)( Crocettina e lunetta ENRICVW ecc. 

14 Crocettina preceduta da una rotellina a sei dentelli , 
BO - NO-NI ecc. )( Crocettina preceduta da un grosso pun- 
to, ecc. 

15. Altre simili, ma nel riverso Crocettina frapposta a due 
grossi punti ecc. 

16. Crocettina frapposta a due grossi punti )( Crocettina 
sola. 

17. Altre simili, ma nel riverso Crocettina preceduta da 
un grosso punto. 

18. Altre simili, ma nel riverso Crocettina susseguita da 
un grosso punto. 

19. Altre simili, ma nel riverso Crocettina frapposta a 
due grossi punti. 

ao. Altre simili, ma nel riverso Crocettina susseguita da 
un rosoncino aperto. 

21. Crocettina frapposta a due cerchietti )( Crocettina 
semplice, 

29. Crocettina frapposta a due cerchietti X Crocettina sus- 
seguita da un cerchietto. 

23. Crocettina frapposta a due rosettine aperte ad otto o 
più foglie )( Crocettina sola. 

a4. Crocettina frapposta a due fiorellini aperti a cinque 
foglie )( Crocettina sola. | 

29. Crocettina frapposta ad un grosso punto e ad un fio- 
. rellino aperto ad otto foglie )( Crocettina sola. 


Memorta pi Mons. Pror. CELEsTINO CAVEDONI 105 


26. Crocettina frapposta ad un fiorellino aperto ad otto 
foglie e ad un grosso punto )( Crocettina preceduta da un 
fiorellino aperto ad otto foglie. 

27. Crocettina frapposta a due lunette )( Crocettina frap- 
posta. a due globetti. 

28. Crocettina frapposta a due rotelline a sei dentelli 
)( Crocettina frapposta a due globetti. 

29. Crocettina frapposta a due fiordaliso )( Crocettina sola. 

30. Crocettina frapposta a due triplici monticelli )( Cro- 
cettina frapposta a due globetti. 

31. Altra simile; ‘ma, nel riverso, Crocettina preceduta da 
un globetto. 

5a. Altra simile; ma, nel riverso, Crocettina susseguita da 
un globetto. 

33. Altre simili; ma, nel riverso, Crocettina frapposta a 
due cerchietti. 

34. Altre simili; ma, nel riverso, Ciocetfina preceduta da 
un cerchietto. 

39. Crocettina susseguita da un globetto )( Crocettina sus- 
seguita da un globetto. 

)( 36. Crocettina preceduta da un Gonesra )( Crocettina 
sussegutta da un rosoncino. 

37. Due Crocettine accompagnate da tre preda )( Cro- 
cettina sola. 

38. Crocettina frapposta a due globetti )( Crocettina pre- 
ceduta da un rosoncino. 

39. Crocettina preceduta da un rosoncino )( Crocettina sola. 

4o. Crocettina frapposta a due rosoncini )( Crocettina sola. 

41. Crocettina susseguita da un cerchietto )( Crocettina sola. 

42. Crocettina frapposta a due cerchietti, ID + NO - NI 
(sic) )( Crocettina sola. 

E qui mette bene avvertire, che le monete col simbolo 
dei due fiorellini a cinque foglie aperte, apposti alla Crocet- 
tina (n. 24), e parimente l’altre co’ due fiordaliso (n. 29), 
erano quasi tutte ruspe e con lo specchio dato lor dall’ im- 

Tom. III. XIV 


100 RAGGUAGLIO STORICO DEL RITROVAMENTO ECC. 


pressione della zecca. E determinato che sia il tempo del 
nascondimento del ripostino (lo che ci studieremo di fare 
qui appresso ), i dotti Bolognesi potranno forse rintracciare 
la ragione e °1 significato de’ detti simboli. Fin dall’ anno 
stesso dello scoprimento del ripostino nostro di Rosola io 
partecipai queste varietà di simboli al venerato mio maestro 
Filippo Schiassi, che stava in allora scrivendo la dotta sua 
Dissertazione de Moneta Bononiensi; ed egli con la con- 
sueta sua benignità si compiacque farne menzione (p. 49), 
avvertendo segnatamente quanto segue: in magno nummo- 
rum numero tres montes sibi superimpositi, aut lilia, qualia 
in insignibus regum Galliae conspiciuntur, Crucem hinc inde 
comprehendunt, sive illae officinatorum monetalium notae sint, 
sive potius ad insignia civium eorum pertineant, qui eo tem- 
pore, quo percussae monetae sunt, urbi praeficiebantur. Il 
simbolo de’ tre monticelli sovrapposti l’uno all’ altro sembra 
lo stemma di una famiglia Monti, o Monticelli; e stemmi 
sentilizii ponno essere altresì i simboli del fiorellino, della 
rotella, della crocetta, ed altri. Dissi della crocetta, perchè 
al n. 37 una delle due crocettine sarà verisimilmente sim- 
bolo distintivo, anzi che ripetuta per isbaglio dell’ incisore. 
In tanti diversi conii forse non s’ incontra altra disattenzione 
dell’antico incisore che quelle di b e ID per B e BO (n. 13,42). 
Il doppio fiordaliso (n. 29) forse potrebbe riferirsi al re Ru- 
berto capitano di Bologna nel 1311 ( Tiraboschi, Mem. stor. 
Mod. t. II, p. 167); il cui stemma insignito de’ gigli di 
Francia, per decreto del Comune di Bologna del detto anno, 
dovea essere sculto in un marmo da collocarsi presso il 
nostro ponte di S. Ambrogio sopra il Panaro. 

Le monete dei Conti del Tirolo del secolo XIII troyansi 
non di rado nel territorio nostro; ed offo se ne rinvennero 
nel ripostino di Rosola, ch’ erano di due diversi conii, come 
segue : | 

1-2, +» COMES TIROL, scritto attorno ad un’ Aquila 
Imperiale respiciente; e due fiorellini aperti in fin della scritta. 


ld 


Memoria pi Mons. Pror. CeLEstINo CaveDoNI 107 

)( D#xE MERANO, scritto attorno ad una Croce Greca 
addossata ad un cerchio. 

3-8. Lo stesso diritto che nelle precedenti, ma con l Aquila 
di prospetto. 

)( MEIN AR DVS, scritto in giro attorno ad una Croce, 
alla quale ne è addossata un’ altra a braccia minori. 

Queste ultime sei probabilmente spettano a Mainardo IV, 
che fu Conte del Tirolo fin dall’ anno 1255, fatto Duca di 
Carintia nel 1282, e morto nel 1299 (Art de verif. les da- 
tes, t. III, p. 579). 

Dei grossi, o matapani di Venezia, (4), cotanto accreditati 
nel commercio per la bontà dell’ argento, dieci soli se ne 
rinvennero nel ripostino di Rosola, spettanti a quattro diversi 
Dogi, ed erano come segue: 

1. LA'TEVPL’ DVX — SM VENETI. Doge barbato ve- 
stito di tunica, e di manto gemmato, stante con volume 
nella s. in atto di sostenere con la d. il vessillo, insignito 
della Croce, insieme con S. Marco barbato e nimbato, in 
vesti pontificali, stante di rincontro a lui col libro del suo 
Vangelo nella sinistra accostata al petto. 

)( IC XC. Gesù Cristo S. N. con nimbo crucigero attorno 
al capo, vestito di tunica e pallio, sedente di prospetto in 
magnifico trono gemmato, in atto di benedire con la d. dol 
cemente alzata, e di tenere con la s. il libro degli Evangeli, 
anch’ esso gemmato, posato in sulle sue ginocchia. 

a-3. Altri due simili, ma con IA 9TARIN DVX. Doge 
ecc. come nel prec. n. 1. 

4-0. Altri tre simili, ma con 10 * DANDVL’ DVX. Doge ecc. 

7-10. Altri quattro simili, ma con PE - GRADONICO DVX, 
in uno de’ quali I’ X di DVX ha forma di crocettina a guisa 
di fiore a quattro foglie aperte. 


(4) V° era anche un solo denaro picciolo di mistura del Doge Sebastiano Ziani, 
che tenne il governo dall’ anno 1173 fino al 1179 (cf. Mem. dell’ Accad. R. di 
Torino, Ser. II. vol. X. tao. II, 9): 

+ SEB - DVX scritto attorno ad un cerchietto con Croce nel centro. 

)( + S MARCVS scritto attorno ad altro simile cerchietto. 


e 


108 RAGGUAGLIO STORICO DEL RITROVAMENTO ECC. 


Tre de’ grossi di Pietro Gradonico sono, come suol dirsi, 
a fiore di conio. Il Doge Lorenzo Tiepolo ebbe il governo 
della Repubblica Veneta dall’ anno 1268 fino al 1275; Ja- 
copo Contarin dal 1275 al 1279; Giovanni Dandulo dal 1279 
al 1289; e Pietro Gradonico dal 1289 al 1311; nel quale 
anno gli succedette Marino Giorgi; di che si pare fin d’ora, 
che il ripostino di Rosola dovett’ essere nascosto ne’ primi 
anni del secolo XIV, o negli ultimi del precedente. 

La particolarità più notevole del nostro ripostino forse si 
è quella d° esservisi rinvenuti ben cento diciassette grossi dei 
Re di Rascia, o Servia che dir si voglia, cotanto da noi 
discosta; undici cioè di Re Stefano, e cento sei di Re Uro- 
sio; e sono come segue: 

t-11. STEFAN REX — S STEFAN. Il Re barbato, ve- 
stito di tunica e manto gemmato, a guisa dei Dogi di Ve- 
nezia, stante con volume nella s. in atto di tenere colla d. 
il vessillo, insignito della Croce, insieme con S. Stefano bar- 
bato, nimbato e vestito come S. Marco di Venezia, stante 
di rincontro a lui in atto di sostenere anch’ egli con la d. 
il vessillo, e di tenere ‘il libro gemmato degli Evangeli nella 
s. accostata al petto. 

)( IG XC. Gesù Cristo S. N. sedente in trono, come nei 
precedenti grossi dei Dogi di Venezia. 

192-117. Altri cento sei grossi in tutto simili ai precedenti 
di re Stefano, tranne che in questi leggesi VROSIVS REX. 

I grossi di Re Urosio sono generalmente assai meglio con- 
servati di quelli di Re Stefano; ed alcuni sono a fior di conio 
e serbano la lucentezza data lor dalla zecca. Due sono quasi 
interamente rivestiti di verderame, che mostra il basso lor 
titolo e la deteriorazione del conio di Venezia. Avvertirò 
pure, che anche lo stile è assai deteriorato ne’ grossi di 
Urosio meglio conservati, e che in due leggesi VROSIVo 
coll’ ultimo S giacente, e in uno VROSIV senza l’ S finale, 
e che 1° X di REX in uno ha forma di crocettina Greca, 
quasi come nel sovr’ accennato del Doge Pietro Gradonico. 


Memoria pi Mons. Pror. CeLEstino CavenonIi 109 

Di queste e d’ altre monete dei Re di Rascia ( parte orien- 
tale della Servia, così denominata dal fiume ARasca che la 
bagna) scrisse il veneto Girolamo Zanetti in un suo libric- 
cino anonimo stampato in Venezia l’ anno 1750 col titolo: 
De nummis Regum Mysiae seu Rasciae ad Venetos typos 
percussis commentariolum, che trovasi inserito anche nel 
volume III della raccolta dell’ Argellati (de Monet. Ital. 
p. 15-22 Append. cf. Zanetti, Zecche d’ Ital. t. III p. 253: 
IV p. 360); ma in esso la serie di que’ principi trovasi 
esposta un po’ confusamente. L° Arte di verificar le date, 
non so come, trascurò quella dinastia della Servia; onde, 
per la serie cronologica di essa mi attengo a quella che ne 
diede il dotto Ungherese Stefano Schònvisner (Catal. nu- 
morum Hungariae ac Transilo. Pestini, 1807, Part. III 
p. 44-46). 

Stephanus I, filius Stephani Nemanis Magni Zupani Ser- 
viae, Rex Serviae ab anno 1191 ad annum 1195. 

Stephanus II, Serviae Rex ab anno 1219 ad annum 19294. 

Stephanus III, qui et Urosius I, Rex Serviae ab anno 
1243 ad annum 1291. 

Stephanus IV, Urosii I filius, Rex Serviae ab anno 1291 
ad annum 1297. 

Urosius II, Urosii I filius, cognomento Milutinus, cedente 
Stephano IV fratre, Rex Serviae inde ab anno 1297 ad an- 
num 1321. | 

In riguardo al riscontro de’ tempi parmi assai probabile, 
che le monete di STEFANus REX trovate nel ripostino di 
Rosola siano parte di Stefano II, che sposò una nobile Ve- 
neta nipote del Doge Errico Dandolo, ed imitò pel primo 
il conio di Venezia, e parte di Stefano IV, che regnò per 
lo spazio di 7 anni; e che quelle di VROSIVS REX alquanto 
usate spettino ad Urosio I, e 1° altre quasi a fior di conio 
ad Urosio II Milutino, che regnò pel lungo tratto di 24 
anni, e che dovette accumulare di grandi ricchezze, come 
si raccoglie anche dal riscontro de’ preziosi doni da esso lui 


110 RAGGUAGLIO STORICO DEL RITROVAMENTO ECC. 
offerti nel 1319 alla Chiesa di S. Nicolò di Bari con una 
pomposa iscrizione, nella quale s° intitola VROSIVS REX 
RASSIE ET DIOCLEE ALBANIE BVLGARIE AC TOTIVS 
MARITIME DE GVLFO ADRIE A MARI VSQVE AD 
FLVMEN DANVBII MAGNI (Zanetti op. c. p. 23-24). 

Alcuni de’ 106 grossi di VROSIVS REX trovati a Rosola 
mostrano visibilmente alterata la lega, e sebbene siano come 
a fior di conio, non agguagliano il peso de’ matapani Veneti 
da esso lui contraffatti; e bene sta che siano di Urosio II 
Milutino, che regnava nel 1300 allor che il severo Allighieri 
lo rampognava con quelle gravi parole (Parad. XZX 139-141): 

E quel di Portogallo e di Norvegia 

Lì si conosceranno; e quel di Rascia, 

Che male aggiustò il conio di Vinegia. 
Vero è peraltro, che i grossi dei Re di Rascia erano stati 
deteriorati anche prima dai predecessori di Urosio II; poi- 
chè sbanditi furono da Venezia fin dall’ anno 1282, e poscia 
da Verona nel 1301, e da Bologna altresì nel 1309 (Zanetti, 
Zecche d’ Ital. t. IV p. 360); ma pare che vie più dete- 
riorati fossero sotto il regno di Urosio II. Del resto, il ve- 
dere accumulati presso un nostro montanaro di Rosola in 
sul cadere del secolo XIII, o ne’ primi anni del susseguente, 
ben 117 grossi dei Re della rimota Rascia, e soli 10 grossi 
di Venezia, ne porge buon argomento a sospettare, che i 
mercadanti Veneti di que’ giorni, comperando generi delle 
ubertose nostre contrade, si studiassero di mandar fuori del 
Ioro Stato tutte le monete dei Re di Rascia, che venute 
fossero alle loro mani intorno all’ anno 1282, nel quale ven- 
nero sbandite da Venezia medesima, ritenendo presso di sè 
i buoni lor matapani. 

A fine di potere approssimativamente determinare l’anno 
del nascondimento del ripostino di Rosola, oltre le osserva- 
zioni fatte qui sopra, vuolsìi ancora definire il tempo dell’ im- 
pressione delle monete di Modena, di Reggio, di Bologna, 
e d’ altre che vi si rinvennero. Modena nostra si ebbe da 


Memonra ni Mons. Pror. CeLEstIno CaveDoNI ITI 


Federico II Imperatore il diritto di batter moneta fin dal- 
l’ anno 1227; ma ella non se ne valse se non che nel 1242; 
e l’ impressione de’ suoi grossi e d° altre monete col nome 
di Federico potè continuarsi fino al 1288, ma non più oltre, 
giacchè nel 1289 i Modenesi conferirono con solenne de- 
creto il dominio della loro città al Marchese Obizzo da Este 
(Tirab. Mem. Mod. t. II p. 47, 122). E di fatti v’ ha un 
grosso di Modena con lo stesso diritto che ne’ sovra de- 
scritti, che nel riverso porta la scritta AZO MARCHIO e 
l’Aquiletta Estense ( Bellini de Monet. non evulg. p. 99) (5). 
E quindi bene sta che nel nostro ripostino non si rinvenisse 
veruna moneta di Modena che fosse a fior di conio. 
Anche fra quelle di Reggio non ve n° era alcuna di conio 
recente; e così dovea essere, poichè, come detto è di sopra 
(rota 3) dovettero imprimersi tutte entro il decennio de- 
corso dal 1233, nel quale s’ aperse la zecca di Reggio, fino 
al 1243, nel quale mancò di vita il Vescovo Nicolò Mal- 
traversi. Del resto, il Muratori fu d’ avviso, che il Vescovo 
Nicolò imprimesse da prima le sue monete col nome FRIDE- 
RICVS IMPERATOR da una parte, e col suo dall’altra; e 
che poscia il nome di Federico venisse soppresso dopo l’ ana- 
tema incorso da quell’ Augusto. Ma il fatto sta, che quelle 
prime supposte monete non mai si videro, e che Federico II 
incorse la scomunica nel 1245, due anni dopo la morte di 


(5) In questo, del pari che nella più parte de’ grossi Fridericiani trovati a 


Rosola, ricorre 1’ M centrale avente due grossi punti inserti entr’ esso, SIC; di 
che si pare come questa serie è posteriore all’ altra che porta 1’ M attorniato da 
quattro punti disposti a forma di Croce. L’ M co’ due punti entr’ esso inserti 
ricorda que’ vaghi versi dell’ Allighieri ( Purg. XXZII, 31): 
Parén le occhiaie anelle senza gemme: 
Chi nel viso degli uomini legge OMO 
Bene avria quivi conosciuto l emme. 
Il Muratori tenne l’ M di mezzo per iniziale di Moneta; ma forse è iniziale di 

Mutina, così conformata anche per ricordare il santo segno della Croce, salute 
unica dell’ uman genere. 


112 RAGGUAGLIO STORICO DEL RITROVAMENTO ECC. | 
Nicolò Vescovo di Reggio; e verisimilmente dopo cessata 
l’ impressione delle monete di Reggio stessa. Direi piuttosto 
che fosse costume di omettere il nome dell’ Augusto che 
concesso avesse il diritto di batter moneta ad un’ Autorità 
Ecclesiastica; poichè anche i Vescovi di Mantova, di Vol- 
terra, e di Trieste, ed i Patriarchi d° Aquileia similmente 
esclusero dalla loro moneta i nomi degl’ Imperatori che 
avean loro concesso il privilegio della zecca (Zanetti, Zec- 
che d° Ital. t. III p. 239: t. V p. 16: Oderici Gasp. Dis- 
sert. p. 112, 117). Non trovo chi desse ragione del fiore di 
giglio posto nel ritto delle prime monete di Reggio; nè 
saprei trovarne alcuna plausibile, quando mai non vi stesse 
per simbolo dell’ amenità di Reggio giocondo, oppure in 
riguardo a’ lieti cantici dell’ Alleluia, che invalsero in que- 
ste contrade appunto nell’ anno stesso, in ch’ ebbe principio 
la moneta di Reggio, e che celebravansi tenendo in mano 
un ramo fronduto, e fors’ anche fiorito (Fr. Salimbeni Chro- 
nic. sub ann. 19233). 

I grossi Enriciani di Bologna vennero impressi pel de- 
corso di oltre un secolo, cominciando dall’ anno 12306 e 
continuando fin verso l’ anno 1338, nel quale ebbe principio 
l’ impressione della nuova moneta di Taddeo Pepoli (Schias- 
si, de Moneta Bonon. p. 25,33); e quindi non ne prestano 
altro argomento cronologico, se non che il tesoretto di Ro- 
sola dovette riporsi sotterra innanzi l’ anno 1339. Ma pel 
riscontro dei matapani de’ quattro Dogi di Venezia, in serie 
continuata, e segnatamente di quelli di Pietro Gradonico, 
che in parte trovaronsi a fior di conio, siam quasi certi, 
che il ripostino di Rosola fosse nascosto innanzi l’anno 1312. 
Imperocchè in esso abbondavano proporzionatamente i grossi 
dell’ ultimo de’ ridetti quattro Dogi, come suole incontrare 
in simili depositi; onde se fosse stato nascosto un anno o 
più dopo la morte di Pietro Gradonico, accaduta addì 13 
d’ Agosto del 1311, pare non avesse dovuto mancare qual- 
che moneta del suo successore Marino Giorgi, o del Doge 


Memoria pI Mons. Pror. CeLestIino CaveDonI 113 


susseguente. Anzi vuolsi verisimilmente credere nascosto 
prima dell’ anno 1309, nel quale i matapani dei Re di Ra- 
scia furono sbanditi dalla vicina Bologna (Zanetti, Zecche 
d’ Ital. t. IV p. 360); poichè non è altrimenti credibile, 
che quel povero montanaro di Rosola serbasse nel suo pe- 
culio ben 117 ‘di quelle monete scadenti, e già poste fuori 
di corso, frammiste a molte di Bologna, e d’ altre città, di 
giusto titolo e peso (6). D’ altra parte il tesoretto in discorso 
non potè di certo esser riposto sotterra se non che un anno 
o più dopo l’ elezione del Doge Pietro Gradonico, avvenuta 
l’anno 1289; di che ne consegue che quel nascondimento 
resta limitato entro gli anni decorsi dal 1289 al 1305; anzi 
più probabilmente entro l’ anno 1297, nel quale incominciò 
a regnare nella Rascia Urosio II, e ’l1 1305, in cui le sue 
monete insieme con quelle de’ suoi predecessori sbandite 
furono dal Comune di Bologna, come detto è di sopra. 
Siccome poi consta dall’ osservazione, che i nascondimenti 
di simili tesoretti, or maggiori ed or minori conforme alla 
condizione di chi gli affidava alla terra, sempre, o quasi 
sempre, coincidono co’tempi di perturbazioni della pub- 
blica sicurezza in contingenza di guerre, segnatamente civili; 
così mi rimane ora ad indagare l’ avvenimento che potè 
dare motivo al sotterramento del nostro ripostino di Rosola, 
e fors’ anche d°’ altro maggiore ivi presso rinvenuto pochi 
anni prima (v. la prec. nota 1). Da prima pensai, che po- 
tesse essere stato nascosto in occasione delle guerre, che 
ebbero luogo tra’ Modenesi e Bolognesi nell’ ultimo quin- 
quennio del secolo XIII, duranti le quali alcune ville e 
castella della montagna nostra, di confine alla Bolognese, 


(6) I matapani di Venezia pesano due grammi ricchi; e quelli di Urosio II non 
aggiungono a due grammi. Questi, nel secolo XIII, in Verona valutavansi per due 
denari Aquileiesi, laddove i Veneziani valutavansi due denari e quattro piccioli 
(Zanetti, Zecche d° Ital. t. IV p. 360). I grossi poi di Bologna, di Modena e di 
Reggio, rinvenuti nel nostro ripostino di Rosola, sono presso che tutti del giusto 
peso di un grammo e mezzo scarso. 


Tom. IIL XV 


114 FRAGGUAGLIO STORICO DEL RITROVAMENTO ECC. 


furono più volte prese e riprese, e fra l’altre Montalto 
vicino a Rosola, detta in pria castello della Rosa (Tirab. 
Mem. Mod. t. 11 p. 134-148); ma poscia ben vidi, che in 
tale supposto non si lascierebbe spazio sufficiente alla dif- 
fusione de’ matapani di Urosio II dai confini della Servia 
fino ad un rimoto angolo della montagna Modenese, ove 
trovaronsi in copia sufficiente. Quindi mi pare assai più 
verisimile, e direi quasi certo, che il ripostino di Rosola 
nascosto fosse nell’ anno 1305, o nel susseguente, pe’ gravi 
timori e sconvolgimenti cagionati dalla guerra insorta tra i 
fuorusciti Modenesi ed il Marchese Azzo da Este, per la 
quale parecchie terre e castella della montagna Modenese 
passarono in potere del Comune di Bologna, che pare averle 
occupate pel decorso di trent’ anni all’ incirca (Tirab. Mem. 
Mod. t. II p. 148, 166). Quest’ ultima supposizione ne 
porge un motivo ragionevole del nascondimento di quel 
peculio, e tutto insieme confronta con tutti gl’ indizii cro- 
nologici che si raccolgono dal riscontro delle diverse monete 
che lo componevano. 

Da ultimo ne giovi indagare altresì la ragione dell’ esser- 
visi rinvenute le sovra descritte monete a preferenza d’altre, 
che pure ebbera corso nelle nostre contrade a que’ giorni. 
I documenti superstiti, venendo dal secolo X fino al XIV, 
ne attestano che nel Modenese ebbero corso legale le se- 
guenti monete: Denari Papienses, Denarii Lucenses, Denarit 
Mediolanenses, Denarii Veronenses, Denarii Imperiales (1), 
Imperiales Mutinenses; solidi Imperiales, grossi Imperiales, 
solidi Bononienses, Imperiales Bononienses, Bolonini grossi, 
libra Mutinensis, libra Rexana, ed altre ( Tiraboschi, Mem. 


(7) I denari Imperiali, a parere del dotto Affò ( Zanetti, Zecche d' Ital. t.V 
p. 27 28) altro non erano che i denari vecchi Milanesi. Dal riscontro delle nostre 
carte pare che /mperialis sia sinonimo di Mutinenses, Regienses, ecc. probabilmente 
perchè i denari e grossi nostri fossero di titolo e peso uniformi agl’ Imperiali. 
Denarii boni inforciati in una carta del 1142 ( Zirab. cod. Dipl. n. 372) paro 
fossero detti i denari di giusto titolo e peso d’ogni specie. 


Memoria pi Mons. Pror. CeLEsTINO CavenonI 115 

Mod. cod. Dip. n. 168, 198, 185 bis, 230, 317, 319, 329, 
343, 364, 380, 400, 420; 299, 474; 898, gIo, 926, 927, 
937, 954, 984). I denari Milanesi e Veronesi, ed i grossi 
di Parma, di Ferrara, e d’altre città Lombarde, saranno 
mancati nel ripostino di Rosola probabilmente perchè il suo 
possessore avrà ritratto il suo peculio con merci od opere 
dalle parti di Bologna; nel quale supposto renderebbesi ra- 
gione eziandio del sovrabbondare in esso tanto sproporzio- 
ratamente i grossi di Bologna stessa. In Romagna ed in 
Bologna ebbero corso i denarii Veneciae intorno all’ anno 
1104 (Murat. Ant. Ital. t. II col. 789 E); di che si vede 
la ragione della presenza de’ matapani di Venezia, e di 
quelli altresì dei Re di Rascia ad essi somiglianti, nel ripo- 
stino di Rosola situata in sul confine del territorio Mode- 
nese col Bolognese, e fors’ anche in allora soggetta al Co- 
mune di Bologna. 

Il ripostino di Rosola pertanto, benchè tenue e di tempi 
non molto da noi rimoti, meritava che se ne tenesse me- 
moria; poichè serve ad illustrare le storie nostre, le zecche 
d° Italia, e benanche un luogo insigne, non a bastante finor 
dichiarato, del sommo nostro Poeta Dante Allighieri. 


NOTA 
SOPRA LA DIVINA COMMEDIA 


AL CANTO 417 VERSO 93 DEL PARADISO 


letta nell'adunanza del 40 Gennajo 41864 
DAL SIG. CAV. PROFESSORE LUIGI VACCA 
VICB-RETTORE DELLA R. UNIVERSITA DEGLI STUDI 


IN MODENA 


Cho la divina commedia, quando pur si consideri come 
semplice poema, colla mirabile altezza de’ suoi concetti e 
colla bellezza ancor più mirabile della sua forma innamori 
di se gl’ ingegni, nonchè più elevati e più culti, ma i medio- 
cri altresì e quelli che molto innanzi non sono negli studi 
della nostra letteratura, è cosa talmente notoria, che lungi 
dal meravigliarci della miriade innumerabile dei comenti 
e comentatori di Dante, dovremmo invece stupire se ciò 
non fosse avvenuto o non seguitasse ad avvenire. Nulla 
frattanto di più naturale di quello che in mezzo a tanta 
mole e moltiplicità di lezioni ed interpretazioni del sovrano 
poema capiti tratto tratto chi non abbastanza conoscente 
del fatto suo creda di esser primo a dir cosa nuova, e 
dica in iscambio cosa pensata e detta per altri. Di ciò 
ebb’ io esperienza vera, io che quantunque non mediocre, 


Der Sic. Cav. Pror. Luicr Vacci 117 
ma infimo, per ingegno e cultura, amo nondimeno assais- 
simo la lettura della divina commedia, ne sento ed am- 
miro come posso e findove posso, le bellezze ed i pregj, 
e ho perfino una qualche volta la pretensione, ditela poi 
temerità o capriccio, di leggerne ed intenderne certi passi 
alquanto differentemente da ciò che si leggono ed inten- 
dono comunemente. Così era già lungo tempo che io dubi- 
tava se l’Allighieri nel verso 142 del duodecimo del. para- 
diso avesse per avventura mai scritto izzeggiar in luogo di 
quell’ inveggiar, che pure da per tutto si legge, quando 
finalmente, offertamisi l’occasione, pubblicai non ha molto, 
nell’ Associazione (giornale ebdomadario, che stampasi a 
Massa ) questi miei dubbi, adducendone le ragioni, che mi 
parevan migliori, e rimettendomene al giudizio autorevolis- 
simo dell’ insigne nostro filologo ed illustratore di Dante 
M. A. Parenti. E il Parenti mi fu in vero cortese di gen- 
tilissima lettera, nella quale non solo confortava del suo. 
assenso i miei dubbi, ma di più mi annunziava come aveva 
egli stesso tenuto Ja medesima opinione, dichiarandola in 
una nota, della quale per altro non sovrenivagli allora nè 
il dove, nè il quando. Nè io ( fosse poi quella nota o edita 
o inedita, che ancora non so) nè io per verità mi ram- 
maricai, ma sì mi compiacqui di essere stato prevenuto da 
tale, nelle cui letterarie opinioni mì fia sempre, nonchè 
gradito, ma glorioso il convenire, siccome affermai già nella 
mia risposta al filologo modenese, la quale insieme colla let- 
tera di lui vide la luce nel giornale dianzi citato. Mi repu- 
terei pertanto a fortuna che la lezione od interpretazione 
(se pur merita questo nome) che io credo nuova, e che in 
brevi parole or esporrò, di un altro passo di Dante, otte- 
nesse la stessa sorte, od almeno non demeritasse totalmente, 
o egregi colleghi, la vostra approvazione. È il verso 93 del 
canto 17”° del paradiso, di quel magnifico canto, nel quale 
il poeta prega Cacciaguida di narrargli più aperto ciò che 
di sua vita futura gli era stato già presagito nell’ inferno e 


118 Nora sorta La Divina Commepia Ecc. 

nel purgatorio; e Cacciaguida risponde, e nel rispondere fa 
dei Signori della Scala, e di Cangrande in ispecie, quegli 
elogj che Dante, e non altri che Dante, sapeva fare. Il quale, 
se talento lo prenda di dare altrui o lode o biasimo grande, 
tocca in verità e nell’ una e nell’ altro quei segni che 
anco dopo averli letti e veduti appena sembran possibili. 
= Lo primo tuo rifugio (così Dante si fa dire a questo 
proposito da Cacciaguida ) 


Lo primo tuo rifugio, e *l primo ostello 
Sarà la cortesia del gran Lombardo, 
Che °’n su la scala porta il santo uccello; 
Ch’ in te avrà sì benigno riguardo, 
Che del fare e del chieder tra voi due 
Fia primo quel che tra gli altri è più tardo. 
Con lui vedrai colui, che impresso fue, 
Nascendo, sì da questa stella forte 
Che notabili fien l’opere sue. 
Non se ne sono ancor le genti accorte, 

Per la novella età, che pur nove anni 
Son queste ruote intorno di lui torte. 
Ma pria che 1 Guasco l’ alto Arrigo inganni, 

Parran faville della sua virtude 

In non curar d’° argento, nè d’ affanni. 
Le sue magnificenze conosciute 

Saranno ancora sì, che i suoi nimici 

Non ne potran tener le lingue mute. 
A lui t° aspetta ed a’ suoi benefici; 

Per lui fia trasmutata molta gente, 

Cambiando condizion ricchi e mendici; 
É porteràne scritto nella mente 

Di lui, ma nol dirai; e disse cose 

Incredibili a quei che fia presente. 


A quest’ ultimo verso « incredibili a guei che fia pre- 


Der Sic. Cav. Pror. Lurci Vacci 119 
sente » 8i riferiscono per appunto queste osservazioni; con- 
eiossiachè abbia esso verso porto ai chiosatori e ai gramma- 
tici materia di supposizioni e di controversie non ancora 
ben diffinite, E di vero mentre sono tutti d’accordo nell’in- 
tendere il troppo chiaro concetto del poeta, il quale volle 
dire che le imprese e le geste dello Scaligero saranno grandi 
tanto e stupende da riuscire incredibili perfino a quelli 
che le vedranno cogli occhi propri, non concordano poi 
tutti medesimamente nel leggere il verso e nel determinare 
le parole. Vi ha infatti (e per avventura sono i più) chi 
giudica il quei essere terzo caso del singolare di quegli, e 
però « incredibili a quei che fia presente » per essi è quanto 
dire « incredibili a colui che ecc. » Ma ciò non garba nè 
poco nè punto a quei censori un pò rigidi di nostra lingua, 
1 quali mai non vorrebbero ammettere il pronome singolare 
quei o quegli in altro caso fuorchè nel retto, e quindi per 
non incorrere il dilemma o di attribuire a Dante un sole- 
cismo, o di avere in lui un’ autorità diversa dalle proprie 
opinioni grammaticali, considerano il quei del riportato verso 
come il terzo caso del plurale. E perchè poi nel costrutto 
non manchi la concordanza del pronome col verbo, leggono 
così « incredibile 4 quei, che fien presente ». Di questo 
avviso è tra gli altri lo stesso Parenti, come si può vedere in 
più d’ uno de’ suoi lavori, e in particolar modo nel N. 5. 
delle sue esercitazioni filologiche, ove dalla parola presente 
trae occasione di avvertire come il vocabolario della Crusca 
allegando il verso, di cui qui parliamo, in esempio e della 
voce presente quale aggettivo, e della voce quegli qual caso 
obbliquo e singolare di tal pronome, ha porto la citazione 
fuori di luogo ed ha commesso un doppio sbaglio, l’errore cioè 
di credere di numero singolare il quei che nel caso nostro 
sarebbe plurale, e l’altro errore di scambiare in aggettivo 
il presente, che quivi sarebbe in vece avverbio e varrebbe 
il medesimo che presentemente o meglio presenzialmente. In 
conseguenza di che il modenese filologo spiega con queste 


120 Nota sopra La Divina Commepia Ecc. 


precise parole il verso di Dante « Le cose predette da Caccia- 
guida in ordine allo Scaligero, saranno incredibili a que’ me- 
desimi che vivranno allora, che si troveranno presenzialmente 
a vederle verificate ». Ora senza voler qui entrare nella qui- 
stione se fosse o no possibile che uscisse mai della penna 
di Dante la parola quegli o quei nei casì obbliqui del sin- 
golare, sono anch’ io persuaso che il quei di questo luogo 
si debba intendere nel numero del più, giacchè inteso così 
parmi che si rappresenti meglio alla mente, e più la sod- 
disfaccia di quello che inteso nel numero del meno: il che 
potrebbe quasi condurre il lettore all’ idea di un solo anzi- 
chè di molti testimoni delle scaligeriane magnificenze. Se 
non che ci sarà egli per questo, vale a dire per tema di 
non potere altrimenti accordare il numero del verbo con 
quello dei nomi, ci sarà, dico, mestieri di variare in fien 
quel fia che pur si legge costantemente nella grande plu- 
ralità dei testi e di distrarre inoltre dalla sua primitiva 
natura e significazione di addiettivo il presente per trasfor 
marlo in avverbio? Il cielo mi guardi dall’ avere meno che 
in pregio, e molto più dal tenere in conto d’una stirac- 
chiatura, una lezione ed interpretazione proposta e difesa da 
troppo rispettabili spositori. Ma con tutta la riverenza loro 
dovuta bene mi crederò lecito d’immaginare una nuova, ch'io 
direi piuttosto costruzione, che interpretazione o lezione, 
del divisato verso, lasciandone poi il giudizio agli studiosi 
del gran poema. La qual costruzione, non proposta, per 
quanto io mi so, da verun altro, mi fu suggerita da un 
ufficio, il quale potrebbe attribuirsi al che di cotal verso, 
ed al quale non credo che nessuno abbia finqui posto 
mente. Mi spiego. Che il relativo che abbia i significati 
tutti del relativo quale, e possa supplirlo in tutti i generi, 
numeri e casi non è chi non sappia; e parimente ci è 
noto come il puro e semplice che significa non di rado 
il pronome relativo colla preposizione annessa, ed in certi 
costrutti equivale ai diversi casi voluti dal verbo, al quale 


Der Ste. Cav. Pror. Luici Vacci I9I 

è riferito. Ha infatti talvolta il che valore di nel quale od 
in cui, ha valore tal altra di per cui, ovvero di su cui, 
ovvero di con cui, siccome con molti esempi del buon 
secolo e di ottimi scrittori tornerebbe agevole a dimostrare. 
Ora il che sta pel genitivo di cui « Sappi ( Boccaccio ) niun 
di costoro colpevole di quello che ciascuno se medesimo 
accusa. Il malo uomo (Fra Giordano da Ripalta) sparge di 
quello che egli è pieno ». E l’Allighieri nel primo dell’ In- 
ferno « Vedrai gli antichi spiriti dolenti, Che la seconda 
morte ciascun grida ». E nel primo del Paradiso. « Venir 
vedràmi al tuo diletto legno, È coronarmi allor di quelle 
foglie, Che la materia e tu mi farai degno ». Ora final. 
mente, per tacere del resto e venire alla conchiusione, il 
che tien luogo del dativo 4 cui o a che « Dio a quegli 
( Dialoghi di-S. Gregorio ) Dio a quegli, che dà le grandi 
virtù e le grandi vittorie lascia alcun difetto ». « Messere 
‘ (Franco Sacchetti ) son (li fichi) di quel fico, che voi mi 
mandaste ». « Ricevette (Cavalca) passione da uomini, che 
egli avea molto servito e fatti molti beneficj ». « Io mi cre- 
derei (Boccaccio) in breve spazio di tempo recarla a quello, 
che ha già delle altre recate ». E il Petrarca « Ed io son un 
di que’, che il pianger giova ». E Dante stesso nell’ 11°° del 
purgatorio. « Quest’ ultima preghiera, Signor caro, Già non sì 
fa per noi, che non bisogna, Ma per color, che dietro a 
noi restaro ». Ciò posto, e tornando al nostro verso, chi 
può impedirmi, domando io, dal qualificare il che come terzo 
caso plurale del pronome corrispondente? E per conseguenza 
invece di spiegare questo passo di Dante come tutti lo 
spiegano, cioè « disse cose incredibili a colui che sarà 
presente » oppuré « a coloro, che saranno presentemente 
o presenzialmente » non potrò io spiegarlo (ciò che quanto 
al senso torna perfettamente il medesimo ) in quest’ altro 
modo « disse cose incredibili a coloro, ai quali, egli, o sia 
Cangrande, sarà innanzi agli occhi o presente » riferendosi 
così l’ addiettivo presente allo stesso Cangrande piuttosto. 

Tom. III. XVI 


192 Nora sopra La Divina CommepIra Ecc. 


che al suo od a’suoi spettatori? Secondo la mia costruzione 
chi volesse lasciare il verso tal quale si trova scritto o 
stampato nel massimo numero dei codici e delle edizioni, 
non vi si avrebbe a sottintendere che il pronome egli; 
quantunque io per me, credo più verisimile che Dante non 
abbia neppure omesso questo pronome, ma che in cambio 
di scrivere il che tutto intero ne abbia espunta la e per 
dare accanto al che, così apocopato, luogo alla lettera e for- 
mante da se sola un’intera parola, intendo dire la e’ accor- 
ciatura di egli. E che la faccenda possa essere stata real- 
mente così, apparirà facilissimo chi abbia appena sentore 
dei codici antichi e dell’ antica ortografia, e quindi sappia 
come allora e sì attaccavano andantemente insieme parole 
di lor natura distinte, e mancavano affatto gli accenti, gli 
apostrofi ed altrettali amminicoli e perfezionamenti dello 
scrivere moderno, conforme al quale il pertrattato verso do- 
vrebbe scriversi così « Incredibili a quei, ch'e’ fia presente ». 
La quale mia conghiettura tanto più mi capacita quanto- 
chè, se vera fosse, chi legge il verso dovrebbe fare sopra 
la detta lettera o parola e’ un posa, onde il verso stesso 
riesce più sostenuto e nervoso: chè certo è differente ìl 
leggere « incredibili a quei che fia presente » e il leggere 
« incredibili a quei ch° e’ fia presente ». Conchiudo per- 
tanto che il verso letto ed inteso qual io lo leggo ed intendo, 
oltrechè non altera menomamente il concetto del poeta, e 

si conforma pressochè affatto alla lezione preferita dal mas- 
simo numero degli spositori, avrebbe in primo luogo il van- 
taggio di non lasciare alcun dubbio sopra il quei, che sarebbe 
caso obbliquo e plurale di quegli, nè in 2° luogo ci occor- 
rerebbe di cangiare il fia in fien, la qual ultima parola è 
in vero usata rarissime volte nella divina commedia, ove 
all’ opposto incontra spessissimo il fia; e non pare quindi 
probabile che l’Allighieri abbia voluto ripetere una voce a 
lui meno accetta in così breve giro di versi, leggendosi poco 
prima « che notabili fier l’opere sue »; in terzo luogo non 


Der Sic. Cav. Pror. Lurcr Vacci 123 
si torrebbe alla parola presente il suo più ovvio e più natu- 
rale significato di aggettivo; e finalmente il verso tutto, se 
già non m’illude il presupposto, acquisterebbe una strut- 
tura ed un colore maggiormente dantesco. E qui ha fine, o 
colleghi prestantissimi, la mia noterella; ma ‘€ io non voglio 
nè posso tacermi se prima non vi ho renduto le debite 
grazie della singolare, ma pur troppo immeritata onorifi- 
cenza, che vi piacque di conferirmi chiamandomi a dirigere 
la sezione di lettere in questa R. Accademia. Nè io, lasciate 
che francamente il dichiari, poteva darvi segno di ossequio 
e di riconoscenza maggiore di quello che accettando, come 
feci, l’ incarico; conciossiachè, accettandolo, non solamente 
io abbia posposto il mio al vostro volere, ma debba inoltre 
lottare duramente colla sinderesi (letteraria, se volete, ma 
pur sempre sinderesi ) la quale del grado non meritato, e 
non pertanto tenuto, continuamente mi accusa, e debba così 
bermi a lenti sorsi tutto il rossore di seder primo a questo 
letterario convito, dove a gran mercè dovrei contentarmi 
dell’ ultimo posto; cosa da stupirne, anzi da sembrare vera- 
mente « Incredibile a quei, che son presenti ». 


(*) Fu letta dall’ Autore nella aa adunanza della Sezione di Lettere dopo che 
ne fu nominato Direttore. 


VOLGARIZZAMENTO 
DELL’ ODE 11. DEL LIBRO 3. DI ORAZIO 


LETTO 
nell’ adunanza del 17 Aprile 1861 
DAL SIG. CAV. PROFESSORE LUIGI VACCÀ 


VICE-RETTORE DELLA R. UNIVERSITÀ DEGLI STUDI 


18 BOOLRA 


Se dopo avere spesa la giornata o in istudiar processi e 
difender cause, o in visitare malati, o in perdere il fiato 
su per le cattedre, o in fare e ricevere, che Dio ce ne 
salvi, visite e lettere di complimento, o in festeggiare, e, 
se non basta, ringraziare chi c’importuna, o in ridere sopra 
cose da piangerne, o in piangere sopra cose da riderne, e 
taccio del resto; se giunti finalmente alla sera e restituiti 
a noi stessi tra le solinghe pareti dei nostri gabinetti ci 
venga fatto di gettare lo sguardo sopra qualche libro di 
classica letteratura, e di leggere lì per lì non so quanti 
versi del cantore dell’ Eneide .o del Venosino, ditemi, col- 
leghi umanissimi, non è egli questo un conforto, un respiro, 
una specie di rinascimento che veramente intender non lo 
può chi non lo.prova? E pure quei libri furono il martello, 
furono l’ incubo della nostra puerizia: tanto è vero che i 


Der Sic. Cav. Pror. Luici Vaccà 120 
giorni più privilegiati e più belli del viver nostro si cono- 
scono sì ma cimè! quando sono già iti. Del che non è 
punto da meravigliare: imperocchè a proporzione che col 
procedere dell’ età si affina il gusto, e si matura e perfe- 
ziona il giudizio, nulla di più naturale che ci venga piacere 
o dispiacere da ciò per appunto che nell’acerbità degli anni 
e del senno ci dispiaceva in vece o piaceva. Onde nelle 
opinioni letterarie ancora, siccome in tante altre ben più 
serie congiunture della vita, potremmo con tutta verità ripe- 
tere spesso di noi medesimi quel gran verso di Dante 
= Ciò che pria mi piaceva allor m’increbbe. = Or dunque 
nel riaprire che io faceva poche sere fa 1’ Oraziano volume 
mi capitò sotto gli occhi una delle più belle tra le bellissime 
sue odi, che è l’undecima del terzo libro. Nella quale 
l’ autore incomincia dall’ invocare Mercurio e la cetra da 
questo nume inventata, perchè colla magica virtù del 
suono lo aiutino a vincere la ritrosia di Lida giovinetta, 
in cui posto aveva il poeta un amore che non trovava 
corrispondenza. Ricordati pertanto i trionfi e ‘i miracoli 
dell’ armonioso strumento, e studiandosi egli un pò colle 
buone, un pò colle cattive di pur condurre la schiva e 
quasi rubesta fanciulla a fare le sue voglie, vuole che Lida 
sappia la dannazione e le pene delle Danaidi per l’ imma- 
nità loro coi propri amanti, e chiude per ultimo l’ ode 
coll’ esaltare la fedeltà e 1° amore dell’ unica non ussoricida 
sorella, la quale a costo di tirarsi addosso tutta la rabbia 
e la vendetta del padre ne trasgredisce i comandi e fa salvo 
il marito. La qual chiusa se possa mai, più che non fa, 
risplendere di poetica bellezza e traboccare di patetici af- 
fetti lascerò che la chiusa stessa vel dica 


Una de multis, face nuptiali 
Digna, perjurum fuit in parentem 
Splendide mendax, et in omne virgo 
Nobilis aevum: 


126 VoLcarizzameNTO DELL’ Ope 118 per Lisro 3° ecc. 
Surge, quae dixit juveni marito, 
Surge; ne longus tibi somnus, unde 
Non times, detur: socerum et scelestas 
Falle soreres ; 
Quae, velut nactae vitulos leaenae, 
Singulos (eheu!) lacerant: ego illis 
Mollior nec te feriam, nec intra 
Claustra tenebo. 
Me pater saevis oneret catenis, 
Quod viro clemens misero peperci: 
Me vel extremos Numidarum in agros 
Classe releget. 
I, pedes quo te rapiunt et aurae, 
Dum favet nox et Venus: i secundo 
Omine, et nostri memorem sepulcro 
Sculpe querelam. 


Il March. Tommaso Gargallo, traduttore a ragione cele- 
bratissimo di Orazio, ha volgarizzato così la presente ode 


Mercurio, (poichè tua fu la maestra 
Virtù del canto, ond’ Anfion a’ marmi 
Diè moto) e tu con sette corde destra 

A intuonar carmi, 

Testuggin muta un dì, nè accetta; or grata 
A templi e a mense, ovunque fasto splenda, 
Sciogli tal suon, cui Lide l’ ostinata 

Orecchia intenda. 

Qual trienne cavalla, e a man, che appressi 
Sfugg’ ella e a nozze, e per larghissim’ erba 
Ruzza, a proteroi maritali amplessi 

Ancora acerba. 

Tu seguaci puoi trarti e tigri e boschi, 
Rapid’ onde arrestar; al lusinghiero 
Tuo suon resister non poteo de’ foschi 

Regni l’ usciero 


. Der Src. Cav. Pror. Lurcr Vacci 127 


Cerber, benchè da la trilingue bocca 
Tabe fluisca, ed aliti fetenti, 

E al capo furial gli formin ciocca 
Cento serpenti. 

D’ involontario riso a Tizio in volto 
E ad Ission strisciò baleno: alquanto 
Fer secca l’ urna le Danaidi, ascolto 

Dando al tuo canto. 

De le Vergini il fallo, e la ben nota 
Pena deh! Lide apprenda, e l’ acque absorte 
Da l’ imo fondo a I’ anfora ognor vota, 

E tarda sorte 

Ne l° Orco ancor qual serbisi a’ delitti. 
Empie! (di peggio e che potero?) i cari 
Sposi lasciar potero, empie! trafitti 

. Da crudi acciari. 

Degna fra lor sol una de la face 
Nuzial, chiara ad ogni età vegnente, 

Fu: a lo spergiuro genitor mendace 
Splendidamente; 

Sorgi, a lo sposo disse, ah! sorgi, eludi 
Suocero, e suore inique; o qual periglio 
Men sai temer, farà che a sonno chiudi 

Eterno il ciglio. 

Quai lionesse i vitellin ghermendo, 
Ciascuna ahi! sbrana il suo: di lor men dura 
Nè te ferir, nè ritenerti intendo 

Fra chiuse mura: 

E me poi di catene il padre aggravi, 
Perchè al miser consorte io fui pietosa; 
Me a l'estrema bandisca in alte navi 

Libia arenosa. 

Tu vanne ovunque il vento e’l piè ti guidi, 
Mentre favor Venere e notte appresta ; 
Vanne augurato, e in memor urna incidi 

Nenia funesta. 


-—_———_—— _—— = "———_yr_-_- = ». 


_— —_ — — = «i 


128 VOLGARIZZAMENTO DELL’ OpE 11° peL Lusno 3° Ecc. 


In questo volgarizzamento male per verità si saprebbe che 
cosa desiderare di più quanto ad eleganza e fedeltà; e forse 
in un certo senso il volgarizzamento è anche troppo fedele; 
conciossiachè il traduttore obbligandosi a riprodurre nonchè 
ogni concetto, ma quasi ogni parola del testo, vada ora 
spezzando i suoi versi, ora gli vada intrecciando, e gli co- 
stringa sifattamente nella forma e nella struttura da rendere, 
se pure lo non m’inganno, un pò troppo apparente lo studio 
e la fatica. Il che non è certamente nell’ ode originale, 
ove la fatica e lo studio sona celati per modo che non solo 
immaginiamo, ma ci paia quasi di vedere cogli occhi lo 
spontaneo e rapido sgorgo dei versi dalla penna dell’autore. 
Il quale venuto specialmente all’ ultima parte del canto si 
è ormai dimenticato e de’ suoi amori e di Lida per mettersi 
unicamente nei ‘panni della povera Ipermestra, che divisa e 
palpitante tra la soggezione di figlia e gli affetti di sposa si 
abbandona finalmente agl’ impulsi del cuore, e prorompe in 
quell’apostrofe pietosissima, che tutti avete or dianzi sentita. 

Un altro patrizio, il Conte Giovanni Fantoni, salutato già 
col nome di Orazio italiano ( nome ch’ egli avrebbe davvero 
maggiormente meritato se oltre agli estri ed ai metri avesse 
avuto comuni coll’ Orazio latino anche la squisitezza delle 
forme, l’ efficacia del dire e la lima dell’arte) nella sua 
ode = Figlio del canto, che degli anni ad onta ec. = scritta 
nel 1790, o in quel torno, a Melchiorre Cesarotti, piglia da 
principio ad imitare, e traduce poi o quasi traduce nella 
fine questa medesima ode di Orazio con versi che a me 
sembrano ritrarre di più dalla bellezza dell’originale, perchè 
più sciolti, più fluidi, più affettuosi di quelli della traduzione 
gargalliana. Del che faccio giudici voi stessi qui trascrivendoli. 


Empie! potero in ferità maestre 
Servir del padre ai tradimenti ascosi; 
Empie! potero con le infide destre 
Svenar gli Sposi. 


A 


Der Src. Gav. Puor. Lurici Vaccì 129 


Una fra molte al genitor crudele 
Splendida seppe preparar menzogna; 
L’ amante a morte, e se rapir fedele 
Alla vergogna. 
Sorgi, ella disse, dal fatal riposo 
Pria che le cure del mio cuor sian vane; 
Sorgi, e deludi, inaugurato sposo, 
L’ empie germane. 
Lorde ahi! le veggo del fraterno sangue 
Sull’ alta sponda del tradito letto, 
Sciolte le chiome, e del marito esangue 
Curve sul petto. 
Te lunge, e ignoto alle paterne squadre, 
E ceppi e strazi affronterò più forte; 
Lieta se posso te salvare e il padre 
Con la mia morte. 
Vanne, e per l’ ombre il casto amor ti guidi, 
Ove ti reca il piede incerto o il vento; 
Vanne, e l’ istoria sulla tomba incidi 
Del mio tormento. 


Questa che passa per una delle più belle odi del Fantoni 
fu soggetto di critica severa per parte del celebre Paolo 
Costa inteso a dimostrare la grande superiorità dell’ ode di 
Orazio posta a riscontro con quella del suo toscano imitatore. 
E sia pure così; ma tuttavia, senza intendermi di mancare di 
rispetto alla memoria del censore bolognese, parmi ch’ egli 
avrebbe potuto, e forse anche dovuto manifestare queste sue 
letterarie opinioni in modi più cortesi e con più benigno lin- 
guaggio. Che direste voi frattanto, accademici prestantissimi, 
se fosse venuto a me pure il ghiribizzo di ritentare la versione 
della divisata Ode oraziana, e leggervi poi appunto sta sera 
questa mia bella prodezza? Oh! (mi sembra udire a rispondermi) 
che impertinenza è cotesta tua di prendere con tanta leg- 
gerezza un grave consesso accademico poco più poco meno 


130 VoLcarizzamEnTO DELL’ One 11° peL Lisro 3° Ecc. 


che per una scuola di umanità o di rettorica? Così usi quel 
seggio in che troppo bonariamente ti abbiamo posto? così 
abusi della nostra condiscendenza? Miei Signori, uso od 
abuso non so che farci: Voi mi avete voluto Direttore, ed 
io voglio leggervi la mia traduzione; e chi ha fatto il male 
faccia ora la penitenza tacendo ed ascoltandomi, od anche 
facendo le viste di ascoltarmi. Intendiamoci bene: penitenza 
dico per rispetto alla mia dappocaggine ; mercechè se in cam- 
bio di un lavoro dozzinale come può darvelo uno della mia 
levatura, potessi offerirvi un volgarizzamento degno e ben 
fatto, nonchè un direttore di sezione, ma so ben dirvi che un 
arciconsolo della Crusca se ne leccherebbe le dita. E, lasciato 
il celiare, so dirvi altresì che gli studi tendenti comechessia 
o teoricamente o praticamente a tener vivo e a diffondere 
il culto e l’ amore della classica nostra letteratura sono e 
saranno mai sempre da lodarsi e da incoraggiarsi: e il di- 
chiarare di poca importanza studi così fatti, se già sarebbe 
sconcezza in un giornale qualsisia, ed inesplicabile contra- 
senso in un giornale letterario, diventa poi, quasi dissi, un 
delitto in un giornale consacrato alla pubblica istruzione. (*) 
Ciò premesso, eccovi senza più la mia versione, nella quale 
ho procacciato di tenermi fedele all’ originale fino a quel 
punto che Orazio stesso mel permetteva con quel suo = nec 
verbum verbo curabis reddere. = 


Poichè Anfion da te, facondo iddio, 
Tolse il canto, che unì pietra con pietra, 
O di Maja figliuol, te invoco anch' io, 
E te sua cetra, 
Che, un dì muta testudo e inonorata, 
Di templi e reggie or sei voce ed onore: 
Stura tu con tue corde a Lida ingrata 
Orecchi e core. 


(") V. Muratori Fel. pub., cap. vii. 


Der Src. Gav. Pror. Lurci Vacci 
Qual puledretta disdegnosa e schiva 


Guizza, pur che la tocchi, e trotta innante, 


Tal costei tra salvatica e lasciva 
Fa coll’ amante. 
Ma ingentilir puoi tu roveri e dumi, 
O cetra, e puoi far delle tigri agnelli, 
Puoi di colpo fermar torrenti e fiumi, 
Non che i ruscelli. 
Che più? Se il suon di lusinghevol nota 
Recar ti giovi alle tartaree bolge, 
Tizio sorride, ed Ission la ruota 
Già più non volge. 
Del can trifacce anguicrinito intanto 
Taccion le bocche d’ atra sanie brutte; 
E stan di Danao le figliuole alquanto 
Coll’ urne asciutte. 
Delle sempre inondate e non mai piene 
Anfore sappia l’ eternal conflitto ; 
Sappia delle danaidi le pene 
Lida e il delitto. 
Oh n° àn mercè, sì làn giù nello inferno! 
Spietate! e che più far potean di male? 
Spietate! che agli amanti un sonno eterno, 
Dier col pugnale! 
Una, in tante, di nozze una sol degna 
Fa santo inganno al genitor spergiuro: 
Ella il suo nome ai secoli consegna 
| Inclito e puro. 
Sorgi sorgi, ella dice al suo fedele, 
Morte ahi! qui cova ove tu speri amore; 
Fuggi e deludi il suocero crudele 
E l empie suore. 
Qual dei giovenchi le leene fanno 
Squarciano ahi tutte a’ lor mariti il seno! 
Umana io più di lor no non ti scanno, 
Non t° incateno. 


132 VoLcarizzamento DELL'ODE 11* peL Lisro 3° Ecc. 
Faccia me pure il padre esule e grama, 
Me carichi di ferri e di ritorte, 
Sol perchè a questo misero, che mi aina, 
Non so dar morte. 
L’ ombra or ti salva e amor; va va con dio, 
Va dove il piè, dove ti porta il vento: 
Ma deh! scolpisci poi sull’ avel mio 
Un tuo lamento. 


MEMORIE 


DELLA SEZIONE D'ARTI 


cime 2g =» 


le 


INTORNO 


ALL’ ARTE DELLA LITOGRAFIA 
| IN MODENA 


MEMORIE STORICHE 
DEL SIGNOR PROF. PAOLO GADDI 


LETTE ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza del 29 Gennajo 1859 


—r RO 


Fino al declinare del secolo passato, l’ arte di moltipli- 
care gli scritti od i disegni col mezzo della stampa, eser- 
citavasi, o mediante caratteri metallici in rilievo, o mediante 
disegni variatissimi fatti colla lega metallica dei caratteri, 
o la mercè delle incisioni eseguite sopra lamine di piombo, 
di rame, di ferro temprato ad acciajo, od alla perfine, con 
incisioni oppure intagli rilevati, eseguiti sopra tavole di 
legni duri. Nel corrente secolo, che dobbiamo riconoscere 
fecondissimo di nuovi ritrovamenti, o di applicazioni varia- 
tissime dei progressi, s° inventarono eziandio mezzi tutt’ af- 
fatto nuovi per la stampa. E già scritti e disegni, dai più 
semplici ai più complicati, grandiosi e squisiti, noi vediamo 
ogni giorno moltiplicarsi colla stampa cavata dalle pietre, 
dalle lamine di zinco, da cartoni appositamente preparati, 
e mediante i tanti e svariati metodi Fotografici. Primo ad 
uscire dal genio inesauribile dell’ uomo, e nell’ aurora di 
questo secolo, si fu quel metodo, col quale ottenendosi 
stampe dalla superficie di un marmo o pietra, ebbesi il 
nome di Litografia. 


4 Intorno acL’Arte pgetta Lrrocraria in Mopena 

Modena, fra le città italiane, molto probabilmente fu la 
seconda a vedere la stampa litografica. Questo fatto, che 
aggiunge nuovo titolo di onore alla nostra patria, si deve 
agli studj ed alle cure di Giuseppe Gaddi, mio fratello. 
Più volte i pubblici giornali ebbero per lui parole d’ enco- 
mio, ma da che passò a miglior vita, è dovere dei super- 
stiti lasciare memoria di lui nelle pagine della patria storia. 
Il registrare simili memorie, a me spettavasi per duplice 
motivo. Primieramente io lo doveva pel vincolo strettissimo 
di sangue che a lui mi stringeva come fratello, vincolo che 
mi pone nella favorevole circostanza di conoscere non pochi 
particolari, essendo io stato testimonio e spesso assistente 
ai costanti suoi esperimenti, onde con lui divisi in molti 
incontri il giubilo della felice riuscita nell’ arduo cimento, 
o gli affanni ed i dolori inseparabili compagni di chi deli- 
beratamente cerca introdurre qualche novità. In secondo 
luogo poi, confesso avere voi, Onorevoli Colleghi, tutto il 
diritto che qualcuno vi faccia conoscere quanto a prò di 
quell’ arte fra noi operasse mio fratello Giuseppe, ch’ ebbe 
l’ onore di appartenere a questa R. Accademia come socio 
per la sezione delle Arti, e che quindi fu a parecchi di 
voi contemporaneo collega. 

Il primitivo onore della scoperta dell’ Arte Litografica, 
devesi a Luigi Senefelder nato a Praga nel 1771 e poco 
dopo trasportato a Monaco Capitale del Regno di Baviera, 
presso il di lui padre, artista drammatico di quel teatro. 
Fu egli educato ed avviato agli studj primordiali nel col- 
legio di Monaco, e fosse poi per consiglio del padre, fosse 
per quella propensione che hanno spesso i figli a ricalcare 
le orme paterne, Luigi si diede dapprima alla dramma- 
tica (1). Per tempo si fece mediocre scrittore e compose pa- 
recchi drammi. E come, molto verosimilmente, la soverchia 


(1) Vedi, L’Art de la Litographie, par Senefelder. Monaco 1819. — Vedi, Le 
Litographe, journal des Artistes. Anno 3.° Parigi 1842, 


MemorIE srorIcHE DeL sic. Pror. Paoro Ganpi 5 
mediocrità di quelle produzioni reso ne avrebbe assai difficile 
lo smercio, ove ei ne avesse impresa la pubblicazione, oppure 
si voglia che la deficienza in lui de’ necessarii mezzi pecu- 
niarj opponesse potente ostacolo alla stampa di quei drammi, 
certo si è che si vide nell’ impossibilità di porre in luce le 
sue opere drammatiche. Si diede quindi a cercare il modo 
di potere da se stesso scrivere e stampare le proprie produ- 
zioni, onde indipendente rendersi dalle tipografiche pastoje. 

Diresse da prima le sue viste ed il suo genio inventivo, 
alla incisione sopra lastre di rame, ma fatto avvertito dalla 
propria esperienza, e ben presto, essere quel mezzo non 
solo di grave spesa, ma di grande difficoltà, dovendosi in- 
‘«cidere lo scritto a rovescio, si rivolse allora alle pietre. 
La Providenza che in Senefelder aveva preparato ingegno 
scopritore, lo pose eziandio nella circostanza più favore- 
vole, perchè lungo le rive del fiume Isero, che colle sue 
acque bagna la città di Monaco, natura a larga mano pro- 
fuse marmoree lastre le più confacenti agli usi litografici. 
Ivi invero esistono larghi e grossi strati di pietre a preva- 
lenti principii calcari, quando di colore cinerino, quando di 
colore giallognolo tendente al paglierino, prive di venature, 
omogenee nella loro composizione, e suscettibili all’ uopo o 
di splendido pulimento, oppure di essere ridotte nelle su- 
perficie loro ad uniforme graritura. Senefelder edotto dalla 
propria esperienza di quanta difficoltà era per esso lui 1’ in- 
cidere lo scritto a rovescio sopra lamine di rame, usando 
degli ordinar) mezzi posti in opera dagli incisori, pensò che 
incidendo sulla pietra, per natura tanto più dolce al taglio, 
di gran lunga più facile gli riuscirebbe giungere allo scopo 
bramato. Ma tuttocchè realmente meno difficile gli fosse 
l’ incisione sulla pietra, esigevasi nullaostaute l’ impiego di 
tempo assai lungo, e dovevansi superare molte non lievi 
difficoltà. Di più egli ignorava il come ottenere la stampa 
dalle sue incisioni sulla pietra, giacchè la pietra incisa, 
frapposta ai cilindri del torchio calcografico , sarebbesi cer- 
tamente in mille modi infranta. 


6 Intorno aL’ Arte peLca Lirocraria in Mopena 


Non pago per questo del suo ritrovato e coll’ intendimento 
di operare sulla pietra anzichè l’incavatura, come colla 
incisione, in iscambio il rilievo dei caratteri, Senefelder 
aveva già composto un inchiostro con sapone, cera, olio, e 
nero-fumo , intendendo con questo ottenere il bramato ri- 
lievo sulla superficie levigata della pietra. 

Buon numero delle grandi scoperte, come nelle scienze 
così nelle arti, è dovuto al caso. Ed un caso fortuito fu 
quello appunto che diede l’.ultimo impulso al discuopri- 
mento dell’Arte litografica. Stava Luigi Senefelder operando 
il pulimento di una pietra, e pronto teneva l’ inchiostro di 
sua invenzione, per fare con questo su quella scritti e di- 
segni in via sperimentale, quando la di lui madre lo invita 
a scrivere prontamente la lista del bucato. Cerca invano 
Senefelder attorno a se carta e calamajo, che non essendo- 
gli dato nè l’ una, nè l’ altro rinvenire, corrisponde all’ in- 
calzante invito della madre, coll’ intingere la penna nel suo 
inchiostro e scrivere sulla pietra preparata. Ciò fatto, un 
raggio di luce gli brilla alla mente e pensa: cosa accadrebbe 
se coll’ acqua forte io passassi sullo scritto, e poscia sopra 
quello vi scorressi coll’ inchiostro da stampa? al pensiero 
tiene dietro il fatto: s’° accinge alla prova, cui egregiamente 
corrisponde il risultamento. Venne egli a conoscere come. 
1° acqua forte corrodesse uniformemente la pietra in tutta la 
superficie, fuorchè nei luoghi ove aveva tratteggiato col 
suo inchiostro. Esperimentò poscia se scorrendo sopra gli 
eseguiti tratti d’ inchiostro col nero da stampa, steso sopra 
pelle rigonfiata di crini e foggiata a modo di tampone, 
premessa la bagnatura della pietra coll’ acqua, il nero ade- 
risse soltanto ai punti tocchi dall’ inchiostro suo, lasciando 
immuni le altre parti della superficie, e questo ancora pie- 
namente corrispose. Vide poi come un foglio di carta umet- 
tata, sovrapposto alla pietra e calcato con forza, seco aspor- 
tasse l’ impressione dello scritto, togliendo alla pietra la 
materia nera a forza del tampone deposta sul rilievo. Ed 


Memorie storicHe DEL sIG. Pror. PaoLo Gappr 7 
ecco l’ origine della grande scoperta, che fecondata di poi, 
era serbata in tanti modi a variarsi, ed a porgere 1 più 
brillanti successi. I principj però sui quali è fondamentata 
quest’ arte, del pari che l’ origine di lei quale io succinta- 
mente l’ esposi a voi, o Signori, restò occulta e misteriosa 
all’ Italia circa fino all’ anno 1820. 

Ben presto la fama però, fino da’ suoi primordj, portò 
ovunque la notizia di così utile ritrovamento, per cui non 
pochi Governi si fecero a chiedere all’ alemanna terra na- 
tale della litografia, uomini dell’ arte, onde ne’ proprj Stati 
introdurla. Fu nel 1811 che un tedesco il quale aveva po- 
tuto apprendere alla Bavarese scuola, ma in parte soltanto, 
l’ arte novella, la portò in Italia, e tuttocchè imperfetta la 
esercitò nella Capitale dell’ Italico Regno, voglio dire in 
Milano. 

Il portatore di così rilevante novità, venne col massimo 
favore accolto presso il Ministero della Guerra, allora nelle 
abili mani di un nostro illustre Concittadino, il Marchese 
Achille Fontanelli. Affidò il Fontanelli al litografo tedesco 
la moltiplicazione delle lettere circolari, ed il tedesco per 
sua parte eseguiva le ricevute ordinazioni, gelosamente chiu- 
dendosi nel suo misterioso laboratorio. Quale impiegato presso 
la Segreteria di quel Guerresco Dicastero, trovavasi allora 
mio fratello Giuseppe, il quale ammirava i prodotti. del 
nuovo metodo di stampa, ed avrebbe pure amato di cono- 
scerlo, ma non gli fu mai dato penetrare nella litografica 
officina. Il regno Italico intanto soggiaceva a politici rim- 
pasti, e gl’ impiegati che fuori di quel regno avevano tratti 
1 loro natali, allo scioglimento di quella monarchia, pres- 
sochè tutti ritornavano alla Patria loro. Così fu di mio 
fratello Giuseppe, che nel dì 29 Maggio 1814 abbandonò 
la Capitale Lombarda, e con lettera di speciale raccoman- 
dazione per l’ Estense Governo, si restituì in Modena. 

Appena giunto in Patria, venne impiegato presso le RR. Fi- 
‘nanze, e collo zelo dell’ uomo leale, attese sempre al 


8 Intorno aLr’Arte peLLa Lirocraria 1n Mopena 
proprio dovere. Volgeva ciò non pertanto incessantemente in 
suo pensiero l’ arte novella, e tutte le ore a lui libere, 
erano con ardore consacrate ai replicati tentativi, che .lo 
dovevano poi condurre al discuoprimento dell’ arte prodi- 
giosa. Partendo da Milano, seco portò un pezzo di pietra 
litografica, per ispeciale concessione ottenuta, a fronte di 
larga ricompensa, dal Bavarese litografo, pezzo non più 
grande in superficie di 20 centimetri quadrati. Ecco tutto 
il corredo ricevuto, ecco il filo che doveva gujdarlo per 
uscire dall’ intricato labirinto. Diresse egli immediatamente 
ogni suo studio alla composizione di un inchiostro. da usa- 
re, disegnando o scrivendo tanto direttamente sulla pietra, 
quanto prevalendosi del metodo detto del trasporto; di quel 
metodo cioè che consiste nel disegnare o scrivere sopra di 
una carta chimicamente preparata, quale umettata nella. 
sua faccia posteriore, applicata poscia sulla pietra calda, 
gode della prerogativa di abbandonare il disegno o scritto, 
e consegnarlo alla pietra, nella cui superficie, 1’ inchiostro 
chimicamente sì fissa, nella stessa guisa che se fosse diret- 
tamente applicato la mercè della penna. Sarebbe assai diffi- 
cil cosa 1’ immaginare quanti replicati tentativi abbia dovuto 
fare Giuseppe Gaddi, per toccare la desiata meta, ma ben 
più malagevole sarebbe la pretesa di descrivere tutti gli 
esperimenti in quella circostanza eseguiti. Io posso assicu- 
rare che mio fratello in quell’ occasione esaurì appieno 

l’ antico motto tentando e ritentando. E fu propriamente 
| in conseguenza delle tanto svariate e reiterate prove, ch'egli 
alla perfine giunse a farsi un inchiostro, il quale applicato 
in qualsiasi modo alla superficie levigata di una pietra lito- 
grafica, compenetrava la di lui superficie unendosi in modo 
di chimica combinazione colle molecole della pietra a segno 
tale, che per ottenerne la cancellazione era d’ uopo assal 
profondamente intaccare la pietra colla pomice. Ogni qual- 
volta poi lo scritto od il disegno erasi eseguito o traspor- 
tato sulla pietra, l’ inchiostro ivi fissato, rendevasi insolubile ‘ 


Memorie sroricHe DEL ‘sic. Pror. PaoLo Gappi 9 
nell’ acqua e quindi indelebile a quel dissolvente. Di più 
ancora l’ inchiostro stesso serbava ogni e migliore sua affi- 
nità al nero. da stampa, per cui bagnata la pietra con acqua 
e scorrendo su quella coll’ indicato nero, aderiva questo al 
disegno od allo scritto, ed immune restava dal ricevere la 
tinta, la superficie della pietra non tocca dall’ inchiostro. 

Nè pensieri e fatiche minori sostenne il. fratello mio per 
rinvenire il meccanismo più conveniente a prestarsi per 
torchio litografico. Le prime prove da esso lui fatte, rispo- 
sero: nella maniera che potevasi attendere dai mezzi di cui 
egli poteva disporre. Una pelle tesa colle mani di un assi- 
stente sopra il piccolo brano di pietra per l’ una parte, e 
per l’altra un pezzo di bosso a modo di manubrio con 
forza fatto da esso lui strisciare sulla tesa pelle, ecco il 
primo torchio, che merita certamente il nome di sem- 
plicissimo. In seguito poi immaginò parecchi torchi più o 
meno complicati, i quali man mano corrispondendo allo 
scopo cui erano diretti, furono finalmente portati al bra- 
mato grado di perfezione. Quello che appieno corrispose, 
agiva precipuamente mediante una specie di coltello di 
legno che a talento potevasi alzare ed abbassare, immobil- 
mente fissandolo poi giusta il grado voluto di pressione. 
Una ruota messa in movimento, attorno al proprio asse 
raccoglieva le robuste coreggie che trascinavano, su di un 
ben fissato piano, il carro su cui posava la pietra. Un te- 
lajo nel cui vano era tesa una pelle, si sopraponeva alla 
pietra approntata per la stampa, onde forzatamente passato 
il carro sotto il coltello, ottenevasi l’ abbandono dell’ in- 
chiostro da stampa dalla superficie della pietra, e la di lui 
fissazione sulla carta. E merita riflessione il sapersi come 
conosciutasi assai più tardi la costruzione del torchio usato 
dal Senefelder, si trovasse assai poco diverso da quello 
ideato dal Gaddi. E quì mi piace eziandio fare noto come 
in quel tempo, cioè circa nel 1815, conobbe Gaddi il bi- 
sogno di usare penne le quali permettessero un finissimo 

Tom. III. b 


4 


10 Inrorno aLrv’Arte peLLA Lirocraria IN Mopena 


tratteggiamento, al che male prestandosi le penne d’ oca o 
di corvo, ideasse penne di acciajo costruendosele egli stesso 
con molla da orologio. Pel qual fatto Gaddi fra noi fu uno 
dei primi a conoscere l’ eccellenza delle penne metalliche, . 
eccellenza oggi cerziorata dalle perfezionatissime e moltipli- 
cate lavorazioni di quelle, e dall’ uso loro resosi pressocchè 
universale. 

Fattosi famigliare al metodo di stampa litografica a penna, 
rivolse il pensiero al metodo della incisione. In questo fu 
egli più prestamente fortunato in guisa che, potè impren- 
dere nel 1817 la pubblicazione di dodici stampe tratte dalla 
raccolta del Romano Pinelli. Fu in questo stesso anno che 
incise in pietra, con molta diligenza ed accuratezza, la Mappa 
Finanziaria degli Estensi Dominj, destinata principalmente 
a segnare i confini dei circondar]j doganali; e gli Uffizj da- 
ziarj. Egregio lavoro, avuto riguardo ai primordj dell’ arte, 
che per colmo di sventura e per impreveduta causa acci- 
dentale, non potè vedere la luce, giacchè cavati appena 
tre o quattro esemplari s’ infranse la pietra. Una di quelle 
copie, forse l’ unica che esista trovasi presso di me, e ri- 
mane a prova della mia asserzione intorno al merito di quel 
lavoro, considerato sempre come primo saggio di un’ arte 
nuova. Intanto l'A. R. di Francesco IV rimunerava le ono- 
rate fatiche di mio fratello, e lo incoraggiava a cose mag- 
giori, accordandogli, con Sovrano Chirografo dato nel dì 3 
Ottobre 1817, privilegio di privativa nello Stato pel corso 
di otto anni, non che, per altrettanto tempo, l’ usò gratuito 
di quattro stanze nel fabbricato annesso alla Chiesa di San 
Vincenzo. 

Perfezionati i metodi di stampa coll’ lac liiogtro e colle 
incisioni, metodi che fra le tante applicazioni ebbero pur 
quella di prestarsi nel migliore desiderabile modo alla stampa 
della musica, rivolse Gaddi il pensiero suo al metodo dei 
disegni colla matita, metodo dal quale si ottengono effetti 
bellissimi in qualsiasi genere di disegno. Ridotta la superficie 


Memorie srorIicHE DEL sIG. Pror. PaoLo Gappr 1I 


della pietra, la mercè dell’ arena di mare, a granitura 
quando finissima, quando più o meno grossolana, cominciò 
egli dall’ eseguirvi sopra disegni con matite diverse da esso 
lui composte. In quell’ incontro la cosa fu anche più diffi- 
cile ad essere ritrovata, giacchè le particelle staccantesi 
dalla punta della matita coll’ atto del disegno, aderivano 
bensì ai piccoli rialzi della superficie della pietra granita, 
ma come la matita per se è secca, così difficilmente la s0- 
stanza chimica della matita, poteva combinarsi colla super- 
ficie della pietra, nè mai in quel modo con cui vi agiva 
prontamente un liquido scorrevolissimo, quale erasi l’ inchio- 
stro litografico. Anche in questo incontro, chi sarebbe mai 
capace di ridire le mille e mille prove fatte per mesi ed 
anni? i molti e gravi pensieri cagionati dagli infruttuosi 
esperimenti ? E già le tante volte avrebbe abbandonata l’idea 
di riuscita felice, se non l’ avessero trattenuto, dall’ un lato 
il punto d’ onore, dall’ altro il forte volere. Onde superate 
finalmente tutte le difficoltà, le sue gravi cure furono a larga 
mano ricompensate e coronate dal più felice risultamento. 
Venuto di questa maniera il Gaddi in possesso eziandio 
della stampa litografica dei lavori eseguiti colla matita, si 
diede ben tosto a riprodurre paesaggi e figure d’ ogni ge- 
nere, non meno che stampe le più classiche, come il Ca- 
vallo del Morghen, la Galatea del Longhi. Fu al seguito 
di così notevoli perfezionamenti che questa nostra Accade- 
mia lo onorò nel dì 15 Luglio 1821 del diploma di Socio 
nella Sezione di Arti. 

Non contento dei risultamenti ottenuti nei sopra indicati 
tre metodi di stampa litografica, ne tentò egli uno tutto 
nuovo e fino allora non immaginato da altri, passando così 
dal campo dell’ imitazione di cose incognite, a quello 
dell’ invenzione. Il nuovo metodo consisteva nello stampare 
colle pietre, usando colori ad olio, moltiplicando cioè 1 di- 
pinti tanto sulla carta o sui cartoni, quanto sopra tele. 
Anche in questo egli riuscì felicemente, che anzi i di lui 


12 Intorno aLL’Arte peLLa Lirocraria in Mopena 
saggi furono dagli esperti e competenti giudici, stimati me- 
ritevoli di essere presentati alla A. R. di Francesco IV. 
Tanto furono al Principe quei saggi graditi, che oltre 
all’avere steso per l’inventore, onorifico ed incoraggiante Chi- 
rografo, e perchè lo stesso potesse poi onninamente donarsi 
all’ ulteriore perfezionamento dell’ arte novella, nel giorno 9 
Aprile 1823 assegnavagli una vitalizia pensione, esoneran- 
dolo dall’ impiego fino allora ‘coperto presso le RR. Finanze. 

Nell’ anno 1824 applicò la litografia alla fabbricazione 
delle carte da giuoco, e nell’ anno 1828 pubblicò 1’ atlante 
composto di 224 figure illustrative il trattato delle fascia- 
ture, opera del preclaro Chirurgo operatore Modonese, il fu 
Prof. Giambattista Manfredini. E poichè l’arte litografica 
in Italia era sempre da pochissimi studiata e coltivata, stan- 
techè, oltre all’ essere circondata da gravi difficoltà, almeno 
in .gran parte ammantavasi ancora del velo del segreto, così 
la Litografia Modenese che si era elevata ad un bel grado 
di perfezione, aveva divulgata in Italia la sua fama. 

In conseguenza di ciò nel 1828, mio fratello ebbe uffi- 
ciale invito di recarsi a Roma onde dirigere in quella Me- 
tropoli un istituto litografico, presso l’ Ospizio Apostolico di 
S. Michele a Ripa grande, stabilimento nel quale tutta 
rifulgendo la Pontificia munificenza, del pari alla filantro- 
pia e protezione agli artisti, si educano a centinaja giovani 
‘nell’ esercizio di'tutte quante le arti. Ed anche in quell’in- 
contro il Regio favore non gli venne meno, poichè ottenne 
l’ invocato permesso di assentarsi da Modena, congiunto al 
godimento della sua pensione, per 6 mesi. Spirava il semes- 
tre ed il Gaddi si sarebbe restituito in Patria, se Monsignore 
Capaccini Visitatore Apostolico e Preside del nominato istì- 
tuto artistico, conosciuto il bisogno di ulteriore dimora del 
Gaddi in Roma, col mezzo dell’ E. del Signor Conte Ceco- 
pieri, incaricato per gli affari Estensi in Roma, non avesse 
avanzata al Trono dimanda per una proroga di altri 6 mesi. 
Anche a questa acconsenti il Principe, onde trascorso eziandio 


Memorie storIcHE DEL SIG. Pror. PaoLo Gappi 13 
questo secondo periodo di tempo, istituito .iin quella do- 
minante uno stabilimento litografico , ritornò il Gaddi in 
Patria nel dì 6 Gennajo 1829. 

Nell’ anno 1830 applicò i disegni litografici ad ornare i 
capelli di trucciolo, per la quale cosa si recò e dimorò alcuni 
mesi nella città di Carpi, ove la lavorazione del trucciolo è 
a tanta perfezione portata da rendere tributarj nell’ acquisto 
di quei capelli a quella nostra città, non solo l’ antico ma 
benanche il nuovo mondo. Ideò egli in quella circostanza 
un apparecchio amidaceo che steso sulle conteste treccie 
del trucciolo, le rendeva dell’ aspetto, della consistenza, e 
della levigatezza di un cartoncino, quando candidissimo, 
quando ceruleo, roseo, giallognolo, od in qualsiasi altra tinta 
colorato. Così preparati i tessuti di trucciolo , ricevevano a 
perfezione la stampa litografica, alla quale di poi facevasi 
succedere la miniatura a colori, de? fiori, de’ festoni, de’ nas- 
tri, delle figure, o di qualunque altro disegno su quelli fosse 
stato impresso. E per giungere a quel punto, immaginò e 
portò ad eseguimento le macchine ed i necessarj ordigni. 
Fu nel 1830 ancora che eseguì con molta esattezza cento 
undici figure parte interposte, al testo, parte formanti ta- 
vole nel testo inserite, pel Museo Lapidario Modenese, 
descritto e pubblicato dall’illustre direttore di quello, l’ eru- 
ditissimo Sig. Presidente Dottore Carlo Malmusi. Continuò 
poscia il Gaddi nell’ esercizio dell’ arte sua in patria, fino 
a tanto che glielo permisero le forze. 

Affranto difatto dalle tante fatiche sostenute e non poco 
abbattuto nel morale per le avversità riscontrate, si vide suo 
malincuore astretto nell’ anno 1840, a rinunciare all’ eser- 
cizio dell’ arte prediletta, che pel corso di ben 26 anni era 
stata la sua aspirazione, ed il prepotente suo pensiero. D’altra 
parte l’ arte stessa in Francia, in Germania, in Inghilterra, 
aveva fatti tali progressi da non reggere le produzioni della 
Modenese Litografia, al confronto delle stupende che da 
quelle splendidissime officine uscivano. Fu appunto nel 1840, 


14 Intorno arr’Arte peLLA Lrrocraria In Monena 
che Giuseppe. Gaddi, con quel cordoglio con cui l’ uomo 
staccasi dagli oggetti a lui più cari, rinunciò torchio, pie- 
tre e gli attrezzi tutti, all’ abilissimo litografo Signor Pio 
Gustavo Goldoni, in quell’ epoca restituitosi in Patria. E ciò 
fu con vantaggio dell’ arte e del patrio decoro, poichè nelle 
mani di questo distinto artista, la Modenese Litografia serba 
il prisco onore, e rivaleggia colle straniere. 

Altre officine litografiche furono istituite in Modena ad 
epoche diverse presso il Dicastero delle RR. Truppe. Nel 
1827 sotto la direzione dell’ esimio Colonnello e Topografo 
distintissimo, Giuseppe Carandini, la litografia venne eser- 
citata in servigio dell’ uffizio del Genio militare. Pochi anni 
or sono per impulso del dotto Colonnello Conte Guerra, fu 
data ad uso del corpo delle RR. Artiglierie; e di recente, 
per volontà dello stesso, si esercitò presso la R. Accademia 
Militare Estense. Sono queste, o Signori, le storiche vicende 
della nuova e bell’ arte ditografica nella nostra Modena. 

Giuseppe Gaddi può chiamarsi inventore dell’ arte lito- 
grafica in Italia ? Colleghi onorevoli, per quanto possa in 
me l’ amore. fraterno, non debbo tuttavolta illudermi al 
segno di fregiare il mio fratello di un titolo cotanto onori. 
fico. Dirò bensì, ed in questo mio pensamento spero il vo- 
stro ambito concorso, ch’ egli può chiamarsi il primo fra 
gli Italiani che abbia studiata quest’ arte, e che prima 
d’ ogn’ altro in Italia sia giunto a toglierla dal segreto, die- 
tro la sola cognizione che, col mezzo di una pietra e di 
un inchiostro, potevasi ottenere la moltiplicazione sa 
StaDCE 


USO DEL MICROSCOPIO 


DIRETTO 


A SVELARE LA PRESENZA DEL COTONE 
NEI FILATI, NEI TESSUTI, E NEI FELTRI 


MEMORIA — 
DEL SIGNOR PROFESSORE PAOLO GADDI 


LETTA ALLA R. ACCADEMIA 


nell’ adunanza del 29 Aprile 1858 


nen | ;; — ee 


I, vivere sociale cui l’ uomo per la nobilissima sua na- 
tura è destinato, lo pone nella necessità di fare uso di 
tante e svariate cose, le quali si riferiscono più o meno 
alla condizione che gli è assegnata, o ch’ egli seppe procu- 
rarsi in società. Fra quelle tante cose meritano distinto po- 
sto le materie vestiarie. Formano queste la base fonda- 
mentale degl’ indumenti, che per 1’ uomo sono protezione 
all’ organismo, ornamento al corpo. L° economista perciò 
vede nelle materie stesse variamente lavorate, rami diversi 
d’ industria e di commercio, ed il medico vi scorge elementi 
relativi all’ igiene individuale. Perciò il medico classifica le 
materie vestiarie giusta il grado di loro salubrità. 

Fino a tanto ‘che la coltivazione del bombaee era ristretta 
ai luoghi suoi natali, cioè all’ Asia, assai limitato erane 
l’ uso nella fabbricazione dei tessuti diversi. Diffusasi suc- 
cessivamente quella coltivazione a molte parti d’ Europa, 
non esclusa 1° Italia meridionale, la copia stragrande della 


16 Uso peL MicroscoPio DIRETTO A SVELARE Ecc. 


raccolta di quel: prodotto, prestò facile mezzo alla moltipli- 
cazione dei tessuti di lui, e le agevoli e rapide comunica- 
zioni terrestri e marittime lo diffusero a profusione nei 
luoghi anche i più reconditi. 

Prima che di tanto uso fossero per vestimenti i tessuti 
di bombace, le materie vestiarie più usuali traevansi dalla 
canapa, dal lino, dalle lane, e dalla seta. L’ aumentata pro- 
duzione del cotone ribassò sensibilmente il suo costo, ed 
in iscambio il prezzo delle altre indicate materie, si elevò 
d’ assai, sia perchè la produzione loro si conservò costante, 
oppure di poco s° accrebbe, nè mai in proporzione dell’ au- 
mento sostenuto dal cotone, sia perchè il lusso, che progres- 
sivamente cresce nei popoli, ne aumentò di molto l’uso ed 
il consumo. In conseguenza quindi di questo fatto piena- 
mente confermato, l'industria, o se meglio piaccia denomi- 
narla malizia, cerca oggi d’ introdurre quanto più può di 
bambagia mescolandola fraudolentemente, quando al lino od 
alla canapa, quando alla lana od alla seta. E l’inganno cer- 
tamente addiviene doppiamente grave, stantecchè l’ onesto 
compratore sborsa per l’ umile cotone, quel prezzo che 
competerebbe alle altre più pregiate materie. Di più, in 
tutta buona fede egli indossa, a cagion d’ esempio, una ca- 
micia di bombace tanto poco confacente alla salute, in 
. iscambio di una di lino o canapa di gran lunga più salutari. 
E a danno sempre delle popolazioni, gli stessi gabellieri 
tratti in errore, aggravano le imposizioni daziarie, classifi- 
cando, fra i tessuti di lino o canapa, di lana o seta, mani- 
fatture che sono o di pretto cotone, con molt’ arte ridotte 
a false apparenze, od almeno commiste a cotone. 

Per simili ragioni è da molto tempo sentito il bisogno 
di rinvenire la maniera onde smascherare la frode a trionfo 
sempre della giustizia e della verità, ed a questo fine ap- 
punto sono dirette queste mie poche osservazioni. I 

Tre sono i metodi che si possono usare per iscuoprire la 
presenza del cotone nei filati, tessuti, e feltri. Consiste il 


Memoria per sic. Pror. PaoLo Gappi 17 
primo nel servirsi di chimici reagenti, i quali comportan- 
dosi diversameute a seconda dei principii costitutivi di 
quelle materie, ne disvelano la natura loro. Questo metodo 
però non può essere agevole a tutti esigendosi ben molte 
cognizioni di chimica per condurci in guisa da scuoprire 
la verità. 

Il secondo metodo è assai più facile e semplice; per 
usarlo null’ altro occorre che una candela accesa. Ridotti 
in filaccica i tessuti, e bruciati i fili sulla fiamma della 
candela, il cotone arde prontamente con luce rossiccia, 
spandendo l’ odore presso a poco della carta bruciata, e 
lasciando un residuo carbonoso in parte, ed in parte cine- 
reo disposto a filamenti. La lana e la seta ardono con mi- 
nore prontezza, si gonfiano, crepitano, ed espandono un 
denso fumo dell’ odore delle penne bruciate, ed il residuo 
carbonoso forma un corpo nero come di sostanze fra loro 
fuse in massa. I fili di canapa e di lino ardono un poco 
meno rapidamente ‘del cotone, più prontamente però della 
lana e seta. La fiamma è più bianca di quella del cotone, 
l’odore di carta bruciata meno intenso, ed il residuo car- 
bonoso-cinerino, serba meno la disposizione a fili. Questo 
metodo quindi ove serva, se pur si voglia, a distinguere il 
cotone dalla seta e lana, non basta certamente a distinguerlo 
dal lino o dalla canapa, mai poi lino e canapa fra di loro. 
Aggiungasi ancora, come nei feltri, avuto riguardo alla ine- 
stricabile loro massa, riesca impossibile il potere meccani- 
camente segregare i materiali che -li costituiscono, onde per 
questi la prova sarebbe ineseguibile. 

Il terzo metodo, a parer mio, è il più sicuro ed anche 
il più facile a praticarsi, ed: è quello che può dirsi alla 
portata di tutti. Consiste questo nel valersi della osserva- 
zione microscopica. E già 1 progressi della microscopìa ope- 
rati segnatamente dietro gli addottrinamenti dell’ illustre 
nostro concittadino il Cav. Prof. Amici, mentre hanno resi 
semplici e potenti i microscopj, li hanno resi del pari di 

Tom. III. c 


18 Uso per MicroscoPio DIRETTO A SVELARE Ecc. 


‘costo assai modico. Onde è ben difficile che -in una città, 
oltre agl’ istituti scientifici, non siano proveduti di buoni 
microscopj ben anche parecchi cittadini. 

Persuaso quindi che la mia proposta possa essere facil- 
mente abbracciata, ho dato opera alle mie osservazioni. E 
prima di tutto intendo dividersi le materie prime, con -cui 
oggi nell’ uso quasi generale si fanno i filati, i tessuti, ed i 
feltri, in due categorie, cioè in quelle venienti dal regno 
organico vegetabile, ed in quelle che si traggono dal regno 
organico animale. Alle prime appartengono la canapa, il 
lino, ed il cotone, alle seconde la lana e la seta, e pei 
feltri i peli di coniglio, lepre, camelo e castoro. 

Potrebbe però opporsi che l’ osservazione microscopica 
delle particelle primitive costituenti questi materiali fonda- 
mentali degli indumenti diversi, non può aversi per veri- 
tiera, stantechè i bagni variati in cui quei materiali s'in- 
tingono per essere colorati ed approntati per la lavorazione 
loro, possono alterare le forme originarie’ da natura impresse 
a quelle parti esilissime, guastandone 1’ anatomica disposi. 
zione, e decomponendone eziandio la chimica composizione. 
A togliere però di mezzo simile obiezione, ho assogget- 
tate tutte e singole le accennate materie, alla ebollizione 
neli’ acqua pura, poscia nell’acqua mediocremente acidu- 
lata quando con acidi organici, quando con acidi inorganici, 
quindi nell’ acqua modicamente alcalinizzata, quando colla 
potassa, quando colla soda, e così nell’acqua alluminosa, 
e finalmente nell’ acqua avente in dissoluzione il concino. 
Di più, ho praticate le ora accennate esperienze aggiun- 
gendo all’ acqua diverse materie coloranti. E dalle risul 
tanze di questi sperimenti reiterati io mi sono assicurato, 
che le forme primitive dei materiali vestiarj, non si alte- 
rano, e che soltanto, qualora le materie coloranti usate 
per conciliare i colori diversi, diano tinte scure, opa 
che, o nere, i materiali vestiar) sopra indicati, nell’ acqui- 
stare quella tinta, perdono la diafaneità!', e si mostrano, 


Memoria peL sic. Pror. PaoLo Gappri 19 


osservati col microscopio, come corpi opachi. Conviene però 
a questo riguardo riflettere, che se nello sperimentare si 
usano acque soverchiamente acidulate od eccessivamente 
alcalinizzate, in realtà alcuni dei materiali si alterano, si 
scompongono, e per fino si sciolgono. Ma il bello ed il buono 
dell’ arte tintoria, come ognuno comprende, appunto sta 
nell’ agire in guisa, che i tessuti od i filati in genere, non 
vengano menomamente alterati nella loro molecolare com- 
posizione, nè affievoliti nella loro consistenza. 

Si potrebbe opporre ancora, che sotto le operazioni mec- 
caniche della pettinatura o della cardatura cui soggiaciono 
alcuni materiali per meglio servire alle manifatture, si alte- 
rano le forme primitive. Al che rispondo, che per quanto 
sottili ed aguzze siano le punte dei pettini, per quanto 
esili ed appuntiti siano gli uncini delle scardasse, non giun- 
gono mai a ledere la forma primitiva degli elementi costi- 
tuenti le materie vestiarie, o se accade che qualche fibrilla 
per avventura venga ferita, questa in forza della sua esilità 
si tronca, e cade mista alla polvere in cui si riducono le 
parti estranee. 

Per le quali cose manifesto si rende, come l’ ispezione 
microscopica necessariamente palesi le vere forme primitive, 
e che per questo i caratteri che 1’ occhio armato scorge 
nelle parti elementari essendo immutabili, l'ispezione sud- 
detta diventa la migliore e più sicura guida ai giudizj. 

Due sono i metodi da me impiegati nel praticare le osser- 
vazioni, l’ uno cioè per via secca, l’altro per via umida. 
Il primo consiste nel raschiare con un coltello a larga lama 
1 fili, i tessuti, ed i feltri, e raccoglierne il polviglio risul. 
tante sopra lastra di cristallo. Conviene che il polviglio sia in 
poca quantità ed assai diradato, onde non sì formino masse, 
le quali non lascierebbero scorgere le particelle distinta- 
mente. La lastra di cristallo così disposta si sottopone alla 
osservazione microscopica. Il secondo metodo poi sta nel 
ridurre i tessuti a filaccica, nel decomporre i feltri col 


20 Uso peL MicroscoPio DIRETTO A SvELARE Ecc. 


diradamento negli elementi loro costituenti, e nel disfare 
l’ attortigliamento nei filati. Disposte di questa guisa le cose, 
si assoggetta il tutto ed in vasi distinti alla macerazione 
in quantità sufficiente di acqua pura. I fili dell’ orditura 
vogliono essere serbati distinti da quelli della tessitura, e 
la macerazione va prolungata per un numero di giorni a 
seconda della stagione. Nella corrente in cui il termometro 
R. segna 16° sopra lo zero, potranno bastare dieci giorni. 
Durante la macerazione conviene agitare i fili o la materia 
dei feltri, onde liberarli, il più che sia possibile, dalle 
sostanze eterogenee. Qualora poi vogliasi istituire 1’ osserva- 
zione, altro non resta a farsi che prendere un filo od un 
brano di feltro, e postolo sopra lastra di cristallo, con due 
punte di acciajo ben acute lacerarlo e decomporlo negli 
elementi suoi primitivi. Operata questa meccanica separa- 
zione, si lascia cadere sulle fibrille una goccia d’ acqua 
pura, e tosto si sottopone la lastra così apparecchiata al mi- 
croscopio. 

Premesse le quali cose, vengo ora ad assegnare ai materiali 
sopra indicati i relativi caratteri microscopici, coll’ avverti- 
mento che, siccome le indagini mie tendono a colpire il 
cotone onde scevrarlo dalle altre materie, così mi riserverò 
ad esporre per gli ultimi i di lui caratteri microscopici. 
Avverto in pari tempo, che le risultanze di cui io qui faccio 
cenno, sono state da me ottenute la mercè di un ingrandi- 
mento portato dai 200, ai 250 diametri, osservando li oggetti 
ora per trasparenza, ora sopra fondo nero, e quindi alla 
maniera dei corpi opachi. 

La Canapa, quale è usata pei tessuti diversi, sì compone 
delle fibrille del libro della Canadis sativa, fibrille origina- 
riamente congiunte fra loro da tessuto celluloso, ma dira- 
date poscia dal processo chimico della macerazione. È pianta 
originaria dell’ India e naturalizzata in Europa. La canapa 
dopo la pettinatura, osservata col microscopio, si mostra un 
complesso di fibrille rettilinee, parallele, cilindriche ma a 


Memoria DeL sio. Pror. PaoLo Gappi 21 
superficie longitudinalmente rigata, raccolte in fasci, qualche 
volta fra loro disgiunte, diafane, di aspetto che si direbbe 
vitreo, e di grossezza non uniforme. A quando a quando 
nel loro interno mostrano delle lineette trasversali qualche 
poco opache, granellose che in qualche punto impegnano 
tutta la grossezza della fibra, ed in altri, circa la sola metà. 
A viemmeglio rilevare questo carattere, che forma il distin- 
tivo fra canapa e lino, giova il fare l’osservazione sopra 
fondo nero, nel quale incontro le lineette trasversali o sepi- 
menti, si mostrano opachi bensì, ma più bianchi.- La super- 
ficie delle fibrille della canapa, oltre alla rigatura longitudi- 
nale, offre delle scabrezze costituite dalla sostanza propria 
delle fibre stesse rialzata di tratto in tratto. La luce nell’at- 
traversare queste fibre le mostra di colore leggermente ver- 
dognolo. Coll’ imbianchimento la mercè della lisciviazione, 
sì fanno più esili, dimettono il verdastro, e quelle che 
presentavano i sepimenti granellosi trasversali, nel farsi 
vieppiù diafane li perdono in gran parte. Con ciò diven» 
tano più belle ed anzichè serbarsi di aspetto vitreo, assu- 
mono il cristallino. Le fibrille poi tolte dai fili che fecero 
parte di un tessuto, divengono di facile divisione le une 
dalle altre, onde non conservano più l’originaria disposizione 
fascicolata. 

Il Lino preparato per farne filati o tessuti, altro non è 
che il libro del Linum usitatissimum, ridotto anch’ esso 
dalla forza decomponente della macerazione alle fibrille sue 
più semplici, e liberate colla pettinatura dalle materie pa- 
renchimatose. Assoggettato a microscopica indagine si mo- 
stra il lino l’aggregato di fibrille longitudinali, parallele, 
cilindriche, tutte rivestite da un intonaco diafano corrugato 
e come lacerato a brani, per cui ove manca un brano d’ in- 
tonaco, ivi si scorge il cilindretto diafano costituente la 
fibrilla del lino. Queste fibre sono di grossezza pressocchè 
uniforme, trasparenti, di colore leggermente tendente a quello 
dell’ avellana. Comparativamente alle fibrille della canapa, 


292 Uso per Microscopio DIRETTO A SsvELARE Ecc. 


quelle del lino sono più sottili, più uniformi, e per loro 
distintivo caratteristico si può assegnare, che quelle pochis- 
sime fibre del lino le quali hanno sepimenti trasversali, li 
presentano esilissimi e lineari, costituiti di materia diafana, 
non granulata, e che in iscambio qua e là qualche cilin- 
dretto diafano del lino, è intorbidato da depositi irregolari 
di materia granellosa diafana anch’ essa, disposta senza re- 
gola in direzione longitudinale. L’ imbianchimento rende le 
fibre del lino sempre più diafane e cristalline, perdono ogni 
colore e così ogni materia granellosa, come dimettono ezian- 
dio l’ intonaco trasparente e lacero che loro lasciò la mace- 
razione, e che conservarono fino a tanto che soggiacquero 
alla lisciviazione. 

La Lana, materiale organico animale cotanto usato per 
farne svariatissimi filati e tessuti, consiste nel pelo, produ- 
zione epidermica delle papille pilifere della cute dei lanuti 
ruminanti pecorini spettanti alla specie ovis od aries. La 
lana per essere resa in filo ha d’ uopo di essere da prima 
lavata con lavacri diversi, quindi cardassata, dopo le quali 
operazioni chimico-meccaniche, osservata cogli ottici ingran- 
dimenti si presenta coi seguenti caratteri. È formata dall’am- 
masso di peli di grossezza ineguale, alcuni esilissimi, altri 
più grossi fino del doppio, a larghe flessuosità ed a forma di 
allungatissimi coni, per cui facendoli scorrere, segnatamente 
i più grossi, per lungò tratto sotto il campo dell’ objettivo, 
offrono un estremo: più grosso dell’ altro, e spesso accade di 
vedere terminare la parte più sottile in acuta punta. Alcuni, 
fra i peli più grossi, si mostrano tubulati, ed in alcuni tratti 
del tubo è depositata materia opaca e granellosa. La super- 
ficie di questi peli è scabra e rugosa, e quando sono natu- 
ralmente bianchi si palesano diafani anche nelle scabrezze, 
mostrando sempre manifestamente le apparenze della s0- 
stanza cornea. Quando la lana è nera naturalmente, o resa 
tale dall’ arte tintoria, conserva tutti i descritti caratteri, 
soltanto perdendo la diafaneità. I peli della lana lavorata, 


Memoria DEL sic. Pror. PaoLo Gappi 23 
presentansi coi caratteri sopra espressi, ma sono resì assai 
più lisc] nella superficie, la quale conserva bensì le rugo- 
sità, ma perde colla lavorazione le scabrezze più sporgenti. 
Il pelo di capra si distingue di leggieri dalla lana pecorina, 


poichè è alquanto più grosso, più irto, meno flessuoso, più . 


manifestamente conico verso la punta, e meno diafano. 

Non sono molti anni che l’ industria ha suggerita la fab- 
bricazione di feltri sottili, soffici, ed estesi tanto in super- 
ficie, da emulare e sorpassare le misure in lunghezza e lar- 
ghezza degli ordinarj drappi o panni, usati per farne vesti- 
menta, onde si fanno realmente indumenti parziali o totali 
con simili feltri. Gli elementi costituenti di questi, sì risol- 
vono in un compresso ammasso di peli pecorini confusa» 
mente gettati, dalla quale confusa giacitura ne risulta poi 
la fortuita loro connessione. Pei feltri però usati dall’ arte 
nella confezione dei cappelli, di rado entra la lana. È questa 
solo usata come base o fondamentale orditura pei feltri gros- 
solanissimi. In via ordinaria i peli usati nella fabbricazione 
dei feltri pei cappelli sono quelli di Camelo, Coniglio, Le- 
pre, e Castoro. | 

Il pelo del Camelo, Camelus Bactrianus osservato col 
mìcroscopio, si presenta coi caratteri in genere della lana. 
Si distingue però da questa, per essere il pelo del'Camelo 
una mescolanza di peli aventi due caratteri distintivi propr]. 
I peli della prima categoria, che prevalgono eziandio in 
numero, sono esilissimi, diafani, flessuosi, ed hanno all’es- 
terno delle rugosità, meno espresse però di quelle della lana 
pecorina. I peli della seconda categoria, in numero assai 
minore, sono il triplo più grossi dei primi, quasi rettilinei, 
neri e perciò non trasparenti. Il colore dei peli della prima 
specie, veduti in massa, è cinerino scuro. In generale poi 
nella superficie del pelo di camelo si vede depositata in 
grande quantità, materia eterogenea, e la di lui lunghezza 
non raggiunge mai quella della lana degli animali del ge- 
nere ovis. 


24 Uso DeL MicroscoPio DIRETTO A SVELARE Ecc. 


Bello oltre ogni dire, osservato con buon microscopio, si 
è il pelo del Coniglio. Nella fabbricazione dei feltri, è pre- 
ferito quello del Coniglio di Francia, animale che forma 
soltanto una varietà del Lepus Cuniculus a noi comune. 
Non accadrà mai errore di scambio nel conoscerlo, poichè 
egli si presenta dei colori a tutti noti, di forma conica, e 
vedendone molti fra loro schierati, se ne scorgono alcuni 
di grossezza varia, e qualcuno ve n°ha, che raddoppia ben 
anco la grossezza ordinaria. Il pelo del coniglio è diafano, 
diafaneità che a certo grado conserva ancora se natural- 
mente scuro. À prima vista sembra paragonabile ad un filo 
metallico girato a spira, come suolsi fare per avere i così 
detti vermi elastici. Ma bene considerato rilevasi che si 
compone di un astucchio corneo trasparente, pieno dì ma- 
teria eguale, che però a brevissimi intervalli si alterna con 
diaframmi oscuri di materia granellosa e compatta. Alcuni 
peli hanno la superficie liscia, altri nodosa, alcuni altri in 
fine l’ hanno dentata. Le nodosità e le dentellature corri- 
spondono al diaframma oscuro, e dove il pelo è diafano, ivi 
corrisponde il-restringimento. Per ciò si mostrano come ri- 
gati trasversalmente, somigliando in minime proporzioni il 
grosso pelo dell’ istrice. 

Bello a vedersi è ancora il pelo del Lepre, Lepus timidus. 
Varia il colore suo dal cinereo, al bianco, al giallognolo, e 
varia eziandio in grossezza. Il più sottile è flessuoso, il più 
grosso è rettilineo. É trasparente, e mostrasi formato del- 
l’astucchio corneo che serra all’interno sepimenti trasversali 
più scuri, granellosi e paralleli. Tra sepimento e sepimento, 
vi resta uno spazio minore di quello che si osserva nel pelo 
di coniglio, per cui si ha in questo un carattere distintivo. 
In alcuni peli fra i più sottili, nel loro interno sì osserva 
un ordine solo di rigature trasversali che giungono fino 
all’ astucchio e con quello si identificano. In altri l’ astuc- 
chio è tutto diafano, ed i sepimenti interni, l’ uno all’ altro 
vicinissimi, non si confondono con quello. Nei peli più grossi 


Memortra per sic. Pror. PaoLo Gappi 25 


all’interno si contano fino a quattro ordini di rigature tras- 
versali 1’ una accanto all’ altra, onde sono poco trasparenti, 
e si mostrano quasi oscuri. vai 

Il pelo del Castoro, Castor Fiber, è di colore rossiccio in 
alcune parti assai sbiadito. Si. presenta al microscopio più 
sottile di quello di coniglio e di lepre; è di forma conica 
rettilinea e la punta del: cono è assai esile ed allungata. 
Anche il pelo di castoro ha grossezza variata, essendovene 
alcuni che sono più del triplo in grossezza di altri. Nel 
pelo del castoro non vedonsi le striscie trasversali come nei 
peli di coniglio e lepre. Sono assai trasparenti e nel loro 
interno si mostrano tubulati. La tubulatura nei più sottili 
si scorge a stento, mentre nei grossi è bene manifesta, es- 
sendo piena di materia granellosa più scura. La loro super- 
ficie, in generale, è liscia e pulita. | 

La Seta, è l’ umore elaborato da organi proprj e deposi- 
tato nei serbato] sericiferi del Bombyx mori. I serbatoj sono 
due ed hanno i loro condotti escretori che si sommano in 
uno solo, quale poi si schiude con apertura elittica trasver- 
sale detta la filiera, in prossimità alla bocca del baco. L° umo- 
re serico al contatto dell’ aria, si solidifica e forma un filo 
doppio. Il filo originario della seta presentasi o di colore 
dorato più o meno tendente all’ arancio, o di colore argen- 
teo. È diafano, liscio, omogeneo, flessuoso, e dell’ apparenza 
di un glutine, o di albumina, o di gelatina rappigliata. 
Osservando il filo della seta col microscopio, si vedono in 
esso quattro linee oscure, cioè due esterne formanti i con- 
fini, e due interne a contatto e saldate. Fra le linee oscure 
vedonsi due spazj trasparenti più illuminati nel mezzo, illu- 
minazione che decresce discendendo verso le linee scure. 
Ottiche apparenze queste che certificano la conformazione 
del filo di seta, originariamente costituito di due cilindri a 
contatto, e saldati fra loro. La saldatura però non è tale 
da chiudere sempre ogni vano, onde in alcuni tratti pas- 
sando. ì raggi luminosi, scorgesi possibile la decomposizione 

Tom. III. I d 


26 Uso neL MicroscoPIo DIRETTO A SvELARE Ecc. 
del filo in due. La bollitura nell’ acqua facilita questa dis- 
unione, il che fa sì che quando ciò avvenga, il filo raddop- 
pia l’ originaria sua lunghezza. Anche la cardassatura può 
meccanicamente operare questa divisione. Per le quali cose 
si conosce come il taglio trasversale di un filo di seta ori- 
ginario, cioè indecomposto, possa paragonarsi al numero 8 
di cifra arabica, e quello del mezzo filo ‘alla cifra arabica 
dello o. Nei diversi filati o tessuti di seta, ch’ io ho fatto 
soggetto delle mie osservazioni, tanto a secco quanto colla 
bollitura in acqua, e colla macerazione, ho costantemente 
osservato il filo serico conservare, quando la congenita dop- 
piezza, quando l’ essersi fatto semplice, circostanza notabile 
onde discernere la seta dal cotone specialmente. 

Stabiliti di questa guisa i caratteri microscopici. compe- 
tenti alle diverse materie vegeto-animali che la base for- 
mano dei filati, tessuti e feltri, di cui oggi giorno si serve 
l’ uomo nella formazione de’ proprj indumenti, vengo ora a 
determinare i caratteri microscopici del cotone, dal con- 
fronto de’ quali cogli altri già esposti, si potrà avere un 
criterio sicuro, per iscuoprirlo anche misto ad altri materiali. 
. Il bombace o cotone in falda è l’aggregato confuso di 
filamenti, cadauno de’ quali è il funicolo ombelicale dei 
semi del Gossypium herbaceum. Usando del solito ingran- 
dimento, ogni filamento di cotone presenta l’ aspetto di una 
lunga fettuccia increspata, diafana e trasparentissima, di un 
materiale da reggere al confronto di una pellucida gelatina 
rappigliata, i cui margini sono rigonfiati ed ondulati. I mar- 
gini, ora indicati, racchiudono uno spazio per tutta la loro 
lunghezza, spazio che qua e là presenta degli increspamenti. 
Le leggi ottiche dinno, per cadaun margine rigonfiato, due 
linee oscure cui è interposta una linea illuminata, ed il 
piano esistente fra le due linee oscure interne gode di 
minore illuminazione. Gl’ increspamenti che trovansi sopra 
questo piano sì manifestano con punti e lineette più scure 
in direzioni svariate. La sezione trasversale di un filamento 


Memoria pet sic. Pror. PaoLo Gappi 27 

di cotone non è da paragonarsi alla sezione del filo di seta. 
In questa, si è detto potersi paragonare ad un otto delle 
cifre arabiche. Nel cotone ella rappresenta due zeri uniti 
da una sbarra trasversale C=O. La conformazione ora espo- 
sta, propria dei filamenti del cotone, riceve poi la maggiore 
conferma, dall’ essere i fili di frequente attortigliati sopra 
loro stessi, oppure ravvolti a spira, onde, veduti nei punti 
prospettici diversi, assai bene scorgesi, ed il rialzo dei mar- 
gini, e la depressione della strisciolina interposta. Le diverse 
lavorazioni cui si assoggetta il cotone, e la svariatissima 
colorazione che gli si fa sostenere, non alterano in conto 
alcuno le forme esposte, soltanto egli perde la diafaneità, 
quando gli vengono date tinte scure. 

Dalle cose ch’ io qui brevemente esposi emerge, che oppor- 
tunamente confrontati fra loro gli elementi morfologici di 
cui ho assegnati i caratteri, dietro una pratica del micro- 
scopio facile ad acquistarsi, agevole sarà distinguere quando 
sia che nei filati, nei tessuti, nei feltri sia stato intromesso 
del cotone. A maggiore delucidazione di quanto ho esposto 
intorno a questo argomento, che oggi forma materia di so- 
ciale interesse, credo opportuno l’ unire una tavola illustra- 
tiva, non tacendo però, che la somma difficoltà che gli 
artisti incontrano nel disegnare sulla carta quanto sì osserva 
nel campo visivo del miscroscopio, non ha permesso che i 
disegni ch’ io unisco abbiano per intiero la necessaria ve- 
rità. La fotografia, applicata al microscopio, avrebbe certa- 
mente appieno soddisfatto al mio vivissimo desiderio. 


28 


Fig. 


Fig. 


Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 
Fig. 


Uso peL MicroscoPio DIRETTO A SVELARE Ecc. 
| SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA 


1.* Fibre di canapa greggia. 
2.* Fibre di canapa dopo essere stata lavorata ed 
imbiancata. 


| 3.2 Fibre di lino. 


4.8 Fibre di lino lavorato ed imbiancato. 
5.* Lana greggia. 

6. Lana lavorata. 

7 Pelo del Camelo. 

8.2 Pelo del Coniglio. 

9.* Pelo del Lepre. 

10.* Pelo del Castoro. 

11.* Filo originario di seta negli strati del bozzolo. 
19.* Seta lavorata. 

13.* Cotone in Falda. 

14.2 Cotone lavorato. 


ezione di Arti. pas. 98. 


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INDICE 
DELLE MATERIE CONTENUTE NEL TOMO TERZO 


NO NIGZIO 


Continuazione delle Memorie Storiche . . . . . . . . pag. 


Memorie della sezione di Scienze 
AraLpi ANTONIO — Sul modo di ottenere coll’ eliminazione ?’ equa- 
zione finale priva di fattori alleranti. . . . è. pag. 
Gappi PaoLo — Sopra la simultanea produzione di mostri nella 
SPECIE UMANA è > 0 0066000 
MaRIANINI Pietro DomENIco — Sopra una maniera di stabilire i 
principii del metodo degl infinitesimi. . +. . . . « 
DoDERLEIN Pietro — La sorgente Salso-Jodica della Salvarola presso 
Sassuolo (con due tavole) +. è... . +... € 
AraLpi AnToNnIO — Sul calcolo approssimativo degli integrali definiti « 
GappI PaoLo — Spontanea uscila di un pezzo di grossa spilla d’ac- 
ciajo dal lato interno del ginocchio sinistro di una gio- 
vinella . . è. + è GW dedi è a 4 
RazzaBoni CESARE — Sugli efflussi dei liquidi. da’ recipienti nei 
quali affluisce permanentemente un volume d’ acqua diverso 
da quello che nello stesso tempo è erogato dalla luce. « 
AraLpi ANTONIO — Saggio di analisi geometrica . . . . . « 


UI 


91 


101 
113 


30 
Memorie della sezione di Lettere 
Puccia ALessanDRO — Elogio del Cav. Ab. Giambattista Venturi. pag. 
VERATTI BARTOLOMEO — Del Vaglio di Eratostene e della illustra- 
zione fattane da Samuele Horsley. . . . . . . « 
BrancHi GiovaNNI — Elogio di Lazzaro Spallanzani . . . . « 
VERATTI BARTOLOMEO — Intorno al Trattato di Lodovico Antonio 
Muratori sopra i diritti della Giurisprudenza . . . « 
CaveponNI D. CELESTINO — Ragguaglio storico del ritrovamento d’un 
| ripostino di monete d’argento dei bassi tempi. . . « 
Vaccà Luigi — Nota sopra la Divina Commedia al canto 17, verso 
93 del Paradiso. è... .0%00 60060 
Vaccà Luici — Volgarizzamento dell’Ode 11* del libro 3° di Orazio. « 


Memorie della sezione d’ Arti 

Gappi PaoLo — Intorno all’ arte della Litografia in Modena . « 

GappIi PaoLo — Uso del microscopio diretto a svelare la presenza del 
cotone nei filati, nei lessuti e nei fellri (con una tavola) ( 


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